Fuori Coreografia - Prologo
Il prologo è l’unico racconto che non ha nessun elemento sessuale al suo interno. La scelta non è casuale, poiché è una parte che ci serve da introduzione alla nostra storia. Non è fondamentale alla storia in sé, pertanto potete anche saltarlo e cominciare direttamente dal capitolo 1 (che contiene un po’ di sesso, anche se non troppo), ma è importante per capire tutte le sfaccettature del racconto. Ci tengo a sottolineare che tutte le cose che dico qui nel prologo le darò per scontate nel resto della storia, per cui se alcune cose non le capite probabilmente è perché non avete letto il prologo. Ultima cosa giuro: è un prologo lungo ma, ripeto, ritengo sia importante.
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08 Giugno 2009
“Su Cristiana, spinga! Ancora un piccolo sforzo, ci siamo quasi!” disse l’ostetrica.
Le urla riempivano la sala parto, accompagnate dal respiro affannoso di Cristiana, che stringeva con forza il bordo del lettino. Era stanca, dolorante e aveva perso da tempo la cognizione delle ore trascorse da quando era iniziato il travaglio. Nonostante la fatica però continuava a fare quello che aveva chiesto.
“Non ce la faccio più” disse con voce spezzata. La ginecologa allora le strinse una mano, rivolgendole un sorriso incoraggiante.
“Si che ce la fai. Su, Cristiana, ancora una volta. Tuo figlio sta arrivando, devi solo aiutarlo a venire al mondo”.
Un ultimo sforzo. Un ultimo grido. Poi, finalmente, il pianto. Il pianto di Matteo.
Cristiana scoppiò a piangere a sua volta, ma questa volta non era il dolore a farle tremare le labbra. Era sollievo, felicità, quella sensazione inspiegabile che soltanto una madre può provare quando sente per la prima volta il respiro di suo figlio.
Quando glielo misero tra le braccia, il mondo sembrò fermarsi. Matteo era lì, piccolo e indifeso, con le mani strette a pugno e il viso arrossato per il pianto. Non poteva saperlo, ma da quel momento avrebbe riempito la vita di sua madre e di suo padre Marcello in modi che nessuno avrebbe potuto immaginare.
Aveva appena cominciato ad esistere. E aveva già una storia da raccontare.
***
Matteo non era mai stato un bambino particolarmente tranquillo. Aveva sempre qualcosa da fare, da toccare, da scoprire. Correva per casa, trasformava il salotto in un campo da gioco e riusciva a trovare un modo per divertirsi in qualsiasi occasione. Non era cattivo, né particolarmente disubbidiente. Semplicemente, aveva un’energia che sembrava inesauribile.
Cristiana e Marcello, tutto sommato, non avevano molto di cui lamentarsi. Matteo si era vivace, ma era anche capace di ascoltare. Quando gli veniva chiesto di aiutare dentro casa, lo faceva. Quando gli veniva chiesto di studiare, lo faceva. Quando era il momento di andare a dormire, lo faceva. Non era il genere di bambino che trasformava ogni giornata in una battaglia. La cosa che però rendeva più felici i genitori era il fatto che aveva un ottimo rapporto con il fratello Gabriele, più grande di quattro anni. Le litigate tra i due erano veramente rare. Sia Cristiana che Marcello si erano impegnati un sacco a crescerli non solo come fratelli ma soprattutto come migliori amici.
Tra tutte le caratteristiche di Matteo però ce n’era una che attirava particolarmente l’attenzione di Cristiana: la musica.
Bastava che partisse una canzone dalla televisione, dalla radio o dal telefono perché Matteo interrompesse qualsiasi cosa stesse facendo. Se qualcuno canticchiava una melodia, lui cercava immediatamente di seguirla.
E poi ballava. Ballava senza preoccuparsi di come apparisse, senza chiedersi se i suoi movimenti fossero corretti o se qualcuno lo stesse osservando. Cantava parole che spesso non conosceva, inventando quelle che gli mancavano, e si muoveva come se tutti gli altri attorno a lui non esistessero.
“Ma tu non riesci mai a stare fermo eh?” gli chiese Marcello scherzando un giorno. Cristiana rideva.
“Lascialo fare. Guarda come si diverte.” E lo guardava davvero.
C’era qualcosa in quel bambino, che la incuriosiva. Non sapeva ancora se fosse soltanto un periodo dell’infanzia o se quella passione avrebbe accompagnato Matteo anche crescendo. Sapeva soltanto che, quando c’era la musica, suo figlio sembrava diverso. Più felice, forse. O semplicemente più se stesso.
***
25 Settembre 2017
Il primo giorno di danza arrivò quasi senza che Matteo se ne rendesse conto. Aveva sette anni e, fino a quel momento, aveva ballato soltanto nella sua cameretta, davanti alla televisione o in qualsiasi altro posto in cui gli capitasse di sentire una canzone. Entrare in una vera scuola di danza, però, era tutt’altra cosa.
C’erano specchi enormi, sbarre lungo le pareti, bambini che indossavano tute per ballare e insegnanti che parlavano di posizioni, passi e coordinazione.
Matteo osservava tutto con gli occhi spalancati. All’inizio era un po’ intimidito: non conosceva nessuno e non sapeva bene cosa aspettarsi. Poi cominciò la lezione. La musica riempì la sala, e lui si dimenticò di essere timido.
Seguì le indicazioni dell’insegnante, cercò di imitare i movimenti degli altri bambini e si impegnò a correggere ogni errore. Non gli importava di non riuscire subito in un passo o doverlo ripetere dieci volte. Lui voleva imparare.
Una volta terminata la lezione, Matteo aveva il fiatone, i capelli spettinati e un sorriso che non riusciva a togliersi dalla faccia.
“Allora, com’è andata?” gli chiese Cristiana, aspettandolo fuori dalla sala. Matteo si precipitò verso di lei.
“Mamma mamma, voglio tornarci!!”
Fu proprio in quel momento che Cristiana capì che non si trattava soltanto di un passatempo. La danza era diventata qualcosa di suo.
***
Negli anni successivi, Matteo si dimostrò un figlio di cui essere orgogliosi. Studiava con impegno, rispettava gli insegnanti e non aveva particolari difficoltà a relazionarsi con i compagni. Non era perfetto, naturalmente, ma riusciva quasi sempre a cavarsela senza combinare troppi guai.
La scuola procedeva bene, la famiglia era presente e la danza gli regalava un posto in cui sentirsi libero. Per Matteo, la vita sembrava avere una direzione abbastanza chiara.
Non sapeva ancora però quanto velocemente le cose potessero cambiare.
***
Marzo 2020
Quando il mondo si fermò, Matteo non riuscì a capire subito cosa stesse succedendo. All’inizio, il lockdown sembrava quasi una vacanza imprevista. Niente scuola, niente sveglia al mattino e più tempo da trascorrere in casa.
Tuttavia, giorno dopo giorno, quell’apparente libertà cominciò a trasformarsi in qualcosa di diverso. Le strade iniziarono a svuotarsi, le notizie a parlare sempre più spesso di ospedali e contagi, e i genitori a preoccuparsi per cose che Matteo aveva dato per scontate, almeno fino a quel momento.
Soprattutto, Matteo cominciò ad avere paura per i suoi nonni. Erano persone veramente importanti nella sua vita, e l’idea che potesse succedergli qualcosa gli faceva venire un nodo allo stomaco. Cercava di non pensarci troppo, ma certe sere la preoccupazione tornava a farsi sentire.
Poi c’era la danza. Gli mancava terribilmente. Gli mancava prepararsi per andare a lezione, salutare gli altri ragazzi, ascoltare l’insegnante e ballare tutti insieme. Gli mancava persino la fatica degli esercizi che lo facevano sbuffare.
Provava a ballare in casa, ma non era la stessa cosa. La sua cameretta era veramente piccola ma, soprattutto, non c’erano le persone con cui condivideva quella passione.
Matteo non lo sapeva, ma quel periodo gli stava insegnando quanto fosse importante avere qualcosa che lo facesse sentire vivo. E quanto facesse male perderne temporaneamente la possibilità.
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Settembre 2020
Con l’inizio delle scuole medie, Matteo si ritrovò in un mondo che non riconosceva più. Le amicizie cambiarono, i gruppi cominciarono a formarsi e le persone sembravano diventare improvvisamente più attente a ogni dettaglio: il modo di parlare, di vestirsi, di comportarsi.
Ovviamente, anche Matteo finì sotto quella lente. All’inizio furono battute apparentemente innocue, commenti pronunciati sottovoce e risate che sembravano interrompersi ogni volta che entrava in una stanza.
Poi però le cose peggiorarono. I compagni cominciarono a prenderlo di mira. Non sempre era qualcosa di eclatante: a volte, basta solo una parola o una battuta fatta davanti agli altri per rovinargli la giornata. Altre volte, invece, era proprio il modo in cui veniva escluso a fargli male.
Matteo non capiva che cosa avesse fatto di sbagliato. Era sempre stato un ragazzo tranquillo. Studiava, andava a danza e cercava di comportarsi bene con tutti. Non era mai stato interessato a provocare qualcuno o a mettersi al centro dell’attenzione.
Eppure, all’improvviso, sembrava che qualsiasi cosa facesse potesse diventare un motivo per deriderlo. Cominciò a pesare ogni parola prima di pronunciarla, a controllare i propri gesti e a domandarsi continuamente come venisse percepito.
La sicurezza che aveva sempre avuto iniziò lentamente a sgretolarsi. Non lo raccontava tutto ai genitori. A volte perché credeva che non l’avrebbero capito, altre perché pensava che parlarne avrebbe solo peggiorato le cose. Così imparo a tenersi dentro molte delle proprie emozioni.
E mentre a scuola cercava di diventare abbastanza invisibile da non attirare l’attenzione, a casa cominciava a cambiare anche il suo rapporto con le passioni. La danza, che per anni era stata il suo rifugio sicuro, non riusciva più ad offrirgli la stessa serenità.
Non fu una decisione improvvisa. Non ci fu un giorno preciso in cui Matteo si svegliò e decise di smettere di amare ciò che aveva sempre amato. Fu piuttosto un allontanamento graduale, fatto di stanchezza, insicurezze e sentimenti che non riusciva a comprendere.
Poi arrivò il giorno che cambiò tutto.
***
31 Dicembre 2020
“Matteo, avvicinati un attimo. Voi tutti, uscite” disse il nonno di Matteo sul letto di morte. Matteo era veramente parecchio agitato per quello che stava succedendo. Era la fine di un anno che aveva già portato con sé abbastanza paura e incertezza. Matteo si avvicinò al nonno, che sorrise.
“Ricordati, tu hai un sogno. Non serve che ti dica qual è, perché già lo sai. Non permettere a nessuno di impedirti di realizzarlo. Fallo per quel bambino che, sentendo partire qualsiasi canzone iniziava a scatenarsi. Io ti guarderò, sempre.” disse e, poco dopo, spirò.
***
Il periodo successivo la morte del nonno fu molto difficile. Matteo aveva sperato che il nuovo anno potesse rappresentare un nuovo inizio. La vita però non gli diede quella possibilità. Il dolore arrivò in un momento in cui Matteo stava già cercando di capire come sopravvivere alle proprie giornate.
Cominciò a rifugiarsi sempre più spesso nella musica, ma in modo diverso rispetto a quando era bambino. Non voleva soltanto ballare sulle canzoni degli altri. Voleva imparare a suonare, a cantare, a riconoscere le melodie e a capire come fossero costruite.
Il pianoforte diventò una presenza importantissima per lui. Passava del tempo a esercitarsi, a ripetere gli stessi passaggi finché non riusciva a eseguirli come voleva. Cantare, invece, gli permetteva di dare una voce a emozioni che nessuno avrebbe potuto capire.
Nel frattempo, anche gli equilibri familiari iniziarono a cambiare. Cristiana, che lavorava come ricercatrice, iniziò a viaggiare sempre più spesso per motivi professionali. Solo anni dopo Matteo capì che viaggiare era il modo di sua madre per elaborare il lutto. Le sue assenze non significavano che amasse meno i figli, ma sia Matteo che Gabriele dovettero abituarsi a trascorrere più tempo senza di lei.
Fu in quel periodo che cominciò ad avvicinarsi al padre. Il loro rapporto si fece sempre più stretto, forse perché Matteo aveva bisogno di una presenza diversa, o forse perché stava crescendo e cominciava a guardare i propri genitori con occhi nuovi.
Le medie, intanto, continuarono ad essere un periodo difficile. Ci furono giornate in cui Matteo avrebbe voluto soltanto che il tempo passasse più rapidamente, giornate in cui si sentiva fuori posto.
Eppure, con il senno di poi, avrebbe capito una cosa. Quel periodo certamente non era stato bello, né necessario per renderlo una persona migliore. Non c’era niente di giusto nel dolore che aveva subito. Ma Matteo aveva imparato a riconoscere la solitudine, a capire quanto potessero ferire certe parole e a dare un valore diverso alle persone capaci di fargli sentire che non doveva cambiare per essere accettato.
Le medie gli avevano lasciato ferite che avrebbe impiegato tempo a comprendere. Gli avevano anche insegnato, suo malgrado, quanto fosse importante trovare un posto in cui sentirsi accolto.
E lui, quel posto, avrebbe ricominciato a cercarlo.
***
14 Settembre 2023
Il primo giorno di liceo fu come respirare dopo essere rimasto sott’acqua troppo a lungo.
Matteo entrò in classe con la solita prudenza che aveva imparato a sviluppare negli anni precedenti. Non sapeva cosa aspettarsi dai nuovi compagni e, nonostante cercasse di non darlo a vedere, aveva paura che la storia si ripetesse.
Non voleva rivivere le stesse dinamiche. Non voleva tornare a casa con la sensazione di aver sbagliato qualcosa semplicemente esistendo.
Fortunatamente però, questa volta, le cose andarono diversamente. I suoi compagni sembravano più disponibili. Le conversazioni nascevano con naturalezza, le risate non erano necessariamente a sue spese e Matteo non sentiva di dover controllare ogni singolo movimento.
Non doveva dimostrare di essere abbastanza simpatico, abbastanza interessante o abbastanza simile agli altri. Poteva semplicemente esserci.
Fu in quella nuova classe che conobbe Giorgia. La loro amicizia nacque senza che Matteo potesse prevedere quanto sarebbe diventata importante. Giorgia entrò nella sua vita come entrano certe persone: quasi senza far rumore, finché un giorno ti rendi conto che sono diventate una presenza a cui non vuoi più rinunciare.
Con lei Matteo poteva parlare, scherzare e condividere parti di sé che per molto tempo aveva preferito nascondere. Non doveva sempre trovare le parole giuste. Non doveva fingere che andasse tutto bene quando non era così.
Poteva essere se stesso.
E, lentamente, cominciò a ritrovare anche una parte di sé che credeva di aver perso. La danza.
Tornare a ballare significava riavvicinarsi al bambino che era stato, quello che si muoveva in salotto senza preoccuparsi degli sguardi degli altri. Ma significava anche conoscere una versione nuova di se stesso: un ragazzo più grande, con più paure e consapevolezze, che stava imparando a riprendersi i propri sogni. Proprio come gli aveva detto il nonno.
La danza ormai non era più soltanto una passione. Era una scelta. La scelta di non lasciare che le esperienze negative decidessero per sempre cosa poteva o non poteva fare.
E, per la prima volta dopo anni, Matteo cominciò a guardare al futuro con un po’ di entusiasmo.
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Primavera 2024
Capire chi si è non è sempre un momento improvviso. A volte è una domanda che ti accompagna per mesi, una sensazione che cerchi di ignorare, un pensiero che ritorna proprio quando credi di averlo messo da parte.
Per Matteo fu un percorso fatto di piccoli dettagli. Cominciò a rendersi conto che la sua attenzione si posava sui ragazzi in un modo diverso da quello che aveva sempre immaginato. Iniziò a rendersi conto che, guardando i porno, (chi non li guarda a quattordici anni?) puntava il suo sguardo più su lui che su lei, che, a ginnastica, si ritrovava a sperare che i suoi compagni di classe si spogliassero così da poterli vedere in mutande.
All’inizio cercò di capire che cosa significasse. Si fece domande a cui non sapeva rispondere e si ritrovò a ripensare a sensazioni che, fino a quel momento, non aveva mai davvero analizzato.
Poi, lentamente, arrivò alla consapevolezza di essere attratto dai ragazzi. Matteo era gay.
Dirlo a se stesso non fu necessariamente semplice, ma fu importante. Non perché quella consapevolezza lo trasformasse in qualcun altro, bensì perché gli permetteva di comprendere meglio una parte di sé che esisteva già.
Il coming out non significava aver risolto ogni dubbio, né sapere già come sarebbe stato il suo futuro. Significava, semplicemente, aver fatto un passo verso una maggiore sincerità con se stesso e con le persone a cui sceglieva di raccontarsi.
***
La vita di Matteo procedeva senza troppi intoppi. Studiava, coltivava le sue passioni e manteneva rapporti con tutte le persone a cui voleva bene.
Poi arrivò Paolo.
All’inizio innamorarsi sembrò una delle cose più belle che gli fossero capitate. C’era l’emozione dei primi momenti insieme, la curiosità di conoscere qualcuno in profondità e quella sensazione di avere finalmente una persona con cui condividere pensieri che, fino a poco prima, avrebbe tenuto per sé.
Paolo diventò una presenza molto importante. E Matteo, che aveva sempre desiderato sentirsi scelto e compreso, investì molto in quella relazione. Ma non tutte le storie d’amore sono capaci di restituire ciò che ricevono.
Con il tempo, il rapporto cominciò a diventare complicato. Le incomprensioni si accumularono, le discussioni si fecero più frequenti e quello che avrebbe dovuto essere un legame rassicurante finì per diventare una fonte di sofferenza.
Si lasciarono.
Poi tornarono insieme.
Si lasciarono di nuovo.
E, ancora una volta, decisero di riprovarci.
Tre rotture, tre ritorni, tre tentativi di convincersi che, forse, questa volta sarebbe stato diverso. Ogni riconciliazione portava con sé la speranza di ricominciare da capo. Matteo voleva credere che l’amore fosse sufficiente, che bastasse capirsi un po’ di più, discutere un po’ meno o trovare il modo giusto per evitare che gli stessi problemi si ripresentassero.
Ma una relazione non si salva sempre soltanto perché due persone continuano a cercarsi. A volte, più si cerca di tenere insieme qualcosa, più si rischia di perdere di vista ciò che si sta provando davvero.
Matteo iniziò a confrontarsi con emozioni che non sapeva gestire. C’erano momenti in cui era felice e altri in cui si sentiva esausto, momenti in cui non avrebbe voluto separarsi da Paolo e altri in cui avrebbe desiderato solamente un po’ di tranquillità.
E, in mezzo a tutto questo, c’era ancora lui.
Il ragazzo che aveva imparato ad amare la musica prima ancora di sapere che cosa significasse amare qualcuno. Il bambino che ballava in salotto senza vergognarsi di essere guardato. L’adolescente che aveva attraversato anni difficili cercando un posto in cui sentirsi accettato. Il ragazzo che aveva trovato in Giorgia un’amica sincera, che aveva cominciato a comprendere la propria identità e che stava ancora cercando di capire quale forma dare al proprio futuro.
Matteo non aveva tutte le risposte. Non sapeva ancora quale direzione avrebbe preso la sua vita, quanto spazio avrebbe avuto la danza o quali persone sarebbero rimaste al suo fianco. Non sapeva nemmeno se la relazione con Paolo fosse destinata a durare o se, un giorno, avrebbe guardato a quegli anni con occhi completamente diversi.
Sapeva soltanto che stava crescendo. E crescere, per lui, non aveva mai significato procedere in linea retta. Aveva significato perdere qualcosa, ritrovarla, cambiare idea, avere paura e provare comunque ad andare avanti. Aveva significato imparare che non tutte le persone che ami non sono destinate a restare.
Soprattutto, aveva significato comprendere che, per quanto il mondo potesse cambiare, c’era una parte di sé a cui non voleva più rinunciare. Quella parte che si accendeva ogni volta che sentiva partire una canzone. Quella che gli faceva voglia di muoversi, cantare, salire su un palco e immaginare una vita diversa.
Perché, in fondo, Matteo una cosa l’aveva sempre saputa.
Non era nato per restare fermo.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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