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Lui & Lei

Il segreto di Lunetta


di Membro VIP di Annunci69.it SeduttoreDiMogli
29.08.2026    |    715    |    3 9.7
"La lingua le girava sotto la punta, lì dove ero troppo sensibile, e un lamento mi uscì dal petto..."
Nella notte buia, in tarda serata, avevo visto per caso il profilo di Lunetta, mentre scorrevo Instagram senza cercare nessuno. Sembrava uno di quei profili anonimi: il volto era nascosto e mostrava solo il corpo. Le scrissi per gioco, convinto che non avrebbe risposto.
Invece la sua risposta arrivò dopo pochi minuti.
Da quella notte iniziammo a parlarci ogni giorno. All’inizio erano battute in messaggi brevi; poi le chiacchiere online si allungarono, sempre di più, per ore. Arrivarono anche i vocali a voce bassa, mandati a letto con la luce spenta, e le foto che non erano mai del tutto innocenti: un dettaglio, una spalla, una curva, un seno mezzo scoperto, la luce calda di una lampada sul collo. Non ci siamo mai detti «facciamo sesso». Lo facevamo comunque, a distanza, con le parole e con quello che lasciavamo fuori. Io immaginavo il resto. Lei, a volte, sembrava immaginare me che immaginavo.
L’amicizia restò, ma sotto c’era altro. Un filo teso. Lei diceva «vorrei vederti». Lo diceva spesso. Anche io facevo lo stesso, ma ero quasi convinto che, data la distanza che ci separava, non sarebbe mai accaduto. Dentro di me, però, non capivo se fosse davvero convinta, se stesse giocando, o se avesse solo paura. Non le chiesi il perché. Avevo paura di rompere quello che tenevamo in equilibrio.
Passarono giorni, settimane, poi mesi. Diventammo sempre più intimi: eravamo ancora più vicini, anche se lontani. Ci sentivamo a ogni ora. Eravamo arrivati a un punto in cui entrambi avevamo la sensazione di conoscerci già, di sapere com’erano le nostre pelli senza averle mai toccate.
Quando seppi che dovevo andare in Centro Italia per lavoro, glielo dissi senza chiedere ancora un incontro. Lei non mi chiese nulla. Sapeva che saremmo stati vicini, ma non accennò mai a vederci. Due giorni prima della partenza le scrissi: «Saremo vicini. Forse è il momento». Non ricevetti subito risposta. Poi arrivò un suo messaggio: «Forse no. Non lo so».
Risposi che non l’avrei costretta. Che sarei stato in città tre giorni. Che se avesse voluto, sapeva dove trovarmi. Le scrissi che ero partito. Le scrissi che ero arrivato. Lei nulla: rimase silenziosa, fredda.
Per ventiquattr’ore non arrivò niente. Il silenzio pesava più delle notti in cui ci eravamo tenuti svegli. Poi, mentre sistemavo la valigia in albergo, vibrò il telefono. Era un suo messaggio:
«Vorrei vederti. Stasera.»
«Sì, certo, baby», risposi. Non le chiesi altro.
Fu lei a indicarmi il posto: un pub in una piazza laterale, non lontano dal centro. Arrivai in anticipo e me ne pentii: ogni minuto rendeva più reale quello che per mesi era rimasto soltanto uno schermo. Guardavo la porta. Pensavo di aver sbagliato locale. Pensavo che non sarebbe venuta.
Arrivò con pochi minuti di ritardo. La riconobbi subito: avrei riconosciuto il suo viso tra mille. Si avvicinò come se dovessimo soltanto salutarci, e invece ci fermammo un attimo di troppo, abbastanza da sentire che il corpo sapeva già qualcosa che la testa stava ancora decidendo.
Ci sedemmo. Le dissi:
«Ebbene, sei tu.»
Sorrise. Quel sorriso era più bello di quello delle foto, ma anche più inquieto.
«Non credevo che saresti venuta davvero.»
«Dopo tutto quello che ci siamo detti? Dopo le notti in cui non chiudevamo gli occhi? Sarei stata stupida a non venire.»
Abbassò lo sguardo sul bicchiere, e capii che qualcosa non andava. Le dita le tremavano appena. Lo sguardo le si fece un po’ cupo.
«Devo dirti una cosa. Prima che succeda altro.»
Poi tornò in silenzio.
La guardai negli occhi, quasi per tranquillizzarla, e aspettai. Aspettai che il rumore del pub si allontanasse.
Ruppe il silenzio, alzò la testa e cercò i miei occhi.
«Io non sono…»
Si fermò. Il viso le si oscurò.
«Tranquilla. Anche se sei fidanzata, non cambia nulla tra di noi.»
Sorrise.
«No, non sono fidanzata. Io non sono la ragazza che immagini. Non del tutto. Io… sono una trans.»
Restò ferma, come chi ha già messo in conto la fuga dell’altro.
Per un attimo non risposi. Non perché volessi ferirla: perché il desiderio dei mesi precedenti doveva riposizionarsi. Il viso era lo stesso. La voce, la stessa. Il corpo, lo stesso. Le curve, le stesse. Era sempre lei. Quello che avevo toccato con la mente doveva fare i conti con un corpo che non era più soltanto un’ipotesi. Sentii il vuoto. Il gelo ci avvolse.
Stava già per alzarsi.
«Non andartene», dissi.
Mi guardò, incredula e ancora pronta a difendersi.
«Non so ancora cosa farò di questa notizia», continuai. «So che sei tu quella con cui ho passato tutti questi mesi. So che ti ho voluta vedere. E so che adesso sei qui, non in una foto.»
Il silenzio che seguì non era più gelo. Era attesa.
«Pensavo che saresti scappato», mormorò.
«Potevo. Non l’ho fatto.»
Non aggiungemmo altro. Non c’era una frase giusta da mettere sopra a quella. Ordinammo un’altra cosa che non finimmo. Parlammo del viaggio, del pub, di una canzone troppo alta: parole leggere, tenute lì perché le altre pesavano ancora troppo. Ogni tanto la guardavo e il volto restava il volto delle notti al telefono. Ogni tanto lo sguardo le scendeva, e io capivo che stava ancora aspettando il mio passo indietro.
Verso mezzanotte uscimmo. L’aria della piazza era più fresca di quella del pub. Per un tratto camminammo senza parlare. Il tacco suo batteva sul selciato con un rumore che in chat non esisteva. La sua spalla ogni tanto toccava la mia, e ogni contatto era la stessa domanda di prima, solo senza schermo: resto, o vado.
Percorremmo un viale alberato. Lei si fermò sotto una luce gialla, troppo presto, e disse:
«Ci salutiamo qua?»
Lo disse nello stesso modo in cui, in chat, chiedeva qualcosa di più senza chiederlo. La guardai. Non avevo ancora finito di capire. Sapevo solo che lasciarla sotto quella luce mi sarebbe sembrato un’altra fuga, soltanto più educata.
Sorrisi.
«Se vuoi, puoi venire in camera da me.»
Non rispose subito. Mi studiò, come a cercare l’inganno. Poi, a voce bassa:
«Sì. Perché no. Stasera non ho voglia di separarmi da te.»
Allungai una mano verso la sua. Le dita sue erano fredde, le mie no. Le intrecciài e camminammo verso l’albergo senza scioglierle. In silenzio, cercando di non farci sentire, salimmo le scale, percorremmo il corridoio e arrivammo davanti alla porta della mia camera.
Entrammo. La porta si chiuse dietro di noi; per un attimo il click sembrò troppo forte. Restammo in piedi, ancora vestiti, a un passo dal letto. Lo spazio era poco. C’entravamo noi due e tutto quello che ci eravamo detti senza toccarci.
Ci sedemmo. Le ginocchia si toccarono e restarono lì, come se anche quello fosse già troppo e non bastasse. Riprendemmo a parlare dei vocali, delle foto, delle notti in cui non chiudevamo gli occhi. Le voci si facevano basse. Le mani no. Il suo profumo era diverso da come l’avevo immaginato: caldo, pulito, con qualcosa di dolce sotto che mi restò in gola. Ogni volta che lei si spostava, la gonna scivolava un poco più su sulla coscia, e io sentivo il sangue andare lì, lento, senza fretta e senza scampo.
La guardai. Avevo voglia di lei da mesi. Adesso la voglia aveva un peso, un odore, una bocca a pochi centimetri.
«Ti voglio.»
Lo dissi quasi contro le sue labbra. Lei non si ritrasse. Le si velarono gli occhi, e un sorriso le si aprì lento, incredulo, già perso.
La baciai.
All’inizio fu soltanto pressione, labbra chiuse, il respiro che si cercava. Poi lei aprì la bocca e il bacio si fece umido, profondo, con una lentezza che non aveva niente di innocente. La sua lingua era calda. Mi prese il labbro inferiore tra i denti, appena, e un brivido mi scese dritto nello stomaco. Le misi una mano dietro la nuca. Lei afferrò la camicia e mi tirò addosso, finché il seno non mi premette duro contro il petto. Un suono le uscì in gola, piccolo, sorpreso, come se non si aspettasse di sentirmi così vero.
Le sfilai la giacca. I bottoni della camicia cedettero uno a uno. Sotto, la pelle era calda e aveva i brividi. Quando le mani si posarono sopra il reggiseno lei piegò la schiena verso di me e trattenne il fiato, poi lo lasciò andare tutto in una volta. Le posai la bocca sul collo, sotto l’orecchio. La pelle sapeva di sale e di profumo. Sentii la gola muoversi contro le labbra.
«Così mi fai… oh… diamine.»
Non finì. Mi strinse i capelli invece.
I vestiti caddero senza fretta. Io rimasi nudo per primo. Lei restò in mutandine nere, il seno libero, pieno, sodo, i capezzoli scuri già tesi. La guardai un attimo di troppo e lei lo notò: abbassò gli occhi, poi li rialzò, e quella vergogna le stava bene. Presi un capezzolo in bocca, lento. Lei posò le mani sulla mia testa e ansimò alto, una sola volta, come se quella lingua le avesse acceso qualcosa che in chat poteva soltanto nominare. Ero duro da far male. Lei lo vide. Lo sguardo le scese, si fermò, e un sorriso storto le attraversò la bocca.
«Certo che tu sei sempre pronto.»
La voce era quella dei vocali: bassa, un po’ rauca, fatta per il buio.
Rideva ancora quando la voce le cambiò.
«Lo sai che sono vergine.»
Lo sapevo. Adesso lo diceva nuda, con le cosce chiuse e gli occhi che non fuggivano. Non era più un gioco. Era una soglia.
«Sì. Lo so.» Le accarezzai l’interno del ginocchio, lento, senza salire.
Mi guardò come si guarda una cosa che si desidera e che fa paura.
«Sei il solito porco.»
Si alzò. Il sorriso c’era ancora; le spalle no, le si erano fatte strette.
«Un attimo», mormorò.
Chiedeva tempo. Sparì in bagno. Disfeci il letto. Le lenzuola erano fredde; io no. Per un istante pensai che da quella porta poteva non uscire. Ascoltai l’acqua, lo scatto, i passi. Quando tornò, il mondo si restrinse alla soglia.
Era nuda.
Prima il viso. Poi il seno, i fianchi, la linea del ventre. E poi, senza più mutandine, il suo cazzo: già teso, più grosso del mio, le palle piene, la punta lucida. Non si coprì. Fece due passi e si fermò ai piedi del letto. La voce le tremò solo un poco.
«Ti piaccio lo stesso, anche se sono una trans?»
Mi alzai sui gomiti. La guardai tutta, senza fretta. Era quella che era entrata nel pub con pochi minuti di ritardo. Nient’altro.
«Vieni qui. Sei la mia baby. Stasera ti voglio così.»
Le tesi la mano. La feci sdraiare accanto a me. Il contatto fu una scossa: pelle contro pelle, il seno schiacciato sul mio costato, il suo cazzo caldo premuto contro l’anca. Lei emise un fiato corto, quasi un singhiozzo, e nascosse per un secondo il viso nella mia spalla. La baciai più a fondo, più sporco, e le corsi la mano lungo la schiena fino a prenderle un gluteo. Gemette in bocca a me, umido. Quando le erezioni si sfiorarono, capo contro capo, lei sussultò e mormorò «scusa», arrossendo fino al petto.
Non la lasciai scostarsi.
«Non scusarti.» Li presi entrambi in mano e li strinsi insieme. Lei chiuse gli occhi e morse il labbro. «Senti. È questo.»
Pulsava nel pugno. Un filo di umido le bagnò la punta. Le succhiai un capezzolo mentre la segavo piano, e lei piegò la testa all’indietro, la gola offerta. Questa volta il suono le uscì più acuto, spezzato a metà — «oh… diamine» — e subito dopo lo inghiottì, vergognandosi di quanto le piacesse. Restai lì. Le lasciai il tempo di abituarsi al fatto che non stavo passando oltre.
«Girati.»
Obbedì senza slancio. Si mise a pecorina misurando lo spazio, la schiena che si inarcava un poco alla volta, il viso di lato sul cuscino, i capelli sparsi. Le aprii le natiche. Il suo buchino inviolato, era contratto, caldo, vulnerabile. Soffiai contro e la sentii rabbrividire fino alle spalle. Sputai e stesi la saliva con il pollice, girando, premendo, senza entrare. Quando il dito affondò lei inspirò di colpo e affondò il viso nel cuscino, un lamento basso, diverso da tutti quelli di prima, quasi arrabbiato di piacere.
«Dimmi se mi fermo.»
Scosse la testa. Spinse indietro le anche, poco: come si chiede una cosa che si vuole e che fa male.
Un secondo dito. La preparai finché fu umida, morbida, e comunque stretta in un modo che mi fece male. Solo allora feci scorrere il cazzo tra le natiche e lo posai contro di lei.
«Guardami.»
Girò la testa. Gli occhi verdi le si erano fatti scuri, lucidi.
Spinsi.
L’orlo resistette. Poi si aprì. Entrai solo con la punta e il calore mi strinse così forte che chiusi gli occhi.
«Ahi…»
Una mano sulla sua schiena, ferma.
«Piano. Respira.»
Respirò. Le dita si chiusero sul lenzuolo. Restò su quel quasi, il viso premuto, un filo di voce che non era più un no e non era ancora un sì. Poi, spezzata:
«Ancora. Piano… voglio sentirti. Oh… diamine.»
Entrai un centimetro alla volta. Ogni spinta le cambiava la voce: un lamento, un «sì» bagnato, il mio nome detto male, un suono più alto che lei cercò di mordere sul cuscino. Quando fui tutto dentro restammo immobili. Io duro, sepolto. Lei piena, che tremava a scosse piccole. Le accarezzai l’anca e aspettai che il bruciore le diventasse altro.
«Dio… sei stretta.»
Cominciai a muovermi.
Lunghe, lente, perché sentisse ogni centimetro. Se si irrigidiva, restavo. Se spingeva, le davo quello. A un certo punto un gemito le si ruppe in una risata storta, umida, la stessa delle chat, come se non credesse di essere ancora lì — e subito dopo ansimò il mio nome contro il cuscino, più serio, più perso. Le scoccai uno schiaffo sul gluteo, secco. Stavolta non rise. Gettò indietro la testa e un suono le uscì aperto, senza difesa: «Oh… diamine.» Il suo cazzo dondolava sotto, duro, dimenticato; ogni tanto le sfioravo la punta e lei si stringeva intorno a me con una forza che mi toglieva il fiato.
«Non… non smettere.»
La voce le ballava. Il piacere mi saliva troppo in fretta. Le cinsi la vita, la tenni incollata, affondai fino in fondo.
«Lunetta—»
Sborrai in lei. A ondate, caldo, sentendola pulsare come se volesse tenermi. Lei fece un verso rotto, quasi un pianto, e spinse all’indietro mentre la riempivo, come per non perdersi nemmeno quella. Restai dentro finché le spinte non furono solo brividi. Poi uscii lento. Un filo di seme le scese tra le natiche. Caddi sul letto, il respiro a pezzi, e le misi una mano nei capelli.
Si rigirò del tutto. Guance accese, labbra gonfie, gli occhi di chi è stata presa e non ha ancora finito di stare. Non parlò. Si chinò e mi prese in bocca con una fame lenta, come se quella fosse il modo di restare.
Era calda, stretta, già saporita di me. Scese fino alle palle, risalì, tornò giù. La lingua le girava sotto la punta, lì dove ero troppo sensibile, e un lamento mi uscì dal petto. Mentre mi succhiava si segava, il pugno stretto sul suo cazzo lucido, la pelle che scorreva veloce. Alzò gli occhi. Aveva la bocca piena e lo sguardo umido, e in quello sguardo c’era ancora la domanda del letto — solo che adesso non aveva bisogno della voce. Un suono le vibrò in gola intorno a me, lungo, soddisfatto, e sentii indurirmi di nuovo.
Staccò le labbra. Un filo di saliva teneva ancora la sua bocca alla mia cappella. Ansimava bassa, con un sorriso storto.
«Ancora», disse.
Si mosse per girarsi. La fermai sul fianco, il pollice nella fossetta.
«No. Ora tocca a te.»
Le si spalancarono le pupille.
«Cosa?»
«Hai capito.» Le accarezzai il ventre, poi le chiusi le dita intorno. Voglio sentirti perderti.»
Qualcosa le si sciolse in faccia. Mi baciò disordinata, e io le aprii lo spazio. Si guidò da sola, insicura, la punta più larga, calda, già umida, poso la sua cappella sul mio buco. Spinse. Il bruciore arrivò netto e per un attimo mi tolse il respiro. Lei si fermò subito, mi baciò sotto l’orecchio, aspettò. Il suo respiro era corto, impaurito e acceso insieme.
«Ok?»
«Sì. Avanti. Lenta.»
Entrò inesperta, piano piano, finché il pube non mi premette contro. Restò ferma, tremante, un gemito le uscì contro la mia spalla — stavolta acuto, incredulo — «oh… diamine» — e con la mano libera riprese a segarmi. I baci sul collo sempre più aperti. Perdeva il ritmo. Lo ritrovava. Lo perdeva di nuovo. Io la stringevo, le unghie nella schiena, e ogni spinta mi mandava una scossa calda fino allo stomaco.
«Lunetta…»
«Non dirmi di fermarmi», ansimò. «Non adesso.» aveva il cazzo di marmo, sentivo la sua durezza allargarmi tutto.
Venne con il viso nascosto nella mia spalla, un suono basso e rotto che le durò più del corpo: si scaricava a scosse, calda, e tra i denti le sentii il mio nome fatto male, «Mau..Maur» quasi pregato. La tenni stretta. Le accarezzai i capelli sudati. Restammo così, lei ancora dentro, io ancora duro nel suo pugno, il respiro mescolato.
Dopo non dicemmo «ancora». Successe. Io tornai in lei quando fu più facile, più scivolosa, e la tenni a guardarmi: volevo quegli occhi, gli stessi del pub, mentre le prendevo il fondo e lei mi mangiava il labbro per non fare troppo rumore. Lei tornò in me quando ne ebbe il coraggio, più sicura, e a un certo punto rise contro la mia pelle — la stessa risata delle chat — proprio mentre le veniva un altro brivido, più piccolo, che le chiuse gli occhi, e un ultimo «oh… diamine» le restò in gola.
Pensai che il segreto sul tavolo del pub non ci aveva allontanati. Ci aveva soltanto tolto lo schermo.
Alla mattina la luce filtrava storta dalle tende. Le lenzuola erano rovinate, umide in più di un punto. Lei aveva una gamba gettata sulla mia, il seno premuto sul mio braccio, la bocca socchiusa. Aprì gli occhi e per un attimo sembrò chiedersi se fossi rimasto.
C’ero.
Le baciai la tempia, poi l’angolo della bocca. Non dissi di nuovo «ti voglio». Non serviva. Lo sapeva già, adesso, in un modo che nessuno schermo avrebbe mai potuto insegnarle.
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