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Lui & Lei


Il Gladiatore

           di morpheus69

 Scritto il 21.01.2010    |    Letture: 2.617  |    Votazione 7.8:

"E, quando la tua lama spacca il cuore del tuo avversario, il silenzio carico d’attesa si tramuta in bolgia..."
Comincia in un corridoio buio, umido, che odora di urina e sangue. E paura.
Avanzi a tratti, perché quelli davanti rallentano per il terrore, eppure da dietro spingono, sferzati dalle fruste delle guardie.
Avanzi nel buio, verso un arco di luce, in una oscena parodia di un parto. Spingi verso la luce, per morire anziché nascere.
Quando sei fuori l’urlo di cinquantamila persone ti annichilisce come se fosse il tuono di Giove. La luce ti acceca e le sagome scure di una dozzina di gladiatori si avvicinano minacciose.
La daga che stringi tra le mani sembra di colpo pesante come un macigno.
Sei legato con una catena lunga cinque o sei piedi ad altri due schiavi, perciò non puoi muoverti come vorresti.
L’assalto è fulmineo, schivi un affondo pari un altro colpo e ad un certo punto i due uomini a cui sei legato sono solo carne morta.
Tu sei ancora in piedi e perciò ora i carnefici ti vengono tutti addosso.
Un fendente, poi un altro e stacchi i piedi dei due morti, liberandoti. La mossa piace al pubblico che ruggisce.
Mandi a vuoto un affondo e colpisci l’uomo che voleva ucciderti, dritto al cuore.
Un altro cade ai tuoi piedi, dopo che con un taglio netto gli hai reciso la carotide, e un fiume di sangue sgorga dal suo corpo morente.
Ora tutti gli altri schiavi sono morti e dieci gladiatori ti accerchiano. Sei morto. A meno che il pubblico non cominci a strillare
-Grazia! Grazia! Grazia!–
A quel punto l’imperatore fa un cenno, il boato esplode e tu non sei più uno schiavo. Sei diventato un Gladiatore.
Cominci a fare incontri singoli, di abilità e, se sei bravo e fai divertire il pubblico, ti danno un nome romano e il celebrante comincia ad annunciare la tua presenza negli incontri come un evento.
E il pubblico comincia ad amarti.
È allora che cominci a dormire in una cella singola.
Dal tramonto a metà notte vieni incatenato polsi e caviglie, sei rivolto ad una parete e l’unica cosa che vedi è una lunga maniglia di bronzo.
Sei esattamente in questa situazione quando una guardia apre la porta, infila la testa e dice:
-Sei uno fortunato tu, Cassio.-
E, quando si ritira, entrano due ragazze. Belle, giovani, gli abiti umili delle serve e una bacinella d’acqua con petali che galleggiano.
Sei nudo, a parte un gonnellino di pelle. Le due ragazze, come prima cosa, te lo tolgono e poi cominciano a strofinare il tuo corpo con stoffe intrise d’acqua profumata.
Una delle due passa un unguento sulle tue ferite.
Ti lavano, ti medicano.
Le loro mani disegnano i contorni dei muscoli e, come ultima cosa, si dedicano ad un accurato lavaggio del tuo cazzo.
Ed è più di un anno che non tocchi una donna o che non vieni toccato da una donna, perciò l’effetto è immediato.
I tuo cazzo si erge, dritto, duro, pulsante.
Le due ragazze lo bagnano con le stoffe e lo massaggiano delicatamente per tenerlo duro.
Poi si ritirano ed entra una figura incappucciata. Una figura minuta e dall’aria fragile.
La porta si chiude e l’incappucciata si rivela.
Una donna. Una donna aristocratica, più vecchia delle sue schiave, ma non di molto, capelli castani e occhi verdi, una veste da sera molto pregiata.
-Capisci la mia lingua?- Ti chiede, mentre la sua mano ti stringe il cazzo e lo soppesa.
Sembra soddisfatta della misura, quasi un piede di carne rovente.
-Si, signora- Rispondi.
-Ti ho visto combattere. Mi sei piaciuto. Mi hai fatto venire strane voglie, ora puoi togliermele?- Continua, massaggiando con più energia.
Guardi questa donna di alto rango che, in qualche modo, vuole essere usata da te come una cagna. Tua moglie è stata trucidata da tempo, non vorresti mancare di rispetto alla sua memoria ma, forse, far godere una ricca signora potrebbe aiutarti a sopravvivere. E allora decidi.
-Si mia signora. Io posso.- Le dici e la vedi inginocchiarsi.
Questa ricca e pallida donna della Roma aristocratica, in ginocchio sulla paglia della tua cella, e la pelle scura del tuo cazzo che entra lentamente nelle sue labbra rosse e umide.
Lei succhia, avida, e tu ti torci, facendo tintinnare le catene.
L’unica cosa che puoi fare è muovere i fianchi, per metterglielo in bocca più in profondità o per sottrarti se lei insiste nel leccarti la punta, facendoti quasi male dal troppo piacere.
La sua bocca è esperta e tu senti che stai per godere, ma ti trattieni. Se la signora dovesse indisporsi potrebbe farti tagliare la testa, ma è troppo tempo che non godi del corpo di una donna, senti il piacere crescere, pronto ad esplodere.
-Donna! Se continui così non potrò trattenermi ancora a lungo OOH! DONNA! Hai capito quello che ho detto?- E gemi perché lei invece di darti tregua ha preso a succhiare con più foga, stringendo le labbra attorno alla pelle del tuo bastone.
Le catene stridono al ritmo delle tue contorsioni, mentre il tuo piacere si riversa fuori del tuo corpo, nelle labbra della signora, che continua a succhiare e ti beve, come e meglio di come farebbe una prostituta.
E non smette di accarezzarti e succhiare. Di baciarlo e di leccarlo, così tu resti duro. Eccitato. Pronto. A quel punto lei si toglie la veste costosa e si mostra nuda ai tuoi occhi.
Bella e aristocratica. Ancora soda nonostante si capisca che ha ormai superato i vent’anni da molto e che forse ha quasi raggiunto i trenta.
La vedi aggrapparsi alla maniglia d’ottone e sporgere indietro i fianchi.
È lei ad afferrarti il cazzo e a puntarlo alla sua entrata infuocata. Tu spingi e lei geme.
E fai quello che puoi data la scomodità, spingi coi lombi e lei ti segue nel ritmo.
La scopi e vorresti accarezzarla, vorresti baciarle il lungo collo bianco e pensi che forse lei si volterebbe per baciarti, invece puoi solo muovere i fianchi, veloce, potente e fai stridere il metallo delle tue catene e fai strillare di piacere la tua signora. Finché lei non si lascia andare, reggendosi a stento alla maniglia. Lei non spinge più ma il tuo cazzo è ancora dentro di lei e tu continui a pompare e, ad ogni colpo, lei ansima.
Poi si volta, si mette di fronte a te e con la mano sfrega il tuo cazzo, ancora viscido dei suoi umori. Lei ha l’affanno e ti guarda negli occhi, ti porta all’orgasmo, lasciando che il tuo seme imbratti la peluria castana del suo monte di Venere.
Lei si pulisce con le stoffe umide e profumate, si rimette la veste e cala il cappuccio sulla testa.
Prima di andarsene ti bacia il petto sudato, ti riallaccia il gonnellino di pelle e sussurra:
-Tornerò- dice.
Ed ogni giorno nell’arena potrebbe essere il tuo ultimo giorno di vita.
Le punte delle frecce, il filo delle lame, incidono il tuo corpo. Ma se ora ti viene fornita una buona spada, ed un buono scudo, sai chi devi ringraziare.
Il tuo sangue comunque sporca la sabbia del Colosseo. Il popolo gode nel vederti uccidere altri Gladiatori, gode nel vederti trucidare gli schiavi. Ma allo stesso modo godono quando sei tu ad essere ferito, godrebbero ugualmente se fossi tu a morire nella polvere.
E la sera due schiave lavano il tuo corpo e curano le tue ferite.
E ti chiedi quanto stai constando alla tua benefattrice, perché anche quando lei non c’è le sue serve si prendono cura di te.
Se lei non c’è te ne accorgi, perché le due schiave appena finito di lavarti cominciano a muovere le mani sul tuo cazzo, si inginocchiano e usano le lingue e le bocche.
E tu vieni, sulle loro mani, nelle loro bocche. Vieni tre volte, perché la loro padrona vuole assicurarsi che la guardia non venda la tua compagnia ad altre matrone, quando le sue serve se ne vanno.
Quando invece lei c’è, la senti entrare e senti i suoi ordini sussurrati alle due ragazze.
E lei gioca con la bocca, ti fa godere, poi si volta e si lascia scopare. A meno che non sanguini tra le gambe, allora vuole solo giocare con la bocca.
Fin quando tu, una di quelle volte in cui lei è indisposta, le dici:
-Tirati su donna! Afferra la sbarra!-
E Lei:
-No! Non si può.-
Allora insisti.
-Voltati donna. Voglio goderti come si fa con un ragazzo.-
Lei capisce, i suoi occhi verdi si dilatano di paura e stupore.
-NO.- ti urla in faccia e tu taci, fissandola.
A quel punto lei tira fuori la punta della lingua e tu vedi rivoli di saliva che colano giù, fin sulla punta del tuo uccello. La sua mano sparge la saliva su tutta l’asta.
Lei poi si spoglia e si volta, le sue mani stringono la maniglia d’ottone. Sporge il culo all’indietro e guida il tuo cazzo all’entrata posteriore. Stretta, chiusa e fremente.
-Spingi donna- le ordini e questa donna ricca e di buona famiglia spinge, affinché tu possa muoverti in avanti e conficcargli dito dopo dito il tuo cazzo nel culo.
E la senti digrignare i denti, soffrire, ma non ti fermi. Lei potrebbe sottrarsi, ma non lo fa.
Tu spingi e dopo un pò di fatica e molti fremiti da parte sua, sei tutto dentro di lei. Dodici dita di cazzo piantato dentro.
Allora cominci a pompare, prima piano e aumentando ad ogni affondo, tra i suoi strepiti, i suoi no e il tintinnio delle catene. Spingi finche le catene non segnano la tua pelle e la senti gridare di dolore prima e di goduria dopo e tu spingi, finche non ti svuoti urlando dentro di lei e ti lasci sorreggere dalle catene, stremato.
E nell’arena, il centesimo giorno del tuo quinto anno di gladiatore, centomila occhi sono su di te e sul tuo avversario.
I due Gladiatori più amati si incontrano, per l’ultima loro esibizione. Nessuno dei due tornerà al Colosseo uno morirà, l’altro stringerà il Rudis che l’imperatore ha messo in palio.
E, quando la tua lama spacca il cuore del tuo avversario, il silenzio carico d’attesa si tramuta in bolgia.
Centomila occhi, e tu sai che ce ne sono due, verdi, che ti guardano tristi, certi di non rivederti più.
E quando l’imperatore entra nell’arena ti inginocchi.
Lui chiama il tuo nome:
-Cassio il Macedone.- ti poggia una mano sulla spalla, tu sollevi lo sguardo, incroci quello dell’imperatrice. Due occhi grandi, verdi.
-Sei un uomo libero.- E non sei più un Gladiatore, sei un uomo, ma non sei al sicuro, devi fuggire da Roma, perché sei l’uomo che per cinque anni si è scopato la moglie di Cesare..


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