Invisibili tra la folla
Giusgraz
Ma tra le stanze spoglie del cantiere, lontano dagli sguardi di tutti, la distanza professionale aveva iniziato a sgretolarsi. Non c'era stato un corteggiamento banale, solo una lenta convergenza di sguardi prolungati e conversazioni tardive. La sua maturità e la sicurezza con cui si muoveva avevano esercitato su di me una spinta irresistibile, mentre lei sembrava ritrovare nel mio sguardo un'attenzione e una tensione che la sua vita ordinata non le offriva più da tempo.
Ecco perché quella sera, al vernissage della galleria d'arte, la carica tra noi era devastante.
L’umidità nella sala era quasi soffocante, ma bastava l'aria condizionata a creare quell'illusione di freschezza in cui ci muovevamo tutti come comparse. Attorno a noi, calici di bollicine, risate sommesse e collezionisti concentrati su tele astratte. Tra la folla c’era anche suo marito, intento a conversare con il curatore della mostra. Mi aveva appena stretto la mano con gratitudine, ringraziandomi per l'ottimo lavoro che stavo facendo nella loro villa.
Elena era a tre passi da me, apparentemente assorta da un grande dipinto sui toni del blu. L’abito di seta scura le fasciava il corpo con una sobria provocazione; nessuno avrebbe mai immaginato cosa stesse nascondendo dietro quel profilo impeccabile.
Senza voltarsi verso di me, lasciò cadere una frase a mezza voce, coperta dal murmure della sala: «La porta in fondo al corridoio delle sculture. Tra due minuti.»
Attesi che si allontanasse con eleganza, salutando un conoscente con un cenno del capo. Poi mi sfilai dalla calca. La stanza a cui si accedeva era un deposito semi-buio, pieno di odore di legno, vernice fresca e imballaggi di pluriball. Un ambiente grezzo, nascosto dietro la perfezione patinata dell’evento.
Quando chiusi la porta alle mie spalle, l’oscurità era rotta solo dalla lama di luce che filtrava da sotto la soglia. Elena non perse tempo. Mi fu addosso prima ancora che potessi abituare gli occhi alla penombra.
La sua mano si serrò dietro la mia nuca, tirandomi a sé con un’urgenza che cancellava i suoi trent'anni di matrimonio e i miei trentacinque di apparente autocontrollo. Il suo profumo di ambra e iris, saturo in quello spazio stretto, mi diede alla testa. Le mie mani trovarono subito i suoi fianchi, sollevandola appena per adagiarla contro una cassa di legno grezzo. Il contrasto tra la ruvidità del legno e la morbidezza della seta sotto le mie dita accese la scintilla.
«Se ci cercano...» mormorai contro le sue labbra, mentre la mia bocca scendeva sulla linea calda della sua gola.
«Non ci cercano,» traspirò lei, bloccandomi il viso tra le mani per guardarmi negli occhi. Nei suoi c’era solo una fame lucida, priva di esitazioni. «E se anche fosse, non mi importa.»
Guidò le mie mani dove voleva, sciogliendo con dita rapide i nodi della tensione accumulata in settimane di sguardi a distanza. Ogni movimento era guidato dalla sua esperienza: sapeva esattamente come calibrare la pressione, come trattenere il respiro un secondo prima di lasciarsi andare, costringendomi a seguire il suo ritmo. Nel silenzio ovattato del deposito, spezzato solo dai nostri respiri brevi e dal rumore sommesso della festa al di là della parete, la percezione del rischio rendeva ogni sfioramento elettrico.
Ci cercammo con un'avidità quasi rabbiosa, complici di un segreto consumato a pochi metri dal suo mondo ufficiale. La fusione tra la mia energia e la sua padronanza trasformò quei minuti in un’ossessione concentrata, dove il tatto e il calore della pelle valevano più di qualsiasi parola.
Quando la calura si placò, restammo incastrati l'uno nell'altra per qualche istante, il mio petto contro il suo, i cuori che battevano allo stesso ritmo frenetico.
Poi, il ritorno alla realtà fu istantaneo. Elena si ricompose con la precisione di un rituale studiato: si riordinò l'abito, si passò le dita tra i capelli e mi stampò un ultimo, leggerissimo bacio sull'angolo della bocca. Aprì la porta di pochi millimetri, controllò il corridoio vuoto e scivolò fuori.
Un minuto dopo, quando la riagganciai con lo sguardo attraverso la sala della mostra, era di nuovo al fianco di suo marito, un calice in mano, mentre ascoltava sorridendo la spiegazione di un quadro. Come se non fosse mai accaduto nulla.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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