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Lui & Lei

Il telecomando – 1


di Membro VIP di Annunci69.it Ilmarinaiosimbad
18.10.2026    |    693    |    0 9.2
"Vidi la sorpresa passarle sulla faccia, rapida, e subito dopo qualcosa di più attento..."
1
L'ultima cosa che ho lasciato a Davide è un telecomando di plastica bianca sul tavolo della cucina, quello dell'ovetto. Non so se l'abbia buttato. Sono passati otto anni. Ne ho quarantatré, faccio lo stesso lavoro, meglio, e la sera torno in una casa dove qualcuno mi aspetta. Con Davide ci siamo rivisti una volta sola, al matrimonio di un amico comune, seduti a tavoli diversi, e al buffet abbiamo parlato del parcheggio.
Quando racconto questa storia, e la racconto poco, tutti vogliono sapere della donna: chi era, da dove veniva, dov'è finita. Non lo so. So cosa mi ha messo in mano.

2
Davide l'ho conosciuto al primo anno di università, a una festa di matricole in un appartamento di via Pacini, a Città Studi, con le bottiglie di birra nella vasca da bagno. Aveva diciannove anni come me e le spalle di chi va a remare all'Idroscalo alle sei del mattino. A mezzanotte mi prese per il polso, in corridoio, senza chiedermi niente, e mi portò via. Io lo seguii. Nessuno mi aveva mai presa per il polso.
Da lì è andata avanti per sedici anni. Decideva lui: il ristorante, le vacanze, l'appartamento, il colore del divano, quando si scopava e come.
Come, con lui, voleva dire con violenza. Non quella di chi perde la testa: Davide la testa non la perdeva mai. Era una violenza ordinata, sempre uguale, che cominciava con una mano sulla nuca e finiva con i segni delle sue dita sui fianchi, viola il giorno dopo e gialli il terzo. Mi spingeva la faccia nel materasso, mi piegava un braccio dietro la schiena quanto bastava a tenermi ferma, e non controllava mai se mi faceva male. Mi faceva male. Io lo volevo così, gliel'avevo detto la prima notte, e da allora glielo ridicevo nell'unico modo che lui ascoltava: quando mi prendeva per la nuca, la testa la abbassavo da sola. Il dolore era la parte che capivo meglio. Voleva dire che sopra di me c'era qualcuno che sapeva cosa fare.
E poi c'erano le altre. Una praticante dello studio, un'istruttrice di sci a Courmayeur, una che lasciava capelli biondi sul poggiatesta della sua macchina. Non eravamo una coppia aperta: era aperto lui. E me le raccontava. A cena, con il bicchiere in mano, con i particolari: come si chiamava, dove l'aveva portata, cosa gli aveva fatto, che odore aveva. Parlava guardandomi la faccia, e io sapevo cosa cercava: una smorfia, una domanda, una forchetta posata un po' troppo forte. Imparai a non dargli niente. Mangiavo, ascoltavo, gli chiedevo se voleva ancora vino. Il mio silenzio era una prestazione come le altre, e lo tenevo come si tiene una posizione scomoda, con una specie di orgoglio. Le sere in cui reggevo bene, dopo, mi scopava più forte. Era il premio.
Il gioco arrivò al decimo anno, quando non c'era più niente da scoprire. Un ovetto rosa e un telecomando bianco grande come una scatola di fiammiferi, portata dieci metri. Per un paio d'anni lui non poté allontanarsi da me più di così, e io non potei allontanarmi da lui: il guinzaglio era corto per tutti e due. Poi uscì il modello con l'app, e il telecomando diventò il suo telefono. Lo chiamammo il telecomando lo stesso. L'app stava anche sul mio: era il mio a tenere collegato l'ovetto, e dovevo averlo sempre con me. Lui poteva essere dovunque. La mattina, mentre si annodava la cravatta, diceva: “Oggi mettilo.” E io lo mettevo.
La prima volta con l'app fu durante una riunione di budget. Il cliente era una multiutility, la sala al ventesimo piano, vetrate su Porta Nuova, dodici persone intorno a un tavolo ovale e io in piedi davanti alla slide undici. Stavo dicendo che lo scostamento sul terzo trimestre era strutturale e non stagionale quando partì.
Non la vibrazione più forte: la più bassa, quella che all'inizio sembra un telefono che vibra in un'altra stanza. Continuai la frase. La finii bene, anche. Ma da quel momento eravamo in due: una che parlava di costi fissi e di ammortamenti e rispondeva alla domanda del direttore finanziario, e una che contava. Sei secondi, pausa. Undici secondi, pausa. Diciotto. La prima non sapeva niente della seconda; la seconda sentiva tutto quello che diceva la prima, e lo trovava ridicolo. Non riuscivo a staccarle. Quando il direttore finanziario mi chiese di tornare alla slide nove, fu la seconda a pensare: «ancora».
Il telefono si illuminò sul tavolo. Lo girai verso di me con un dito e lessi.
«Vai in bagno. Fammi vedere.»
Dissi che mi servivano cinque minuti per recuperare un dato. Il bagno delle donne al ventesimo piano ha le porte fino a terra e un deodorante che sa di talco. Chiusi a chiave, abbassai collant e mutandine fino alle ginocchia e le fotografai così com'erano, bagnate, con il flash perché la luce era gialla. Mandai. Le due spunte diventarono blu subito: era lì, con il telefono in mano, in un altro ufficio a tre chilometri, e aspettava. I tre puntini. Poi: «Brava. Torna.»
Tornai. Ripresi dalla slide nove. L'ovetto si fermò mentre il direttore finanziario diceva che i numeri lo convincevano, e mi accorsi che mi mancava.
D'estate andavamo alla Laguna del Mort, a Eraclea, dove finisce la pineta e comincia la parte di spiaggia dei nudisti. Io stendevo il telo in fondo, verso la foce, dove gli uomini soli camminano lungo la battigia avanti e indietro e non guardano il mare.
Mi spogliavo io, tutta. Lui restava in costume, seduto un metro dietro di me, con il telefono in mano e gli occhiali scuri. L'ovetto ce l'avevo dentro dalla mattina. Quando uno di quegli uomini rallentava, l'ovetto partiva. Le gambe si chiudevano da sole e io le riaprivo, perché lui le voleva aperte. Sentivo la sabbia attaccata all'interno delle cosce, il sale che tirava la pelle delle spalle, l'ombra di uno sconosciuto che mi passava sulla pancia e si fermava.
Davide non guardava me. Una volta mi girai a controllare e lo vidi: guardava loro che guardavano me. Aveva la faccia di uno che mostra la macchina nuova agli amici e fa finta di niente. Ero quello che gli altri volevano e che aveva lui. Lo trovavo giusto. Mi sembrava perfino un complimento.
Nel bungalow, la sera, con la sabbia ancora addosso, mi prendeva nel culo. Era il suo modo di chiudere la giornata: gli altri avevano guardato, lui si prendeva la parte che agli altri non era stata mostrata. La prima volta me l'aveva chiesto, a vent'anni, in un monolocale che sapeva di caffè bruciato, e io avevo detto sì prima che finisse la domanda. Da allora non me lo chiese più: me lo annunciava, con una mano sulla schiena. Io mi mettevo a quattro zampe. Faceva male ogni volta, all'inizio, e ogni volta arrivava un punto in cui smettevo di sapere se stavo sopportando o godendo. Era quel punto che cercavo. Non dover distinguere, non dover decidere niente: dove mettere le mani, se muovermi, quanto, se era il momento. Con lui il piacere non era tanto venire. Era una tregua.

3
La festa era a ottobre, a casa di un collega di Davide, un attico all'Isola con la terrazza piena di piante che nessuno annaffiava. Lei arrivò tardi, dopo mezzanotte, da sola. Nessuno sapeva chi l'avesse invitata.
Alta quanto Davide. Capelli neri tagliati corti, rasati sulla nuca. Addosso aveva una giacca da uomo, una giacca vera, di lana grigia, con le spalle imbottite, i bottoni sulle maniche e il fazzoletto nel taschino: la giacca di un uomo più basso di lei. Le arrivava appena sotto il sedere, e sotto non c'era nient'altro. Niente gonna, niente calze. Quando alzava il braccio per prendere un bicchiere la giacca saliva, e mezza sala guardava dove finiva. Le gambe erano nude e lunghe, lisce dalla caviglia all'orlo della giacca, senza un segno. Un uomo accanto al tavolo del vino teneva il bicchiere con due mani, e mentre lei passava il pollice gli andava su e giù sul vetro. Io mi accorsi che mi stavo passando i polpastrelli sulla coscia, dove finiva il vestito. Sentivo la trama del collant, fresca, un po' ruvida, e pensavo a come doveva essere la sua pelle sotto le dita: calda, e morbida. Tolsi la mano.
Non camminava come le altre donne alle feste, che si fanno strada chiedendo scusa. La gente si scostava prima che arrivasse. Si fermava in mezzo alla sala, immobile, per qualche secondo, e poi ripartiva di colpo verso un punto che aveva già scelto. Dovunque si fermasse, intorno a lei restava un metro vuoto. Prese un bicchiere di vino bianco, lo annusò a lungo e non lo bevve. Gli uomini le guardavano le gambe. Lei non guardava nessun uomo. Guardava le donne, una per una, e passava alla successiva.
“Ha un'aura,” disse una donna seduta accanto a me sul divano. Risi: mi sembrava una parola da oroscopo.
Poi lei fece il giro della sala e si fermò dove si fermavano sempre tutte: davanti a Davide.
Conoscevo la procedura. Davide fu l'unico, quella sera, a entrare in quel metro vuoto: appoggiò una mano al muro, sopra la spalla di lei, abbassò la voce e le fece il sorriso con cui si era portato a letto metà delle donne che mi aveva raccontato a cena. Era bello, e lo sapeva da quando aveva quindici anni. Lei lo lasciò fare. Non si spostava, rideva poco, e quando rideva si vedevano tutti i denti. A un certo punto gli prese la cravatta, se la girò una volta intorno alla mano, e lui si piegò. Sembrava che lui la tenesse contro il muro. Solo che da quel momento non tolse più la mano dal muro né gli occhi dalla sua bocca, come uno che non ha più il permesso di andarsene, e lei, mentre lui parlava, guardava oltre la sua spalla. Guardava me. Pensai che controllasse dove fossi, come fanno quelle che puntano il compagno di un'altra e vogliono sapere quanto tempo hanno. Ne avevo viste abbastanza da non preoccuparmi, e sapevo che la settimana dopo lui me l'avrebbe raccontata a cena.
Mi alzai a prendere da bere, per lasciarle spazio. Il passo dopo era il polso, e un corridoio: a diciannove anni l'avevo seguito così. Quando tornai con il bicchiere, la mano di Davide era ancora sul muro.
Se ne andò verso le due. Davide le aveva chiesto il numero e lei gliel'aveva scritto sul palmo della mano, con la penna di qualcun altro. Uscendo passò davanti al divano, mi prese il polso e si chinò appena, per farsi sentire sopra la musica. Sentii il suo odore: sudore pulito e lana.
“Chi te l'ha scelto, quel vestito?”
Mi lasciò andare prima che capissi che cosa voleva, e non aspettò la risposta. La dissi lo stesso, a voce bassa, alla porta che si chiudeva dietro di lei: “Lui.”
Quel numero Davide lo chiamò per una settimana, dal balcone, con la portafinestra chiusa. Squillava a vuoto. Lui rientrava e la sera mi scopava più forte del solito. Una mattina trovai i lividi sulle braccia, dove non me li aveva mai lasciati. Due volte lo sorpresi davanti allo specchio del bagno, a guardarsi di profilo. Io pensavo che lei si facesse desiderare, e che fosse brava.

4
La rividi dieci giorni dopo, in palestra.
Ci andavo alle due, nella pausa pranzo, in una palestra dietro l'ufficio che a quell'ora è quasi vuota: un ragazzo con le cuffie sul tapis roulant, l'istruttore al bancone con il telefono. Ero sotto il bilanciere, al terzo squat della seconda serie, quando una voce dietro di me disse: “Stai caricando sulle punte.”
Era lei, in pantaloncini e canottiera, e le gambe, da vicino, erano come le ricordavo. Il ragazzo delle cuffie si era girato a guardarla; lei non se ne accorse, o fece in modo di non accorgersene. Non chiese se poteva. Mi mise una mano sul fianco e l'altra in fondo alla schiena, dove finisce la colonna, e mi spinse indietro il bacino di due centimetri. “Così. Il peso sui talloni. Scendi.” Scesi. Risalii. Aveva ragione: le ginocchia non tiravano più. Finito lo squat, la sua mano restò sulla mia schiena un secondo di troppo.
In quel secondo partì l'ovetto. Davide, dal suo ufficio, non sapeva niente: era mercoledì, e il mercoledì alle due gli piaceva ricordarmi che c'era. Le ginocchia mi cedettero di un soffio. Lei lo sentì sotto la mano, quel soffio. Non disse niente. Tolse la mano con la stessa calma con cui l'aveva messa, e andò alla panca.
In sauna eravamo sole. Lei si sedette nuda sul gradino più alto, senza asciugamano, senza coprirsi e senza mettersi in posa; io su quello sotto, con l'asciugamano stretto sotto le ascelle. Cominciò a farmi domande. Da quanto stavamo insieme. Che mestiere faceva lui. Chi aveva scelto la casa. Chi guidava quando andavamo al mare. Se avevamo figli, se li volevo. Rispondevo a tutto, con il sudore che mi colava negli occhi. Quando le chiesi come si chiamava sorrise e mi fece un'altra domanda. Di lei non seppi mai niente: non il nome, non il lavoro, non dove abitava.
A un certo punto mi ascoltai. «Davide preferisce. Davide non vuole. Con Davide la domenica non si può.» Parlavo di lui come un'inquilina parla del padrone di casa: le regole del condominio, il riscaldamento che si accende quando decide lui, il giorno del mese in cui suona il campanello e tu devi farti trovare in casa con i soldi dell'affitto pronti. Mi zittii a metà frase. Lei non mi chiese di finirla.
Le raccontai invece delle donne che Davide mi raccontava a cena. Fu l'unica cosa che la fece smettere di fare domande. Restò zitta per un po', a guardare le assi di legno davanti a sé, con la mascella ferma.
All'idromassaggio ci arrivammo senza dircelo. L'acqua calda, le bolle che coprivano tutto sotto il petto, la vetrata sul cortile interno. Il mio telefono era sulla sdraio, a due passi, avvolto nell'asciugamano. Il ragazzo delle cuffie se n'era andato. Lei era seduta accanto a me, le spalle contro il bordo. Sotto l'acqua la sua mano mi toccò la coscia, a metà, e si fermò.
Non salì. Rimase lì, ferma. Era una domanda, e lei aspettava. Nessuno mi aveva mai toccata aspettando qualcosa da me. La guardai. Feci sì con la testa, una volta.
La mano salì. Mi scostò il costume con due dita e trovò l'ovetto. Vidi la sorpresa passarle sulla faccia, rapida, e subito dopo qualcosa di più attento. In quel momento Davide lo accese. Lei lo sentì vibrare sotto i polpastrelli, e io sentii lei che lo sentiva. Rise senza fare rumore, con tutti i denti. Non tolse la mano.
Sotto la doccia, dopo, le raccontai tutto. Il telecomando bianco, la portata di dieci metri, l'app, la riunione, le foto, la laguna. Lei ascoltava con la testa sotto il getto e gli occhi chiusi. Quando ebbi finito chiuse l'acqua.
“E tu chi comandi?”

(continua)
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