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Cap 5 - Prima volta al club


di Membro VIP di Annunci69.it lettoaletto69
28.08.2026    |    410    |    0 9.2
"Ci ha insegnato che l'attesa, il gioco, la complicità sono più importanti dell'atto in sé..."
Io ed Elena ci avviamo verso l'uscita con Alyssa che chiude il locale dietro di noi. Le chiavi girano nella serratura con un click secco, e per un momento siamo tutti e tre in piedi nel parcheggio deserto, illuminato solo dalla luce giallastra di un lampione.

Prima di andare è tempo dei saluti. Elena si volta verso Alyssa, e per un momento si guardano in silenzio. Poi Elena si getta al collo di Alyssa in un abbraccio molto intenso. I loro corpi si stringono, le loro teste si avvicinano, e vedo le labbra di Elena che si muovono vicino all'orecchio di Alyssa. Sussurra qualcosa, qualcosa che io non riesco a sentire. Alyssa annuisce, e il suo sorriso si fa più morbido, quasi malinconico. Anche lei sussurra qualcosa all'orecchio di Elena, e per un momento le due donne rimangono così, abbracciate, come se il tempo si fosse fermato. Poi si staccano. Elena ha gli occhi lucidi, ma sorride.

Alyssa si volta verso di me. Con un movimento deciso, mi avvolge in un abbraccio. Sento il calore del suo corpo attraverso il vestito nero, il profumo floreale che si mescola al tabacco e al whisky. Le sue braccia sono forti, il suo abbraccio sincero.

"Sei un uomo fortunato" mi sussurra all'orecchio. "E lei è una donna fortunata. Vi meritate. Continua così."

Mi stacco, e per un momento i suoi occhi verde scuro incontrano i miei. C'è qualcosa in loro, una promessa silenziosa che forse non verrà mai pronunciata.

Ci scambiamo i numeri di telefono. Elena digita il suo nel telefono di Alyssa, e Alyssa fa lo stesso.

"Domani ci sentiamo" dice Elena, con una voce che è un misto di eccitazione e tenerezza. "E ti racconto tutto. Come è andata."

Alyssa sorride. "Lo aspetto con ansia."

Mi giro verso l'auto, ma poi mi fermo. Mi rendo conto di qualcosa. Mi volto verso Alyssa.

"Cavoli, Alyssa..." dico, mettendo una mano in tasca, "...ma io devo ancora pagarti. Il conto. I vestiti. Tutto."

Alyssa scoppia a ridere, una risata leggera che echeggia nel parcheggio deserto. "Questo è il conto" dice, indicando la borsa che Elena tiene in mano con l'outfit. "Solo i vestiti."

La guardo, perplesso. "Ma il servizio... il trucco, la cena, il whisky... tutto quello che hai fatto per noi..."

Alyssa si avvicina, mi mette una mano sul petto, proprio sopra il cuore. "Il servizio" dice, con una voce che è improvvisamente seria, "è stato un piacere. Non lo dico per fare la generosa. Lo dico perché è vero. Voi due mi avete regalato una serata che non dimenticherò facilmente. E io vi ho regalato quello che potevo. A volte, le cose più belle non si pagano con i soldi."

Elena si avvicina, mi prende la mano. "Ha ragione, Mario. Non si paga tutto con i soldi."

Alyssa sorride, poi fa un passo indietro. "Ora andate. Il club vi aspetta. E non fate tardi, che le regine e i re non aspettano."

Elena ride, ma è una risata leggera, quasi emozionata. "Grazie, Alyssa. Per tutto."

Alyssa alza una mano in un cenno di saluto. "Buona fortuna. E ricordate: siate voi stessi. Siate quello che avete scoperto di essere."

Ci avviamo verso l'auto. Apro la portiera a Elena, lei si sistema sul sedile, gli stivali rossi che brillano sotto la luce del lampione. Chiudo la portiera, mi giro un'ultima volta verso Alyssa. Lei è ancora lì, in piedi sulla porta del negozio, il vestito nero che si confonde con l'oscurità, i capelli rossi che catturano la luce. Metto in moto e andiamo.

All'interno dell'auto l'aria si carica di aspettative e di erotismo, di libido al pensiero silenzioso di quello che sarà. Le nostre mani si cercano, si sfiorano, si stringono. Il silenzio è pieno di parole non dette.

Guardo Elena di sguincio. I fari delle auto che incrociamo illuminano per un secondo il suo profilo, il rosso del chiodo, il rosso delle sue labbra, il verde dei suoi occhi che brillano nell'oscurità. È bellissima. È la donna che ho sposato, ma è anche qualcosa di nuovo, qualcosa che ho scoperto solo stasera.

Il navigatore indica che siamo quasi arrivati. La strada si fa più stretta, più buia, e poi, all'improvviso, compare il cartello. Un'iscrizione sobria, quasi anonima, che indica il parcheggio.

Arriviamo davanti al locale. È un edificio basso, moderno, con una facciata in pietra scura e poche finestre illuminate dall'interno con una luce rossa e soffusa. Parcheggio l'auto in uno spazio libero, spengo il motore, e per un momento restiamo seduti in silenzio.

Elena si volta verso di me. "Sei pronto?" chiede, la sua voce bassa e roca.

"Con te" rispondo, "sempre."

Scendiamo. Il fresco della sera ci avvolge, ma non sento freddo. L'adrenalina che scorre nelle vene è più calda di qualsiasi temperatura. Ci avviamo all'ingresso, le nostre mani che si tengono strette.

La porta è pesante, di legno scuro, con un piccolo cartello che indica l'orario di apertura e la dicitura "Privè - Riservato ai soci". Apro la porta e un tappeto rosso ci accoglie, seguito da una breve scalinata che scende verso l'interno.

Alla reception ci accoglie una signora sulla cinquantina, capelli biondi raccolti in uno chignon elegante, occhi azzurri e un sorriso professionale ma caldo. Dalla voce, la riconosco immediatamente: è la padrona del locale con cui avevamo parlato telefonicamente.

"Buonasera" dice, guardandoci con un sorriso che sa di benvenuto. "Mario ed Elena, giusto? Sono contenta che abbiate deciso di venire."

Annuisco, un po' emozionato. "Sì, siamo noi."

In breve ci spiega le regole. Sono semplici, del resto le avevamo già lette sul sito: rispetto reciproco, consenso sempre, nessuno significa no, ogni area è liberamente accessibile ma il personale è a disposizione per qualsiasi necessità.

"Questo è il vostro braccialetto" dice, porgendocene due di un colore rosso scuro, con un piccolo chip all'interno. "Vi dà accesso a tutte le aree del privè. Ogni area è segnalata con un colore diverso: zona bar, area relax, stanze private, sala giochi... insomma, esplorate con calma e divertitevi."

Indossiamo il braccialetto. La signora sorride e fa un gesto con la mano verso la porta che conduce all'interno.

"Entrate pure. E buona serata."

Prendo la mano di Elena, e insieme varchiamo la soglia.

L'intero locale è nella penombra. Una luce soffusa, calda, filtrata su rosso, riporta alla mente le atmosfere di questo genere di posti, così come si vedono all'interno dei film. Non c'è nulla di volgare, ma tutto è pensato per creare un'atmosfera intima, avvolgente, quasi ipnotica.

Il soffitto è basso, le pareti sono rivestite di velluto scuro, e ogni angolo sembra studiato per accogliere sguardi e confidenze. Divani di pelle nera sono disposti in piccoli gruppi, separati da tende trasparenti che creano zone di privacy senza isolare del tutto.

In fondo, un bancone illuminato da una luce rossa: il bar. Qualche coppia è già seduta, alcune persone parlano a bassa voce, altre si tengono per mano o si scambiano sguardi complici.

Elena si ferma per un momento, osservando l'ambiente. Poi si volta verso di me, e nei suoi occhi vedo quella luce che conosco bene.

"Mario" sussurra, "siamo qui. Siamo davvero qui."

Le prendo il viso tra le mani, e la guardo negli occhi.

"Sì" rispondo. "Siamo qui. E qualunque cosa accada, sarà nostra."

Lei sorride, e il suo sorriso è la luce più bella in quella penombra rossa.

"Allora" dice, "andiamo a scoprire cosa c'è oltre il bar."

Sembra quasi un locale normale. I divani, il bancone, la musica soffusa che scivola nell'aria come una carezza. Ma mentre passiamo, vedo che tutti si voltano a guardare Elena. Uomini e donne, coppie e single. I loro occhi seguono il suo movimento, il rosso del chiodo, il ticchettio degli stivali sul pavimento, il suo portamento sicuro.

Io ne sono felice. Sfoggio mia moglie come il più bel gioiello del mondo. Lei lo sente, lo percepisce, e il suo sorriso si fa più luminoso. Ogni sguardo che la cerca è una conferma che stasera è diversa, che stasera lei è qualcosa di più.

Per quasi un'ora giriamo, guardiamo. Il locale è più grande di quanto sembrasse dall'esterno: una serie di stanze che si aprono l'una nell'altra, ognuna con la sua atmosfera. C'è la sala del bar, con le sue luci rosse e i divani di velluto. C'è una stanza con giochi da tavolo, dove alcune coppie ridono e parlano a bassa voce. C'è un'area con grandi cuscini a terra, circondata da tende leggere. E c'è la sala open, la più grande, con divanetti sparsi e una pedana al centro.

Abbiamo intravisto solo una coppia che cominciava a scaldarsi sui divanetti, corpi che si sfioravano, mani che esploravano. Ma nulla di più. Il resto del locale è tranquillo, quasi normale.

Troviamo posto anche noi all'interno dell'area open. Un divanetto in un angolo, abbastanza appartato ma non troppo. Ci sediamo, e per un momento guardiamo gli altri. Qualcuno ci osserva, ma la maggior parte è immersa nei propri giochi, nei propri sguardi.

Poi si avvicina qualche singolo. Qualcuno che si presenta con un sorriso, qualcuno che chiede se possiamo offrire un drink. Qualcuno si siede accanto a noi e comincia a parlare, un po' maleducato, troppo insistente. Lo allontaniamo con un cenno, e lui se ne va senza insistere. Ma nulla di più.

L'atmosfera è piacevole, ma non è ciò che avevamo immaginato. Avevamo pensato a qualcosa di più... elettrico. Più carico.

Elena si volta verso di me, e nei suoi occhi vedo un lampo di quella luce che conosco bene.

"Mario" sussurra, "forse dobbiamo scaldare la serata noi."

Non ho bisogno di rispondere. La sua mano trova la mia, la sua bocca trova la mia.

Cominciamo a baciarci. Dapprima piano, poi con più intensità. La sua lingua esplora la mia, le sue mani salgono sul mio petto, sotto la camicia bianca. Sento il calore della sua pelle, il suo respiro che si fa più rapido.

I nostri corpi si cercano, si trovano, si stringono. Le sue mani scendono sulla mia zip laterale, la aprono con un movimento fluido, e sento l'aria fresca sulla pelle. La mia mano sale sotto il chiodo, accarezza la sua pelle nuda, le catenelle che tremano sotto le mie dita.

Finiamo per fare sesso sul divanetto. Davanti a tutti.

È lento, intenso, profondo. I nostri corpi che si muovono in un ritmo antico, i nostri respiri che si mescolano. Lei è sopra di me, il chiodo aperto, i seni che danzano sotto le catenelle, gli stivali che la tengono salda. Io sono sotto di lei, la sua guida, il suo punto fermo.

Eravamo eccitati dal fatto che la gente ci potesse guardare. L'idea che i loro occhi fossero puntati su di noi, che i loro corpi si tendessero nel vederci, che il nostro desiderio diventasse il loro spettacolo. Ci aspettavamo di sentire il peso dei loro sguardi, il calore della loro attenzione.

Ma stranamente, non sentiamo i loro occhi addosso.

È come se fossimo soli.

La sala open intorno a noi esiste, le persone ci sono, ma i loro sguardi non ci raggiungono. O forse siamo noi che non li percepiamo, troppo presi l'uno dall'altra, troppo immersi nel nostro mondo.

Quando finiamo, quando i nostri corpi si separano con un ultimo respiro affannato, ci guardiamo. C'è qualcosa nei suoi occhi che è anche nei miei.

Siamo rimasti delusi.

Elena si sistema il chiodo, si passa una mano tra i capelli. I suoi occhi verdi cercano i miei.

"Nessuno ci ha guardato" dice, con una voce che è quasi un sospiro. "O almeno, noi non li abbiamo sentiti."

Le prendo la mano, la stringo. "Forse eravamo troppo presi l'uno dall'altra."

Poi comincio a capire. Quando siamo arrivati al club eravamo carichi, carichi della sensualità e della magnifica esperienza vissuta durante la preparazione con Alyssa. Con lei eravamo entrati in complicità, ed il gioco era realmente interattivo. Ogni sguardo, ogni parola, ogni gesto era stato parte di un gioco che coinvolgeva tutti e tre. La tensione che si era creata nel negozio, il whisky condiviso, le sigarette fumate insieme, il rossetto che non si sbavava... tutto era stato vivo, palpabile, reale.

Qui, invece, tutto sembra piatto.

Guardo Elena, i suoi occhi che cercano i miei con la stessa domanda.

"Ci manca Alyssa stasera" dico, e sento le parole uscire naturali, quasi senza pensarci.

Elena mi guarda, e per un momento il suo viso si illumina. Non di sorpresa, ma di riconoscimento. Come se avessi detto ad alta voce ciò che lei stava già pensando.

"È proprio quello che pensavo io" risponde, con una voce che è un sospiro di sollievo. "Non è il club, Mario. Non sono le luci, non sono le persone. È che manca lei. Manca il gioco che abbiamo fatto con lei. La complicità."

La prendo per mano, la stringo forte. "Alyssa ci ha preparati per questo. Ci ha insegnato che l'attesa, il gioco, la complicità sono più importanti dell'atto in sé. E qui... qui abbiamo l'atto, ma non abbiamo il gioco."

Elena annuisce, e per un momento vedo qualcosa nei suoi occhi. Un'idea che sta nascendo.

"E se..." comincia, poi si ferma, come se stesse valutando le parole. I suoi occhi verdi brillano nella penombra rossa, e vedo che qualcosa si sta accendendo in lei. "E se la chiamassimo ora e la raggiungessimo al negozio? È in una discoteca non poco distante, me lo ha detto prima."

La guardo, e sento che i suoi pensieri stanno correndo nella stessa direzione dei miei. Il negozio. Il luogo dove tutto è cominciato. Dove il gioco era vivo, dove ogni sguardo contava, dove l'attesa era più intensa di qualsiasi atto.

"Sì amore..." dico, sentendo già l'adrenalina che ricomincia a scorrere. "...Fallo. Usciamo e chiamiamola."

Elena sorride, e quel sorriso è la luce più bella che abbia visto in tutta la serata. "Allora andiamo."

Ci alziamo. Senza guardarci indietro, senza salutare nessuno. Attraversiamo la sala open, il bar, la reception. La signora bionda ci sorride mentre usciamo, ma non ci fermiamo.

L'aria fresca della notte ci avvolge mentre varchiamo la porta. Il parcheggio è silenzioso, le stelle brillano alte nel cielo.

Prendo il telefono, trovo il numero di Alyssa, e premo il tasto di chiamata mentre ci avviamo verso l'auto.

Il telefono squilla… la voce di Alyssa risponde...
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