6 anni fa
Giarrettiera e reggicalze da uomo: quando l'utilità ammazza il desiderio
Gli accessori sono il segreto più custodito nella moda maschile, ma cosa succede quando una povera donna se li ritrova davanti?
Dura la vita dell’uomo costretto a indossare camicie, pantaloni, calze anche d’estate. Avvilito dall’alone di ascelle miserabili, il lavoratore obbligato all’opprimente tripletta non ha nulla per contrastare l’inevitabile effetto della temperatura percepita. Se la donna scopre braccia, indossa gonne e va giù di freschi sandaletti, lui niente, suda e basta, condannato com’è alla disgrazia del “completo-per-l’ufficio”.
Vietato, dunque, infierire. Spietato è chi fa notare l’imbarazzante conseguenza di tanto disagio: l’argomento ‘intimo maschile’ va trattato con delicatezza quando si comprende la difficoltà di assolvere un onere che se ammette una deroga è solo verso cravatte e giacche. Ma per quanto si possa essere empatici nei confronti di indossatori sudaticci, non si può soprassedere sulla trovata scovata nella nicchia degli accessori da uomo in vendita online. Perché leggere “Giarrettiera Bretelle Uomo con Reggicalze Antiscivolo e Cinturini Regolabili” accanto alla foto di un modello che, con le brache calate, mostra cosa potrebbe nascondersi sotto strati e strati di tessuto, non lascia indifferenti. E a niente serve il fine nobile dell’originale accessorio che, se pure è stato concepito per far apparire impeccabile il suo utilizzatore, diventa un formidabile anestetico contro ogni pulsione erotica femminile, castrata sul nascere quando l’occhio cade sull’infame stratagemma. E allora ovvio che poi viene da pensare: “Meriti di sudare in eterno, bello mio”.
Giarrettiera e reggicalze da uomo, a cosa servono
Il sito che sponsorizza giarrettiera e reggicalze da uomo descrive l’accessorio come “il segreto meglio custodito nella moda maschile”, utile per l’uomo stanco di badare sempre a che camicie e magliette non strabordino dai pantaloni. Ma c’è di più: l’ulteriore profitto sta pure nella clip di metallo che arriva giù fino al calzino e lo tiene ben teso contro l’insorgere di brutte pieghette. Un altro video, poi, dimostra la convenienza riprendendo i momenti in cui l’accessorio potrebbe essere benedetto dal potenziale acquirente: un’impegnativa partita a biliardo, un’incauta stiracchiata, il tifo esagitato durante una partita. Tutte situazioni, insomma, in cui la mutanda dall’elastico sformato potrebbe apparire all’improvviso e magari smascherare i morbidi rotolini dell’addome rassegnato.
Giarrettiera e reggicalze da uomo, perché ammazzano lo slancio erotico della donna
Tuttavia, l’intimo segreto custodito dal maschio attento all’immagine potrebbe suscitare ben altro effetto nella donna che, dopo essere stata rapita da tanta impeccabilità, subisce il rinculo della drammatica scoperta. Una carezza svela l’inghippo, strane protuberanze sparse nel perimetro di gambe e parti basse avvertono che c’è qualcosa che non va, fino a quando, tolta la camicia e slacciati i pantaloni, il partner con cui ha deciso di trascorrere un eccitante post serata appare così, come la commovente varietà di una marionetta umana sorretta da elastici e borchiette e pure priva del libretto di istruzioni utile a sbrogliare la matassa.
Benedetti siano sempre i rimedi della nonna (anzi, del nonno): l’elastico dello slip che blocca la camicia sarà pure bruttino da vedere, ma almeno, all'occorrenza, l’uomo accorto potrà essere tempestivo nel rimediare e liberare i lembi del tessuto tenuti a mo’ di alette laterali. E’ la sostanza quella conta; l’apparenza anche, per carità, ma solo quando il prosieguo di serata è “frittatona di cipolle, familiare di birra gelata, tifo indiavolato e rutto libero” di fantozziana memoria.
Gli accessori sono il segreto più custodito nella moda maschile, ma cosa succede quando una povera donna se li ritrova davanti?
Dura la vita dell’uomo costretto a indossare camicie, pantaloni, calze anche d’estate. Avvilito dall’alone di ascelle miserabili, il lavoratore obbligato all’opprimente tripletta non ha nulla per contrastare l’inevitabile effetto della temperatura percepita. Se la donna scopre braccia, indossa gonne e va giù di freschi sandaletti, lui niente, suda e basta, condannato com’è alla disgrazia del “completo-per-l’ufficio”.
Vietato, dunque, infierire. Spietato è chi fa notare l’imbarazzante conseguenza di tanto disagio: l’argomento ‘intimo maschile’ va trattato con delicatezza quando si comprende la difficoltà di assolvere un onere che se ammette una deroga è solo verso cravatte e giacche. Ma per quanto si possa essere empatici nei confronti di indossatori sudaticci, non si può soprassedere sulla trovata scovata nella nicchia degli accessori da uomo in vendita online. Perché leggere “Giarrettiera Bretelle Uomo con Reggicalze Antiscivolo e Cinturini Regolabili” accanto alla foto di un modello che, con le brache calate, mostra cosa potrebbe nascondersi sotto strati e strati di tessuto, non lascia indifferenti. E a niente serve il fine nobile dell’originale accessorio che, se pure è stato concepito per far apparire impeccabile il suo utilizzatore, diventa un formidabile anestetico contro ogni pulsione erotica femminile, castrata sul nascere quando l’occhio cade sull’infame stratagemma. E allora ovvio che poi viene da pensare: “Meriti di sudare in eterno, bello mio”.
Giarrettiera e reggicalze da uomo, a cosa servono
Il sito che sponsorizza giarrettiera e reggicalze da uomo descrive l’accessorio come “il segreto meglio custodito nella moda maschile”, utile per l’uomo stanco di badare sempre a che camicie e magliette non strabordino dai pantaloni. Ma c’è di più: l’ulteriore profitto sta pure nella clip di metallo che arriva giù fino al calzino e lo tiene ben teso contro l’insorgere di brutte pieghette. Un altro video, poi, dimostra la convenienza riprendendo i momenti in cui l’accessorio potrebbe essere benedetto dal potenziale acquirente: un’impegnativa partita a biliardo, un’incauta stiracchiata, il tifo esagitato durante una partita. Tutte situazioni, insomma, in cui la mutanda dall’elastico sformato potrebbe apparire all’improvviso e magari smascherare i morbidi rotolini dell’addome rassegnato.
Giarrettiera e reggicalze da uomo, perché ammazzano lo slancio erotico della donna
Tuttavia, l’intimo segreto custodito dal maschio attento all’immagine potrebbe suscitare ben altro effetto nella donna che, dopo essere stata rapita da tanta impeccabilità, subisce il rinculo della drammatica scoperta. Una carezza svela l’inghippo, strane protuberanze sparse nel perimetro di gambe e parti basse avvertono che c’è qualcosa che non va, fino a quando, tolta la camicia e slacciati i pantaloni, il partner con cui ha deciso di trascorrere un eccitante post serata appare così, come la commovente varietà di una marionetta umana sorretta da elastici e borchiette e pure priva del libretto di istruzioni utile a sbrogliare la matassa.
Benedetti siano sempre i rimedi della nonna (anzi, del nonno): l’elastico dello slip che blocca la camicia sarà pure bruttino da vedere, ma almeno, all'occorrenza, l’uomo accorto potrà essere tempestivo nel rimediare e liberare i lembi del tessuto tenuti a mo’ di alette laterali. E’ la sostanza quella conta; l’apparenza anche, per carità, ma solo quando il prosieguo di serata è “frittatona di cipolle, familiare di birra gelata, tifo indiavolato e rutto libero” di fantozziana memoria.
6 anni fa
6 anni fa
😄 😋
6 anni fa
Non lo trovi sexy? 😄 😋 🙂Quotato da jabbathehutt,E questa che roba è? 😮 😮 😮
6 anni fa
Ahahahah 🤪🤪🤪
6 anni fa
Articolo tratto da: State of Mind - Il giornale delle scienze psicologiche
A cura di: Claudio Nuzzo
Autostima
L'autostima è l' insieme dei giudizi valutativi che l'individuo dà di se stesso. Essa può essere costruita giorno dopo giorno attraverso strategie.
Definizione di Autostima
Definire il costrutto di autostima non è semplice, in quanto si tratta di un concetto che ha un’ampia storia di elaborazioni teoriche. Una definizione concisa e condivisa in letteratura potrebbe essere la seguente:
Insieme dei giudizi valutativi che l’individuo dà di se stesso (Battistelli, 1994).
Tre elementi fondamentali ricorrono costantemente in tutte le definizioni di autostima (Bascelli, 2008):
La presenza nell’individuo di un sistema che consente di auto-osservarsi e quindi di auto-conoscersi.
L’aspetto valutativo che permette un giudizio generale di se stessi.
L’aspetto affettivo che permette di valutare e considerare in modo positivo o negativo gli elementi descrittivi.
La costruzione cognitiva dell’autostima
L’autostima è un paradigma che può essere costruito giorno dopo giorno attraverso strategie cognitive.
Una prima definizione del concetto di autostima si deve a William James (cit. in Bascelli e all, 2008), il quale la concepisce come il risultato scaturente dal confronto tra i successi che l’individuo ottiene realmente e le aspettative in merito ad essi.
Alcuni anni dopo Cooley e Mead definiscono l’autostima come un prodotto che scaturisce dalle interazioni con gli altri, che si crea durante il corso della vita come una valutazione riflessa di ciò che le altre persone pensano di noi.
Infatti l’autostima di una persona non scaturisce esclusivamente da fattori interiori individuali, ma hanno una certa influenza anche i cosiddetti confronti che l’individuo fa, consapevolmente o no, con l’ambiente in cui vive. A costituire il processo di formazione dell’autostima vi sono due componenti: il sé reale e il sé ideale.
Il sé reale non è altro che una visione oggettiva delle proprie abilità; detto in termini più semplici corrisponde a ciò che noi realmente siamo.
Il sé ideale corrisponde a come l’individuo vorrebbe essere. L’autostima scaturisce per cui dai risultati delle nostre esperienze confrontati con le aspettative ideali. Maggiore sarà la discrepanza tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere, minore sarà la stima di noi stessi.
La presenza di un sé ideale può essere uno stimolo alla crescita, in quanto induce a formulare degli obiettivi da raggiungere, ma può generare insoddisfazioni ed altre emozioni negative se lo si avverte molto distante da quello reale. Per ridurre questa discrepanza l’individuo può ridimensionare le proprie aspirazioni, e in tal modo avvicinare il sé ideale a quello percepito, oppure potrebbe cercare di migliorare il sé reale (Berti, Bombi, 2005).
Possedere un’alta autostima è il risultato di una limitata differenza tra il sé reale e il sé ideale. Significa saper riconoscere in maniera realistica di avere sia pregi che difetti, impegnarsi per migliorare le proprie debolezze, apprezzando i propri punti di forza. Tutto ciò enfatizza una maggiore apertura all’ambiente, una maggiore autonomia e una maggiore fiducia nelle proprie capacità.
Le persone con un’alta autostima dimostrano una maggiore perseveranza nel riuscire in un’attività che le appassiona o nel raggiungere un obiettivo a cui tengono e sono invece meno determinate in un ambito in cui hanno investito poco. Si tratta di persone più propense a relativizzare un insuccesso e ad impegnasi in nuove imprese che le aiutano a dimenticare.
Al contrario, una bassa autostima può condurre ad una ridotta partecipazione e a uno scarso entusiasmo, che si concretizzano in situazioni di demotivazione in cui predominano disimpegno e disinteresse. Vengono riconosciute esclusivamente le proprie debolezze, mentre vengono trascurati i propri punti di forza. Spesso si tende a evadere anche dalle situazioni più banali per timore di un rifiuto da parte degli altri. Si è più vulnerabili e meno autonomi. Le persone con una bassa autostima si arrendono molto più facilmente quando si tratta di raggiungere un obiettivo, soprattutto se incontrano qualche difficoltà o sentono un parere contrario a ciò che pensano.
Si tratta di persone che faticano ad abbandonare i sentimenti di delusione e di amarezza connessi allo sperimentare un insuccesso. Inoltre, di fronte alle critiche, sono molto sensibili all’intensità e alla durata del disagio provocato.
Ma cosa concorre a far sì che un individuo si valuti positivamente o negativamente? Ebbene ci si autovaluta in merito a tre processi fondamentali:
Assegnazione di giudizi da parte altrui, sia direttamente che indirettamente. Si tratta del cosiddetto ‘specchio sociale‘: mediante le opinioni comunicate da altri significativi noi ci autodefiniamo.
Confronto sociale: ovvero la persona si valuta confrontandosi con chi lo circonda e da questo confronto ne scaturisce una valutazione.
Processo di autosservazione: la persona può valutarsi anche autosservandosi e riconoscendo le differenze tra se stesso e gli altri. Kelly (1955), il padre della Psicologia dei Costrutti Personali, ad esempio considera ogni persona uno ‘scienziato’ che osserva, interpreta (i.e: attribuisce significati alle proprie esperienze) e predice ogni comportamento od evento, costruendo, tra l’altro, una teoria di sé per facilitare il mantenimento dell’autostima.
Autostima e ideali
In pratica l’assunto centrale della teoria è che la gente si muove attraverso ideali e mete e monitora il proprio percorso verso di esse, confrontando continuamente la percezione del proprio comportamento rispetto agli standard di riferimento. Quando l’individuo percepisce una discrepanza tra il proprio stato attuale e la meta cerca delle strategie comportamentali per ridurre tale discrepanza.
Le persone si muovono attraverso molteplici piani ideali, alcuni sono legati alle abitudini concrete (“ideale di andare in palestra due volte la settimana”), altri sono legati a ideali più astratti da realizzare (“diventare una persona sportiva e dinamica”). In generale la percezione di una distanza tra come siamo e come vorremmo essere genera emozioni negative di tristezza, tale per cui siamo portati in qualche modo a minimizzare tale differenza percepita. Esistono però due tipi di ideali studiati: gli ideali propriamente intesi, ovvero esperienze, concetti e standard di riferimento a cui tendere e a cui riferirsi, e gli ideali negativi (sé temuti) ovvero situazioni, persone (reali o simboliche), mete e circostanze da cui le persone cercano di distanziarsi e di tenere lontane perché giudicano negativamente.
In generale il senso comune e la letteratura ipotizzano un ruolo negativo degli ideali sull’ autostima, specie se essi sono troppo ambiziosi e irraggiungibili (Marsh, 1993).
In generale si può dire che nonostante il chiaro valore che l’autoregolazione verso le mete ha per la società, poiché spinge l’individuo a migliorarsi e a tendere verso nuovi obiettivi, la rincorsa verso gli ideali ha dei costi individuali in termini di risorse mentali e senso del proprio valore.
Le distorsioni cognitive
Talvolta le autoanalisi che contribuiscono definire l’autostima di una persona sono falsate dalle sue distorsioni cognitive, ovvero da pensieri che inficiano la considerazione di sé.
Sacco e Beck (1985) indicano una serie di distorsioni cognitive, che sono:
Le inferenze cognitive, attraverso le quali gli individui maturano delle idee arbitrarie su se stessi senza l’avallo di dati reali e obiettivi;
Le astrazioni selettive, per mezzo delle quali un piccolo particolare negativo viene estrapolato, divenendo emblematico e rappresentativo del proprio modo di essere;
Le sovrageneralizzazioni, per cui si è portati a generalizzare partendo, per esempio, da un singolo tratto di personalità che contraddistingue un individuo o da un singolo episodio esperienziale che lo ha visto protagonista;
La massimizzazione, che consente di implementare gli effetti negativi di una singola azione svolta;
La minimizzazione, la quale permette di rimpicciolire la portata positiva di qualche evento;
La personalizzazione, che autorizza a sentirsi colpevole per qualche evento negativo accaduto;
Il pensiero dicotomico, che non ammette sfumature nell’ambito delle assunzioni di responsabilità, riconducendo l’analisi ai costrutti del tutto e niente (visione in bianco e nero).
Autostima ed attribuzioni causali
Il processo mediante cui l’individuo si autovaluta è dovuto anche alle attribuzioni causali. Detto in termini più semplici le persone spesso cercano di spiegarsi un evento collegandolo ad una causa. Sovente si tende ad attribuire un successo raggiunto ad una causa esterna alla persona, quale potrebbe essere la fortuna, oppure ad una causa interna, come ad esempio la tenacia.
Weiner, nel 1994, ha affermato che le attribuzioni possono essere distinte in base a tre dimensioni:
Locus of control: ossia se la causa di un successo (o di un fallimento) è interna o esterna alla persona;
Stabilità: per cui le cause possono essere stabili o instabili nel tempo (per esempio la facilità del compito è stabile, al contrario la fortuna è instabile);
Controllabilità: non tutte le cause possono essere controllate dal soggetto;
Pare che l’attribuzione a cause stabili, controllabili e interne all’individuo abbia, in caso di raggiungimento di un successo, un innalzamento dell’autostima nell’individuo.
Di contro l’attribuzione a cause esterne a sé, instabili e poco controllabili portano ad un calo dell’autostima e della fiducia in se stessi.
Bassa autostima: le strategie per incrementarla
Secondo Toro (2010), per accrescere la percezione positiva di sé esistono diverse strategie, quali:
l’incremento delle capacità di problem solving, poichè spesso l’autostima è funzione delle proprie capacità di risolvere i problemi.
l’implementazione del dialogo interno (self – talk) positivo; l’autostima, infatti, può essere incrementata attraverso il dialogo positivo con se stessi, utilizzando la propria voce interiore. In altre parole, se noi per primi inviamo dei messaggi positivi alla nostra mente, è molto probabile che le autopercezioni possano migliorare.
la ristrutturazione dello stile attribuzionale, tesa a farci raggiungere una maggiore obiettività, grazie alla quale potremmo, ad esempio, interpretare gli avvenimenti o le situazioni che non dipendono da noi come semplicemente sfavorevoli.
il miglioramento dell’autocontrollo;
la modificazione degli standard cognitivi; ponendoci aspettative eccessivamente elevate, infatti, corriamo il rischio di non essere all’altezza di quelle attese e, quindi, di influenzare l’autopercezione.
il potenziamento delle abilità comunicative.
Autostima ed immagine corporea
Secondo lo psicoterapeuta Luca Saita, sarebbero tre i meccanismi che interferirebbero negativamente con la creazione dell’immagine corporea, ovvero:
attacco diretto o indiretto
proiezione
etichettamento
Nel primo caso la persona subisce un attacco, diretto o non, al proprio corpo (‘Oggi hai davvero un aspetto orribile!’); nel secondo caso qualcuno, in modo inconsapevole, per liberarsi delle proprie caratteristiche fisiche ritenute inaccettabili, le attribuisce a qualcun altro (ad es., la madre che dice alla figlia ‘Non metterti quel vestito, ti ingrassa‘); nell’ultimo caso vengono attribuite delle etichette alla persona (il ‘nasone‘, il ‘roscio‘, ‘gambe storte‘).
Quando una persona viene costantemente sottoposta ad influenze negative di questo genere non c’è da meravigliarsi che impari a vedersi solo ed unicamente attraverso le lenti distorte della disistima. Non bisogna sottovalutare gli effetti di un tale atteggiamento: l’immagine corporea, il modo in cui ci vediamo e ci presentiamo agli altri ha delle ripercussioni molto profonde a livello di sicurezza di sé; in altre parole, il vedersi brutti, il percepirsi inadeguati ha conseguenze che influiscono non solo sul corpo, ma anche sulla mente, sul modo di stare al mondo.
Chiaramente si tratta di un vissuto del tutto personale e soggettivo; esistono, come è possibile osservare nell’esperienza quotidiana di ciascuno di noi, persone considerate belle che, però, si vivono come costantemente inadeguate e sono sempre alla ricerca di un qualcosa che manca per sentirsi, finalmente, a proprio agio nel proprio corpo. Al tempo stesso, ci sono persone che, pur avendo dei piccoli difetti, si vogliono bene, vivono il proprio corpo con serenità e trasmettono tale serenità anche all’esterno, in termini di sicurezza di sé.
Per questa ragione diventa importante aiutare la persona che non si accetta e tende ad ingigantire i propri difetti, fino, in alcuni casi, a non riuscire a condurre una vita gratificante, a prendere coscienza delle convinzioni erronee che sono alla base della percezione di sé, in modo da sottoporle ad un vaglio critico, riguadagnando un’immagine positiva.
Per fare ciò l’autore suggerisce alcune strategie, che passano attraverso il contestare le etichette e l’imparare a difendersi dagli attacchi mossi alla propria immagine di sé, anche e soprattutto quando questi attacchi vengono da persone significative.
In ultima analisi, bisogna tenere a mente che la mente è ‘come una lente: la visione di sé stessi e del proprio corpo avviene attraverso questa lente che può modificare, deformare, ampliare o distorcere ciò che osserva‘.
Dobbiamo quindi imparare a conoscere questa lente e i suoi filtri, perché essa influisce non solo sul modo in cui vediamo il nostro corpo, ma sul modo in cui vediamo noi stessi in generale. A sua volta, il modo in cui vediamo noi stessi è a fondamento del nostro modo di porci rispetto all’ambiente, alla nostra vita.
Per questo dobbiamo neutralizzare le visioni distorte che non ci permettono di volerci bene per come siamo; come scrive l’autore tirando le somme:
Date al vostro cigno una chance e non permettete mai a nessuno di convincervi che siete solo un brutto anatroccolo e che niente potrà cambiarvi.
Autostima e social network
Secondo i risultati di una ricerca americana, l’utilizzo del social network Facebook favorirebbe l’incremento della propria autostima. Lo studio in questione è stato condotto da Hancock e colleghi della Cornell University (New York) ed ha coinvolto 63 studenti della stessa università.
Le condizioni sperimentali erano così strutturate: gli studenti del primo gruppo potevano navigare liberamente su Facebook senza alcun impedimento, quelli del secondo gruppo, invece, rimanevano di fronte al monitor spento. Infine, un terzo gruppo di studenti rimaneva di fronte a degli specchi, collocati davanti ai monitor. Dopo tre minuti, ad ogni partecipante veniva dato un test per valutare la propria autostima. Nel gruppo di controllo, ovvero quello formato dagli studenti che osservavano i computer spenti e da quelli posizionati davanti agli specchi, non si registrava alcun aumento nei livelli di autostima, mentre gli studenti che avevano navigato Facebook riportavano aumenti significativi della stima di sé.
Hancock e colleghi hanno ipotizzato che Facebook mostrerebbe un’immagine positiva di noi stessi, mentre, al contrario, uno specchio ci ricorderebbe chi siamo veramente e per questo potrebbe avere un effetto negativo sulla nostra autostima.
Naturalmente non tutti gli utenti abituali risentono di un incremento dell’autostima, anzi, alcune ricerche hanno suggerito una correlazione tra l’uso intensivo di Facebook e narcisismo e, più in generale, tra l’utilizzo dei social network e altre patologie.
Autostima e bullismo
Pare che la stima attribuita a noi stessi possa avere un sua influenza nei fenomeni di bullismo. Tuttavia, in letteratura, la relazione tra autostima e bullismo, fornisce dati in parte contraddittori.
La maggior parte degli studi sembra concorde nel sostenere che i bambini vittime di bullismo soffrono di scarsa autostima, hanno un’opinione negativa di sé e delle proprie competenze (Menesini, 2000).
I bulli invece appaiono spesso caratterizzati da un’alta autostima. In una importante ricerca sul tema (Salmivalli, 1999) si è indagata l’autostima a 14 e 15 anni e i risultati hanno evidenziato che i bulli hanno un’autostima più alta della media, combinata a narcisismo e manie di grandezza. Un ulteriore studio ha evidenziato che i bulli sono soggetti popolari, e ciò ha portato i ricercatori a ipotizzare che la popolarità potrebbe condurre ad un innalzamento dell’autostima e delle condotte aggressive, in quanto il bullo non avrebbe paura di essere sanzionato dal gruppo di pari (Caravita, Di Balsio, 2009).
Comunque questi dati sono stati più volte smentiti, in quanto il fatto che i bulli percepiscono sé stessi come ben visti non vuol dire che essi realmente lo siano. Spesso accade che le persone che hanno un comportamento da bullo si mostrano come superiori e potenti, ma in realtà essi non pensano questo di sé stessi.
I dati che supportano l’ipotesi che i bulli hanno una positiva percezione di sé, ritengono che essa è spesso inconsistente. Per esempio Salmivalli (1998) ha trovato nei bulli un’alta autostima per quanto riguarda le relazioni interpersonali e l’attrazione fisica, ed una bassa autostima per quanto riguarda l’ambito scolastico, quello familiare, quello del comportamento e quello delle emozioni (Salmivalli, 2001).
In conclusione, le ricerche sono concordi nel sostenere che l’essere vittima di bullismo correla con la bassa autostima, meno chiaro è invece il ruolo che gioca l’autostima nel comportamento antisociale del bullo. Le correlazioni emerse dalle varie ricerche tra autostima e comportamento aggressivo sono poco concordanti.
L’autoefficacia
Con il termine autoefficacia (Bandura, 2000) si intende la fiducia nelle proprie capacità di escogitare le strategie che ci consentono di affrontare nel modo ottimale qualsiasi evenienza. Il concetto di autoefficacia dipende da molte variabili, quali:
l’esito brillante di precedenti situazioni problematiche affrontate;
le esperienze vicarie, date dall’aver visto altri fronteggiare contesti situazionali difficoltosi ed esserne usciti vittoriosi;
le autopersuasioni positive;
lo stato di benessere derivante dall’aver superato prove particolarmente impegnative;
la capacità di immaginarsi vincenti in esperienze gravose.
Come si evince da questa lista, anche il concetto di autoefficacia interviene nelle valutazioni che la persona compie su se stessa e che, in ultima analisi, definiscono la sua autostima.
A cura di: Claudio Nuzzo
Autostima
L'autostima è l' insieme dei giudizi valutativi che l'individuo dà di se stesso. Essa può essere costruita giorno dopo giorno attraverso strategie.
Definizione di Autostima
Definire il costrutto di autostima non è semplice, in quanto si tratta di un concetto che ha un’ampia storia di elaborazioni teoriche. Una definizione concisa e condivisa in letteratura potrebbe essere la seguente:
Insieme dei giudizi valutativi che l’individuo dà di se stesso (Battistelli, 1994).
Tre elementi fondamentali ricorrono costantemente in tutte le definizioni di autostima (Bascelli, 2008):
La presenza nell’individuo di un sistema che consente di auto-osservarsi e quindi di auto-conoscersi.
L’aspetto valutativo che permette un giudizio generale di se stessi.
L’aspetto affettivo che permette di valutare e considerare in modo positivo o negativo gli elementi descrittivi.
La costruzione cognitiva dell’autostima
L’autostima è un paradigma che può essere costruito giorno dopo giorno attraverso strategie cognitive.
Una prima definizione del concetto di autostima si deve a William James (cit. in Bascelli e all, 2008), il quale la concepisce come il risultato scaturente dal confronto tra i successi che l’individuo ottiene realmente e le aspettative in merito ad essi.
Alcuni anni dopo Cooley e Mead definiscono l’autostima come un prodotto che scaturisce dalle interazioni con gli altri, che si crea durante il corso della vita come una valutazione riflessa di ciò che le altre persone pensano di noi.
Infatti l’autostima di una persona non scaturisce esclusivamente da fattori interiori individuali, ma hanno una certa influenza anche i cosiddetti confronti che l’individuo fa, consapevolmente o no, con l’ambiente in cui vive. A costituire il processo di formazione dell’autostima vi sono due componenti: il sé reale e il sé ideale.
Il sé reale non è altro che una visione oggettiva delle proprie abilità; detto in termini più semplici corrisponde a ciò che noi realmente siamo.
Il sé ideale corrisponde a come l’individuo vorrebbe essere. L’autostima scaturisce per cui dai risultati delle nostre esperienze confrontati con le aspettative ideali. Maggiore sarà la discrepanza tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere, minore sarà la stima di noi stessi.
La presenza di un sé ideale può essere uno stimolo alla crescita, in quanto induce a formulare degli obiettivi da raggiungere, ma può generare insoddisfazioni ed altre emozioni negative se lo si avverte molto distante da quello reale. Per ridurre questa discrepanza l’individuo può ridimensionare le proprie aspirazioni, e in tal modo avvicinare il sé ideale a quello percepito, oppure potrebbe cercare di migliorare il sé reale (Berti, Bombi, 2005).
Possedere un’alta autostima è il risultato di una limitata differenza tra il sé reale e il sé ideale. Significa saper riconoscere in maniera realistica di avere sia pregi che difetti, impegnarsi per migliorare le proprie debolezze, apprezzando i propri punti di forza. Tutto ciò enfatizza una maggiore apertura all’ambiente, una maggiore autonomia e una maggiore fiducia nelle proprie capacità.
Le persone con un’alta autostima dimostrano una maggiore perseveranza nel riuscire in un’attività che le appassiona o nel raggiungere un obiettivo a cui tengono e sono invece meno determinate in un ambito in cui hanno investito poco. Si tratta di persone più propense a relativizzare un insuccesso e ad impegnasi in nuove imprese che le aiutano a dimenticare.
Al contrario, una bassa autostima può condurre ad una ridotta partecipazione e a uno scarso entusiasmo, che si concretizzano in situazioni di demotivazione in cui predominano disimpegno e disinteresse. Vengono riconosciute esclusivamente le proprie debolezze, mentre vengono trascurati i propri punti di forza. Spesso si tende a evadere anche dalle situazioni più banali per timore di un rifiuto da parte degli altri. Si è più vulnerabili e meno autonomi. Le persone con una bassa autostima si arrendono molto più facilmente quando si tratta di raggiungere un obiettivo, soprattutto se incontrano qualche difficoltà o sentono un parere contrario a ciò che pensano.
Si tratta di persone che faticano ad abbandonare i sentimenti di delusione e di amarezza connessi allo sperimentare un insuccesso. Inoltre, di fronte alle critiche, sono molto sensibili all’intensità e alla durata del disagio provocato.
Ma cosa concorre a far sì che un individuo si valuti positivamente o negativamente? Ebbene ci si autovaluta in merito a tre processi fondamentali:
Assegnazione di giudizi da parte altrui, sia direttamente che indirettamente. Si tratta del cosiddetto ‘specchio sociale‘: mediante le opinioni comunicate da altri significativi noi ci autodefiniamo.
Confronto sociale: ovvero la persona si valuta confrontandosi con chi lo circonda e da questo confronto ne scaturisce una valutazione.
Processo di autosservazione: la persona può valutarsi anche autosservandosi e riconoscendo le differenze tra se stesso e gli altri. Kelly (1955), il padre della Psicologia dei Costrutti Personali, ad esempio considera ogni persona uno ‘scienziato’ che osserva, interpreta (i.e: attribuisce significati alle proprie esperienze) e predice ogni comportamento od evento, costruendo, tra l’altro, una teoria di sé per facilitare il mantenimento dell’autostima.
Autostima e ideali
In pratica l’assunto centrale della teoria è che la gente si muove attraverso ideali e mete e monitora il proprio percorso verso di esse, confrontando continuamente la percezione del proprio comportamento rispetto agli standard di riferimento. Quando l’individuo percepisce una discrepanza tra il proprio stato attuale e la meta cerca delle strategie comportamentali per ridurre tale discrepanza.
Le persone si muovono attraverso molteplici piani ideali, alcuni sono legati alle abitudini concrete (“ideale di andare in palestra due volte la settimana”), altri sono legati a ideali più astratti da realizzare (“diventare una persona sportiva e dinamica”). In generale la percezione di una distanza tra come siamo e come vorremmo essere genera emozioni negative di tristezza, tale per cui siamo portati in qualche modo a minimizzare tale differenza percepita. Esistono però due tipi di ideali studiati: gli ideali propriamente intesi, ovvero esperienze, concetti e standard di riferimento a cui tendere e a cui riferirsi, e gli ideali negativi (sé temuti) ovvero situazioni, persone (reali o simboliche), mete e circostanze da cui le persone cercano di distanziarsi e di tenere lontane perché giudicano negativamente.
In generale il senso comune e la letteratura ipotizzano un ruolo negativo degli ideali sull’ autostima, specie se essi sono troppo ambiziosi e irraggiungibili (Marsh, 1993).
In generale si può dire che nonostante il chiaro valore che l’autoregolazione verso le mete ha per la società, poiché spinge l’individuo a migliorarsi e a tendere verso nuovi obiettivi, la rincorsa verso gli ideali ha dei costi individuali in termini di risorse mentali e senso del proprio valore.
Le distorsioni cognitive
Talvolta le autoanalisi che contribuiscono definire l’autostima di una persona sono falsate dalle sue distorsioni cognitive, ovvero da pensieri che inficiano la considerazione di sé.
Sacco e Beck (1985) indicano una serie di distorsioni cognitive, che sono:
Le inferenze cognitive, attraverso le quali gli individui maturano delle idee arbitrarie su se stessi senza l’avallo di dati reali e obiettivi;
Le astrazioni selettive, per mezzo delle quali un piccolo particolare negativo viene estrapolato, divenendo emblematico e rappresentativo del proprio modo di essere;
Le sovrageneralizzazioni, per cui si è portati a generalizzare partendo, per esempio, da un singolo tratto di personalità che contraddistingue un individuo o da un singolo episodio esperienziale che lo ha visto protagonista;
La massimizzazione, che consente di implementare gli effetti negativi di una singola azione svolta;
La minimizzazione, la quale permette di rimpicciolire la portata positiva di qualche evento;
La personalizzazione, che autorizza a sentirsi colpevole per qualche evento negativo accaduto;
Il pensiero dicotomico, che non ammette sfumature nell’ambito delle assunzioni di responsabilità, riconducendo l’analisi ai costrutti del tutto e niente (visione in bianco e nero).
Autostima ed attribuzioni causali
Il processo mediante cui l’individuo si autovaluta è dovuto anche alle attribuzioni causali. Detto in termini più semplici le persone spesso cercano di spiegarsi un evento collegandolo ad una causa. Sovente si tende ad attribuire un successo raggiunto ad una causa esterna alla persona, quale potrebbe essere la fortuna, oppure ad una causa interna, come ad esempio la tenacia.
Weiner, nel 1994, ha affermato che le attribuzioni possono essere distinte in base a tre dimensioni:
Locus of control: ossia se la causa di un successo (o di un fallimento) è interna o esterna alla persona;
Stabilità: per cui le cause possono essere stabili o instabili nel tempo (per esempio la facilità del compito è stabile, al contrario la fortuna è instabile);
Controllabilità: non tutte le cause possono essere controllate dal soggetto;
Pare che l’attribuzione a cause stabili, controllabili e interne all’individuo abbia, in caso di raggiungimento di un successo, un innalzamento dell’autostima nell’individuo.
Di contro l’attribuzione a cause esterne a sé, instabili e poco controllabili portano ad un calo dell’autostima e della fiducia in se stessi.
Bassa autostima: le strategie per incrementarla
Secondo Toro (2010), per accrescere la percezione positiva di sé esistono diverse strategie, quali:
l’incremento delle capacità di problem solving, poichè spesso l’autostima è funzione delle proprie capacità di risolvere i problemi.
l’implementazione del dialogo interno (self – talk) positivo; l’autostima, infatti, può essere incrementata attraverso il dialogo positivo con se stessi, utilizzando la propria voce interiore. In altre parole, se noi per primi inviamo dei messaggi positivi alla nostra mente, è molto probabile che le autopercezioni possano migliorare.
la ristrutturazione dello stile attribuzionale, tesa a farci raggiungere una maggiore obiettività, grazie alla quale potremmo, ad esempio, interpretare gli avvenimenti o le situazioni che non dipendono da noi come semplicemente sfavorevoli.
il miglioramento dell’autocontrollo;
la modificazione degli standard cognitivi; ponendoci aspettative eccessivamente elevate, infatti, corriamo il rischio di non essere all’altezza di quelle attese e, quindi, di influenzare l’autopercezione.
il potenziamento delle abilità comunicative.
Autostima ed immagine corporea
Secondo lo psicoterapeuta Luca Saita, sarebbero tre i meccanismi che interferirebbero negativamente con la creazione dell’immagine corporea, ovvero:
attacco diretto o indiretto
proiezione
etichettamento
Nel primo caso la persona subisce un attacco, diretto o non, al proprio corpo (‘Oggi hai davvero un aspetto orribile!’); nel secondo caso qualcuno, in modo inconsapevole, per liberarsi delle proprie caratteristiche fisiche ritenute inaccettabili, le attribuisce a qualcun altro (ad es., la madre che dice alla figlia ‘Non metterti quel vestito, ti ingrassa‘); nell’ultimo caso vengono attribuite delle etichette alla persona (il ‘nasone‘, il ‘roscio‘, ‘gambe storte‘).
Quando una persona viene costantemente sottoposta ad influenze negative di questo genere non c’è da meravigliarsi che impari a vedersi solo ed unicamente attraverso le lenti distorte della disistima. Non bisogna sottovalutare gli effetti di un tale atteggiamento: l’immagine corporea, il modo in cui ci vediamo e ci presentiamo agli altri ha delle ripercussioni molto profonde a livello di sicurezza di sé; in altre parole, il vedersi brutti, il percepirsi inadeguati ha conseguenze che influiscono non solo sul corpo, ma anche sulla mente, sul modo di stare al mondo.
Chiaramente si tratta di un vissuto del tutto personale e soggettivo; esistono, come è possibile osservare nell’esperienza quotidiana di ciascuno di noi, persone considerate belle che, però, si vivono come costantemente inadeguate e sono sempre alla ricerca di un qualcosa che manca per sentirsi, finalmente, a proprio agio nel proprio corpo. Al tempo stesso, ci sono persone che, pur avendo dei piccoli difetti, si vogliono bene, vivono il proprio corpo con serenità e trasmettono tale serenità anche all’esterno, in termini di sicurezza di sé.
Per questa ragione diventa importante aiutare la persona che non si accetta e tende ad ingigantire i propri difetti, fino, in alcuni casi, a non riuscire a condurre una vita gratificante, a prendere coscienza delle convinzioni erronee che sono alla base della percezione di sé, in modo da sottoporle ad un vaglio critico, riguadagnando un’immagine positiva.
Per fare ciò l’autore suggerisce alcune strategie, che passano attraverso il contestare le etichette e l’imparare a difendersi dagli attacchi mossi alla propria immagine di sé, anche e soprattutto quando questi attacchi vengono da persone significative.
In ultima analisi, bisogna tenere a mente che la mente è ‘come una lente: la visione di sé stessi e del proprio corpo avviene attraverso questa lente che può modificare, deformare, ampliare o distorcere ciò che osserva‘.
Dobbiamo quindi imparare a conoscere questa lente e i suoi filtri, perché essa influisce non solo sul modo in cui vediamo il nostro corpo, ma sul modo in cui vediamo noi stessi in generale. A sua volta, il modo in cui vediamo noi stessi è a fondamento del nostro modo di porci rispetto all’ambiente, alla nostra vita.
Per questo dobbiamo neutralizzare le visioni distorte che non ci permettono di volerci bene per come siamo; come scrive l’autore tirando le somme:
Date al vostro cigno una chance e non permettete mai a nessuno di convincervi che siete solo un brutto anatroccolo e che niente potrà cambiarvi.
Autostima e social network
Secondo i risultati di una ricerca americana, l’utilizzo del social network Facebook favorirebbe l’incremento della propria autostima. Lo studio in questione è stato condotto da Hancock e colleghi della Cornell University (New York) ed ha coinvolto 63 studenti della stessa università.
Le condizioni sperimentali erano così strutturate: gli studenti del primo gruppo potevano navigare liberamente su Facebook senza alcun impedimento, quelli del secondo gruppo, invece, rimanevano di fronte al monitor spento. Infine, un terzo gruppo di studenti rimaneva di fronte a degli specchi, collocati davanti ai monitor. Dopo tre minuti, ad ogni partecipante veniva dato un test per valutare la propria autostima. Nel gruppo di controllo, ovvero quello formato dagli studenti che osservavano i computer spenti e da quelli posizionati davanti agli specchi, non si registrava alcun aumento nei livelli di autostima, mentre gli studenti che avevano navigato Facebook riportavano aumenti significativi della stima di sé.
Hancock e colleghi hanno ipotizzato che Facebook mostrerebbe un’immagine positiva di noi stessi, mentre, al contrario, uno specchio ci ricorderebbe chi siamo veramente e per questo potrebbe avere un effetto negativo sulla nostra autostima.
Naturalmente non tutti gli utenti abituali risentono di un incremento dell’autostima, anzi, alcune ricerche hanno suggerito una correlazione tra l’uso intensivo di Facebook e narcisismo e, più in generale, tra l’utilizzo dei social network e altre patologie.
Autostima e bullismo
Pare che la stima attribuita a noi stessi possa avere un sua influenza nei fenomeni di bullismo. Tuttavia, in letteratura, la relazione tra autostima e bullismo, fornisce dati in parte contraddittori.
La maggior parte degli studi sembra concorde nel sostenere che i bambini vittime di bullismo soffrono di scarsa autostima, hanno un’opinione negativa di sé e delle proprie competenze (Menesini, 2000).
I bulli invece appaiono spesso caratterizzati da un’alta autostima. In una importante ricerca sul tema (Salmivalli, 1999) si è indagata l’autostima a 14 e 15 anni e i risultati hanno evidenziato che i bulli hanno un’autostima più alta della media, combinata a narcisismo e manie di grandezza. Un ulteriore studio ha evidenziato che i bulli sono soggetti popolari, e ciò ha portato i ricercatori a ipotizzare che la popolarità potrebbe condurre ad un innalzamento dell’autostima e delle condotte aggressive, in quanto il bullo non avrebbe paura di essere sanzionato dal gruppo di pari (Caravita, Di Balsio, 2009).
Comunque questi dati sono stati più volte smentiti, in quanto il fatto che i bulli percepiscono sé stessi come ben visti non vuol dire che essi realmente lo siano. Spesso accade che le persone che hanno un comportamento da bullo si mostrano come superiori e potenti, ma in realtà essi non pensano questo di sé stessi.
I dati che supportano l’ipotesi che i bulli hanno una positiva percezione di sé, ritengono che essa è spesso inconsistente. Per esempio Salmivalli (1998) ha trovato nei bulli un’alta autostima per quanto riguarda le relazioni interpersonali e l’attrazione fisica, ed una bassa autostima per quanto riguarda l’ambito scolastico, quello familiare, quello del comportamento e quello delle emozioni (Salmivalli, 2001).
In conclusione, le ricerche sono concordi nel sostenere che l’essere vittima di bullismo correla con la bassa autostima, meno chiaro è invece il ruolo che gioca l’autostima nel comportamento antisociale del bullo. Le correlazioni emerse dalle varie ricerche tra autostima e comportamento aggressivo sono poco concordanti.
L’autoefficacia
Con il termine autoefficacia (Bandura, 2000) si intende la fiducia nelle proprie capacità di escogitare le strategie che ci consentono di affrontare nel modo ottimale qualsiasi evenienza. Il concetto di autoefficacia dipende da molte variabili, quali:
l’esito brillante di precedenti situazioni problematiche affrontate;
le esperienze vicarie, date dall’aver visto altri fronteggiare contesti situazionali difficoltosi ed esserne usciti vittoriosi;
le autopersuasioni positive;
lo stato di benessere derivante dall’aver superato prove particolarmente impegnative;
la capacità di immaginarsi vincenti in esperienze gravose.
Come si evince da questa lista, anche il concetto di autoefficacia interviene nelle valutazioni che la persona compie su se stessa e che, in ultima analisi, definiscono la sua autostima.
6 anni fa
Grazie. Sarebbe utile anche nell altro 3d
6 anni fa
Guarda @ade, tanta stima ma il lunedì 31 luglio nun gliela si fa.
Come se avessi accettato
😄
Come se avessi accettato
😄
6 anni fa
Distilleria vende vino sputato agli eventi.
Distilleria vende vino sputato agli eventi
Un distillatore australiano ha deciso di portare il concetto di riciclo ad un livello completamente nuovo, prendendo il vino sputato in una conferenza di degustazione di vini e trasformandolo in uno spirito chiamato Kissing a Stranger.
Peter Bignell ha avuto questa idea mentre era in un gruppo a degustare vini. Come da tradizione, nella degustazione, la maggior parte veniva sputata in un secchio. Questa pratica consente agli assaggiatori di provare molti vini diversi evitando l’ubriachezza. Per Bignell, però, si trattava di uno spreco.
Bignell, che normalmente produce whisky di segale nella sua distilleria australiana alimentata da biodiesel, si è accordato con gli organizzatori per raccogliere il vino dopo la conferenza, con l’obiettivo di distillarlo. Bignell ha così portato 500 litri di vino raccolti in una distilleria, utilizzando la loro attrezzatura per processarlo.
Dodici mesi dopo Bignell aveva trasformato il vino sputato in uno spirito a 80 gradi battezzato “Kissing A Stranger” (Baciare uno sconosciuto), che avrebbe un sapore paragonabile al brandy non invecchiato. Potrebbe venire la preoccupazione che bere il distillato sia pericoloso, ma il calore nel processo di distillazione riesce in realtà ad eliminare la maggior parte dei germi. E voi lo provereste?
6 anni fa
* kissing a stranger.
6 anni fa
Sessualità femminile, più orgasmi in relazioni omosessuali
Una ricerca dell’Università dell’Arkansas svela che le donne raggiungono più del 32% del piacere con partner femminili
La sessualità femminile è un mondo che non smette mai di stupire. È vero: per il gentil sesso l’orgasmo è un insieme di fattori fisiologici e psicologici. Per gli uomini è più facile arrivare al piacere anche senza coinvolgimenti emotivi. Ma questa è storia vecchia. Oggi sappiamo di più nell’ambito della sessualità femminile: la donna raggiunge più orgasmi con un’altra donna. Saranno felici di saperlo le coppie omosessuali, perché a rivelarlo è la scienza.
Sessualità femminile: nelle coppie omosessuali più orgasmi rispetto a relazioni etero
Le donne raggiungono più facilmente l’orgasmo con altre donne che con gli uomini. Una ricerca dell’Università dell’Arkansas ha diffuso statistiche interessanti sul mondo della sessualità femminile. Nello studio sono state messe sotto esame coppie da tutto il mondo di età compresa fra i 18 e i 65 anni.
Nel campione di donne in coppia con altre donne, in alcuni casi si raggiungono anche 55 orgasmi al mese. La media delle donne eterosessuali è 7.
Ciò accadrebbe perché gli uomini sono troppo concentrati sulla propria soddisfazione. “La conoscenza del corpo femminile porta le donne a sperimentare più orgasmi”, spiega la dott.ssa Kristen Jozkowski al The Sun.
Su 2.300 donne, quelle in coppie omosessuali hanno il 32% di orgasmi in più. E questo anche se le coppie etero hanno rapporti più frequenti. Lo studio approfondisce una ricerca pubblicata lo scorso autunno dalla Indiana University School of Public Health-Bloomington e dal Center for Sexual Health Promotion. Il precedente studio si era focalizzato sul legame tra orgasmo, piacere sessuale, tocco genitale e stimolazione.
In un sondaggio condotto su più di 1.000 donne tra 18 e 94 anni, i ricercatori hanno scoperto che sono numerosi i fattori che contribuiscono al piacere femminile. A seconda delle preferenze, si va dalla stimolazione genitale, posizione e pressione. Solo il 18 % ha dichiarato di raggiungere l’orgasmo grazie alla penetrazione.
Preliminari e varietà: la chiave del piacere femminile
I dati più significativi emersi dalla ricerca hanno portato i ricercatori a coniare l’espressione “orgasm gap”. L’86% di orgasmi nella sessualità femminile contro il 65% per le coppie donna-uomo. Il sesso penetrativo tradizionale sembra non soddisfare più di tanto. Come anche la minore propensione ai preliminari, al contrario indispensabili tra lesbiche.
Nel 72% dei casi, la stimolazione del clitoride è un contributo prezioso per l’orgasmo. Un’immagine della sessualità femminile che dimostra quanto la varietà, insieme ai preliminari, siano alla base di un rapporto sessuale soddisfacente.
Dal web notizia del 2018.
Una ricerca dell’Università dell’Arkansas svela che le donne raggiungono più del 32% del piacere con partner femminili
La sessualità femminile è un mondo che non smette mai di stupire. È vero: per il gentil sesso l’orgasmo è un insieme di fattori fisiologici e psicologici. Per gli uomini è più facile arrivare al piacere anche senza coinvolgimenti emotivi. Ma questa è storia vecchia. Oggi sappiamo di più nell’ambito della sessualità femminile: la donna raggiunge più orgasmi con un’altra donna. Saranno felici di saperlo le coppie omosessuali, perché a rivelarlo è la scienza.
Sessualità femminile: nelle coppie omosessuali più orgasmi rispetto a relazioni etero
Le donne raggiungono più facilmente l’orgasmo con altre donne che con gli uomini. Una ricerca dell’Università dell’Arkansas ha diffuso statistiche interessanti sul mondo della sessualità femminile. Nello studio sono state messe sotto esame coppie da tutto il mondo di età compresa fra i 18 e i 65 anni.
Nel campione di donne in coppia con altre donne, in alcuni casi si raggiungono anche 55 orgasmi al mese. La media delle donne eterosessuali è 7.
Ciò accadrebbe perché gli uomini sono troppo concentrati sulla propria soddisfazione. “La conoscenza del corpo femminile porta le donne a sperimentare più orgasmi”, spiega la dott.ssa Kristen Jozkowski al The Sun.
Su 2.300 donne, quelle in coppie omosessuali hanno il 32% di orgasmi in più. E questo anche se le coppie etero hanno rapporti più frequenti. Lo studio approfondisce una ricerca pubblicata lo scorso autunno dalla Indiana University School of Public Health-Bloomington e dal Center for Sexual Health Promotion. Il precedente studio si era focalizzato sul legame tra orgasmo, piacere sessuale, tocco genitale e stimolazione.
In un sondaggio condotto su più di 1.000 donne tra 18 e 94 anni, i ricercatori hanno scoperto che sono numerosi i fattori che contribuiscono al piacere femminile. A seconda delle preferenze, si va dalla stimolazione genitale, posizione e pressione. Solo il 18 % ha dichiarato di raggiungere l’orgasmo grazie alla penetrazione.
Preliminari e varietà: la chiave del piacere femminile
I dati più significativi emersi dalla ricerca hanno portato i ricercatori a coniare l’espressione “orgasm gap”. L’86% di orgasmi nella sessualità femminile contro il 65% per le coppie donna-uomo. Il sesso penetrativo tradizionale sembra non soddisfare più di tanto. Come anche la minore propensione ai preliminari, al contrario indispensabili tra lesbiche.
Nel 72% dei casi, la stimolazione del clitoride è un contributo prezioso per l’orgasmo. Un’immagine della sessualità femminile che dimostra quanto la varietà, insieme ai preliminari, siano alla base di un rapporto sessuale soddisfacente.
Dal web notizia del 2018.
6 anni fa
Ifa 2019, ecco gli auricolari smart per parlare in tutte le lingue del mondo
Ifa 2019, ecco gli auricolari smart per parlare in tutte le lingue del mondo
Andare in giro per il mondo e poter comunicare con chiunque, senza problemi di lingua, grazie a un paio di auricolari. In occasione dell'Ifa 2019 a Berlino, abbiamo testato il WT2 Plus di Time Kettle: un paio di cuffie bluetooth che consente di tradurre in simultanea in 36 lingue, grazie a una app. "Permettono alle persone di comunicare rapidamente e con le mani libere, per una conversazione più profonda ed efficiente", spiega lo specialista di marketing Kazaf Ye. Sono già in vendita anche in Italia un prezzo di 299 euro
Ifa 2019, ecco gli auricolari smart per parlare in tutte le lingue del mondo
Andare in giro per il mondo e poter comunicare con chiunque, senza problemi di lingua, grazie a un paio di auricolari. In occasione dell'Ifa 2019 a Berlino, abbiamo testato il WT2 Plus di Time Kettle: un paio di cuffie bluetooth che consente di tradurre in simultanea in 36 lingue, grazie a una app. "Permettono alle persone di comunicare rapidamente e con le mani libere, per una conversazione più profonda ed efficiente", spiega lo specialista di marketing Kazaf Ye. Sono già in vendita anche in Italia un prezzo di 299 euro
6 anni fa
🙂 ahahahah 🙂
6 anni fa
6 anni fa
arrivooooo!Quotato da PrincipessaOssessa,Sapete dove trovarmi domani!Quotato da Idrogeno,Perche alcune volte basta una parola per fare la differenza ...
Da "pantagruelico" a "annichilire", un mega vocabolario in centro a Torino per salvare le parole
https://torino.repubblica.it/cronaca/2019/09/30/foto/da_pantag [...]
6 anni fa
Ma dove lo hai scovato questo museo delle ovvietà?Quotato da Idrogeno,Uomini che si comportano come le donne. Di Veronica Mazza
GLI UOMINI SONO LE NUOVE DONNE
“La guerra dei sessi è terminata con la sconfitta del maschio. Per non estinguersi i vinti si sono mimetizzati con i costumi del popolo vincitore”. [...]
Già, le sitcom americane qui giungono la stagione successiva....
Stavo per protestare per il colpo basso di lunedì....poi ho visto che é di una settimana fa...vabbè...due ore condonate da dietro la lavagna.
E' da un po che penso di aprire un thread "Vive la Différence" : Uguaglianza non é identità.
L'attacco isterica di apertura non è altro che gelosia competitiva.
Ci stareste a vivere in un mondo "unisex" come dai parrucchieri?
O come quei lombrichi che possono essere sia fecondati che fecondatori ( anche certe piante, credo).
La messa a punto dell'utero artificiale che libera le femmine dei mammiferi umani dal piccolo fastidio della gravidanza avrà conseguenze sulla evoluzione della specie?
La parità di ruoli e di poteri porterà a maggiore o minore attrazione sessuale?
La fluidità di genere, e la sua accettazione culturale, dove ognuno si pone dove vuole in uno spazio quadridimensionale di tendenze, aunenterà la libertà sessuale o entreranno in gioco dinamiche che noi umani non possiamo nemmeno immaginare?
Date il vostro parere su questi interrogativi metafisici, e altri che vi vengono in mente in tema, motivandolo, però in non più di ddieci righe per intervento.
ecco adesso vado ad aprire il thread (o lo thread?) thr vale come s impura? o sono impuri solo i miei pensieri?.
6 anni fa
ROCK AND ROLL NEWS
Roger Waters ha parlato con David Gilmour per una reunion dei Pink Floyd
Roger Waters ha parlato con David Gilmour per una reunion dei Pink Floyd
L’ex bassista dei Pink Floyd Roger Waters ha parlato con David Gilmour. Già questa è una notizia. Come saprete, il rapporto tra i due non è dei migliori. Molti fan hanno sperato (e sperano ancora oggi) in una reunion dei due per suonare di nuovo i Pink Floyd. Purtroppo abbiamo una brutta notizia: i due non si sono riappacificati (almeno non professionalmente).
Il documentario di Roger Waters
Waters ha parlato di Us + Them, il documentario musicale che verrà proiettato nei cinema (presentato anche alla Mostra del Cinema di Venezia). Il Nostro ha raccontato di essere stato molto felice, quasi sorpreso da Gilmour per la vendita delle chitarre di David per scopi benefici. Fin qui nulla di male, anzi.
Ma Roger ha notato una cosa che lo ha fatto leggermente arrabbiare. Gilmour aveva bloccato la promozione del documentario Us + Them sul sito ufficiale dei Pink Floyd. Potete immaginare la reazione dell’ex bassista dei Pink Floyd.
L’incontro con Gilmour
I due hanno parlato. L’incontro tra Waters e Gilmour, secondo Roger, non è stato completamente negativo. L’incontro ha chiarito alcune questioni ma NON ci sono state aperture. Per cui non ci sarà nessuna reunion e non ci saranno concerti dei Pink Floyd.
Waters ha ammesso di essere concentrato sulla sua carriera solista, come Gilmour del resto. Ha però elogiato Nick Mason, ex batterista dei Pink Floyd, dichiarando di essere stato onorato di aver lavorato con lui. Ha parlato dei futuri live, che non saranno uguali ai 157 show dell’Us + Them Tour. Anzi, ci sarà ancora un maggior impegno politico, influenzato anche dalle parole di Greta Thunberg e l’odio verso Donald Trump.
Roger Waters ha parlato con David Gilmour per una reunion dei Pink Floyd
Roger Waters ha parlato con David Gilmour per una reunion dei Pink Floyd
L’ex bassista dei Pink Floyd Roger Waters ha parlato con David Gilmour. Già questa è una notizia. Come saprete, il rapporto tra i due non è dei migliori. Molti fan hanno sperato (e sperano ancora oggi) in una reunion dei due per suonare di nuovo i Pink Floyd. Purtroppo abbiamo una brutta notizia: i due non si sono riappacificati (almeno non professionalmente).
Il documentario di Roger Waters
Waters ha parlato di Us + Them, il documentario musicale che verrà proiettato nei cinema (presentato anche alla Mostra del Cinema di Venezia). Il Nostro ha raccontato di essere stato molto felice, quasi sorpreso da Gilmour per la vendita delle chitarre di David per scopi benefici. Fin qui nulla di male, anzi.
Ma Roger ha notato una cosa che lo ha fatto leggermente arrabbiare. Gilmour aveva bloccato la promozione del documentario Us + Them sul sito ufficiale dei Pink Floyd. Potete immaginare la reazione dell’ex bassista dei Pink Floyd.
L’incontro con Gilmour
I due hanno parlato. L’incontro tra Waters e Gilmour, secondo Roger, non è stato completamente negativo. L’incontro ha chiarito alcune questioni ma NON ci sono state aperture. Per cui non ci sarà nessuna reunion e non ci saranno concerti dei Pink Floyd.
Waters ha ammesso di essere concentrato sulla sua carriera solista, come Gilmour del resto. Ha però elogiato Nick Mason, ex batterista dei Pink Floyd, dichiarando di essere stato onorato di aver lavorato con lui. Ha parlato dei futuri live, che non saranno uguali ai 157 show dell’Us + Them Tour. Anzi, ci sarà ancora un maggior impegno politico, influenzato anche dalle parole di Greta Thunberg e l’odio verso Donald Trump.
6 anni fa
pare che anche prodi e calderoli,ritorneranno 😄 😄
6 anni fa
Se non fosse dell'Agi penserei ad una fake news
6 anni fa
FOCUS 11 NOVEMBRE 2018 | ELISABETTA INTINI
Come nascono i falsi ricordi?
La memoria non è un magazzino impermeabile ma un film in continuo rifacimento. E spesso esperienze che diamo per vissute non sono mai avvenute, o si sono consumate in modo diverso.
Prima o poi succede a tutti: siamo convinti che un episodio che ci riguarda sia andato in un certo modo, fino a quando i fatti non ci smentiscono clamorosamente. La memoria non è uno scrigno chiuso ma il frutto di un continuo lavoro di ricostruzione, e i falsi ricordi sono la versione più estrema di questo processo di ripristino. Come si formano? Quali sono le situazioni che li favoriscono? Chi è più soggetto, e quali sono le conseguenze? Ne ha parlato, al Focus Live, Nicola Mammarella, Professore di Psicologia dell'Università degli Studi "G. d'Annunzio" di Chieti.
EFFETTO NEBBIA. I falsi ricordi sono innescati da diversi meccanismi» spiega Mammarella «uno di questi è la codifica disturbata. Se durante un'esperienza siamo distratti, la prospettiva non era chiara, l'attenzione non era focalizzata, sarà più facile che anche nella rievocazione vi siano degli errori. Un altro ruolo lo giocano gli eventi che vanno a interferire con il mantenimento della traccia mnestica, o quelli a forte coinvolgimento emotivo: un trauma, un incidente, un forte stato d'ansia finiranno per alterare e oscurare elementi della scena».
C'è poi il fattore tempo: se, per esempio durante un interrogatorio, viene dato poco tempo a disposizione, non riusciremo a recuperare ogni dettaglio dell'episodio. Esistono poi alcuni effetti psicologici più subdoli, che hanno conseguenze importanti durante le testimonianze dopo un incidente, o nelle aule di tribunale: «Uno è l'effetto dell'informazione fuorviante» dice Mammarella. «In un famoso esperimento sui falsi ricordi, la psicologa statunitense Elizabeth Loftus chiese a un gruppo di studenti a che velocità andavano due auto quando si erano scontrate, e a un altro gruppo a che velocità andavano quando si erano urtate. Gli studenti del primo gruppo dissero che le auto procedevano a una velocità maggiore. In un'altra occasione chiese se avessero visto vetri rotti e i volontari li ricordarono, anche se non c'erano stati».
Esiste inoltre la procedura dell'innesto di falsi ricordi: se ci convincono che da bambini ci ammalammo per aver mangiato un uovo sodo, tenderemo a evitare i sandwich che lo contengono, anche se quel fatto non è mai avvenuto.
A CHI SUCCEDE. Gli individui più soggetti ai falsi ricordi sono i bambini e gli anziani - perché hanno una memoria ancora in fase di sviluppo, o soggetta a cambiamenti - ma anche le persone con una vivida immaginazione che tendono ad arricchire di dettagli i racconti; quelle che perdono facilmente la cognizione del tempo o hanno pensieri ricorrenti; o chi, come i bambini, preferisce assecondare coloro che li stanno interrogando.
CASI LIMITE. Le conseguenze possono essere gravi: «Si pensi alle false condanne negli Stati Uniti, in cui i presunti colpevoli vengono messi in fila nel "line up", e a un testimone ancora scosso si chiede di ricordare chi sia stato. Si tratta di una situazione molto delicata, perché in un momento di grave stress, basta un vago senso di familiarità su un viso per essere ingannati. Il fenomeno dei falsi ricordi incide anche nei casi di bambini abbandonati in auto: la memoria ha una capacità limitata e in momenti di accumulo di compiti porta sotto soglia le azioni di routine, dandole per scontate».
Per la scienza è impossibile ricordare qualcosa che preceda i primi due anni di vita: eppure, quasi il 40% degli adulti è convinto di avere memoria di alcuni episodi, persino nella culla. Uno studio spiega come si generano queste impressioni fittizie.
Quella volta che caddi dal passeggino... qualcuno vanta una memoria da elefante che gli permette di rievocare - dice - episodi avvenuti prima ancora che imparasse a parlare, o a camminare. Per la scienza, non è plausibile.
L'età media della codifica dei primi ricordi si colloca nella prima metà del terzo anno di vita, e prima che si sviluppino le capacità verbali, attorno ai due anni, è essenzialmente impossibile imprimere tracce stabili nella memoria.
Un ampio studio britannico fotografa questa discrepanza e prova a darne una spiegazione: nella ricerca, pubblicata su Psychological Science, il 38,6% di un campione di 6.641 intervistati ha dichiarato di avere ricordi di quando aveva due anni o prima, e 893 persone addirittura di quando avevano un anno o meno. Questa tendenza è parsa più marcata negli adulti di mezza età e nelle persone anziane. Come si spiegano queste rievocazioni così nitide?
È accaduto davvero? O lo avete visto in foto? | SHUTTERSTOCK
INAFFIDABILE PER DEFINIZIONE. Il fenomeno dei falsi ricordi è intimamente legato alla capacità di ricordare. Tutti noi ne siamo "vittime", poiché la memoria non registra gli eventi come una telecamera accesa. Risente delle emozioni e delle distorsioni degli eventi che intervengono a ogni successivo racconto.
«Nello studio, abbiamo chiesto ai volontari di rievocare il primissimo ricordo di cui avessero memoria, e di assicurarsi che non fosse legato a un racconto di famiglia o a una fotografia. Quando abbiamo letto le risposte, abbiamo trovato che molti di questi "ricordi" erano legati alla prima infanzia, e che il tipico esempio era un episodio che ruotava attorno a una carrozzina», racconta Martin Conway, direttore del Centre for Memory and Law della City (University of London), coautore della ricerca.
COLLAGE DISORDINATO. La spiegazione proposta è che quello che sembra un ricordo reale, legato alla memoria episodica, sia invece una rappresentazione mentale creata a partire da frammenti di esperienze precoci (ma successive ai tre anni di età), cui si sovrappongono alcuni fatti e conoscenze che altri hanno raccontato sulla nostra infanzia.
Il falso ricordo può basarsi su una fotografia o una descrizione, o su una storia tramandata in famiglia ("volevi sempre camminare", "la prima parola che hai detto è stata palla"...). Questo mix di frammenti e racconti forma la base di quello che ricordiamo dei primi tre anni di vita, e di conseguenza degli episodi che riteniamo - erroneamente - accaduti per davvero.
STRATIFICAZIONI. Alcuni dettagli e macchie di colore possono essere aggiunti o dedotti inconsciamente (ero nella culla con il mio pannolino, quando...). Queste rappresentazioni mentali vengono ulteriormente rafforzate quando si rievocano in un contesto sociale, fino a quando non si cristallizzano e vengono da tutti ritenute autentiche.
«Soprattutto - conclude Conway - le persone che ricordano queste cose non sanno che sono fittizie, e quando glielo si dice spesso non ci credono. Ciò è in parte dovuto al fatto che i sistemi che ci permettono di ricordare sono molto complessi, e che fino all'età di 5 o 6 anni non formiamo ricordi "adulti" a causa dei tempi dello sviluppo cerebrale e della nostra comprensione matura del mondo».
Ecco alcuni fake nati da falsi ricordi che più o meno tutti abbiamo creduto veri.
Elementare, mio caro Watson. Sherlock Holmes non l’ha mai detto, Arthur Conan Doyle non l’ha mai scritto. Ma in una pagina de Il caso dell’uomo deforme c’è uno scambio di battute che può aver generato la leggenda: Watson, dopo aver ascoltato una delle proverbiali deduzioni di Holmes, dice: Semplice!. E Holmes risponde: Elementare!.
L’assioma del politico Edmund Burke, Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male, è che gli uomini di bene non facciano nulla. Mai detto, né scritto. La frase non compare in nessuno delle opere dello statista. Forse la falsa attribuzione è nata da un celebre libro di citazioni, il Bartlett’s Familiar Quotations uscito nel 1905.
Benjamin Franklin e il suo al mondo di sicuro ci sono solo la morte e le tasse? Solo un tormentone già popolare ai tempi del filosofo al quale, probabilmente, sarà capitato di farlo suo. Secondo una fonte, la frase è di Christopher Bullock che nel 1716 (quando Franklin aveva dieci anni!) scrisse: Impossibile essere sicuri di altro se non la morte e le tasse.
Gilbert Keith Chesterton: Quando la gente smette di credere in Dio, non è vero che non crede in niente, perché crede in tutto. Anche qui, pare ci sia lo zampino di un divulgatore un po’ troppo entusiasta.
John Maynard Keynes: Quando cambiano i fatti, cambiano le mie opinioni. Finkelstein cita Samuel Brittan che considera la frase un banale errore di attribuzione. L’originale probabilmente fu: Quando cambio idea io lo dico; e voi?.
Ci si è messo pure Woody Allen, in Provaci ancora Sam. Ma la celeberrima battuta Suonala ancora Sam è la regina delle bufale. Nell’immaginario comune è il Rick di Humphry Bogart a pronunciarla. In realtà è Ingrid Bergman nel film Casablanca a chiederne l’esecuzione, ma con una forma un po’ diversa: Play Sam. Play As time goes by. Sentire per credere! E neanche nel doppiaggio italiano si sente: Suonala ancora Sam, bensì: Suona la nostra canzone, suona come a quel tempo. Suona Sam, suona Mentre il tempo passa. E pensare che a lungo, prima di vedere finalmente il film in lungua originale, ho pensato a una banale leggerezza dei nostri italici doppiatori.
Vladimir Lenin e la sua formula: Utili idioti. Nessuna certezza che sia da attribuire all’autore di Che fare?. Appunto, che fare in questi casi?
Costò cara a Jim Callaghan e a tutto il Labour Party la frase riportata dal quotidiano The Sun e attribuita all’ex premier crisi, quale crisi?, che contribuì nel 1979 a far cadere il governo laburista. Più banalmente Callaghan disse : Non credo che altri al mondo condividerebbero l’idea che il caos sta crescendo, dimostrando comunque di aver perso il polso dello stato del Paese.
L’aforisma attribuito a Platone, solo i morti hanno visto la fine della guerra, con cui Ridley Scott apre il suo Black Hawk Down, ha poco a che fare con il filosofo greco. Lo scrisse nel 1924 George Santayana nel suo Soliliquies in England. Il papocchio fu combinato dal generale Douglas MacArthur citandolo, male, nel suo discorso d’addio ai cadetti dell’Accademia di West Point.
Winston Churchill: Mostratemi un giovane conservatore e io vi mostrerò qualcuno senza cuore. Mostratemi un vecchio liberale e vi mostrerò qualcuno senza cervello. La frase, declinata in mille versioni non appartiene a Sir Leonard Winston Churchill Spencer. Chi la disse? George Bernard Shaw? Disraeli? Otto von Bismarck? Il dibattito, è aperto.
Come nascono i falsi ricordi?
La memoria non è un magazzino impermeabile ma un film in continuo rifacimento. E spesso esperienze che diamo per vissute non sono mai avvenute, o si sono consumate in modo diverso.
Prima o poi succede a tutti: siamo convinti che un episodio che ci riguarda sia andato in un certo modo, fino a quando i fatti non ci smentiscono clamorosamente. La memoria non è uno scrigno chiuso ma il frutto di un continuo lavoro di ricostruzione, e i falsi ricordi sono la versione più estrema di questo processo di ripristino. Come si formano? Quali sono le situazioni che li favoriscono? Chi è più soggetto, e quali sono le conseguenze? Ne ha parlato, al Focus Live, Nicola Mammarella, Professore di Psicologia dell'Università degli Studi "G. d'Annunzio" di Chieti.
EFFETTO NEBBIA. I falsi ricordi sono innescati da diversi meccanismi» spiega Mammarella «uno di questi è la codifica disturbata. Se durante un'esperienza siamo distratti, la prospettiva non era chiara, l'attenzione non era focalizzata, sarà più facile che anche nella rievocazione vi siano degli errori. Un altro ruolo lo giocano gli eventi che vanno a interferire con il mantenimento della traccia mnestica, o quelli a forte coinvolgimento emotivo: un trauma, un incidente, un forte stato d'ansia finiranno per alterare e oscurare elementi della scena».
C'è poi il fattore tempo: se, per esempio durante un interrogatorio, viene dato poco tempo a disposizione, non riusciremo a recuperare ogni dettaglio dell'episodio. Esistono poi alcuni effetti psicologici più subdoli, che hanno conseguenze importanti durante le testimonianze dopo un incidente, o nelle aule di tribunale: «Uno è l'effetto dell'informazione fuorviante» dice Mammarella. «In un famoso esperimento sui falsi ricordi, la psicologa statunitense Elizabeth Loftus chiese a un gruppo di studenti a che velocità andavano due auto quando si erano scontrate, e a un altro gruppo a che velocità andavano quando si erano urtate. Gli studenti del primo gruppo dissero che le auto procedevano a una velocità maggiore. In un'altra occasione chiese se avessero visto vetri rotti e i volontari li ricordarono, anche se non c'erano stati».
Esiste inoltre la procedura dell'innesto di falsi ricordi: se ci convincono che da bambini ci ammalammo per aver mangiato un uovo sodo, tenderemo a evitare i sandwich che lo contengono, anche se quel fatto non è mai avvenuto.
A CHI SUCCEDE. Gli individui più soggetti ai falsi ricordi sono i bambini e gli anziani - perché hanno una memoria ancora in fase di sviluppo, o soggetta a cambiamenti - ma anche le persone con una vivida immaginazione che tendono ad arricchire di dettagli i racconti; quelle che perdono facilmente la cognizione del tempo o hanno pensieri ricorrenti; o chi, come i bambini, preferisce assecondare coloro che li stanno interrogando.
CASI LIMITE. Le conseguenze possono essere gravi: «Si pensi alle false condanne negli Stati Uniti, in cui i presunti colpevoli vengono messi in fila nel "line up", e a un testimone ancora scosso si chiede di ricordare chi sia stato. Si tratta di una situazione molto delicata, perché in un momento di grave stress, basta un vago senso di familiarità su un viso per essere ingannati. Il fenomeno dei falsi ricordi incide anche nei casi di bambini abbandonati in auto: la memoria ha una capacità limitata e in momenti di accumulo di compiti porta sotto soglia le azioni di routine, dandole per scontate».
Per la scienza è impossibile ricordare qualcosa che preceda i primi due anni di vita: eppure, quasi il 40% degli adulti è convinto di avere memoria di alcuni episodi, persino nella culla. Uno studio spiega come si generano queste impressioni fittizie.
Quella volta che caddi dal passeggino... qualcuno vanta una memoria da elefante che gli permette di rievocare - dice - episodi avvenuti prima ancora che imparasse a parlare, o a camminare. Per la scienza, non è plausibile.
L'età media della codifica dei primi ricordi si colloca nella prima metà del terzo anno di vita, e prima che si sviluppino le capacità verbali, attorno ai due anni, è essenzialmente impossibile imprimere tracce stabili nella memoria.
Un ampio studio britannico fotografa questa discrepanza e prova a darne una spiegazione: nella ricerca, pubblicata su Psychological Science, il 38,6% di un campione di 6.641 intervistati ha dichiarato di avere ricordi di quando aveva due anni o prima, e 893 persone addirittura di quando avevano un anno o meno. Questa tendenza è parsa più marcata negli adulti di mezza età e nelle persone anziane. Come si spiegano queste rievocazioni così nitide?
È accaduto davvero? O lo avete visto in foto? | SHUTTERSTOCK
INAFFIDABILE PER DEFINIZIONE. Il fenomeno dei falsi ricordi è intimamente legato alla capacità di ricordare. Tutti noi ne siamo "vittime", poiché la memoria non registra gli eventi come una telecamera accesa. Risente delle emozioni e delle distorsioni degli eventi che intervengono a ogni successivo racconto.
«Nello studio, abbiamo chiesto ai volontari di rievocare il primissimo ricordo di cui avessero memoria, e di assicurarsi che non fosse legato a un racconto di famiglia o a una fotografia. Quando abbiamo letto le risposte, abbiamo trovato che molti di questi "ricordi" erano legati alla prima infanzia, e che il tipico esempio era un episodio che ruotava attorno a una carrozzina», racconta Martin Conway, direttore del Centre for Memory and Law della City (University of London), coautore della ricerca.
COLLAGE DISORDINATO. La spiegazione proposta è che quello che sembra un ricordo reale, legato alla memoria episodica, sia invece una rappresentazione mentale creata a partire da frammenti di esperienze precoci (ma successive ai tre anni di età), cui si sovrappongono alcuni fatti e conoscenze che altri hanno raccontato sulla nostra infanzia.
Il falso ricordo può basarsi su una fotografia o una descrizione, o su una storia tramandata in famiglia ("volevi sempre camminare", "la prima parola che hai detto è stata palla"...). Questo mix di frammenti e racconti forma la base di quello che ricordiamo dei primi tre anni di vita, e di conseguenza degli episodi che riteniamo - erroneamente - accaduti per davvero.
STRATIFICAZIONI. Alcuni dettagli e macchie di colore possono essere aggiunti o dedotti inconsciamente (ero nella culla con il mio pannolino, quando...). Queste rappresentazioni mentali vengono ulteriormente rafforzate quando si rievocano in un contesto sociale, fino a quando non si cristallizzano e vengono da tutti ritenute autentiche.
«Soprattutto - conclude Conway - le persone che ricordano queste cose non sanno che sono fittizie, e quando glielo si dice spesso non ci credono. Ciò è in parte dovuto al fatto che i sistemi che ci permettono di ricordare sono molto complessi, e che fino all'età di 5 o 6 anni non formiamo ricordi "adulti" a causa dei tempi dello sviluppo cerebrale e della nostra comprensione matura del mondo».
Ecco alcuni fake nati da falsi ricordi che più o meno tutti abbiamo creduto veri.
Elementare, mio caro Watson. Sherlock Holmes non l’ha mai detto, Arthur Conan Doyle non l’ha mai scritto. Ma in una pagina de Il caso dell’uomo deforme c’è uno scambio di battute che può aver generato la leggenda: Watson, dopo aver ascoltato una delle proverbiali deduzioni di Holmes, dice: Semplice!. E Holmes risponde: Elementare!.
L’assioma del politico Edmund Burke, Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male, è che gli uomini di bene non facciano nulla. Mai detto, né scritto. La frase non compare in nessuno delle opere dello statista. Forse la falsa attribuzione è nata da un celebre libro di citazioni, il Bartlett’s Familiar Quotations uscito nel 1905.
Benjamin Franklin e il suo al mondo di sicuro ci sono solo la morte e le tasse? Solo un tormentone già popolare ai tempi del filosofo al quale, probabilmente, sarà capitato di farlo suo. Secondo una fonte, la frase è di Christopher Bullock che nel 1716 (quando Franklin aveva dieci anni!) scrisse: Impossibile essere sicuri di altro se non la morte e le tasse.
Gilbert Keith Chesterton: Quando la gente smette di credere in Dio, non è vero che non crede in niente, perché crede in tutto. Anche qui, pare ci sia lo zampino di un divulgatore un po’ troppo entusiasta.
John Maynard Keynes: Quando cambiano i fatti, cambiano le mie opinioni. Finkelstein cita Samuel Brittan che considera la frase un banale errore di attribuzione. L’originale probabilmente fu: Quando cambio idea io lo dico; e voi?.
Ci si è messo pure Woody Allen, in Provaci ancora Sam. Ma la celeberrima battuta Suonala ancora Sam è la regina delle bufale. Nell’immaginario comune è il Rick di Humphry Bogart a pronunciarla. In realtà è Ingrid Bergman nel film Casablanca a chiederne l’esecuzione, ma con una forma un po’ diversa: Play Sam. Play As time goes by. Sentire per credere! E neanche nel doppiaggio italiano si sente: Suonala ancora Sam, bensì: Suona la nostra canzone, suona come a quel tempo. Suona Sam, suona Mentre il tempo passa. E pensare che a lungo, prima di vedere finalmente il film in lungua originale, ho pensato a una banale leggerezza dei nostri italici doppiatori.
Vladimir Lenin e la sua formula: Utili idioti. Nessuna certezza che sia da attribuire all’autore di Che fare?. Appunto, che fare in questi casi?
Costò cara a Jim Callaghan e a tutto il Labour Party la frase riportata dal quotidiano The Sun e attribuita all’ex premier crisi, quale crisi?, che contribuì nel 1979 a far cadere il governo laburista. Più banalmente Callaghan disse : Non credo che altri al mondo condividerebbero l’idea che il caos sta crescendo, dimostrando comunque di aver perso il polso dello stato del Paese.
L’aforisma attribuito a Platone, solo i morti hanno visto la fine della guerra, con cui Ridley Scott apre il suo Black Hawk Down, ha poco a che fare con il filosofo greco. Lo scrisse nel 1924 George Santayana nel suo Soliliquies in England. Il papocchio fu combinato dal generale Douglas MacArthur citandolo, male, nel suo discorso d’addio ai cadetti dell’Accademia di West Point.
Winston Churchill: Mostratemi un giovane conservatore e io vi mostrerò qualcuno senza cuore. Mostratemi un vecchio liberale e vi mostrerò qualcuno senza cervello. La frase, declinata in mille versioni non appartiene a Sir Leonard Winston Churchill Spencer. Chi la disse? George Bernard Shaw? Disraeli? Otto von Bismarck? Il dibattito, è aperto.
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