Il Gioco di Sara
Marco la osserva da lontano, un bicchiere di vino in mano, il sorriso di chi conosce un segreto che nessun altro nella sala conosce ancora. Ha cinquantatré anni, i capelli brizzolati alle tempie, e un'eleganza tranquilla che non ha bisogno di alzare la voce per farsi notare. È suo marito. Ed è anche, in un certo senso, il regista silenzioso di quello che sta per accadere.
Le si avvicina, le sfiora la schiena scoperta con il palmo della mano, un gesto che sembra affettuoso a chiunque li guardi, ma che in realtà è un segnale tra loro due. Un permesso. Un invito.
«L'hai visto?» le sussurra all'orecchio, la voce bassa, quasi un respiro. «Quello vicino alla scultura in bronzo. Non ha smesso di guardarti da quando sei entrata.»
Sara segue lo sguardo del marito senza voltare la testa del tutto, con quella discrezione che è diventata un'arte tra loro. L'uomo non è bello, non nel senso convenzionale: calvo, corporatura media, un viso segnato da qualche ruga d'espressione. Eppure ha qualcosa che attira comunque lo sguardo — il modo in cui sta fermo, il modo in cui osserva senza fretta, come se conoscesse già ogni mossa del gioco prima ancora che cominci. Un fascino che non ha bisogno di bellezza per imporsi.
«L'ho notato» risponde Sara, senza distogliere lo sguardo. Sente il calore salirle lungo il collo, quella scarica di adrenalina che conosce bene e che ama più di ogni altra cosa: il momento in cui capisce che sta per iniziare il gioco.
Perché è questo che le piace davvero: non l'atto in sé, ma tutto ciò che lo precede. Lo sguardo che si allunga un secondo di troppo. Il modo in cui un corpo sconosciuto si irrigidisce leggermente quando lei si avvicina. La tensione che si accumula nell'aria come elettricità prima di un temporale. E poi Marco, sempre un passo indietro, che osserva tutto con un piacere che non ha bisogno di toccarla per essere reale.
Attraversa la sala con calma, il bicchiere di champagne che le oscilla leggermente tra le dita, l'abito che si muove come acqua sui fianchi. Si ferma davanti alla scultura, proprio accanto a loro, fingendo un interesse che in realtà ha già superato l'opera d'arte.
«È notevole, non trova?» dice l'uomo, la voce sorprendentemente calda, profonda, gli occhi che scivolano dal volto di Sara lungo la linea del collo, della clavicola, dello spacco dell'abito, senza fretta, senza vergogna.
«Dipende da cosa sta guardando» risponde lei, un sorriso che si apre lento, deliberato. Non è la sua bellezza a colpirla — non ne ha, non nel senso ovvio — ma la sicurezza tranquilla con cui la guarda, come se non avesse alcun bisogno di dimostrare nulla a nessuno. È una sicurezza rara, e Sara la trova più eccitante di qualsiasi lineamento perfetto.
Da lontano, appoggiato a una colonna, Marco li osserva. Non si avvicina. Non ha bisogno di farlo. Il suo piacere è tutto lì, in quella distanza calcolata: vedere sua moglie diventare il centro gravitazionale di uno sconosciuto che nessuno, in quella sala, avrebbe scommesso potesse attirarla così. Vede il modo in cui lei gioca con le parole, con gli sguardi, con la distanza tra i corpi che si accorcia millimetro dopo millimetro.
Più tardi, quando la galleria si svuota e le luci si abbassano per l'evento privato che segue il vernissage, i tre si ritrovano in una delle sale laterali, dove le opere sono meno illuminate e la musica arriva ovattata da dietro una porta socchiusa. Marco si siede su una poltrona di velluto scuro, le gambe accavallate, lo sguardo fisso su Sara come se nient'altro nella stanza esistesse.
«Ricorda la regola» dice lui, rivolto allo sconosciuto, con un tono che è insieme un ordine e una carezza. «Lei comanda. Lei deve godere senza misura. Il resto lo lascio decidere a voi due.»
L'uomo annuisce appena, senza fretta, come chi ha già capito le regole del gioco molto prima di sentirle pronunciare. Si avvicina a Sara, le posa una mano sul fianco, e in quel gesto c'è una calma che la sorprende — nessuna esitazione, nessuna foga da dimostrare qualcosa. Solo attenzione, totale, rivolta a lei.
Sara gli sfiora il viso, passa il palmo sulla testa rasata, un gesto che la fa sorridere per la sua stessa audacia. «Mi piace» sussurra, «che tu non abbia bisogno di essere bello per farmi questo effetto.» L'uomo risponde con un mezzo sorriso, poi la fa girare piano, la schiena contro il suo petto, e comincia a percorrerle il collo con la bocca, lento, come se avesse tutto il tempo del mondo e nessuna intenzione di sprecarlo.
Marco non distoglie mai lo sguardo. Vede sua moglie inarcarsi contro le mani di un uomo che, sulla carta, nessuno avrebbe scelto per lei, e capisce ancora una volta perché ama guardarla così: non è gelosia quella che sente, è pura, assoluta meraviglia per quanto lei sappia riconoscere il desiderio ovunque si nasconda, al di là delle apparenze.
Le mani dello sconosciuto sono sicure, esperte, si muovono lungo il corpo di Sara senza fretta, si soffermano dove il suo respiro si spezza, si ritirano dove serve solo a farla desiderare di più. Non ha bisogno di dimostrare nulla, e proprio per questo Sara si lascia andare a un gemito che non cerca di controllare, che anzi lascia risuonare nella stanza come una dichiarazione. Non ha mai creduto nel piacere silenzioso. Il piacere, per lei, va mostrato, condiviso, offerto come uno spettacolo che merita un pubblico.
I minuti si allungano, si intrecciano, diventano indistinguibili l'uno dall'altro. C'è un momento in cui Sara è tra le sue braccia, sostenuta, accarezzata con una pazienza che sembra impossibile da trovare in un estraneo, come se lui avesse studiato esattamente come toccarla — ed effettivamente qualcuno gli ha indicato la strada, con lo sguardo, dalla poltrona di velluto, dirigendo ogni istante come un direttore d'orchestra silenzioso.
Quando l'onda finale arriva, Sara non la trattiene. Il suo corpo si irrigidisce, poi si scioglie, un'esclamazione che si spezza contro la spalla dello sconosciuto, le dita che si aggrappano alla sua camicia come per non perdere l'equilibrio in un mondo che per un istante ha smesso di girare nel modo consueto. Dalla poltrona, Marco sorride, gli occhi lucidi di un orgoglio che assomiglia molto all'amore.
Più tardi, mentre l'uomo si riveste con la stessa calma tranquilla con cui è arrivato e scompare di nuovo tra la folla della galleria, senza nome da scambiare, senza promesse da mantenere, Sara si lascia cadere sulle ginocchia di Marco, ancora senza fiato, la pelle che brilla di un calore che non accenna a spegnersi.
«Allora?» gli chiede, la voce ancora incerta. «Ti è piaciuto lo spettacolo?»
Lui le scosta una ciocca di capelli dal viso, la guarda come si guarda qualcosa di raro. «Ogni singolo istante» risponde. «E sai già cosa significa questo, vero?»
Sara sorride, gli occhi che brillano di una promessa che appartiene solo a loro due. «Che la prossima volta» dice piano, «dovrò trovare un modo per stupirti ancora di più.»
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