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Gay & Bisex

l'amico di mia sorella (racconto di fantasia)


di cicciogay63
07.07.2026    |    864    |    1 9.5
"Il suo cazzo scattò fuori, libero finalmente, e un gemito mi sfuggì dalle labbra prima che potessi trattenerlo..."
La pioggia batteva contro i vetri della finestra, quel tic-tac ossessivo che da bambino mi faceva sentire al sicuro, rintanato nella mia cameretta mentre il mondo là fuori si lavava via. Adesso no, pensavo, seduto sul bordo del letto matrimoniale che non era mio, stringendo tra le dita la sottoveste di seta color avorio che avevo rubato dall'armadio di mia sorella Marta.
La casa vuota respirava intorno a me con quel silenzio gonfio che solo le assenze sanno creare: i miei in Croazia per il ponte dei Morti, Marta fuori con le amiche a bere Spritz in Navigli, e io — io lì, a ventidue anni compiuti, con il cuore che batteva come quando ne avevo tredici e mi chiudevo in bagno a provarmi i reggiseni che non avrei mai potuto indossare.
Feci scivolare la sottoveste tra le mani. La seta era fredda, frusciava piano contro i polpastrelli ruvidi — devo mettermi la crema, le mani da uomo mi tradiscono sempre. La luce della lampada da lettura scavava ombre sul mio petto nudo, piatto, troppo largo nelle spalle. Ogni volta che mi guardavo allo specchio vedevo l'estraneo: mascella quadrata, pomo d'Adamo che sporgeva come un insulto, peli scuri che risalivano dal ventre piatto verso l'ombelico. Perché non posso essere come la sento io?
Mi alzai. I piedi nudi sul parquet gelato — il riscaldamento non era ancora stato acceso, i miei erano tirchi — e mi avvicinai all'armadio a specchio di Marta. L'anta scorrevole emise un clack secco quando la spinsi di lato.
L'uomo nello specchio mi fissava. Indossava solo boxer neri, attillati, e teneva in mano una sottoveste da donna. I pettorali erano definiti, segnati, frutto di ore in palestra a cercare di scolpire un corpo che non mi apparteneva. Le cosce erano sode, atletiche, coperte da una peluria scura che odiavo. Se solo potessi rasarmi tutto, liscio come la seta che stringo.
La prima volta che avevo sentito l'impulso avevo quattordici anni. Marta era uscita, il suo armadio socchiuso emanava un profumo di lavanda e qualcosa di dolce, di fiorito, che mi faceva venire le vertigini. Quel giorno avevo preso un paio di mutandine di pizzo nero, le più semplici che avesse, e le avevo infilate tremando. Erano troppo strette sul davanti — c'è qualcosa che non va in me — ma sulla pelle, quel pizzo grattava nel modo giusto, come se mi dicesse ecco, finalmente sei te stessa.
Quattordici anni. Cazzo, a quattordici anni già sapevo che guardavo i ragazzi in un modo diverso. Mentre i miei compagni di classe fissavano le tette di Sara e commentavano il culo della professoressa di italiano, io mi perdevo a guardare le mani di Marco, il mio vicino di banco. Mani grandi, virili, con le vene che si gonfiavano quando stringeva la penna. Vorrei che mi prendesse per i fianchi, pensavo, e non sapevo nemmeno cosa volesse dire esattamente, ma i miei boxer diventavano improvvisamente troppo stretti e dovevo incrociare le gambe sotto il banco, stringere i pugni sotto il grembiule, sperare che nessuno notasse.
Ora, davanti allo specchio di Marta, feci scorrere la sottoveste sul mio corpo. La seta scivolò sulle spalle, si adagiò sul petto, scese lungo il busto come acqua tiepida. Le spalline sottili segnavano solchi sulla pelle. L'orlo arrivava a metà coscia, sfiorandomi i peli che tanto detestavo. Ecco, così. Così sono io.
E poi.
Il campanello.
Trillò due volte, secco, acuto, e il mio stomaco precipitò nel vuoto. Mi immobilizzai. Il cuore mi martellava nelle tempie, bum-bum, bum-bum, così forte che ero sicuro si sentisse fino al portone d'ingresso. Non aspettavo nessuno. Marta era fuori, i miei all'estero, io non avevo amici che passavano senza preavviso — mai avuti, in realtà, perché spiegare a qualcuno che ti senti donna dentro quando tutti vedono un uomo era troppo complicato, troppo faticoso, troppo pericoloso.
Non mi mossi.
Bussarono. Tre colpi sul portone di casa, non sul citofono. Qualcuno era già entrato nel palazzo, qualcuno che conosceva il codice del cancello. Marta, pensai, cazzo, è Marta che è tornata prima. In preda al panico, cercai di sfilarmi la sottoveste, ma la seta si impigliò nelle spalle, le spalline si attorcigliarono, e nella fretta inciampai nei miei piedi nudi.
"Ehi! C'è nessuno?"
Una voce maschile. Profonda, calda, con un accento del sud che non mi aspettavo. Non era Marta. Non era nessuno che conoscessi. E io ero lì, in piedi in corridoio, con addosso solo la sottoveste della sorella e i boxer neri.
"Ho trovato il portone aperto, scusa — sono Tommaso, l'amico di Marta, mi ha detto di passare a prendere il libro di anatomia che le avevo prestato, mi ha lasciato le chiavi ma ho suonato per non spaventare nessuno..."
La maniglia si abbassò.
La porta si aprì.
E io rimasi lì, paralizzato, una farfalla impigliata nella seta color avorio, il respiro bloccato in gola, mentre un uomo che non avevo mai visto entrava nell'ingresso e mi guardava.
Tommaso.
Alto — Dio, quanto è alto, almeno un metro e novanta — con i capelli castani lunghi fino al mento, mossi, leggermente arruffati dalla pioggia. La barba corta, curata, due giorni al massimo, che incorniciava una bocca carnosa e sensuale. Gli occhi: nocciola, profondi, con quelle zampe di gallina che ti fanno capire che sorride spesso. Indossava un cappotto blu scuro bagnato, una sciarpa grigia sbottonata, jeans neri che fasciavano cosce potenti. Le mani — ecco, le sue mani: grandi, con le nocche pronunciate, le vene ben visibili che risalivano dal dorso fino agli avambracci.
Oh cazzo. Oh cazzo, cazzo, cazzo.
Lui si fermò. Mi guardò. I suoi occhi nocciola percorsero il mio corpo — la sottoveste di seta, le spalle larghe, i boxer neri, i peli sulle cosce, i piedi nudi sul parquet — e il suo volto passò dalla sorpresa a qualcosa di diverso, qualcosa che non sapevo decifrare. Non disgusto. Non scherno. Qualcosa di caldo, di curioso, di... interessato?
"Scusa," disse, e la sua voce era più bassa di prima, come se volesse evitare di spaventarmi. "Non volevo entrare così. Davvero. Mi dispiace."
Io non riuscivo a parlare. La gola era serrata, le guance in fiamme. Cercai di coprirmi, di incrociare le braccia sul petto, ma le spalline scivolarono e una spalla rimase scoperta, la clavicola esposta, e lui la guardò. La sta guardando. Mi sta guardando.
"Ehi..." Tommaso mosse un passo verso di me, lentamente, come ci si avvicina a un animale spaventato. L'odore di pioggia e di sandalo e di qualcosa di maschile, di muschiato, mi arrivò alle narici e mi fece girare la testa. "Va tutto bene. Non devi... non devi vergognarti. Capito?"
Una lacrima mi rigò la guancia. Non me ne ero nemmeno accorto, ma stavo piangendo. Un pianto silenzioso, stupido, che mi fece sentire ancora più vulnerabile, ancora più esposto, ancora più donna.
"Come ti chiami?" chiese lui, e nel frattempo si era tolto il cappotto, lo aveva appoggiato alla sedia dell'ingresso, e si era avvicinato ancora. Le sue mani si posarono sulle mie braccia, delicate ma ferme. Il calore delle sue dita mi trapassò la pelle, mi arrivò diretto al petto, al ventre, più giù.
"Gerardopz," sussurrai, e la mia voce era rotta, umida. "Mi chiamo Gerardopz."
"Gerardopz," ripetè lui, e il mio nome sulle sue labbra suonava come una carezza. "Sei bellissimo. Lo sai?"
Bellissimo. Non bello. Bellissimo. Con la "a", come si dice alle donne. Sentii il mio cazzo contrarsi dentro i boxer, un movimento involontario che mi fece stringere le cosce, chinare il capo, mordermi le labbra. Lui lo notò — cazzo, lo ha notato — e le sue labbra si incurvarono in un sorriso appena accennato. Non un sorriso di scherno. Un sorriso complice, caldo, che diceva ti capisco, ti vedo, non sei sbagliato.
"Da quanto tempo..." cominciò Tommaso, poi si interruppe, scelse altre parole. "Da quanto tempo ti vesti così?"
"Da quando ho quattordici anni," risposi, e fu come se un argine si rompesse. "Ogni volta che resto solo. Ogni volta che posso. Ma non... non mi sono mai fatto vedere. Da nessuno. Tu sei il primo. E ho paura, Tommaso, ho una paura del cazzo perché mi hai visto così e adesso sai, e io non so chi sei, non so cosa pensi, e—"
Lui mi zittì con un gesto: sollevò una mano e mi sfiorò le labbra con la punta delle dita. Un gesto così intimo, così delicato, che il mio respiro si bloccò in gola.
"Penso che sei bellissimo," ripetè. "E penso che questa sottoveste ti sta d'incanto. E penso che mi piacerebbe... conoscerti meglio."
La sua mano scese dal mio volto al collo. Le sue dita sfiorarono la clavicola scoperta — un brivido, cazzo, un brivido lungo la schiena — e seguirono il bordo della sottoveste fino alla spallina, che rimise a posto con un gesto quasi reverente.
"Hai mai..." Tommaso inclinò la testa, i suoi occhi fissi nei miei. "Hai mai avuto qualcuno che ti facesse sentire donna? Completamente?"
Scossi la testa, incapace di parlare. Le lacrime continuavano a scendere, silenziose, ma non erano più lacrime di vergogna. Erano lacrime di sollievo. Di liberazione. Mi vede. Mi capisce. Non sono sbagliato.
"Allora," mormorò lui, avvicinando il volto al mio fino a quando le nostre fronti quasi si toccarono, "vuoi che sia io quel qualcuno?"
Il suo alito sapeva di menta e di qualcosa di più scuro, tabacco forse. I suoi occhi nocciola erano così vicini che potevo vedere le pagliuzze dorate nell'iride, i puntini verdi vicino alla pupilla dilatata. E nelle sue mani, nelle sue grandi mani da uomo, c'era una dolcezza che non avevo mai conosciuto, una dolcezza che mi faceva sentire fragile, protetta, femminile.
"Sì," sospirai. "Sì, cazzo, sì."
Tommaso sorrise. Un sorriso pieno, sincero, che gli accese il volto e lo fece sembrare più giovane, più bello. Poi chiuse la distanza tra noi e mi baciò.
Le sue labbra erano morbide, più morbide di quanto sembrassero, e si muovevano sulle mie con una lentezza deliberata, come se volesse assaporare ogni istante. Il suo sapore — menta, tabacco, qualcosa di salato — mi riempì la bocca. La sua lingua sfiorò le mie labbra, chiedendo permesso, e quando le schiusi entrò con una delicatezza che mi fece gemere. Un gemito sottile, acuto, che non avevo mai sentito uscire dalla mia gola. Così suona la mia voce quando sono donna. Così suono io.
La sue mani scesero sui miei fianchi. Le dita affondarono nella seta, strinsero, mi attirarono contro di lui. Sentii il suo corpo — duro, caldo, così maschile — premere contro il mio. Il suo petto contro il mio petto. Le sue cosce contro le mie cosce. E più giù, contro il mio cazzo ormai completamente duro, sentii la pressione del suo: un'erezione piena, massiccia, che premeva contro i jeans neri come se volesse liberarsi.
"Vieni," mi sussurrò all'orecchio, e il suo respiro caldo mi fece rabbrividire. "Portami nella tua camera. Voglio vederti disteso sul letto. Voglio vederti con questa sottoveste sollevata fino alla vita. Voglio... sentirti gemere come hai fatto adesso."
Lo presi per mano. Le sue dita si intrecciarono alle mie, grandi e ruvide contro la mia pelle più liscia. Lo guidai lungo il corridoio, verso la mia camera da letto — la camera del ragazzo che non volevo più essere, la camera dove per anni mi ero nascosto sotto le coperte a desiderare qualcuno come lui.
La porta era socchiusa. La spinsi con la spalla, entrai, e Tommaso mi seguì senza lasciare la mia mano. La stanza era in penombra, illuminata solo dalla luce arancione dei lampioni che filtrava attraverso le persiane. Il letto sfatto, le lenzuola stropicciate, un paio di jeans sul pavimento, riviste di motociclette sulla scrivania — cose da uomo, maschere, tutto falso.
Lui si sedette sul bordo del letto. Mi guardò dal basso, gli occhi nocciola che brillavano nella penombra, e con un movimento lento mi attirò verso di sé. Mi fece sedere sulle sue ginocchia, a cavalcioni, con le cosce aperte intorno alle sue. La sottoveste si sollevò, scoprendo i boxer neri, l'erezione che premeva contro il cotone, la macchia umida di liquido preseminale che aveva già formato un cerchio scuro sul tessuto.
"Sei eccitato," osservò Tommaso, e le sue mani risalirono dalle cosce ai fianchi, portando con sé la seta, sollevandola piano piano. "Sei eccitato per me?"
"Sì," gemetti. "Cazzo, sì. Non sai da quanto tempo... da quanto tempo sogno qualcuno che mi tocchi così. Che mi veda così."
Lui mi baciò di nuovo. Questa volta più profondo, più avido, la lingua che esplorava la mia bocca senza più esitazioni. Le sue mani salirono dietro la mia schiena, trovarono la cerniera della sottoveste — non c'è cerniera, è un modello senza — e ridacchiò contro le mie labbra.
"Come si toglie questa cosa?"
Dovetti ridere anch'io. Una risata isterica, liberatoria, che mi scosse le spalle e mi fece buttare indietro la testa. "Si sfila. Così."
Feci per toglierla, ma lui mi fermò. "No. Lasciala. Voglio scoparti così, con questa sottoveste addosso. Voglio sollevartela fino alla vita mentre ti prendo. Voglio guardare la seta che scivola sulla tua pelle mentre ti muovi sopra di me."
Le parole mi colpirono come pugni allo stomaco. Mai nessuno mi aveva parlato così. Mai nessuno aveva espresso il desiderio di scoparmi. E sentirle da lui, da quell'uomo bellissimo che mi guardava come se fossi la cosa più preziosa del mondo, mi fece venire voglia di piangere di nuovo. Ma non lacrime di tristezza, no. Lacrime di una gioia così intensa, così piena, che il mio petto faticava a contenerla.
Tommaso si sfilò la maglietta. La luce arancione dei lampioni disegnava ombre sul suo torace — pettorali definiti, addominali scolpiti, una linea scura di peli che partiva dall'ombelico e spariva nei jeans. Le sue spalle erano larghe, virili, così diverse dalle mie che, per quanto muscolose, mi sembravano improvvisamente più morbide, più arrotondate, più femminili accanto alle sue.
"Toccami," mi ordinò, con una voce bassa che era quasi un ringhio. "Voglio sentire le tue mani su di me."
Obbedii. Le mie mani si posarono sul suo petto, esplorarono la superficie calda della sua pelle, la consistenza dei peli sotto le dita, i muscoli che si contraevano a ogni mio movimento. Sfiorai i capezzoli — scuri, eretti — e sentii un brivido scuoterlo. Scesi lungo l'addome, seguendo la scia di peli fino alla cintura dei jeans, fino al bottone che premeva contro la sua erezione.
"Posso...?" chiesi, esitando.
"Puoi."
Sbottonai i jeans con dita tremanti. Abbassai la zip. Il suono metallico della cerniera riempì la stanza, si mescolò al mio respiro affannoso, al ticchettio della pioggia che continuava a cadere fuori.
Tommaso sollevò i fianchi, mi aiutò a sfilargli i jeans e i boxer insieme. Il suo cazzo scattò fuori, libero finalmente, e un gemito mi sfuggì dalle labbra prima che potessi trattenerlo.
Era bello. Cazzo, se era bello. Lungo — più lungo di qualsiasi altro abbia mai visto — e spesso abbastanza che le mie dita non riuscivano a chiudersi completamente intorno alla base. La pelle era liscia, tesa, con una venatura azzurra che risaliva dalla base fino sotto il glande. Il glande, gonfio e purpureo, brillava di liquido preseminale, e quando lo sfiorai con il pollice Tommaso emise un ringhio basso, gutturale, che mi fece contrarre i muscoli del ventre.
"Vuoi assaggiarlo?" chiese lui, e c'era un sorriso nella sua voce, un sorriso che diceva so cosa vuoi, so chi sei, so cosa ti piace.
Annuii, incapace di parlare. Scesi dalle sue ginocchia, mi inginocchiai a terra tra le sue cosce aperte. La sottoveste si allargò intorno a me come una nuvola di seta, e lui la guardò, guardò me, guardò il contrasto tra il mio corpo inginocchiato e l'abito femminile che indossavo.
"Sei uno spettacolo," mormorò. "Sembri uscito da un quadro. La mia piccola Madonna inginocchiata."
Mi chinai in avanti. L'odore di lui mi colpì: muschio, sudore, qualcosa di salato e di maschile che mi fece venire l'acquolina in bocca. Aprii le labbra, presi il glande tra di esse, e Tommaso emise un suono strozzato che mi incoraggiò ad andare avanti.
Lo presi più in fondo. La sua larghezza mi riempì la bocca, mi allungò le labbra, mi fece sentire pieno come non ero mai stato. Leccai la vena azzurra che pulsava sotto la pelle, la seguii dalla base fino alla punta, e quando succhiai piano sentii le sue dita affondare nei miei capelli, stringere, tirare.
"Cazzo, sì," ringhiò lui. "Così. Prendilo tutto. Fammi sentire la tua gola."
Spinsi più in fondo, fino a quando il glande toccò la mia ugola e un conato mi fece contrarre la gola. Tommaso gemette, un gemito lungo e basso che vibrava nel suo petto, e le sue mani mi tenevano fermo, non per costringermi ma per guidarmi, per dirmi resta così, prendimi così, sei perfetta.
Perfetta. Mi sentivo perfetta. In ginocchio tra le sue gambe, con la bocca piena del suo cazzo, la seta fredda sulle spalle, i miei boxer umidi di desiderio, mi sentivo più donna di quanto mi fossi mai sentito in tutta la mia vita.
Dopo un po' — secondi, minuti, non so, il tempo aveva perso significato — Tommaso mi sollevò. Le sue mani sotto le mie ascelle, forti, decise, mi riportarono sulle sue ginocchia, a cavalcioni, con le cosce aperte. La sottoveste era ormai sollevata fino alla vita, e i miei boxer, bagnati fradici, non nascondevano più nulla.
"Toglili," ordinò. "Voglio vederti nudo sotto questa sottoveste. Voglio vedere il tuo cazzo che spunta dalla seta."
Obbedii senza esitare. Mi sfilai i boxer, li gettai a terra, e il mio cazzo scattò fuori, eretto, più piccolo del suo ma duro come il marmo. La seta della sottoveste lo sfiorava a ogni movimento, e ogni sfioramento era una tortura, un piacere così intenso che dovetti mordermi le labbra per non implorare.
Lui mi guardò. I suoi occhi percorsero il mio corpo — le spalle larghe ma morbide, il petto piatto, il ventre teso, i fianchi che si allargavano appena, le cosce muscolose coperte di peli scuri, il cazzo eretto che spuntava dalla sottoveste come un fiore osceno.
"Sei magnifico," disse. "Sei esattamente come ti ho sempre immaginato."
"Mi hai... immaginato?"
"Sì," rispose Tommaso, e le sue mani si posarono sulle mie natiche, strinsero, mi attirarono più vicino. "Ho sempre sognato qualcuno come te. Un uomo che è donna dentro. Un corpo maschile che si offre con l'abbandono di una femmina. La prima volta che ti ho visto, quando Marta mi ha mostrato una tua foto, ho capito. Ho capito cosa eri. Ho capito cosa volevi. E ho sperato, cazzo se ho sperato, di poterti incontrare."
La rivelazione mi colpì come un fulmine. Lui sapeva. Sapeva già. E mi ha voluto lo stesso. Anzi, mi ha voluto proprio per questo.
"E adesso che mi hai incontrato?" chiesi, con la voce che tremava.
"Adesso ti prendo."
Mi sollevò per i fianchi. Le sue mani erano grandi abbastanza da circondarmi completamente, e quando mi alzò mi sentii leggero, fragile, femminile. Mi posizionò sopra di lui, il suo glande premeva contro la mia apertura, e un brivido di paura e desiderio mi attraversò la schiena.
"Rilassati," mi sussurrò all'orecchio. "Fidati di me. Ti farò sentire così bene che dimenticherai tutto tranne il mio cazzo dentro di te."
Mi lasciai andare. I muscoli si rilassarono, l'apertura cedette, e il suo glande entrò con una lentezza straziante, millimetro dopo millimetro, allargando, riempiendo, completandomi.
"Nnngghhh—" gemetti, un suono che non avevo mai emesso prima, acuto e tremulo, femminile. "È così... grande... così pieno..."
"Prendilo tutto," ringhiò Tommaso. "Prendilo tutto, piccola. Voglio sentirti fino in fondo."
Continuò a spingere. Il suo cazzo mi riempiva come niente e nessuno aveva mai fatto, una pienezza che partiva dal basso ventre e si irradiava in tutto il corpo, fino alla punta delle dita, fino ai bulbi oculari, fino al cervello che si spegneva e lasciava spazio solo al piacere.
Quando fu completamente dentro di me, si fermò. Immobile. I nostri respiri si mescolavano, i nostri petti si sfioravano, la seta della sottoveste era incastrata tra i nostri corpi come un sudario benedetto.
"Guardami," mi ordinò.
Lo guardai. I suoi occhi nocciola erano dilatati, pieni di desiderio ma anche di qualcosa di più profondo, qualcosa che somigliava pericolosamente all'affetto. Le sue labbra erano socchiuse, il respiro affannoso. Le tempie leggermente imperlate di sudore.
"Da oggi," disse, scandendo le parole con lentezza, "tu sei mia. Capito? Mia. E ogni volta che vorrai sentirti donna, ogni volta che vorrai indossare questa sottoveste, o qualunque altra cosa, io sarò qui. A ricordarti chi sei. A farti sentire amata per come sei veramente."
Le lacrime tornarono. Questa volta non cercai di trattenerle. Scesero lungo le mie guance, caddero sulla mia clavicola, scivolarono nella scollatura della sottoveste. Non erano lacrime di tristezza. Erano lacrime di una liberazione così totale, così assoluta, che il mio corpo faticava a contenerla.
"Adesso muoviti," disse Tommaso, e le sue mani mi guidarono, mi sollevarono, mi riabbassarono. "Voglio sentirti cavalcare. Voglio vederti scopare sopra di me con questa sottoveste che ti fluttua intorno. Voglio guardarti mentre ti prendi il tuo piacere."
Obbedii. Cominciai a muovermi, su e giù, seguendo il ritmo delle sue mani. Ogni volta che il suo cazzo scivolava fuori quasi del tutto, la sensazione di vuoto era insopportabile; ogni volta che rientrava fino in fondo, il piacere era così intenso che vedevo le stelle. La sottoveste fluttuava intorno a noi, la seta sfiorava la sua pelle e la mia, creando un fruscio ritmico che si mescolava ai nostri gemiti.
"Ah—ah—ah—" I miei respiri erano sempre più brevi, sempre più acuti. Il piacere si accumulava nel basso ventre, nei testicoli, nella base del mio cazzo che sbatteva contro il suo addome a ogni movimento. "Sto per... sto per venire..."
"No," ringhiò lui. "Non ancora."
Mi fermò. Mi sollevò, il suo cazzo uscì con uno schiocco umido, e mi fece sdraiare supino sul letto. La sottoveste si allargò intorno a me, il mio cazzo eretto spuntava pateticamente dalla seta, umido di desiderio. Tommaso si posizionò sopra di me, le ginocchia ai lati dei miei fianchi, le mani appoggiate al materasso ai lati della mia testa.
"Voglio guardarti in faccia quando vieni," disse. "Voglio vedere i tuoi occhi quando ti perdi. Voglio sentirti urlare il mio nome."
Mi penetrò di nuovo. Questa volta senza delicatezza, con una spinta secca che mi fece inarcare la schiena e gemere forte, fortissimo, senza più paura che qualcuno sentisse. Il suo cazzo mi riempiva, il suo peso mi schiacciava, il suo odore mi circondava. Ero sua. Ero completamente, irrimediabilmente sua.
Cominciò a scoparmi con ritmo regolare, spinte lunghe e profonde che mi facevano vedere le stelle. I nostri corpi sbattevano l'uno contro l'altro, la sua pelvi contro la mia, i suoi testicoli che schiaffeggiavano le mie natiche a ogni affondo. Il letto cigolava, la testiera sbatteva contro il muro, e a me non fregava un cazzo se i vicini sentivano. Anzi. Volevo che sentissero. Volevo che tutto il palazzo sapesse che ero stato preso, che ero stato amato, che finalmente qualcuno mi vedeva per come ero veramente.
"Guardami," ripetè Tommaso, e io lo guardai. I suoi occhi erano fuoco liquido, la mascella serrata, i muscoli del collo tesi nello sforzo. "Dì il mio nome."
"Tommaso—"
"Più forte."
"TOMMASO—"
"Così. Cazzo, così. Vieni per me, piccola. Vieni mentre ti scopo."
Il suo ordine fu sufficiente. Il piacere esplose dentro di me come una diga che crolla, un'ondata calda che partì dai testicoli e si irradiò in tutto il corpo, facendomi contrarre i muscoli, inarcare la schiena, urlare il suo nome fino a perdere la voce. Il mio cazzo schizzò getti di sperma caldo sul mio ventre, sulla sottoveste, su di lui, mentre i miei muscoli interni si stringevano ritmicamente intorno al suo cazzo.
"Nnngghhh—cazzo—" Tommaso venne con un ringhio gutturale, spingendosi fino in fondo dentro di me, e sentii il suo calore riempirmi, un'ondata dopo l'altra, una sensazione così intima, così profonda, che mi fece piangere di nuovo. Singhiozzavo mentre lui si accasciava sopra di me, il suo peso che mi schiacciava sul materasso, il suo respiro affannoso nel mio orecchio.
Restammo così per un tempo indefinito. La pioggia continuava a battere contro i vetri, il tic-tac ossessivo che adesso suonava come una ninna nanna. I nostri corpi erano incollati dal sudore e dallo sperma, la sottoveste ormai rovinata, il letto in disordine.
Tommaso si sollevò. Mi guardò. Le sue dita sfiorarono la mia guancia bagnata di lacrime, seguirono la linea della mascella, scesero lungo il collo fino alla clavicola.
"Sei stata perfetta," mormorò. "La mia piccola donna perfetta."
"Lo pensi davvero?" chiesi, e la mia voce era roca, rotta, vulnerabile.
"Lo so," rispose lui. "E da oggi, ogni volta che vorrai, sarai lei. Con me. Per me. Capito?"
Annuii. Non avevo più parole. Mi rannicchiai contro il suo petto, la testa nell'incavo del suo collo, le gambe intrecciate alle sue. La sottoveste era ancora lì, macchiata e spiegazzata, una testimone silenziosa della prima volta che ero stato me stesso.
Fuori, la pioggia cominciò a diminuire. Dentro, per la prima volta dopo anni, non sentivo più il bisogno di nascondermi.








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