6 anni fa
DAL WEB
Idee come strumenti.
Simpatia, Antipatia, Empatia: la regia del pathos
L’altro che incontriamo non è quasi mai accadimento neutro. L’altro è esperienza. E’ declinazione emotiva, è interpretazione partecipata che stabilisce vicinanza o distanza. L’altro è quasi sempre pathos.
Pathos raccoglie insieme il significato di “patimento“, ma anche il significato di “esperienza”. In ogni esperienza vi sono emozioni all’opera, perché sono l’impronta che segna il cuore di quel che si vive.
Nella relazione con l’altro il pathos (la patia) si manifesta in 3 modi:
nella sim-patia
nell’anti-patia
nell’em-patia
Ognuno di essi stabilisce una caratteristica distanza tra noi e l’altro e un modo di farsi esperienza.
Sim-patia: l’altro nel quale mi rassicuro
Syn significa “con”, ma anche “insieme a”. Ci avviciniamo alla persona che troviamo simpatica, lasciamo che si riduca la distanza, perché vi troviamo condizioni che ci rendono piacevole la relazione. La sua simpatia è lo specchio di ci ciò cerchiamo di rassicurante, di accogliente e di confortevole.
Nella simpatia l’altro è privo di alcuna minaccia e vi troviamo la possibilità di vivere un sentimento del legame e della vicinanza di cui abbiamo bisogno. La persona simpatica non mette in alcun modo in discussione il nostro mondo, ma lo rassicura. La persona simpatica contiene i nostri bisogni.
Anti-patia: l’altro da cui mi proteggo
Anti significa “invece di”, “in cambio di”. Il pathos in questa relazione spinge ad allontanarsi, a respingere. Da chiedersi è allora: perché le emozioni ci inducono a rifiutare, criticare, allontanare la persona antipatica? Qual è la loro necessità? L’antipatico è “invece di me”. L’antipatico non è solo una persona che ha modi sgradevoli o fastidiosi. In questi suoi modi si nasconde per noi una minaccia, da cui ci protegge la risposta emotiva. Nell’antipatico le emozioni provocano un rifiuto perché mettono al riparo dall’incontrare, come in uno specchio, qualcosa di sé di faticoso da avvicinare. L’arroganza dell’altro è specchio della propria debolezza, la sua eccessiva lentezza è specchio della propria frenesia, la sua indolenza è specchio dell’incapacità di concedersi pause. Uno specchio da cui le nostre emozioni proteggono, allontanandolo.
Em-patia: l’altro che divento
En, significa “dentro”, “fra”, “in” e “uno solo”. Nell’empatia l’emozione si spalanca per includere l’altro, si muove fra le sue emozioni e il suo sentire, tra le sue esperienze, sino ad essere una sola con l’altro. Se la simpatia è un movimento che va da sé all’altro, perché porta i propri bisogni (di rassicurazione e benessere) nell’altro, trovandovi ciò che cerca di rassicurante. L’empatia è invece un movimento opposto, che dall’altro arriva sino sé. L’altro entra dentro, trovando uno spazio vuoto di accoglienza. Il modo più sintetico ed efficace per descrivere l’empatia è immedesimarsi, farsi medesimi. Nel sentire empatico non vi è giudizio, che presuppone ciò che può piacere oppure no. Nel sentire empatico vi è vuoto. Un cuore tanto sgombro da se stesso, da convinzioni, timori, o attese, da sapersi fare altro. L’empatia ospita l’altro nella sua differenza da se stessi. Persino quando questa differenza ha valori, modi e scelte che non si condividono. Il limite della capacità empatica di ciascuno è il limite della capacità di com-prensione, di ospitare l’estraneità.
abbiamo la capacità di dialogare in maniera obbiettiva senza farci condizionare da queste tre emozioni?
Idee come strumenti.
Simpatia, Antipatia, Empatia: la regia del pathos
L’altro che incontriamo non è quasi mai accadimento neutro. L’altro è esperienza. E’ declinazione emotiva, è interpretazione partecipata che stabilisce vicinanza o distanza. L’altro è quasi sempre pathos.
Pathos raccoglie insieme il significato di “patimento“, ma anche il significato di “esperienza”. In ogni esperienza vi sono emozioni all’opera, perché sono l’impronta che segna il cuore di quel che si vive.
Nella relazione con l’altro il pathos (la patia) si manifesta in 3 modi:
nella sim-patia
nell’anti-patia
nell’em-patia
Ognuno di essi stabilisce una caratteristica distanza tra noi e l’altro e un modo di farsi esperienza.
Sim-patia: l’altro nel quale mi rassicuro
Syn significa “con”, ma anche “insieme a”. Ci avviciniamo alla persona che troviamo simpatica, lasciamo che si riduca la distanza, perché vi troviamo condizioni che ci rendono piacevole la relazione. La sua simpatia è lo specchio di ci ciò cerchiamo di rassicurante, di accogliente e di confortevole.
Nella simpatia l’altro è privo di alcuna minaccia e vi troviamo la possibilità di vivere un sentimento del legame e della vicinanza di cui abbiamo bisogno. La persona simpatica non mette in alcun modo in discussione il nostro mondo, ma lo rassicura. La persona simpatica contiene i nostri bisogni.
Anti-patia: l’altro da cui mi proteggo
Anti significa “invece di”, “in cambio di”. Il pathos in questa relazione spinge ad allontanarsi, a respingere. Da chiedersi è allora: perché le emozioni ci inducono a rifiutare, criticare, allontanare la persona antipatica? Qual è la loro necessità? L’antipatico è “invece di me”. L’antipatico non è solo una persona che ha modi sgradevoli o fastidiosi. In questi suoi modi si nasconde per noi una minaccia, da cui ci protegge la risposta emotiva. Nell’antipatico le emozioni provocano un rifiuto perché mettono al riparo dall’incontrare, come in uno specchio, qualcosa di sé di faticoso da avvicinare. L’arroganza dell’altro è specchio della propria debolezza, la sua eccessiva lentezza è specchio della propria frenesia, la sua indolenza è specchio dell’incapacità di concedersi pause. Uno specchio da cui le nostre emozioni proteggono, allontanandolo.
Em-patia: l’altro che divento
En, significa “dentro”, “fra”, “in” e “uno solo”. Nell’empatia l’emozione si spalanca per includere l’altro, si muove fra le sue emozioni e il suo sentire, tra le sue esperienze, sino ad essere una sola con l’altro. Se la simpatia è un movimento che va da sé all’altro, perché porta i propri bisogni (di rassicurazione e benessere) nell’altro, trovandovi ciò che cerca di rassicurante. L’empatia è invece un movimento opposto, che dall’altro arriva sino sé. L’altro entra dentro, trovando uno spazio vuoto di accoglienza. Il modo più sintetico ed efficace per descrivere l’empatia è immedesimarsi, farsi medesimi. Nel sentire empatico non vi è giudizio, che presuppone ciò che può piacere oppure no. Nel sentire empatico vi è vuoto. Un cuore tanto sgombro da se stesso, da convinzioni, timori, o attese, da sapersi fare altro. L’empatia ospita l’altro nella sua differenza da se stessi. Persino quando questa differenza ha valori, modi e scelte che non si condividono. Il limite della capacità empatica di ciascuno è il limite della capacità di com-prensione, di ospitare l’estraneità.
abbiamo la capacità di dialogare in maniera obbiettiva senza farci condizionare da queste tre emozioni?
6 anni fa
mi chiedono sempre se voglio il sacchetto 😄 scuoto sempre la testa 😄 😄
6 anni fa
Il mio per te è amore-odio 😋 😄 🙂Quotato da stephanie69,mi chiedono sempre se voglio il sacchetto 😄 scuoto sempre la testa 😄 😄
6 anni fa
ho varie disco pathos 😄
6 anni fa
tengo sempre un comportamento distaccato, come uno di un altro pianeta,riesco a perculare senza parlare 😄 😄
6 anni fa
non mi piace sentire bugie e quando uno nel dialogo ne spara di grosse,allora gli faccio notare, che ha sbagliato interlocutore, nel senso che non ho 50 e passa anni per niente e le favole si raccontano ai bambini, ecco forse sono poco sensibile, ho il fanculo facile 😄 😄
6 anni fa
.
6 anni fa
Lo riporto quiQuotato da Idrogeno,
No
6 anni fa
Confesso, mi sono andato a ricercare qualcosa su Platone spinto dalla domanda di Francesco. Dopo un po' di mal di testa, un po' di delusione per la mia memoria andata, il tutto mi ha confermato che degli altri molto facilmente conosciamo l'idea e non il noumeno.
I nostri filtri soggettivi alterano sicuramente la realtà, di quanto penso non si sia in grado di dirlo.
I nostri filtri soggettivi alterano sicuramente la realtà, di quanto penso non si sia in grado di dirlo.
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