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Ammucchiata incestuosa

           di edipo46

 Scritto il 13.06.2011    |    Letture: 44.621  |    Votazione 9.1:

"Prima di addormentarci io e mio cugino ci scambiammo un cenno di intesa alzando entrambi il pollice per aria, come per dire che ce l’avevamo fatta e che non..."
Ammucchiata incestuosa

1.
Io e mio cugino Marco siamo praticamente cresciuti insieme, come due fratelli più che come cugini, e fratelli ci consideriamo a tutti gli effetti. Figli di due sorelle che abitano vicino e che sono anch’esse molto intime, essendo coetanei età, frequentiamo la stessa scuola e ci siamo sempre divisi tutto: sogni e speranze, confidenze e amicizie, illusioni e delusioni.
Ma ciò che abbiamo condiviso maggiormente sono stati i turbamenti dell’adolescenza, a cominciare dall’attrazione, morbosa quanto segreta, per le nostre madri o, meglio, per le rispettive zie. Per cui, quando restavamo da soli in casa, non esitavamo a frugare nella loro biancheria intima ed a masturbarci furiosamente, immaginando di possederle, magari assieme. Accadeva anche che, nel masturbarci, finivamo per toccarci reciprocamente nelle parti sensibili, in un’atmosfera di latente omosessualità, e per sborrarci l’uno addosso all’altro, invocando con le espressioni e le esclamazioni più oscene ciascuno il nome della mamma dell’altro.
Le nostre madri sono due belle gnoccone, due signore mature molto piacenti. Elena, la mamma di Marco, 49 anni, alta 1.70, mora con folti capelli neri lisci, robusta, almeno una 50 come taglia, con due seni da quinta misura che si tengono su da soli, un culo da favola tondo e prosperoso, molto spesso messo in risalto da gonne attillate, gambe sode, un viso procace da maialona.
Giuliana, mia madre, 51 anni, più o meno della stessa altezza della zia, anch'essa mora ma con capelli mossi quasi ricci, un po' più robusta, una buona 52 di taglia, con due mammellone traboccanti che soffrono a stare dentro le coppe dei reggiseni, con le forme arrotondate di una bella 50enne, con un trucco marcato e con un’espressione provocante da troia matricolata (è un po’ forte dire ciò della propria mamma, ma è la verità).
Io (Gianni è il mio nome) e mio cugino Marco siamo invece due 18enni alti quasi 1.80, piuttosto magri, con una peluria diradata sulle guance e sul petto, con occhi cerchiati di nero per le troppe seghe, permanentemente arrapati. Non è che non abbiamo avuto attenzione per le nostre coetanee, ma il petting non era quello che cercavamo; la donna matura ed esperta era quella che sollecitava il nostro bisogno di sfogo e di protezione al tempo stesso, il rapporto familiare aggiungeva il gusto irresistibile del proibito.
Era da quando avevamo 14 anni che continuavamo a consumarci in interminabili seghe; raggiunta la maggiore età ci proponemmo di darci da fare per passare dai sogni alla realtà, e cominciammo a fantasticare su come scoparci le nostre zie, convinti come eravamo che le nostre madri, a quel che avevamo capito spiando e origliando, erano sessualmente molto vogliose, ma del tutto insoddisfatte dai rispettivi mariti.
Un pomeriggio avevamo carpito, non visti, un brano inequivocabile della loro conversazione.
“Senti Elena, non so tu, ma io non mi rassegno a fare a meno del cazzo…”, diceva mia madre.
“Perché? Matteo non ti soddisfa?”, chiedeva un po’ maliziosamente zia Elena, mostrando finta meraviglia.
Al che mia madre sbuffando replicava:
“Lo sai bene che, se scopa una volta al mese, è già tanto … ma io non ho nessuna voglia di reprimere le voglie che ho, con tutti i cazzi che ci sono in giro! ma tu non fare l’ipocrita … perché a te come va, con Ermanno? tutto bene? ho capito male o anche tu ti lamentavi l’altro giorno?”
A quel punto, sospirando forte, zia Elena aveva convenuto:
“E’ proprio così… questi uomini sono una frana, usano il letto solo per dormire … e dire che debbo sforzarmi di far finta di nulla dinanzi alle proposte molto esplicite che ricevo”
A quel punto le due donne si erano messe a scambiarsi confidenze sui rispettivi ammiratori. E restammo alquanto sorpresi che, nell’elenco, ci mettessero non solo i negozianti privilegiati (dal macellaio all’edicolante) e alcuni colleghi dei nostri padri, ma addirittura i cognati, cioè i fratelli dei loro coniugi, come zio Cesare e zio Flavio, che a noi davano l’idea di una dirittura morale incrollabile.
“Guarda Giuliana, che Cesare non va per il sottile. Mette corna alla moglie a tutto spiano e, da quello che ho potuto intravedere, ce l’ha bello grosso! sai che goduria un bel cazzone come il suo dentro la figa!”
“Uuhhmmm … Ma anche Flavio non lo sottovalutare. Sembra una pecora morta, ma in ufficio si dà da fare, me l’ha confermato una mia amica…”
“Insomma, se è così, ci siamo sposati i fratelli sbagliati!”, aveva esclamato mia madre, ed erano entrambe scoppiate in una fragorosa risata.
Anche quella conversazione non aveva fatto altro che accentuare il nostro arrapamento e la nostra volontà di approfittare delle voglie insoddisfatte delle nostre madri. Erano fantasie folli le nostre, ma per la voglia che avevamo eravamo convinti di riuscirci prima o poi.
L’occasione, che giudicammo irripetibile, venne l’estate di quell’anno: avevamo appena superato la maturità e avremmo passato una ventina di giorni in una località balneare dividendo lo stesso appartamento, e per giunta senza la presenza degli zii-papà che per esigenze di lavoro ci avrebbero raggiunto solo nella terza settimana.
L'appartamento di vacanza era composto da tre camere, una per noi ragazzi, una per i miei e una per mia zia Elena e suo marito.
Considerato che mio padre e mio zio ci avrebbero raggiunto solo successivamente, le nostre madri preferirono stare insieme ed occupare una sola stanza.
I primi due giorni passarono senza che succedesse nulla, ci riempimmo gli occhi spiando le nostre prede in spiaggia o a casa durante le pennichelle pomeridiane. E continuammo ad origliare le loro confidenze spregiudicate, con apprezzamenti irriferibili sui quei coglioni dei mariti.
Quando le due donne si facevano la doccia, correvamo in bagno ad annusare i costumi appena tolti, e finivamo di far sbollire l’eccitazione con la classica sega omosex sotto la doccia. Ma non riuscivamo ancora a capire come uscire dall’impasse e stavamo diventando sempre più nervosi ed impazienti.
Il terzo giorno decidemmo di progettare qualcosa. Marco mi disse che, forse, l’unica strada da percorrere era cercare di far ubriacare le nostre madri che non reggevano il vino e che l’occasione poteva essere quella di una festicciola da metter su per il suo compleanno che, fortunatamente, cadeva proprio qualche giorno dopo. Negli anni scorsi la ricorrenza era passata in maniera un po’ routinaria, con una bella serata in discoteca con gli amici. Quest’anno ci inventammo una brutta litigata con gli amici di sempre e giustificammo in tal modo la necessità di festeggiare in famiglia. Le nostre mari restarono meravigliate della nostra scelta, ma poi dissero che era una buona occasione per stare insieme in allegria.
Dovemmo pazientare ancora due giorni, prima della cena fatidica. Per tutto il giorno, in attesa della sera, cercammo di rendere il clima euforico, non lesinando alle nostre madri ammiccamenti e complimenti a doppio senso, in un gioco di equivoci ai quali le due sembravano volersi prestare di buon grado.
All'ora di cena ci sedemmo a tavola, naturalmente con gli abiti comodi della villeggiatura. Io indossavo un paio di pantaloncini con una maglietta a girocollo, Marco aveva un abbigliamento analogo, zia Elena portava una gonna lunga fino al ginocchio con una camicia bianca un po' sbottonata, che lasciava intravedere il solco dei seni; mia madre Giuliana aveva invece un camicione lungo fino al ginocchio e abbottonato sul davanti, ma slacciato sul petto, sia per il caldo sia per la prorompenza dei suoi meloni.
La cena andò avanti in un clima molto allegro, quasi goliardico, fummo molto attenti a riempire di continuo i loro bicchieri cercando nel contempo di rimanere noi lucidi il più possibile. Verso le 10 di sera zia Elena e mia madre erano già abbastanza brille ed euforiche, proprio come noi speravamo; ridacchiavano in continuazione e adoperavano un linguaggio molto disinvolto sfottendoci per le nostre timidezze in fatto di sesso.
Ci accomodammo tutti sul divano ed io e Carlo convenimmo che era il momento di alzare il livello spinto delle battute. Iniziammo ad abbracciarle con insistenza, a toccarle, anzi a palparle in maniera sempre più disinvolta. Tanto che, ad un certo punto, zia Elena si scosse ed esordì:
"Giuliana, ma non hai l'impressione che questi due birbanti ne stiano approfittando del fatto che stasera abbiamo bevuto un pò? "
"Che vuoi dire, Elena?"
"Beh, a me sembra che facciano un pò i polipetti … sento le mani di tuo figlio dappertutto"
Sentendomi scoperto cercai di minimizzare, scherzandoci sopra:
"Ma dai zia, cosa vai a pensare! … ti sembra possibile che due ragazzi come noi si mettano ad approfittare di due tardone come voi, che sono per giunta zia e madre" e scoppiai in una fragorosa risata.
La battuta si dimostrò efficace perché mia madre, forse un pò più brilla, rispose a tono e ridendo anche lei disse:
"Eh già! noi saremmo delle tardone … ma piuttosto voi cosa volete approfittare, ragazzini di latte? cosa sareste in grado di fare, se non riuscite a cavare un ragno dal buco con le gallinelle della vostra età?"
Mio cugino Marco fu lesto a cogliere la palla al balzo e, cominciando a sbottonarle i primi bottoni, la apostrofò:
"Ah, è così zia? metteteci alla prova … e poi vediamo se non siamo capaci di nulla"
Marco seguitava imperterrito ad aprire il camicione di mia madre che, presa dall’euforia, lo irrideva ma lo lasciava fare. Sulle prime mi sentii un po’ imbarazzato, ma poi, per un impeto di orgoglio ed eccitazione, iniziai anch'io ad allentare qualche bottone a zia Elena che però, essendo più lucida, mostrava qualche resistenza.
Difatti, mentre io ero riuscito a allentare soltanto due bottoni della camicetta e lottavo con la zia che continuava ad allontanare le mie mani, vedevo mio cugino palpeggiare liberamente l’enorme seno di mia madre che, a giudicare dai capezzoli inturgiditi come due chiodi, dava chiari segni di eccitazione.
In breve Marco riuscì a slacciare completamente il camicione di mia madre, mettendo in evidenza i suoi slippini bianchi velati in contrasto con la folta peluria nera del pube. Mamma era davvero un bel boccone, con quel suo corpo opulento e invitante. Quella vista scatenò la mia eccitazione e, con una forza e una decisione che non sospettavo di avere, sollevai la gonna a zia Elena e le scoprii tutte le cosce e il bassoventre, constatando che anche lei aveva un paio di slip bianchi in contrasto con il pelo nero. Anche zia Elena, a guardarla così, era più arrapante che mai, e la sua debole resistenza aumentava ancor più la mia foga e la mia voglia.
Intanto mia madre, eccitatasi come non mai, diceva:
"Ma guarda questi due birbantoni! vogliono fare i porcelloni con le zie… ma allora vi piacciono veramente le tardone?"
Zia Elena tentava ancora di resistere:
"Dai, smettiamola!quando si scherza si scherza … ma ora mi sembra che il gioco si stia facendo un pò troppo pesante…"
Ma mia madre era partita e, in preda al desiderio, le rispose:
"Ma no Elena, dai che ci divertiamo… vediamo cosa sono in grado di fare questi due pivellini?"
Io e Marco ci guardammo negli occhi e, facendoci l’occhiolino per dire che le cose si erano messe per il verso giusto, tirammo fuori i nostri piselli già a baionetta e li posizionammo davanti ai volti stralunati delle due donne.
Dopo una decina di secondi di incertezza, Marco avvicinò il suo pene alla bocca di mia madre e lo fece scivolare dentro, e lei senza battere ciglio iniziò un pompino fantastico che solo a guardare faceva venire la voglia. A sua volta zia Elena, quasi a voler vendicare il figlio, afferrò di forza la mia asta e iniziò una specie di gara di spompinamento con la sorella.
Una scena incredibile, una sensazione indescrivibile. Ad un certo punto Marco tolse il pisello dalla bocca di mamma Giuliana ed iniziò a denudarla, le tolse il camicione, oramai completamente sbottonato, e slacciò l'enorme reggiseno; balzarono fuori due enormi tette, tanto che la mia asta e quella di Marco ebbero come un sussulto. Carlo si riversò sopra quelle montagne di carne morbida e iniziò a palpeggiarle e a trastullarsi con le dita e con la bocca. Feci la stessa cosa con zia Elena e mi avventai prima sulle sue tette, poi in mezzo alle sue cosce in cerca della sua caverna pelosa, già grondante di umori.
Il clima si era ormai surriscaldato e, in preda ad una eccitazione incontrollabile, esclamai:
"Beh, pensate ancora che siamo due pivellini?"
Allora mia madre:
"Come inizio non c'è male… ma voglio proprio vedere fin dove arriverete e soprattutto fino a quando resisterete!"
A sua volta zia Elena:
"Dio, che fame che avete! ma diteci, da quanto è che accumulate questo desiderio? chissà quante seghe vi siete fatti pensando a noi!"
A quel punto Marco non si trattenne:
"Ad essere sinceri fino a stamattina. Ci avete fatto penare tanto, ma ora la pagherete cara… "
Le due donne mostrarono di gradire la confessione di Marco, evidentemente sentirsi oggetto del desiderio di due giovani le inorgogliva. Le avevamo denudate e si erano allungate sul divano. I fumi del vino ci avevano aiutato a semplificare le cose. Ci distendemmo su quei corpi carnosi e iniziammo quasi contemporaneamente a penetrarle: vedere i nostri cazzi profanare quelle caverne oleose e vogliose ci dava un’emozione sconosciuta.
Ad ogni colpo le due donne ansimavano e mugugnavano, erano calde e bagnate, sentivo il mio cazzo affondare in una spugna di carne infuocata; il mio sguardo, però, si posava insistentemente su mia madre e sulle sue enormi zinne che sobbalzavano sotto i colpi di mio cugino, e il suo sguardo spesso incrociava il mio in un misto di desiderio, perversione e vergogna.
Pompammo per un bel po’, dimostrando una discreta capacità di resistenza. Le due donne, con le cosce spalancate, ci tiravano dalle natiche per farci sprofondare di più, e non trattenevano gemiti e risolini di piacere.
Il primo a sborrare fu Marco che, tirato fuori il pisello, lo poggiò sulle tette di sua zia Giuliana e le schizzò quasi in volto; lei per ricambiare si abbassò e, ripreso il cazzo in bocca, lo ripulì per benino. Anch'io, vedendo la scena, lo tirai fuori e lo avvicinai alle labbra di zia Elena che, appena lo vide prossimo a sborrare, aprì la bocca e ingoiò tutto ripulendomelo splendidamente.
Che scopata fantastica! Era stato più facile del previsto! Ci sdraiammo esausti per terra e rimanemmo in silenzio per molti minuti, un pò per la spossatezza, un pò per un riflesso di pudore. Le nostre madri, sdraiate e semiappisolate, esponevano indecentemente i loro corpi nudi e disfatti; un odore acre di umori inguinali aveva riempito la stanza. Restammo riversi e rilassati sino a mezzanotte, quando, piano piano, l’uno dopo l’altro ci alzammo e, arrancando nel corridoio, raggiungemmo le nostre camere.
Prima di addormentarci io e mio cugino ci scambiammo un cenno di intesa alzando entrambi il pollice per aria, come per dire che ce l’avevamo fatta e che non finiva lì.



2.
Erano le 8:30 del mattino quando ci svegliammo e la prima cosa che ci chiedemmo fu se quella fantastica scopata fatta la sera prima era stata un sogno o era accaduta realmente.
"Gianni!", esordì Marco con aria preoccupata e pensierosa, "abbiamo realizzato il nostro sogno… ci pensi? ma ora, passato l’effetto del vino, chissà cosa diranno le nostre madri?"
"Marco, non lo so, sono anch'io perplesso.
Certo è stato stupendo e devo confessarti che non provavo nessuna gelosia mentre tu ti facevi mia madre, anzi la cosa mi eccitava tantissimo…"
"Anch'io ho provato una strana sensazione, Gianni, quando ho visto mia madre nuda che ti succhiava il pisello… e non ti nascondo che avrei voluto che al posto del tuo cazzo ci fosse il mio…"
"Ma che maialoni che siamo! Marco, stiamo parlando delle nostre madri e vogliamo scoparcele? Forse stiamo impazzendo…"
"Gianni, ora viene il bello: dobbiamo affrontarle. "
Le nostre menti erano confuse, non sapevamo come comportarci, il dubbio di averla fatta grossa ci prendeva.
Arrivati in cucina trovammo le nostre madri che sedute al tavolo consumavano la loro colazione con i volti stravolti. Salutammo con il classico "buongiorno", loro farfugliarono una risposta senza guardarci.
Un clima surreale. Eravamo lì in silenzio seduti tutti e quattro attorno ad un tavolino senza che nessuno avesse il coraggio di parlare, la tensione nell'aria era palpabile.
Ad un certo punto cercai di rompere il giaccio e, facendo finta di nulla, tentai una goffa diversione:
"Scusate, oggi non si va in spiaggia?"
Zia Elena rispose con una voce quasi roca e con la testa appoggiata sulla mano:
"Io non ne ho voglia!"
Mia madre rimase in silenzio, io e Marco ci guardammo negli occhi con l'espressione di chi aspetta da un momento all’altro una bastonata. Il silenzio durò per altri tre-quattro interminabili minuti finchè mia madre, con una voce rotta dall'emozione, iniziò:
"Ragazzi... quello che è successo ieri sera è stata una cosa che non sarebbe mai dovuta succedere… eravamo tutti un pò brilli e ci siamo fatti prendere la mano. Quello che abbiamo fatto è inaudito… solo che ci penso mi viene da impazzire! è successo, abbiamo sbagliato… ma ora spero che non ci consideriate delle… come dire… insomma… delle puttane!"
Temevamo di peggio, invece erano loro a fare l’autocritica.
"Ma no mamma, è che… "
"Gianni, lasciami finire. Io e zia Elena ne abbiamo parlato… la cosa deve finire qui, e dobbiamo dimenticare tutto..."
Zia Elena non parlava e continuava a tenere lo sguardo basso. Io per difendermi dissi:
"Ma no mamma, non potremmo mai considerarvi delle put… come dici tu… è che vi abbiamo sempre visto come due donne stupende, magari un pò trascurate dai loro mariti, e non volevamo che finiste tra le braccia di qualche estraneo …. abbiamo pensato che una allegra distrazione vi avrebbe fatto bene…”
Mia madre mi rivolse un’occhiataccia, mi affrettai a spiegarmi meglio:
“Scusate, scusate… sto scherzando, volevo solo farvi sorridere… il vino ci ha fatto questo scherzo… beh, facciamo conto che abbiamo fatto un sogno… perché? sognare non si può?"
Queste parole ebbero l’effetto di rasserenare subito il clima e di far sorridere mia madre e zia Elena, forse era la giustificazione che esse stesse andavano cercando.
"Certo Gianni, un sogno", disse mia madre, "un sogno e, a dire la verità, anche un bel sogno!"
Notavo nello sguardo di mia madre qualcosa di strano, come se l'arrabbiatura si stesse trasformando in complicità, così ne approfittai subito:
"Anche per noi è stato un sogno stupendo… ce l’eravamo immaginato tante volte mentre… mentre ce lo tiravamo… e voi non ci avete per nulla deluso"
"Ah, lo senti? abbiamo superato l’esame!”, disse polemicamente mia madre.
“Beh, a dire il vero loro due l’esame l’hanno superato ampiamente!.... io parlo di Gianni …. per Marco deve esprimersi zia Giuliana! "
Lo sguardo di Elena cercò quello di mia madre la quale annuì con la testa. Io mi alzai ed abbracciai mia madre sedendomi sulle sue ginocchia, Marco mi seguì e fece lo stesso con sua madre.
Marco sospirò profondamente e, tutto giulivo, esclamò:
"Allora siamo perdonati?"
"Sì, sì, vi perdoniamo”, risposero quasi in coro tutt’e due, “ma… ma dovete tenere la bocca chiusa con tutti! intesi?"
Io, tirando fuori una faccia tosta che meravigliò anche me stesso, dissi guardando mia madre e mia zia:
"Beh, visto che abbiamo fatto pace, perché con festeggiamo l'evento … magari…?"
Mia madre e mia zia mi guardarono alzando le sopracciglia e, con un tono di falsa indignazione, mia madre mi rispose:
"Ma guarda che faccia tosta! ma non starai mica provandoci di nuovo? ma siete due maiali… ma guarda guarda! niente niente pensate di sostituire i vostri papà?"
Io, cogliendo nel suo dire un che di maliziosa complicità, risposi:
"Scusate, ma cosa ci sarebbe di male a sognare di nuovo? in fin dei conti è piaciuto sia a noi che a voi……"
Mia madre e zia Elena si guardarono negli occhi e accennarono ad un sorriso; ne approfittai subito per infilare una mano nel pigiama di mia madre e per toccarle un seno; lei mi guardò e, con uno sguardo languido, mi chiese:
"Ma sei proprio un depravato, figlio mio! Vuoi vedere che, dopo la zia, vuoi provarci anche con la mamma?”
Abbozzai un sorrisino per vedere meglio le sue intenzioni. Dopo una piccola pausa le sentii dire, come a voler saggiare le reazioni di tutti:
“Se si risogna si risogna…. vuol dire che, come ieri sera, zia e nipote …. madre e figlio no, non si può!"
A quel punto intervenne Marco, che anche lui aveva preso a manipolare il seno di sua madre:
"Dai zia Giuliana, e che sarà mai? sarà un altro nostro segreto!"
Le due donne si guardarono nuovamente negli occhi, si scambiarono un piccolo sorriso ironico, poi si alzarono e cominciarono a muoversi verso la camera da letto, tirandoci per la mano. Non esitammo ad avvinghiarci a loro, ognuno di noi palpeggiando disinvoltamente il culo della propria madre.
In camera da letto la zia e la mamma si spogliarono e si stesero sul letto una vicina all'altra. Alla vista di quei corpi in offerta i nostri cazzi non stavano più nel prepuzio; ci posizionammo tra le loro gambe iniziando a leccare le due fiche nere, mentre loro gemevano e ci scarmigliavano i capelli. Dopo cinque minuti ci mettemmo nella posizione classica del 69: vedere mia madre che mi succhiava il cazzo mentre io le lappavo la fica che sbrodolava fu una delle sensazioni più sconvolgenti mai provate nella vita.
Zia Elena nel frattempo si dava da fare con il figlio Marco e sembrava che volesse ingoiargli il pene, tanta era la foga con cui glielo succhiava, facendolo esultare per la goduria.
Mi staccai dalla presa e, guardando mia madre con aria da gran maiale, le dissi che non ce la facevo a resistere più, volevo chiavarla nella figona. Accondiscese docilmente, la feci mettere a pecorina e la penetrai da dietro con tutta la mia forza. Marco mi imitava in tutto e per tutto e fece la stessa cosa con sua madre. In breve ci ritrovammo fianco a fianco a pompare le nostre madri alla pecorina che, con la faccia stravolta dal piacere, si guardavano e si complimentavano per la nostra bravura.
Sentii Zia Elena esclamare con voce affannata:
“Giuliana, questi nostri ragazzi sono due stalloncini! Li avevamo sottovalutati!”
La febbre cresceva ed io, in preda all'eccitazione più travolgente, dissi a mia madre che avevo un desiderio che non mi toglievo dalla testa, volevo il suo culone. Rispose allarmata:
"No Gianni, non esagerare! sono vergine di dietro, non l'ho mai fatto! ti prego, continua nella figa!"
Ma zia Elena mi venne in soccorso:
"Giuliana, ti sbagli, guarda che è un piacere da provare …. una volta passato il dolore iniziale, ti assicuro che è bello… "
Marco, fingendo meraviglia:
"Come mamma, hai il culo rotto? è stato papà?"
E lei:
"Sì, tuo padre... appena sposati"
"Beh, allora lo voglio anch'io"
Così Marco sfilò il cazzo dalla fica di sua madre, le allargò le chiappone con le mani e con un colpo preciso e secco la inculò. Zia Elena emise un urletto di dolore, ma subito dopo lo incitò:
"Oh che bello! dai Marco, inculami a dovere, fammi godere... oh che bel cazzo che hai, figlio mio!"
A queste parole anche mia madre si convinse:
"Va bene Gianni, proviamoci... ma fai piano, ti prego dai, proviamo qualcosa di nuovo… sì, chiava tua madre in culo"
Tirai fuori il cazzo dalla figa e l'appoggiai vicino al foro anale, iniziai a spingere, ma l’ano era stretto e lei stessa non rilasciava i muscoli. Introdussi due dita nella sua figona colante e umettai il buco con quegli umori; dopo un paio di tentativi riuscii a far scivolare la cappella del mio glande nelle viscere materne, mi fermai per assestare l'asta nel culo e per prendere fiato, mentre mia madre, dopo un respiro liberatorio, disse:
"Dai piccolo, sei dentro… sì, ora comincia a muoverti lentamente... fai godere la mammina"
Iniziai a muovermi con ritmo blando aumentando un pò alla volta i colpi che via via si facevano sempre più violenti; ad ogni colpo mamma ansimava e si dimenava dando pieno sfogo al suo piacere:
"Uuuhhm hai ragione Elena, è stupendo! cosa mi sono persa! ho il culo in fiamme, ma non smettere… dai sfondami, dai Gianni, sto godendo!"
La pistonai a lungo, poi le sborrai nello sfintere che sembravo un fiume in piena, Marco mi seguì a ruota. Mentre loro gemevano e urlavano di piacere, io gridai:
“Ooohhhh finalmenteeee …… mamma sei miaa!!”
E Marco:
“Ooohh mamma era quello che sognavo da annii!!”
Le due sorelle, distese a pancia sotto l’una accanto all’altra, si guardarono con gli occhi appannati dal godimento, si scambiarono un bacio languido ed esclamarono all’unisono:
“Siete due maiali!!”
Al che io e Marco rispondemmo anche noi in coro:
“Degni figli di due porcone come voi!”
Eravamo andati ben al di là dei nostri sogni. Ci eravamo scopate le nostre madri; addirittura, ce le eravamo inculate. Di più, avevamo dato avvio ad un rapporto che prometteva di non essere passeggero.
I giorni che seguirono furono un crescendo di lussuria incestuosa. Avevamo intrecciato una tresca perversa, scatenando la libidine repressa delle due donne.
Andammo avanti per tutto il resto della vacanza con un doppio registro, comportandoci in spiaggia come una classica famigliola in vacanza e a casa facendo le porcate come mai avremmo immaginato, con chiavate di gruppo e nelle posizioni più ardite.
La più arrapante fu incularle sul lettone mentre le due si scatenavano in un furioso 69 lesbico. Io glielo misi in culo alla zia, mio cugino fece altrettanto con mia madre. Ad un certo punto sentii che mia madre, mentre lappava la fica della sorella, con la mano si mise a strizzarmi i coglioni e poi, con un colpo secco, mi infilò in culo il dito medio. Pensai che mia zia facesse altrettanto con suo figlio, che stava inculando mia madre. Un godimento impensabile ed inarrivabile, che entrambi onorammo riempiendo le loro budella di calda crema e facendole mugolare di piacere.
Il giorno del rientro dei nostri padri arrivò presto, troppo presto. Il tratto finale delle vacanze fu una tortura: ci scambiavamo occhiate con e nostre troie, allungavamo ogni tanto le mani sui loro culi, ma per sfogare l’eccitazione eravamo costretti a tornare alle nostre furibonde masturbazioni. Mamma e zia Elena erano invece nervosissime, i mariti erano null’altro che dei rompicoglioni arrivati lì a far terminare la più bella ed eccitante delle cuccagne. Il fatto è che, come si sa, una volta che certe cose le si è provate, è difficile privarsene. Ma stavolta erano loro, le nostre amate madri, ad esserne convintissime, e furono loro a tenere in piedi la nostra intesa segreta.
E così, finita la vacanza, la tresca si è trasferita nelle nostre case. Con mia madre ormai chiavo almeno due-tre volte a settimana e, siccome mio padre è superoccupato, lo facciamo con grande tranquillità e libertà. In casa la troia non trascura di alimentare di continuo la mia eccitazione indossando gonne corte e strette, calze a rete autoreggenti, camicette sbottonate; ed io passo gran parte dei pomeriggi a smanacciarle le chiappe e le zinne, prima di farmi praticare un pompino da sballo, il più delle volte con ingoio. Ma, da quando ha scoperto il piacere anale, è in culo che vuole essere sbattuta, ed io sono ormai diventato un inculatore provetto.
Tra mio cugino e sua madre le cose vanno alla stessa maniera, e dev’essere un tran tran particolarmente faticoso, tanto che Marco mi ha confessato che certi giorni non ce la fa a saziare la sua voglia di sborra.
Avevamo visto giusto, le nostre madri sono due porcone vogliose e disinibite, due idrovore insaziabili, che però danno il meglio di sé nelle ammucchiate. Non è facile organizzarle in casa, senza dare nell’occhio e, soprattutto, senza il rischio di lasciarsi scoprire dai nostri padri.
Ne abbiamo parlato insieme. Curiosamente è toccata a me e a Marco la parte della prudenza e della moderazione. Ma le due assatanate non vogliono sentir ragioni:
“Mica possiamo aspettare la prossima estate…”, ha esclamato zia Elena.
“Calma, calma!”, ha però soggiunto mia madre, che dilata le pupille come dinanzi ad una grande scoperta, “mi è venuta un’idea! che ne dite di rimettere a posto la casetta di campagna che ci ha lasciato il nonno?”
Marco ha subito obiettato:
“Ma no, zia, ci sono stato qualche mese fa, volevamo organizzare una scampagnata con gli amici. È in condizioni pietose”
“Sì, ma si può sistemare”, insiste con puntiglio mia madre, “dai, che li convinciamo noi i vostri papà a sganciare un po’ di soldi per ristrutturarla…”
“Ma no, no”, risponde con eguale puntiglio mio cugino, “non è in un posto riservato… non serve al nostro scopo…”
La conversazione si arena su questi opposti pareri. Tiro in disparte Marco e gli chiedo perché mai si è messo a fare il bastian contrario. Mi guarda e mi dice con la faccia seria:
“Gianni, non hai capito che queste qua, se non le calmiamo un po’, ci succhiano anche l’anima?”

......

Il racconto è un remake di uno precedente ("Due cugini e le loro madri". Mi piacerebbe ricevere commenti e suggerimenti.
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