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Anche le mamme hanno il diritto di venire

           di Tirello

 Scritto il 22.09.2011    |    Letture: 66.542  |    Votazione 9.0:

"“Alberto, che fai?”, si schernì lei, fingendosi scandalizzata..."
Tirello


- Anche le mamme hanno il diritto di venire -

Tutto iniziò quando sorpresi accidentalmente mia madre seminuda nel bagno. Nell’imbarazzo che ne seguì da parte di entrambi, nel tentativo mio di scusarmi per il fatto increscioso (che però mi aveva eccitato e mi aveva reso anche un po’ intraprendente) avvenne che mi ritrovai a dire: “Mamma... mi dispiace per quanto è avvenuto, ma ti devo confessare che sei una bellissima donna, scusa se te lo dico, so che sei mia madre e non dovrei, ma...nel vederti sono andato un po’ su di giri, sai...voi donne avete...”. “Smettila stupido, non mi piace parlare di queste cose, soprattutto con mio figlio. Quello che è stato è stato, ormai... pazienza. Tu hai diciassette anni, hai le tue ragazze. Io e tuo padre ci vogliamo bene, il nostro è un amore misurato, rispettoso, soprattutto spirituale”. “Dai mamma”, insistetti io “non mi verrai a dire adesso che i bambini li porta la cicogna”. “No, io e tuo padre ci siamo amati, perché eravamo e siamo ancora innamorati, ma sempre con molto rispetto l’uno dell’altra; sai benissimo quanto tuo padre sia devoto e ligio ai suoi doveri di cristiano praticante e di coniuge”. “Ma non è che con tutti quei suoi principi sulla continenza e sul rispetto, ti abbia un po’ trascurata? Voglio dire... come donna”.
“Assolutamente no!”. “Va bene, mamma, scusami, ma sai che sei davvero un bel bocconcino? Se non fossi tuo figlio ti farei la corte. Chissà quanti uomini vorrebbero averti o anche solo vederti nuda”. “Ho capito, sono una bella... ‘figa’, come dite voi, o come dicono quegli uomini che vorrebbero vedermi nuda e chissà cos’altro...”. “Suvvia mamma, non far finta di non sapere queste cose; tutte le donne sono un po’ vanitose e non vedo perché tu dovresti fare eccezione. Sono sicuro che quando ti dico che se una bellissima donna e che quando ti vedo mi eccito e che molti uomini farebbe pazzie per te, sono sicuro che un po’ la cosa t’intriga, magari ti sei anche bagnata; sono sicuro che tanti tuoi amici si fanno delle segh... ehm... si masturbano in bagno, quando la loro moglie non li vede, pensando a te, oppure fanno l’amore con la loro consorte immaginando, al momento dell’orgasmo, di venire nel tuo ventre”. “Alberto! non ti ho mai sentito parlare così. Penso che tu frequenti delle brutte compagnie”.
Avevo notato la sua voce farsi un po’ più stridula, vagamente insicura, affettata, come se recitasse. Nonostante l’avessi sorpresa, con suo grande imbarazzo, seminuda (che spettacolo meraviglioso!), alla fine si era messa addosso solo una sottoveste un po’ trasparente ed ora circolava per la casa e vicino a me praticamente come se fosse in mutande e reggiseno. Avrei certo voluto vedere di più, ma anche quello spettacolo mi eccitava non poco. “Su mamma, non fare la puritana, siamo tutti maggiorenni e vaccinati. Volevo solo dire che tu meriti di più, sei ancora giovane e, lasciatelo dire da uno che se ne intende, sei ancora una donna molto sensuale”. Mia madre ebbe come un gemito e un lampo di rabbia negli occhi. Arrossì leggermente. Avevo colto nel segno: l’amor proprio e la mascherata vanità avevano aperto una breccia nel suo, nel suo che cosa?... già una breccia, un taglio, un taglio peloso...e un buco. Ecco a cosa volevo arrivare, da quando avevo visto mia madre seminuda, con i seni scoperti e le mutande calate sotto il sedere nudo, mi ero invaghito di lei. Naturalmente l’avevo già vista altre volte, anche completamente nuda, ma molti anni prima, come accade un po’ a tutti i bambini e agli adolescenti che spiano la loro madre mentre fa il bagno senza un francobollo addosso. Ultimamente, però, avevo sognato spesso di fare l’amore con lei, e non mi ero neppure vergognato di questo. Anche il fatto di averla sorpresa seminuda non era stato casuale: ero entrato di proposito nei servizi, fingendo di non sapere che lei si trovasse lì. Ma perché non si era rivestita subito, e perché aveva lasciato la porta del bagno aperta? “Dici che te ne intendi, ma di che cosa? Che ne sai tu delle donne?”, mi canzonò lei, dopo un po’, forse per sedare un’invisibile tempesta emotiva (o ormonale). “Effettivamente” aggiunse, con una certa esitazione “una cosa la devo rimproverare a tuo padre. A te lo posso dire perché ormai sei già grande e poi hai dimostrato di essere precoce e anticonformista”. “Tuo padre...sì... voglio dire... tuo padre...”
“Mio padre...sì...coraggio, dai, sputa il rospo”.
“Si, diciamo che tuo padre non mi ha mai amata in modo completo” (ormai era lanciata) “...non mi ha mai permesso una cosa, che quasi tutte le mie amiche fanno”.
“Cioè?”, incalzai io. “Cioè...sì insomma, è inutile ormai stare qui a tergiversare, ormai il ghiaccio è rotto, tuo padre non mi ha mai permesso di massaggiargli il membro fino a farlo sborr... voglio dire fino a portarlo all’emissione dello sperma... quello sperma benedetto, così colloso, vischioso, odoroso, che mi dicono salato, e caldo, che a volte prendo con le mani per impastarmelo sui seni, sul ventre e sulla fica che ancora pulsa per il piacere...oh Dio, cosa mi stai facendo dire...”. “In poche parole non vuole che tu gli faccia un bel pompino”. “Come lo dici in modo volgare... però, devo ammettere che la sostanza è quella”. Come magicamente attratto, mi avvicinai a mia madre, così trasudante di femminilità, le cinsi i fianchi e tentai di baciarla, le cercai il collo, la gola, mentre con una mano osavo accarezzarla fra le gambe. “Alberto, che fai?”, si schernì lei, fingendosi scandalizzata. “Mamma...io ti voglio bene”, le sussurrai, come si sussurrano proposte poetiche con intenzioni indecenti alla propria amante, (ma qui la situazione era particolarmente intrigante ed eccitante per il fantasma dell’incesto) “io amo il tuo corpo e la tua anima...”. “Non possiamo, Alberto, ti rendi conto che siamo madre e figlio, io ti ho messo al mondo, io ti ho cresciuto”. “E io voglio penetrare ancora in quella ferita da cui sono passato tanti anni fa. Voglio esplorare di nuovo la tua vagina, il tuo utero; ci sono già stato dentro”. “Ti posso permettere solo una cosa”, disse lei, superando ogni pudore ed ogni perplessità “in fondo anche il corpo ha le sue esigenze, ed anche la psiche, e poi come tu hai detto, non sono solo una madre, sono anche una donna, una femmina giovane e piacente che vuole essere trattata come tale. Ti posso permettere, se lo vuoi, di carezzarmi leggermente i seni, mentre io ti massaggio il... pisello; so che l’hai molto sviluppato, ho visto più volte come t’ingrossa i calzoni, all’altezza del cavallo, anche prima quando mi hai vista seminuda. Te lo tolgo” (e intanto con le mani tremanti mi abbassò la cerniera dei pantaloni) “e te lo meno, così...”. Il mio pene era già divenuto un randello dalle dimensioni asinine, duro come una scultura d’ebano; il glande ormai sporgeva tutto, lucido, d’un acceso rosso-viola, simile alla testa di un ariete, ma senza corna e senza un pelo, senz’altro bellissimo e pieno di fascino perverso per gli occhi inebetiti di mamma. Lo afferrò con una mano piena, poi con tutt’e due e cominciò a stantuffarlo con foga, senza curarsi della sua postura decisamente goffa, come se non avesse fatto altro in tutta la sua vita. In men che non si dica, vuoi per l’eccitazione morbosa dovuta al fatto che era mia madre, vuoi per il tocco delle sue mani piccole e ben curate, che ogni tanto andavano a strizzarmi i coglioni gonfi, come se volesse spremerli fino all’ultima goccia, venni eruttando densi fiotti biancastri e tutta la mia eccitazione, che fecero impazzire la femmina vogliosa che abitava nella mia genitrice.
Ora mia madre aveva il viso sereno, di donna seria, saggia e innocente, nonostante avesse appena consumato un incesto. Io ero momentaneamente appagato, ma non avevo visto nulla di lei, né le avevo fatto assolutamente nulla. Dopo un poco ripresi il mio assalto, mascherato da filiale preoccupazione per una madre che si mostrava depressa e psicologicamente insoddisfatta. “Sono certo che la fellatio non è l’unica cosa che papà non ti permette, in fatto di tenerezze e coccole coniugali”. “E cos’altro dovrebbe permettermi, secondo te?”. “Scommetto, anzi ne sono più che certo, che fate l’amore sempre nello stesso modo, nella posizione classica, quella del missionario: la donna sotto a pancia in su con le cosce divaricate e l’uomo sopra, con il preservativo fra il tuo corpo e il suo”. “E in quale altro modo dovremmo fare l’amore?”. “Il 69, ad esempio”.
“Sei pazzo? E’ scandaloso. Io dovrei mostrare la figa ad un uomo a tre centimetri dal suo naso e, peggio ancora, due dita più su, pure il ‘bottoncino’ osceno e vergognoso del culo?”
“Ti ha mai presa da dietro?”
“Da dietro...come? Se mi ha mai abbracciata da dietro?”
“Dai mamma, hai capito benissimo”.
“Vuoi dire se mi ha mai penetrata da dietro, come fanno solitamente gli animali, i cani? Ma è scandaloso! Vuoi sapere se mai tuo padre me lo ha infilato nel buco del c...?”
“Non ti ho chiesto se papà te lo ha messo di dietro, ma se ti ha mai presa ‘da’ dietro”. “Beh, no; è una cosa che non voglio neppure immaginare; accoppiarsi come fanno gli animali, copulare come fanno le bestie!”. Aveva detto ciò con voce alta, inutilmente alta e un po’ stridula e non capii bene, a questo punto, se era veramente scandalizzata o se l’immagine di due cani, anzi di due esseri umani, in particolare di un uomo che fotte una donna come fosse una bestia, una cagna, l’avesse in qualche modo, suo malgrado, eccitata, e non poco. A suffragio di questa mia ipotesi stava il fatto che la mia affascinante nutrice, che amavo sinceramente (in modo sacro e profano) si era messa inconsapevolmente una mano fra le gambe, all’altezza dell’inguine. “Eppure, credimi mamma, tante coppie lo fanno, non è una cosa così scandalosa come tu credi, forse tu sei eccessivamente puritana”. “E’ una cosa inammissibile, fa vergognare solo il pensarlo”. “Eppure, in fondo, è una forma di tenerezza; molte donne si eccitano a dismisura quando vengono prese così”. “Mio piccolo Alberto, io ti amo con tutta me stessa, ma sei mio figlio; io ti ho permesso, anzi tu mi hai permesso di masturbati con le mie dita per colmare una lacuna e una voglia (di cui già mi vergogno) che mi trascinavo da anni, ma il gioco finisce qui. Non possiamo andare oltre i limiti del lecito. Già ci siamo concessi troppo. Oltretutto non sono fatta di ferro, io mi vergogno in modo incredibile solo ad immaginare quello che tu mi stai descrivendo e che forse hai fatto con la tua fidanzatina e che forse vorresti -che porco che sei!- fare anche con me, per compiere il peggiore dei peccati... E’ che queste cose, oltre a scandalizzarmi, non so come, finiscono per eccitarmi. Dico davvero. Ormai mia hai già vista seminuda, anzi mi hai già vista nuda – di nascosto, dì la verità- per cui ti posso anche mostrare le mutande. Guarda!” Sollevò la vestaglia e, come se nulla fosse, mi mostrò le mutandine bagnate all’inguine. “Sei bagnata”, dissi un po’ imbarazzato. “Sono bagnata anche nel taglio del sedere”. Si girò, con la massima naturalezza e constatai che era vero: una riga verticale di sudore le segnava la biancheria fra le natiche, dal coccige al cavallo. “Ehm, già...oggi non mi sono depilata, scusami se qualche pelo fuoriesce dagli slip”. Infatti alcuni peli neri, terribilmente arrapanti, uscivano sia sul davanti che da dietro, dalla sua pelosa e succinta copertura. Detto questo, come se nulla fosse successo, si ricompose, abbassò la vestaglia (lasciandomi immaginare in modo libidinoso e senza freni o censura le sue parti più sconce), dopo di che riprese con un tono più che naturale il suo discorso da madre moralista e moglie esemplare: “Oltretutto dev’essere una posizione scomoda”, continuò “oltre che contro natura, non puoi neppure baciare il tuo amante”. “Invece sì”, insistetti io “prova a metterti alla pecorina e te lo dimostro”. “Cosaaah? Vuoi prendere tua madre in questo modo, tu che sei mio figlio? Non se ne parla neanche”. “Ma no mamma, non voglio far l’amore con te (per il momento); voglio solo dimostrarti come lo fanno queste persone”. La presi per le braccia e per le spalle e la condussi sul letto, nella posizione che le avevo descritto verbalmente e che ora le volevo illustrare e far provare. Stranamente lei non oppose resistenza, ma si lasciò mettere passivamente nella posa che io le avevo descritto, lasciò che le spostassi con delicatezza le braccia, che le allargassi in modo dolce ma risoluto le gambe e le togliessi la vestaglia, lasciandola in reggiseno e mutandine. Era uno spettacolo! I capezzoli sporgevano appuntiti, turgidi ed eretti. Le natiche erano ancora polpose ed insolenti. Erano larghe e distanti fra loro ed il tessuto che vi passava nel mezzo era leggero e sufficientemente teso da mostrare esattamente nel centro una sporgenza piccola e rotonda. La vellicai, delicatamente, vi passai sopra i polpastrelli della mano destra. “Alberto, cosa fai?”, sussultò lei “non si devono fare queste cose!”. Ripetei il gesto. Mia madre reagì di nuovo: “Alberto, ti ho già detto di smetterla, la vuoi capire o no che tra madre e figlio certe cose non si fanno?”. E già la sua voce era meno convinta e risoluta, meno scandalizzata. Stava forse per cedere? Passai per la terza volta la punta delle dita su quel grumo intimo e stupendo. Questa volta lei non disse nulla, come se facesse finta di non accorgersi di quella mia sfrontata richiesta di trasgressive confidenze. Continuai ad accarezzare quella sua intimità, quel suo bocciolo sporgente fra le natiche, appena al di sotto delle sue mutandine graziose a fiorellini. Ne percorsi la circonferenza e sentii che nell’interno il muscolo ad anello a tratti si contraeva. Feci per montarla (non volevo penetrarla per ora); volevo solo spiegarle come si fa ad accoppiarsi alla “pecorina”. Decisi, però, di aspettare un po’. Volevo ammirare quel corpo femminile, non più giovane, ma neppure troppo maturo, quelle mutandine quasi trasparenti, le natiche nude naturalmente aperte, le gambe snelle e ben tornite. E poi ero curioso di vedere la reazione di mamma: sapevo che si era eccitata, volevo che si umiliasse lei a chiedere di sospendere o di continuare l’insegnamento del Kamasutra da parte del figlio. Sicuramente la femmina che abitava nel suo ventre e fra le sue gambe voleva in qualche modo placarne l’eccitazione anche se, a causa dei soliti principi e del perbenismo, nemmeno immaginava come. “Allora, Alberto, vogliamo o non vogliamo terminare questa tua stupida dimostrazione? Almeno, una volta finita, possiamo tornare alle nostre faccende; ma, mi raccomando, non mi toccare, non fare carezze da camionista o troppo confidenziali” (e qui la sua voce ebbe ancora un tremito). Anche le sue gambe tremavano, non so se per la posizione scomoda o per l’emozione. “Va bene, mamma”, dissi “lascia fare a me, non ti preoccupare più di tanto, sai che ti voglio bene e che ho per te il massimo rispetto”. Ma non sapevo fino a che punto, in cuor suo (anche se forse non lo ammetteva neppure a se stessa), lei voleva veramente essere rispettata da me. Mi aspettavo una sua immediata reazione quando le montai sopra e mi adagiai facendo pressione sopra il suo corpo, in quella posizione per lei così poco dignitosa, ‘a quattro zampe’. Mamma invece non disse nulla, neppure quando sentì il mio torace aderire perfettamente alla sua schiena, le mie cosce a stretto contatto con le sue, il mio bacino che premeva contro le sue natiche, il mio uccello, gonfiatosi a dismisura, insinuarsi nel solco aperto fra le chiappe nude, in intimo contatto con le sottili mutandine; non protestò nemmeno quando posi, per esemplificare la tecnica, la punta del mio fallo contro il presunto ingresso, sebbene ancora coperto, della sua vagina. Colto da una libidine smisurata e da una foia incontenibile, infilai tre dita sotto quelle mutande, le sollevai, le sfilai a poco a poco; mi apparve il taglio fra i glutei in tutta la stupenda nudità; incapace di resistere gliele abbassai fino all’incavo delle ginocchia. Di tanto in tanto lei emetteva dei gemiti appena percettibili. Non mi sembrava vero: ora avevo davanti agli occhi l’ano sporgente, slabbrato, seppure un po’ contratto, ma soprattutto la figa pelosa, nuda, fradicia di mamma, molto dilatata dal desiderio inconfessato e circondata da un cespuglio di peli folti e nerissimi, che montarono la mia eccitazione. Non stetti a riflettere più del necessario. Mia madre non diceva nulla, dunque non poteva essere veramente contraria. Forse non aspettava altro: la voglia di godere non ammette ragioni. Puntai la punta del mio cazzo contro l’ingresso della sua vagina e penetrai profondamente in lei, scivolando con facilità in quella guaina molto lubrificata, già pronta per l’uso, provando un gusto fisico e psicologico ineguagliabili. Pompai subito con grande foga, sapendo mia madre pienamente consenziente. Il mio ritmo diventava sempre più incalzante, stavo avvicinandomi rapidamente alla conclusione; davo dei colpi sempre più forti e profondi alle chiappe di mamma. Stavo per venire, ma volevo prolungare il mio godimento. Con uno sforzo riuscii a rallentare il ritmo, appena in tempo per non oltrepassare il punto del non ritorno. Mamma era sempre silenziosa, non sapevo cosa stesse effettivamente provando, né cosa stesse pensando in quel momento. Le girai il viso di lato e vidi che aveva gli occhi torbidi e semi chiusi. “Guardami mamma, le dissi “non chiudere gli occhi nel momento dell’orgasmo, voglio leggere il piacere nei tuoi occhi, non ti devi vergognare. Ora ti dimostro che ci si può baciare anche in questa posizione”. Le girai ancora un po’ la testa, lei collaborò volgendo il viso verso di me; torcendo il collo più che poté e allungando le sue labbra gonfie e vogliose verso le mie, mi baciò e si lasciò baciare a lungo, sensualmente ed anche lascivamente, mentre io le tenevo a coppa fra le mani le mammelle turgide, liberate dal reggiseno, tiepide, nude, delicate, dai capezzoli turgidi, eretti, mentre le infliggevo le ultime stoccate. Sentendo vicino l’orgasmo, il mio ed anche il suo, aumentai il ritmo, che divenne frenetico vicino all’apice del godimento. Mamma gemeva sempre più forte. Ora le stavo dando dei colpi tremendi, risolutivi. Come le avevo consigliato, anzi ordinato, mantenne gli occhi spalancati, nonostante la vergogna e il riserbo che solitamente vuole il piacere. I suoi occhi tradivano la libidine e la voglia di varcare il confine del piacere supremo, di tuffarsi in un totale smarrimento. Vedevo le sue pupille contrarsi e dilatarsi, come la sua vagina e, molto presumibilmente, il suo sfintere anale. Mi fissò con non poco compiacimento nel mentre queste si facevano particolarmente dilatate; la fissai intensamente quando queste si dilatarono al massimo...
“Vengoooooo... gooooodooooo.....” urlò tutto il suo piacere, e a questo punto non ce la fece più a reggere il mio sguardo: gli occhi le si rivoltarono nelle orbite, mentre esplodeva il suo orgasmo e lei s’immergeva nell’indispensabile solitudine di chi vuole gustare il piacere supremo. Io venni assieme a lei, perché stavo già per venire, perché il suo urlo, la contrazione dei suoi muscoli vaginali, la consapevolezza del suo orgasmo, così intimamente e sinceramente assaporato, mi fecero collassare. Mi scaricai in lei con grandissima soddisfazione, le riempii la fica con dei getti potenti di sborra, seguiti da altri fiotti, in un singhiozzo che pareva interminabile. Riempii la vagina di mia madre con litri di sperma, tanto che fuoriuscì dal condotto stesso, unendosi al brodo meno denso, ma forse altrettanto copioso che il ventre della mia genitrice aveva prodotto e che già da un po’ le stava colando per le cosce bianche e vellutate, lungo i peli appiccicosi della figa e delle gambe.
“Avevi ragione, Alberto”, disse lei appena riprese fiato “siamo solo dei finti moralisti, sono venuta, ho goduto, mi sono lasciata montare come volevi tu perché lo desideravo. Vedi, Alberto, hai una madre porca, chissà cosa direbbe papà se lo sapesse, forse mi caccerebbe da casa”.
“Ma noi non glielo diremo mai”, la rassicurai io “resterà un nostro piccolo segreto. A patto, però che la cosa non rimanga un caso isolato. Mi piace molto il tuo corpo e lo voglio ancora esplorare, penetrare...”. Prima che lei rispondesse, la rovesciai sul letto e la baciai in bocca, con la mia lingua cercai la sua, la trovai, duellai con essa, la esplorai sotto la lingua, negli anfratti più segreti, le spinsi la punta quasi fino in gola. Fu un bacio molto sensuale, più intimo dell’amplesso che avevamo appena consumato. Steso su di lei, mi eccitai di nuovo e ogni tanto spingevo in avanti il pube contro il suo basso ventre, facendole sentire il mio randello nuovamente in tiro, sempre più duro ed eccitato. Lei rispondeva spingendo la sua prugna contro il mio bacino. La accarezzai di nuovo fra le gambe e la trovai ancora vogliosa. Feci passare una mano sulla sua passera nuda e la ritrassi con le dita coperte e impiastricciate di una sostanza colloidale, non bianca ma viscida, e non era solo il mio sperma. La strinsi forte, l’amavo, l’amavo come figlio e la desideravo come un uomo desidera una donna... Ci amammo di nuovo, di un amore passionale, sincero, di un amore sinceramente lascivo, esclusivamente sensuale; il mio membro ripercorse la sua vagina fradicia, lubrificata, e fu una cosa del tutto naturale, e la quantità di seme che versai in lei fu ancor più abbondante della prima volta, la scarica più appagante, più goduta, e la penetrazione nel suo ventre più profonda, senza incertezze o reticenze, fino a raggiungere il piacere e la liberazione più completi nell’intimità fra due corpi consapevoli, travolti da un orgasmo superlativo che di nuovo ci travolse, finalmente liberi da ogni ingiustificato tabù o zavorra.
Giacemmo sfiniti per quasi un quarto d’ora, ma quando feci per alzarmi e rivestirmi di quel poco che di fatto mi ero tolto, inaspettatamente la vidi alzarsi pigramente per riappoggiarsi subito dopo su di un gomito, gli occhi fissi su di me con aria interrogativa, e udii la sua voce che con un tono un poco strafottente, un poco impacciato, chiedere:
“Sei sicuro, mio piccolo grande maestro, di avere terminato la lezione? Un maestro come te, un figlio che riesce ad arrapare la madre fino a farla diventare consenziente, vogliosa e incestuosa e che alla fine riesce a portare avanti il gioco fino a farla venire, non si può dimenticare, ora che è momentaneamente appagato, la parte migliore. Ricordi dove eravamo rimasti? La frittata è ormai fatta, abbiamo fatto trenta ed ora, mio piccolo adorabile Alberto, mio unico vero bene, non ci resta che fare trentuno!”. “Vedi... mamma... forse...”, mi ritrovai a balbettare io, insolitamente imbarazzato (probabilmente era la spossatezza che mi faceva tentennare). “Non si era forse detto che esiste un altro modo di possedere e far godere le donne? Se non lo vogliamo sperimentare di fatto, possiamo almeno inscenare una pantomima affinché io mi renda conto e partecipi almeno in parte a questa forma animalesca di amore che tu descrivi e sostieni non essere del tutto innaturale, ma più che legittimo per due coniugi che si vogliono veramente bene”.
“A dire il vero io parlavo di mont...di penetrazione ‘da’ dietro, cosa che abbiamo sperimentato con inusitato trasporto. Ora tu mi stai proponendo d’insegnarti la penetrazione ‘di’ dietro, vale a dire direttamente nel...buco del culo”. “Dire ‘da’ dietro e ‘di’ dietro per me fa poca differenza, dal momento che la distanza fra i due buchi è così esigua, sono solo pochi millimetri di pelle, ché per noi donne, o perlomeno per me, sono quasi un tutt’uno”. Quella frase, detta in quella maniera un po’ volgare, il modo con cui mia madre aveva volutamente sottolineato e pronunciato la parola ‘pelle’ mi fece accapponare l’epidermide, mi fece talmente eccitare, che avrei voluto avere un fallo lungo due metri per trapassare la femmina che avevo di fronte da parte a parte in un solo istante e salire nel cielo e nell’oblio per la terza volta, annegando tra fiotti di sperma, peli di fica, buchi, budella, clitoridi pulsanti e smisurati. La sua voce, prima esitante, un po’ tremante, ora era come affannata, ruffiana, sfrontatamente porca. Era chiaro che mia madre fingeva di non capire la differenza anatomica e funzionale, proprio perché comprendeva ed estimava l’immensa differenza fra le due cose, una differenza che voleva provare sulla sua pelle. Allora le apersi le chiappe, fino a farle male. pensai fra me e me. Le introdussi una clava smisurata per l’eccitazione nello stretto pertugio del retto, sodomizzandola al primo colpo. Percorsi tutto il tratto, arrivandole fino in fondo al canale, stuzzicato dalla mucosa, entrando nel suo tiepido corpo di donna e di giovane madre infoiata attraverso l’ingresso meno nobile e puro, attraverso il suo pertugio segreto e proibito, difficilmente accessibile e per questo lubricamente sognato, provando un gusto fortemente perverso. Lei non urlò: segno che stava godendo, o forse era svenuta. Ma non provai pietà per lei. Continuai a penetrarla con tremende bordate; le presi la testa fra le mani e la girai verso di me; lei mi fissò, piangeva, ma riuscì ugualmente a sussurrare: “E’ bello anche così, continua, squarciami fino in fondo”. Allora feci penetrare una mano fra le sue gambe e le afferrai il clitoride gonfio di tutta la sua abnorme eccitazione, che lei ormai non poteva più nascondere, ma che, al contrario, adesso mostrava senza pudore alcuno. La masturbai fino a farla venire, urlare, piangere di gioia, fino a riempirmi le mani del suo brodo denso e colloso. Il suo ventre era scosso da mille orgasmi, che si concludevano con mille raffiche di liquido vaginale e spasimi fra i meandri cerebrali; anche le reni, la schiena e i muscoli interni delle cosce si contraevano con lo stesso ritmo. La profanai attraverso tutti i buchi; non ci stancavamo mai. La mia dolce e appetitosa nutrice, una volta gettata la maschera, non ebbe più nessun pudore a mostrare la sua libidine senza freni e il suo bisogno di sesso mai appagato. Urlò come un cane ferito mentre sborrava in modo convulso, sfogandosi egoisticamente e senza sensi di colpa nel suo ultimo orgasmo. Quel giorno tutto finì lì, ma la nostra intesa proseguì. Dal momento che mio padre, un po’ per il lavoro, che lo costringeva spesso ad allontanarsi da casa, un po’ per il fatto che aveva intensificato le sue frequentazioni del centro dei lavoratori credenti, avemmo molte altre occasioni per fare liberamente l’amore, godendo senza vergogna l’uno dell’altra. Anzi, un giorno, mia madre, non bastandole più la minestra riscaldata, decise di rendere più intrigante la nostra intesa, già molto immorale così (per aver cornificato mio padre e per l’incesto), con la presenza di una terza persona, di sesso femminile, ovvero la nostra vicina di casa, un’insegnante, colta e intelligente, ma in preda alla ‘passione della menopausa’ (un buco nero nel cervello): donna dalle forme giunoniche, la quale mi concesse volentieri le sue grazie (le concesse anche a mia madre; poi, però, a sua volta la sottomise in modo indecente). Fu un periodo meraviglioso, una parentesi della mia vita che ricordo con molta nostalgia. Ora mia madre è anziana, ma ogni tanto ancora la scopo (anche perché mio padre è divenuto impotente) ed ho avviato con lei delle pratiche sado-masochiste. Per dare un po’ più di sapore alla vita...

FINE



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