Il primo sito di Annunci erotici italiano, scambio coppie, racconti ed esibizionismo.       Siamo 205.964        Ora online 14.049
Entra




Torna all'indice dei Racconti Erotici Gay & Bisex

Gay & Bisex


il mio nipotino carissimo

           di prossi

 Scritto il 22.12.2008    |    Visualizzazioni: 44.570  |    Votazione 6.4:

Mi chiamo Cesare e ho cinquanta anni. Sono il terzo di cinque fratelli, due maschi e tre femmine, di una famiglia modesta. I miei fratelli hanno condotto una vita normale: si sono impiegati e hanno messo su famiglia. Io ci ho sempre avuto la fissazione di far soldi. Ho lasciato la scuola che non avevo neanche terminato le elementari che già lavoravo in un negozio di calzature. Facevo i lavori di fatica, portavo le scatole delle scarpe dal deposito al negozio e viceversa. Mi facevo un mazzo tanto. Dopo son passato a lavorare in altri negozi, in genere di abbigliamento. Metà di quello che guadagnavo lo dovevo portare a casa, l’altra metà me lo prendevo io. Ero poca roba, ma io me la mettevo da parte, ero un gran risparmiatore e non avevo vizi. All’età di venti anni avevo già dodici anni di anzianità di servizio, naturalmente tutti in nero. Capii che era giunto il momento di far da solo. Mi son preso in affitto un locale di 25 metri quadrati e mi son messo a vendere in proprio. Conoscevo ormai tutti i trucchi del mestiere e tutti i rappresentanti e con un po’ di fortuna ho avuto successo. Qualche partita di merci era rubata, ma all’inizio si deve fare anche questo. Oggi ho una catena di negozi da far paura in tutta Roma, a Milano, a Napoli e altre città d’Italia e anche a Londra. Sono molto ricco e ormai la mia organizzazione è in grado di andare avanti quasi da solo. Io mi occupo soprattutto degli aspetti finanziari e a firmare i documenti che i miei collaboratori mi portano.
Cinque anni fa è accaduto però qualcosa che ha cambiato la mia vita.
Il mio divertimento quotidiano era calcolare quanti soldi avevo incassato, ma era da un po’ che non ci avevo più tanto quella voglia di fare di quando ero ragazzo. Avevo un ufficio sopra uno dei miei negozi di Roma ben arredato dove stavo abbastanza comodamente. Ci potevo anche dormire se mi seccava di andare a casa dove tanto non c’era nessuno ad aspettarmi. Se volevo lavorare lavoravo sennò mi guardavo la televisione. Proprio in quegli anni è iniziato un periodo di tristezza, diciamo di depressione, perché nonostante tutti i miei soldi mi ero accorto di non essere felice. Mi mancava una famiglia mia.
Il rapporto coi miei fratelli non è mai stato granché. Mi venivano a trovare coi miei nipoti solo quando si dovevano rifare il guardaroba, ma per il resto una telefonata ogni tanto. Donne ne ho avute, non tante, ma ci avevo una paura matta che me volessero sposare solo per i miei soldi che dopo brevi fidanzamenti trovavo sempre una scusa
per lasciarle. Ancora oggi le donne mi fanno un po’ paura perché sono troppo pretenziose ed io, invece, sono un tipo semplice.
Di tutto il parentado c’era solo una persona che faceva eccezione, Robertino il figlio della mia sorella più giovane. Quand’era piccolo fino all’età di dodici anni veniva a trovarmi quasi sempre accompagnato da sua madre per cambiarsi il guardaroba, ma lui era già allora diverso dagli altri miei nipoti. I suoi cugini erano introversi, almeno con me, chiusi e si limitavano a dirmi buongiorno, buonasera e grazie zio. Si portavano via pantaloni, magliette e quant’altro e buonanotte ai suonatori; si facevano vedere la volta successiva. Robertino era una forza della natura. Vi potrei dire che era un gran bel ragazzino, ma vi direi poco. Perchè lui era quello che si potrebbe dire un gran figlio di zoccola. Intendo dire uno che col suo modo di fare affabile, diciamolo ruffiano, è capace di toglierti le mutande d’addosso senza che te ne accorgi. Zietto te voglio bene me lo diceva a ritmo continuo e poi, con quel suo splendido sorriso m’apriva il cuore d’incanto. Era una gioia, la mia unica gioia e aspettavo con ansia che ritornasse presto a trovarmi.
Dopo i dodici anni cominciò a venirmi a trovare quasi tutte le settimane e non per cambiarsi il guardaroba, ma così, solo per piacere. E non si dimenticava mai di portarmi qualcosa, un dolcino, perché lui lo sapeva che sono goloso di dolci, il giornale, perché io sono troppo tirchio per comprarlo, una fesseria qualsiasi. Erano piccole attenzioni che a me facevano venire i brividi. A volte basta poco per ricaricarti. Ed io a lui riservavo le cose migliori, le primizie dell’abbigliamento più in. Mi costava un sacco di soldi, ma quel ragazzino mi rendeva felice, era la mia gioia, il mio divertimento, un piscio. Non che facesse cose da pazzi, bastava che lui parlasse normalmente per farmi ridere; era come le diceva le cose che mi faceva impazzire, la sua spontaneità, la presa per il culo. Di tipi così ne nasce uno ogni milione.
Qualche volta veniva e rimaneva tutto il pomeriggio da me a studiare. “Zietto” mi diceva “Domani vengo a studiare qui che ti faccio compagnia”. E perché no, gli rispondevo, ma se a chiedermelo fosse stato un suo cugino l’avrei mandato a quel paese. A lui no, rispondevo sempre di si. Era una compagnia e avreste dovuto vederlo raccontarmi le barzellette: da morir dalle risate. Potevano essere anche stupidotte, ma lui le raccontava in una maniera tale che non si poteva non ridere a crepapelle.
A partire dai suoi quattordici anni si può dire che non mancava giorno che non mi venisse a trovare anche solo per salutarmi o per farmi conoscere la ragazzina sua. Ma quante ne cambiava quel figlio di zoccola.
S’era fatto un giovanottino, non era più un bambino, ma neanche un uomo, una via di mezzo. A noi adulti pare che il tempo per i bambini non passa mai, poi ce li ritroviamo che sono grandi e ci stupiamo che già pensano all’amore e al sesso.
“Te devo fa’ provare un pantalone e ‘na maglietta che me so’ arrivati stamattina, nipote mio” gli dissi una volta e alzando la cornetta ordinai all’impiegato di salirmi la quarantadue e la esse.
“E dai zio; mò, me spoglio subito che non ce vedo l’ora di provarli”.
E fu in quel momento, vedendolo in mutande, che m’accorsi di quanto fosse cresciuto e di quanto si fosse fatto bello che gli occhi miei si rallegrarono e mandarono in subbuglio anche il cuore.
“Ammazzate, nipote mio, quanto te sei fatto bello. E ragazzine te inseguiranno fino a casa.”
“Ah zietto, e ragazzine , ‘e donne, ‘e mamme dei compagni, eppure ‘e nonne, ma non solo. A me me fermano per strada tutti: i ragazzi, l’omini e anche i vecchi di novanta anni.”
“E che bonno.”
“E zio, e che bonno, e che bonno, te po’ immagginà. Me pregano in ginocchio, me vonno pagar.”
Allora io gli dissi, ma solo così, per parlà: “E con un culo così, nipote mio, se te vo’ guadagna’ un po’ di soldi te devi sbriga’ prima che ti si rinsecchisce tutto e se riempie di peli.”
“E zietto, ma te pare che non ce sto a pensa’ ” mi risonde alla sua maniera, ridendo e facendo ridere pure me.
“Tu hai preso il corpo di tua madre, forse anche meglio.”
”Mo’ dice pure lei, zietto. A vote, pe scherza’ ce faccio a mio padre, facendoci balla’ sto bel culo davanti agli occhi: ‘Te piace più questo o quell’e mamma?’ E lui me comincia a tira’ e scarpe addosso. Per scherza’ pure lui, però. Se non sapesse che ci ho due mila ragazzine glie venisse il dubbio pure a lui, sennò.”
Dopo quella volta rimasi piuttosto impressionato di me stesso, del fatto che a guardarlo mi si smuoveva qualcosa dentro. Io cercavo di controllarmi e di volgere lo sguardo altrove, specialmente quando si spogliava per provare un vestito.
Dopo un po’ di tempo entrai in depressione. Non avrei mai potuto immaginare che alla fine mi sarei innamorato di lui perché, anche se allora non me lo confessavo chiaramente, era proprio di questo che si trattava: di mal d’amore. M’ero proprio innamorato e quello era un amore impossibile. Diventai ancora più triste e, da una parte aspettavo con ansia che lui mi venisse a trovare, dall’altra capivo che era proprio lui a contribuire alla mia tristezza.
Trascorse un anno e più quando un giorno non venne più. Tutti i pensieri del mondo mi attraversarono la mente. Che si fosse accorto che lo guardavo, che gli avessi fatto schifo e avesse preferito evitarmi? M’ero convinto che era proprio così e la cosa rafforzava la mia tristezza e mi faceva sentire dentro il rimorso profondo per il mio comportamento. Ma che ci potevo fare? tutto era iniziato senza volerlo, istintivamente. Rimpiansi di non essermi goduto la gioventù, di non aver fatto abbastanza sesso quando ero ragazzo. Se mi fossi saziato allora, poi non mi sarebbe capitato di provare un languore dentro nel guardare il corpo del mio nipote più amato. Ma guarda un po’ se con la vecchiaia dovevo diventar maniaco sessuale, mi dicevo.
Dopo due settimane, Robertino si ripresentò allegramente come non mai. Io, nel solo vederlo, mi sentii più leggero di una piuma. Ritornai di colpo felice e giulivo.
“Ah zietto, scusame se non t’ho venuto a trova’. Me s’è scassato il motore. Me ce vorrebbe un motore nuovo, ma mamma dice che me posso attacca’ al tram. Mò, lo rimesso a posto, ma non so se dura.”
“Mi hai fatto star male, nipote mio, vienimi a dare un bacio e stringimi forte.” Mi si abbatté addosso stringendomi a più non posso con la sua solita affabilità.
“Zietto, scusa, scusa non te volevo fa soffrì.”
Gli occhi mi diventarono lucidi.
“Non lo fare più… E quanto costa sto motore?”
“Quattromila euri”.
“Quanto?” richiesi stralunato.
“Quattromila.”
”Costano così tanto?”
”E zietto, anzi ce ne sono che costano venti e trenta mila.”
Io credo che inconsapevolmente ricominciai a guardarlo. Era più bello che mai. S’era probabilmente appena fatto i capelli dal parrucchiere e non so che cosa ci avesse in faccia, ma sembrava bello come il sole.
Stemmo a parlare per un bel pezzo e del motore e della scuola e delle ragazzine. Ogni tanto si ricordava una barzelletta e me la raccontava. Più che altro era lui a parlare e parlare,ma io non riuscivo a seguirlo molto perché ero troppo distratto dal belvedere che era.
Ad un certo punto mi dice: “Ah zietto, ma tu non me stai a senti’. Ho capito, dai…”
Sorridendo alla sua maniera, mi viene a dare un bacino nella fronte. Poi se comincia a slacciare la cinta dei pantaloni. Ci aveva l’ultimo jeans e le mutande di Dolce e Gabbana che gli facevano vedere mezzo sederino. Ed era proprio quello che mi distraeva da quando era arrivato.
“Che te voi prova’ qualche pantalone?” gli chiesi.
“Ah zietto, lassa sta’ a roba. Te voglio fa’ un regalo io, ché se a te non ce penso io, chi ce pensa?”
Si cala i pantaloni alle caviglie e si viene a buttar con la pancia sulle mie cosce. Io ero seduto sulla mia poltrona preferita e mi ritrovai il sedere di mio nipote dentro le mutande arancione di Dolce e Gabbana sotto i miei occhi. In un attimo, con uno sguardo d’insieme gli feci come una foto che rimase impressionata nella mia testa. Un po’ di schiena nuda sotto il maglione, i glutei che s’innalzavano e che si andavano a nascondere dentro le mutandine e le cosce che ne uscivano di sotto con una peluria rada.
“Che è?” gli faccio sbigottito, piacevolmente sbigottito.
Lui si gira la testa, mi guarda, sorride e alla sua maniera, un po’ alla presa per il culo, un po’ da figlio di zoccola, mi dice: “Ah zietto, so’ otto mesi che ce fai l’amore”.
Mi sentii scoperto. Al figlio di zoccola non era sfuggito il mio sguardo allucinato.
Poi il suo viso si rattristò un po’ mentre mi diceva: “Zietto, tu che ne hai avuto della vita, solo i sordi. Non hai mai avuto una persona che te voleva bene davvero. To faccio toccà perché te voglio bene e nun te preoccupà, nun te creà fisime, basta che non glielo vai a dì a mio padre, che m’ammazza.”
Mi sentii mortificato e sommessamente gli dissi: “Se glielo vado a di’ a tuo padre, quello prima ammazza me.”
“Allora siamo a posto, zietto. Io non dico niente, tu non dici niente. Ma che fai, non te và?”
“Nipote mio, me sento a disagio. Come non mi va? me andrebbe sì, ma…”
”Zietto, ma te vo’ spiccia’, mica posso rimane’ fina a sera io.”
“Non è che te fa schifo.”
”Schifo de te? Ma sei scemo. Allora, o te spicci o me ne vado.
“Vabbe’, allora te tocco.”
Dio mi deve perdonare, ma non resistetti e cominciai ad accarezzare il culo del nipote mio. Non avrei mai immaginato che il culo di un ragazzino potesse essere così conturbante, ma ero spinto anche da buoni sentimenti perché gli volevo un’immensità di bene.
“Zietto, come va?”
”Bello, Roberto, è il culo più bello che abbia mai veduto. Uno spettacolo.”
“E che ci aspetti, zietto. Le vuoi calare stè mutandine o no?”
“Posso?”
“Zietto, ma tu poi fa’ quello che voi!”
“Si, quello che voio, ma che dici?”
Ci calai le mutandine. Che bello che era, che sole, che luce, che forma.
“Roberto, posso toccà?”
“Poi fa’ tutto, zietto.”
Io non ragionavo più. Le carezze che gli feci furono infinite e non riuscivano a saziarmi. Che pelle liscia, che seta, che dolcezza quelle collinette che s’alzavano dalla schiena e discendevano sulle cosce. Però me mantenevo all’esterno, sulle chiappette. Non m’azzardavo di fare altre cose che l’avrei desiderate tanto.
“Zietto, dammi la mano… Non questa, la destra.”
“Che ce devi fa’?”
“Tu dammela!”
Mi prese la mano e s’infilò il medio in bocca e cominciò a leccarlo tutto.
“Ah zietto, c’hai delle belle dite grosse e ruvide. Se vede che hai lavorato tanto, povero zio” poi mi restituisce la mano e mi dice: “Mò infilalo nel buco.”
“Nel buco, e se te faccio male?”
“Nun te preoccupà, non me fai male. Dai affondalo e datti una smossa. Scusa, zietto. Nun te preoccupà.”
Gli divaricai i glutei e morii di gioia nel vedergli il buchetto del culo tutto rosa con una peluria rada che arricchiva la sua bellezza. Puntai il dito in quel buchetto e lo infilai con grazia. Godetti del calore che mi avvolse quel dito benedetto, del piacere di sentire il mio nipotino dal di dentro. Cercai di ficcarglielo più in profondità che potessi.
“Hai visto zietto che non m’hai fatto male. E muovilo sto dito sennò che piacere ce provi?”
“Così?” gli chiesi
“Se vuoi anche di più… Ecco così… Così mi piace.”
“Che provi?” gli chiesi
“Mi ricorda di quando la mamma mi fa il clistere. Pensa che l’ultima volta è stato tre mesi fa. A volte le mamme non s’accorgono che i figli sono diventati grandi e che certe cose non se ponno più fa’. Me mettevo così come so’ adesso con te, sopra le sue cosce. A me, te devo di’, non mi dispiace il clistere. Il fatto è che io non so se sono le mani di mamma così setose che mi toccano a famme impazzi’ o il beccuccio del clistere dentro il culo, ma a me piace fare il clistere. Tu lo sai come so’ fatto, che scherzo sempre. L’ultima vota ho cominciato, un po’ per finta un po’ per vero, a fare gemiti di piacere. Gli facevo tipo: ah, bello, così, mi piace, mettimelo in fondo al culo. E lei si è un po’ risentita e m’ha preso a sculacciate. Poi me fa: ‘e queste te piacciono pure?’ Mi sa che di clisteri la mamma non me ne farà più e mi dispiace. Se te debbo dì la verità zietto, neanche sto dito tuo è niente male.”
Io cominciavo a sentir caldo da morire. Me stavo ad eccitare in una maniera tale che il cazzo imprigionato dalle mutande me faceva male. Gli chiesi a Roberto di spostarsi un po’ per sistemarmelo. Lui si alzò e me disse: “Ah zietto, te funziona ancora?”
“Certo che me funziona, che credi?”
Si mise a ridere alla sua maniera e, con la spontaneità che gli era propria, si denudò completamente.
“Zietto, dai facciamola completa. Calati sti pantaloni che te faccio gode’ e nun me fa’ arrabbià. Dai… “
Vedendo che io tentennavo, mi si avvicinò e lui stesso cominciò a sbrogliare la cinta, a sbottonarmi la patta e a calarmi i pantaloni e le mutande.
Io credo di essere impazzito perché non mi trattenni più.
“Nipote mio, sei la mia gioia, te voglio bene… Sei un angelo venuto dal cielo, calati figlio mio che faccio presto presto.”
“Per me poi fa’ con comodo. Voio fatte felice, zietto.”
“Calati amore, mostrami sto bel culo più dolce di una cassata, metti all’aria sto buchetto zuccherato come una ciambellina che sento troppa l’urgenza di mangiarmeli. Fatte inculare, nipote mio, fammi gode’”
Roberto si mise i ginocchi sul cuscino del divanetto, s’appoggiò le mani sulla spalliera e si calò la schiena lanciando il suo bel culo verso il cielo. Sembrava la pista di un aeroporto. Presi l’aereo e cominciai le manovre di atterraggio.
“Ahi, zietto…”
“Che c’è?”
Se mise a ridere: “Non è quello il buco, vai più giù.”
“Scusami, la fretta mi ha fatto trasalir.” E poi: “Se te fai male, dimmelo che lo esco fuori.”
E lui: “Ma te voi sbriga’! Mica posso sta’ in questa posizione tutta ‘a vita. Me voi sfonda’ o no?”
“Ora te rompo il culo” gli dissi per scherzare.
“Bravo zietto, è così che te voglio sentì parla’.”
“Sta entrando!” mi disse ed era vero. Sentivo il calore che prima mi avvolgeva il dito adesso tutto intorno al cazzo. Sembrava un forno quant’era caldo quel culo bello del nipote mio.
”Spingilo dentro, zietto, fino in fondo.”
Il cazzo entrò franco, tutto quanto senza ostacoli e senza un grido. Mi venne un dubbio: “Ah Roberto?”
“Che c’è?”
“Il cazzo è entrato tutto quanto!”
“E allora?”
“Ma te pare che so’ nato ieri?”
“Che voi di’, zietto?”
“Voglio di’ che non sono stato io il primo ad avere avuto sto culo, è vero?”
“Zietto, noi due siamo omini di monno. Le cose le sai come sono. Ma pensa a me: ‘e spese dei regalini pe’ ragazzine mie, la pizza ogni settimana, ‘a discoteca, i sordi per la benzina, ‘e ricariche telefoniche e adesso pure i sordi per comprarmi il motorino. Tutti sti sordi come li trovo? Me l’hai detto tu come.”
“Che t’ho detto io?” chiesi costernato.
“Te ricordi? Hai detto che se non approfitto adesso a sfruttare sto bel culo poi, quando se rinsecchisce, me posso attacca’ al cazzo.”
Che figlio di zoccola. Ma a me sta cosa mi dispiacque assai.
“Allora facciamo una cosa, nipote mio. Mò, il motorino te lo compro io e se ti servono sordi li chiedi a me, ma tu il culo non lo dai a nessuno.”
“Per me va bene, zietto. Se tu mi dici così, io ci sto, ma ad una condizione però.”
“Che cosa?”
“A te te lo voglio da’ sto culo mio finché è bello tutte le vote che voi. Mi fa’ felice farti felice.”
“Solo a me, però. Giura.”
”T’ho giuro zietto.”
“E ora nipote mio statte zitto e fammi cazziare in santa pace che me lo voglio godere tutto sto bel culo.”
“E vai zietto, trombami come si deve e godi. Te voglio un mare di bene.”
“Anch’io, amore mio, te voglio bene”.
“Ah zietto, quanno stai pe’ veni’ tirami delle cannonate in culo da famme male”
“Te faccio grida’, nipote mio, te faccio grida’!”
A mio nipote c’ho comprato il motore e non gli faccio mai mancare i soldi. Parlando con voi, vi posso dire che l’ho fatto anche mio erede unico. Non me ne pento. Una volta a settimana mi fa godere; a volte mi basta un pompino, altre volte non posso fare a meno di fargli il culo. Lui si da con piacere e non mi fa mancare il suo affetto. Voi pensate che lo fa per i soldi. Io non lo so, non m’importa. Per me, va bene così.



Votazione del Racconto: 6.4
Ti è piaciuto??? SI NO


Disclaimer! © Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.



Commenti per il mio nipotino carissimo:





Per lasciare un commento fai il login o unisciti a noi, è gratis!



Sex Extra