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Quella porcellona di...


di Gallo cedrone

Quella porcellona di mia madre
Ricordo un istituto e tanti ragazzi come me, orfani o abbandonati dai propri genitori. Tanti sfortunati che quando fai il compleanno non c’è nessuno che ti dia un regalo. Quando viene Natale non ricevi nulla sotto l’albero.
E magari guardi dalla finestra gli altri ragazzi, quelli più fortunati di te, che passeggiano con i loro genitori ed hanno in mano quelle cose che vorresti avere tu, anche un semplice orologio al polso.
E così all’età di sedici anni andai via dall’istituto, mi trovai un lavoro in una falegnameria e mi guadagnavo da vivere alla meno peggio.
Partii per il servizio di leva e qui mi venne il desiderio di avere una famiglia accanto, che mi volesse bene, forse perché vedevo i miei commilitoni che ricevevano visite dai loro familiari durante il CAR.
Tra i miei ricordi avevo una piccola cassettina in legno dove tenevo conservati dei piccoli ricordi: una foto di una donna che poteva essere mia madre, un santino, delle monete che ormai avevano perso il corso legale. Guardavo quella foto e sognavo sperando proprio che quella fosse mia madre. La foto ritraeva una donna in costume da bagno, proprio come quelle che si vedevano nelle bustine di aranciata degli anni sessanta.
E proprio mentre guardavo i miei commilitoni sorridenti con le loro famiglie, mentre me ne stavo in disparte, mi venne in mente di andare a cercare la mia famiglia.
Finito il servizio di leva rimasi a vivere a Firenze. Dopo qualche mese comunque tornai all’istituto dove avevo vissuto la mia infanzia per vedere di trovare qualcosa del mio passato.
Dai registri appresi che ero stato portato lì da un uomo, probabilmente mio padre, quando avevo nemmeno tre anni di età. Lui era un commesso viaggiatore e non poteva tenermi con se. Di mia madre non c’era traccia, solo quella foto. Sul retro c’era una dedica: a Mario con amore. Mario era il nome di mio padre. Dai piccoli barlumi di luce che mi vengono in mente ricordo una piccola casa con una donna anziana, forse mia nonna, che mi diceva che mio padre era stato sfortunato a sposare quella poco di buono di mia madre, la quale era andata via abbandonando tutto e tutti.
Svolsi tantissimi lavori, per lo più manuali, fino a quando trovai un lavoro un po’ meno faticoso degli atri: commesso in un grande magazzino.
Rimasi a Firenze fino all’età di 24 anni poi, spinto forse dal forte desiderio di ritrovare il mio passato, tornai a Roma, cercando di rintracciare quella casa dove avevo vissuto per tre anni. La casa era ancora lì, ma era abitata da una famiglia a me sconosciuta. Da notizie chieste, appresi che l’avevano acquistata da una persona che aveva il mio stesso cognome, probabilmente mio padre. Tornai all’istituto e seppi che oltre alla cassettina di legno, tenevano un documento a me intestato e che io avevo lasciato lì in quanto non ero a conoscenza della sua esistenza.
Mi venne consegnata una busta. Dentro vi trovai una lettera di mio padre che mi spiegava tante cose e un libretto postale. Aperto il libretto mi accorsi che c’era una somma considerevole, per il tempo in cui si era, ben cinquanta milioni intestati a mio nome.
Per me fu una manna discesa dal cielo. La lettera mi fece comprendere che quei soldi erano il ricavato della vendita della casa e che mio padre era affetto da un male incurabile per cui a quel tempo era sicuramente morto. Mi recai agli uffici dello stato civile e constatai la sua morte.
Dei miei parenti non c’era più traccia. Nella busta c’era anche un’altra foto dove si vedeva una coppia che teneva in mano un bambino. Nella lettera mio padre mi spiegava che quel bambino ero io e la donna che mi teneva in braccio era mia madre la quale per le sue stravaganze, mi aveva abbandonato ad appena sei mesi di vita per seguire un altro.
Mi rinchiusi nel mio dolore per giorni e mi accorsi di essere veramente solo al mondo senza nessuno che potesse regalarmi un po’ d’affetto familiare.
Mi feci coraggio e contando solo sulle mie forze decisi di farmi una mia attività. Dal momento che sapevo fare bene il commesso, cercai dapprima di trovarmi un lavoro come commesso a Roma per cercare di mettere altri soldi da parte ed aprirmi un’attività tutta mia.
Trovai lavoro presso un negozio di abbigliamento. Passò almeno un anno prima che io potessi accorgermi che i soldi sul libretto postale si erano triplicati per via degli interessi (erano vincolati per venticinque anni) quindi quando il proprietario del negozio dove lavoravo mi fece la proposta di acquistare sia la licenza che il locale, non mi tirai indietro.
Passò qualche anno, ormai avevo trent’anni, avevo una vasta clientela e gli affari andavano bene, ma mi sentivo sempre solo. Non m’importava di farmi una fidanzata, ciò che attanagliava sempre il mio pensiero era quello di trovare mia madre. Credevo, anzi speravo, che un giorno mi si presentasse davanti una signora che mi dicesse di essere mia madre.
Un pomeriggio successe una cosa inaspettata. Una donna mai vista prima, si presentò in negozio chiedendomi dell’abbigliamento intimo. La donna era sulla cinquantina ed era molto piacente, ben fatta, con due tette prosperose.
La donna acquistò una sottoveste. Dopo qualche giorno tornò per comprare delle calze. In poco tempo diventò una cliente affezionata.
Una sera che stavo per chiudere, si presentò di corsa dicendomi che doveva acquistare della roba. Visto che la signora era una cliente, chiusi la porta esterna del negozio rimanendo con lei dentro a scegliere la roba.
Mentre sceglieva la roba, la signora mi raccontava di lei dicendomi che viveva in casa da sola e che non aveva nessun parente, che le sarebbe piaciuto che qualcuno si fosse occupata di lei, specialmente adesso che stava per inoltrarsi nella vecchiaia.
Notai una certa similitudine tra la sua storia e la mia, quindi le dissi che anch’io vivevo il suo stesso stato d’animo e che la capivo benissimo.
La signora si chiamava Clotilde e vedendo che mi interessavo alla sua storia, prese a muoversi con un certo fascino, toccandosi il seno per sottolineare la sua esuberanza. Ad un certo punto mi chiese di provare un reggiseno in pizzo nero. Dissi di si. Dopo qualche minuto uscì dal camerino con il reggiseno indossato. Era davvero stupenda, nonostante la sua età appariva come una dea, proprio bella. Acquisto un paio di reggi seni, due mutandine sempre di pizzo nero, due reggicalze e svariati paia di calze, da quelle a rete fitta a quelle a rete rata, dalle fumé alle velare.
Alla fine la signora mi invitò a casa sua a cena. Accettai molto volentieri visto che anch’io ero solo. Cenammo e parlammo di tante cose. Io la stavo ad ascoltare e notavo che il suo racconto era davvero interessante. Mi diceva di avere avuto molti amori per via del suo lavoro di artista sempre in giro con la sua compagnia. Era come i marinai che hanno un amore ad ogni porto.
Era ormai il periodo di Natale ed io avevo addobbato le vetrine del mio negozio con nastri rossi e schiuma da barba per simulare la neve.
La signora Clotilde veniva quasi ogni giorno ad acquistare qualcosa ed io mi chiedevo cosa ci facesse con tutta quella roba. Manco a dirlo anche la vigilia di Natale aveva acquistato dei completini di biancheria intima rossa. Mi invitò a trascorrere la notte di Natale a casa sua ed anche il giorno di Natale. Mi disse che aveva invitato anche qualche sua amica e quindi si stava un po’ assieme.
Mi presentai a casa della Signora Clotilde con un regalino. Cenammo contenti anche con altre due signore, vedove ma molto allegre. L’argomento andò a finire sul sesso e le tre donne presero a farmi un sacco di domande sul come mai non avessi una fidanzata dal momento che ormai ero trentenne ed altre cose simili. Risposi dicendo loro che avevo in mente sempre mia madre che non avevo conosciuto e che la sognavo tutte le notti stringendomela abbracciandola.
Al termine della serata le due signore andarono via e anch’io stavo per andare via ma la signora Clotilde mi propose di dormire in casa sua dal momento che anche il giorno dopo sarei dovuto andare a casa sua a pranzo. Con lei mi trovavo bene e quindi accettai.
Il mio regalo stava sotto l’albero e la Clotilde mi chiese cosa fosse. Io le dissi che poteva anche aprirlo visto che era per lei e che già era passata la mezzanotte. Apertolo, rimase meravigliata in quanto dentro c’era una vestaglia in seta nera trasparente bordata in pizzo.
Clotilde mi ringraziò abbracciandomi e dandomi dei baci sulle guance. Poi mi disse che andava a d indossarla scomparendo nella sua camera.
Rimasi seduto sul divano ad immaginare delle cose come ad esempio che potevo adottare Clotilde come mamma e stare con lei, ma volevo che fosse lei a dirmelo in quanto non volevo essere invadente con lei.
Si presento in sala lasciandomi senza fiato: indossava la vestaglia e sotto indossava il reggiseno, le mutandine, il reggi calze e le calze. Era una bomba sexy. Si sedette accanto a me sul divano mostrandomi le cosce velate dalle calze e la parte superiore del seno. La guardavo estasiato ed ero eccitato da morire. Quella donna molto più grande di me mi attraeva enormemente, non avevo mai provato nulla di simile nemmeno con le ragazze della mia età. Forse lei se ne accorse della mia eccitazione e prese a parlarmi sommessamente e con voce calda. Disse e mi fece dire delle cose che mai non mi sarei mai immaginato di dirle.
Mi disse che mi considerava come un figlio, quel figlio che aveva perso in tenera età. Io pensai che le fosse morto a causa di una malattia, quindi mi proposi di diventare suo figlio e che mi piaceva l’idea di avere lei come mamma.
Detto questo mi accucciai fra le sue tette e chiudendo gli occhi mi sentii in paradiso. Ad un certo punto lei prese a baciarmi sulla fronte chiamandomi “il mio bambino”, poi inaspettatamente tirò fuori un seno infilandomi il capezzolo in bocca e facendomi tutte le moine che si fanno ai bambini per farli mangiare mi incoraggiava a succhiare. Io ero eccitato al massimo e probabilmente lei se ne accorse tanto che mi mise una mano sulla patta dei pantaloni tastandomi il pene. Io non feci alcuna resistenza quando sentii che mi stava turando giù la lampo.
Tirò fuori il mio pene duro che pulsava e prese a masturbarmi lentamente.
Era una sensazione fantastica. Stavo con gli occhi chiusi e nella mente mi passavano mille immagini. Pensavo proprio di essere tra le braccia di mia madre e che stessi facendo quelle cose con lei. Ad un certo punto raggiunsi l’orgasmo per mano di Clotilde e lei mi diceva “godi, godi bambino mio” ed io di più eiaculavo.
Ero ancora eccitato ed il mio pene era ancora duro. Mi tirai su e abbracciai Clotilde baciandola in bocca, lei mi infilò la lingua dentro fino alle tonsille. Presi a palparla tutta quanta. Mi faceva impazzire sia per il suo corpo ma più per ciò che lei diceva. Il fatto che lei mi diceva che ero suo figlio e che mi faceva tutte quelle cose mi faceva impazzire dalla voglia.
Le chiesi se voleva far l’amore. Mi rispose di si. Andammo in camera da letto e per tutta la notte la stantuffai per bene. La mattina ci sorprese ancora abbracciati. Poi lei si alzò per preparare la colazione. Quando rientrò in camera da letto indossava nuovamente la vestaglia che le avevo regalato ma stavolta sotto non aveva nulla. Era davvero eccitante, quelle forme rotonde mi davano alla testa e poi lei era una che curava molto il suo corpo, per questo a cinquant’anni era ancora piacente. Finita la colazione la presi nuovamente sul letto scopandola ancora una volta.
Clotilde era contentissima ed io lo ero più di lei, tanto che mi propose di andare a vivere da lei. Dal momento che l’appartamento dove vivevo era in affitto, le dissi di si. Decidemmo di farci passare per madre e figlio e anche alle due sue amiche dicemmo la stessa cosa. Al momento le due donne avevano avuto qualcosa da ridire proprio per la grande differenza d’età che c’era fra noi due ma quando dicemmo loro che ci consideravamo madre e figlio, allora non dissero più nulla, pensando che non facevamo nulla di male.
La sera di capodanno invitammo anche le due amiche dicendo loro che avevamo intenzione di fare le follie per cui si dovevano aspettare qualsiasi cosa.
E così dopo aver mangiato ci siamo messi a ballare e Clotilde faceva di tutto per farmi eccitare, ma non ce n’era bisogno dal momento che lei mi faceva eccitare basta che scoprisse qualcosa.
E così mentre ballavamo, allo scoccare della mezzanotte, mentre si brindava e ci si baciava per scambiarci gli auguri, le due donne vedendo che Clotilde mi baciava in bocca vollero baciarmi in bocca anche loro. Non erano belle e attraenti come Clotilde, ma facevano la loro figura lo stesso.
Ad un certo punto Clotilde si inginocchiò davanti a me tirandomi il pene fuori e iniziando a spompinarmi. Anche le due donne fecero lo stesso. Quella notte non ebbi pace. Raggiunsi l’orgasmi in bocca alle tre donne e in più scopai Clotilde sotto gli occhi delle altre due donne.
Ero davvero contento per aver trovato una donna matura che consideravo mia madre e che mi faceva godere da matti.
Clotilde mi aiutava in negozio e si dimostrava davvero una buona commessa, quasi quasi le clienti si fidavano più di lei che di me.
Venne il giorno delle ferie e andammo in Sardegna. Trascorremmo quindici giorni da favola. Tutti ci prendevano per due amanti con la sola differenza che lei era la miliardaria ed io il mantenuto. Ma a me non me ne fregava nulla, anzi ci toglievamo tante di quelle soddisfazioni da far invidia a chiunque. Clotilde mi disse che le piaceva farsi ammirare il corpo nudo ed io le dissi di mettersi a seno scoperto in spiaggia. Ma la cosa non finì lì in quanto dopo aver visto una donna che prendeva il sole completamente nuda, Clotilde volle imitarla. Mi piaceva osservarla nuda mentre anche gli altri la guardavano, mi eccitava ed in camera la scopavo fino a farla urlare dal piacere.
Un giorno a casa, mentre stavamo mettendo a posto delle vecchie cose, mi capitò tra le mani un piccolo album di fotografie. Clotilde mi fece sedere sul divano ed aprendo l’album prese a descrivermi le foto. Erano soprattutto foto dei suoi ricordi quando faceva l’artista di teatro con una compagnia sempre in giro per l’Italia e a volte anche all’estero.
Mi fece vedere delle foto in cui lei era ritratta mentre recitava in un piccolo palcoscenico di un teatro in Australia per gli emigrati italiano, organizzato dal nostro governo,e anche in Germania, in Belgio e negli Stati Uniti.
Mi fece vedere anche delle altre foto singole della sua giovinezza e tra queste foto una mi colpì tantissimo, la ritraeva in costume da bagno come quelle ragazze che stavano sulle bustine delle aranciate degli anni sessanta e mi ricordai che avevo già visto quella foto. Cominciai a preoccuparmi, ma quando mi fece vedere la foto in cui lei era ritratta con suo marito ed il loro bambino, ogni dubbio venne fugato. Era la stessa foto che mio padre mi aveva messo nella busta con il libretto postale. Mi alzai come un automa andando a prendere la mia cassettina che tenevo nascosta gelosamente, ne tirai fuori le due foto e le mostrai a Clotilde. Appena le accennai la mia storia lei scoppiò a piangere, svenne, si riprese, pianse e svenne ancora. Anch’io piansi assieme a lei in quanto avevo capito che Clotilde era veramente mia madre.
Dopo una mezza giornata di pianto a dirotto ringraziando Dio per averci fatto incontrare, le chiesi il perché di quell’abbandono. Mi spiegò che le avevano offerto di andare in tournè per il mondo proprio per gli emigrati italiani ed il compenso era ottimo. Lei partì contro la volontà di mio padre. Rimase assente dall’Italia per quasi tre anni e quando ritornò non trovò più nessuno, né me né mio padre, per cui lei riprese a girare il mondo con la compagnia.
Non ci potevo credere, Clotilde era veramente mia madre. E adesso come si metteva la cosa? avevamo fatto l’amore assieme e qualsiasi altra cosa che fanno due amanti.
Mentre eravamo abbracciati come mamma che ritrova suo figlio e viceversa, parlammo anche di quello. Lei disse che era un bel guaio, poi mi chiese cosa provassi per lei, se affetto come mamma o come amante. Io le risposi che l’amavo come mamma poi, tirandomi fuori il pene duro e mettendoglielo in mano, le dissi che l’amavo anche come amante.
Per tutta risposta lei si abbassò davanti a me prendendomi in bocca il pene spompinandomi, poi quando sentì che era quasi pronto per venire, mi disse di sborrarle in bocca.
Dopo avere scoperto questa verità decidemmo di tenerci tutto per noi quel segreto in quanto le due amiche sapevano che facevamo finta di essere mamma e figlio, poi andammo in Comune a chiarire la situazione e l’ufficiale dell’anagrafe ci disse che non c’era nulla da chiarire in quanto risultava dalla documentazione in loro possesso che eravamo madre e figlio, l’unica cosa era che dovevamo regolarizzare lo stato di famiglia. Quindi io risultavo capofamiglia e mia madre era a carico mio.
Quante scopate e spompinate e leccate di figa ci facciamo, adesso con più intensità sapendo che siamo effettivamente madre e figlio.
Sembra che mia madre a volte lo faccia apposta a farmi ricordare di essere suo figlio e che lei goda di più. Infatti a volte mi chiama mentre sono nell’altra camera chiedendomi a voce alta “vieni a leccare la figa della tua mammina” o anche “vieni a mettere il tuo grosso cazzone nella bocca della tua mammina” oppure “vieni a fondare il culo della tua mammina”.
Ma la cosa che abbiamo in comune è che ci piace molto farci vedere dagli altri e spesso lo facciamo apposta a farci vedere. Specialmente quando andiamo al centro commerciale a fare gli acquisti, mentre c’è qualcuno accanto a noi io la chiamo mamma per far capire agli altri che lei è mia madre, poi lei mi sussurra in un orecchio, ma talmente forte da farlo sentire agli altri, che non vede l’ora di rientrare a casa che ha voglia di farmi un pompino. Una volta c’era un uomo accanto a me che ha sentito tutto ed io ho risposto a mia madre che appena in macchina l’avrei tirato fuori e lei avrebbe potuto farmelo. Usciti dal centro commerciale vidi che l’uomo di prima ci seguiva con lo sguardo quindi una volta in macchina feci quanto detto e l’uomo si avvicinò per vedere. Mia madre mi spompinava sotto gli occhi esterrefatti di quell’uomo che per poco non gli veniva un infarto.
Sono trascorsi molti anni, quasi dieci, e mi trovo molto bene in questa situazione. E’ vero che mia madre non ha più la freschezza che aveva prima, tuttavia i nostri rapporti continuano regolarmente, nel senso che io la scopo una volta la settimana, il sabato sera, però almeno un pompino al giorno me lo fa ed io le lecco la figa e godiamo assieme.
A mia madre piace molto che io le sborri in bocca, è insaziabile della mia sborra. A volte la faccio ingelosire quando andiamo al centro commerciale guardando qualche donna matura, magari abbigliata un po’ vistosamente, le dico che quella mi ha fatto arrapare e che me la farei volentieri.
Allora lei mi mette una mano in mezzo le mie gambe e mi stringe il cazzo dicendo che quello è solo suo. Poi mi prende per mano e mi porta ai gabinetti e mi spompina. Dice che sono il suo gallo cedrone.
Ma una volta è successo che questa cosa è successa mentre eravamo fuori al parcheggio. Lei non ha atteso nemmeno che entrassimo in macchina. Mi ha fatto appoggiare sul cofano nella macchina e dopo avermi tirato fuori il cazzo mi ha spompinato col rischio che qualcuno potesse vederci, anche se eravamo un po’ appartati per via del muro del supermercato che avevamo sulla destra e la siepe che costeggiava la strada sulla sinistra. Ma lei diceva che il rischio aumentava l’adrenalina e quindi l’eccitazione saliva di più. La cosa più bella è stata quando siamo stati visti da una coppia che aveva l’auto parcheggiata accanto alla nostra. Mia madre ha continuato a spompinarmi nonostante io le dicevo di smetterla, ma lei sembrava divertita che ci guardassero e la coppia che ci osservava sorrideva mentre io mi coprivo la faccia con le mani perché mi vergognavo. Meno male che era di sera e quindi c’era buio e poca gente. Noi infatti andavamo a far la spesa al centro commerciale solo dopo aver chiuso il negozio alle 19,30 e per fortuna la gente al centro si dimezza per quell’ora.
Adesso a mia madre è venuta la voglia di andare a fare quei giochetti nei luoghi frequentati dai guardoni in modo da farli eccitare e soprattutto per eccitarsi lei.
Un giorno, mentre sfogliavamo uno dei suoi tanti album di fotografie, nel vederla ritratta in abiti molto succinti, le chiesi che tipo di teatro lei facesse, bene mi rispose che oltre alle normali rappresentazioni teatrali di varie commedie, facevano anche la rivista e a volte anche lo spogliarello. Mi raccontava che lei era la più applaudita in quanto si spogliava completamente rimanendo nuda sul palcoscenico senza nemmeno la conchiglia piumata che avevano le altre sue colleghe e poi lei riscuoteva anche successo quando facevano le scenette, che erano a sfondo erotico, specialmente quando lei faceva la parte della cameriera con addosso una gonnellina corta fino a coprire appena i glutei e sotto aveva il reggicalze con le calze senza le mutandine, per cui ad ogni suo movimento le si vedeva il culo e gli spettatori in platea andavano in visibilio, per non parlare della peluria della figa quando lei si metteva di fronte al pubblico facendo apposta a farsi alzare un po’ il gonnellino davanti proprio per far vedere la peluria della figa.
E’ inutile continuare a raccontare altri episodi, sono dello stesso genere. Ormai andiamo avanti così ed a noi ci sta bene e basta.

Gallo cedrone, ex orfano

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