Il vicino
Lullabi
Tutte le storie che scriverò sono storie di fantasia, partorite dalla mia mente da verginella.
La cosa positiva di vivere in periferia e in un posto isolato è che hai la possibilità di fare quello che ti pare senza preoccuparti troppo: tanto, essere visti è l'ultimo dei problemi.
E così quella mattina avevo casa libera, tutta per me. Potevo mettermi comoda.
Avevo appena tirato su il perizoma che... driiiin! Citofono.
Panico più totale.
«Ma chi cazzo può essere?» mi chiesi.
Misi su un paio di pantaloncini e una maglietta assai corta, appena sopra l'elastico. Ero rilassatissima, perché mi ero depilata la sera prima.
«Chi è?»
«Uè, sono Donato. Tua madre mi ha chiamato per fare dei lavori qui nel terreno.»
Era il vicino. Un uomo sulla sessantina, calvo, con solo il giro di capelli ai lati della testa, un baffo sempre curato e in ordine. Panciuto, ma non troppo, villoso, ma sempre in ordine e profumato.
In passato era stato un brillante ingegnere, un uomo di enorme cultura, che a un certo punto aveva deciso di abbandonare tutto e darsi all'agricoltura.
«Oh, ciao Donato. Mamma non mi ha detto nulla. Vabbè, ti faccio il caffè.»
Gli portai il caffè in pantaloncini e maglietta, con solo il perizoma di sotto, cosa che non mi impensieriva minimamente. Figuriamoci se si vede, pensavo.
Gli porsi il caffè, ma nel farlo mi caddero le chiavi. Mi chinai in avanti, in totale naturalezza e senza un briciolo di malizia, mettendogli il culo davanti. Quando mi girai per riprendere la tazzina, lui pareva aver visto un fantasma.
Non feci più nulla. Non potevo: lui era lì che lavorava e mia madre sarebbe rientrata nel pomeriggio.
«Pazienza», mi dissi.
Mi misi a sbrigare alcune cose di lavoro per evitare di pensare all'occasione persa.
All'indomani si ripresentò lo stesso schema: mia madre a lavoro e Donato che tornò lì per lavorare. Questa volta, però, mia madre mi avvisò che si sarebbe trattenuta oltre l'orario e che sarebbe rientrata per cena.
«Un'altra giornata perfetta per poter provare il mio nuovo outfit... se non fosse per questo impedimento», pensai.
E così, crucciata, andai avanti con la mia giornata, con l'amaro in bocca per non aver potuto indossare quello che volevo.
Le ore passarono noiose e lente sotto la calura estiva.
Driiiiin.
Citofono.
Mi affacciai. Era Donato.
«Senti, io ho finito», mi disse.
«Bene, dammi un attimo che prendo il portafogli», risposi.
Scesi le scale e arrivai da lui. Aveva uno sguardo diverso dal solito, quasi ammiccante, ma liquidai il tutto come una mia impressione.
Parlammo del più e del meno e, quando arrivò il momento di dargli i soldi, con la scusa dell'impacciataggine mi prese la mano.
Quella mano grossa, ruvida di lavoro e calda, stava stringendo la mia manina.
Arrossii violentemente, senza sapere minimamente il perché.
Lui se ne accorse e, facendo finta di aver bisogno di sostegno, mi tirò a sé. Mi cinse la vita con la scusa di sorreggermi.
Mi trovavo lì, stretta tra le braccia del vicino.
Trenta secondi di completa confusione.
Perché mi stava piacendo?
Lo guardai. Stava sorridendo, con uno dei sorrisi più sexy che abbia mai visto.
Mi staccai.
«Ciao», dissi solamente.
Non ebbi la lucidità di dire altro.
Cucinai una cosa sbrigativa, la lasciai nel fornetto per mamma e mi misi sul letto.
Quello che era successo mi aveva confusa e mi aveva lasciata perennemente eccitata.
Le sue mani, le sue braccia mentre mi stringeva... quel suo sorriso...
«Brrr... brrr.»
La vibrazione dello smartphone.
«Oggi mi sei scappata... peccato. Sapevo che tu fossi diversa, ma mai mi sarei aspettato», scrisse lui.
«No, ma che dici? Ma come ti viene in mente? Guarda che ti stai sbagliando», scrissi io, cercando di mettere una pezza.
«Dai su, l'altro giorno ti sei piegata e avevi un perizoma niente male. Poi sempre curatissima, sempre depilatissima... dai su. Sii seria.»
Ero nel panico. Tutto quello che non si sarebbe mai dovuto sapere, lui lo sapeva.
«Senti Donato, ok. Hai ragione. Hai visto bene, ma ti prego, puoi tenerlo per te?» scrissi.
«Ma perché, hai paura che io possa andare a dirlo in giro? Ma va'. Figurati. Una cosa sola, però: vorrei parlarne con te a voce... cosa ne dici di domani sera?»
Quel messaggio mi provocò una tachicardia spaventosa, ai limiti dell'attacco di panico.
Domani sera mamma sarebbe andata a casa del compagno, come di consueto.
Il tutto si era incastrato in maniera talmente chirurgica da farti pensare che quello fosse il tuo destino.
«Va bene... per le 20 puoi venire», scrissi soltanto.
Panico.
Avevo appena invitato un uomo da me. Io, che con gli uomini non ci ero mai manco stata.
«Vabbè dai, ma magari vuole soltanto parlare di questa cosa... vorrà chiedermi cose in merito. Magari da quanto tempo ho scoperto di essere donna. Dai, insomma.»
Ero anche combattuta.
Mi sarei dovuta far trovare in vestitino e tacchi oppure no?
La notte fu travagliata. Dormii poco e male.
La giornata scorreva più lenta del solito. Avevo la tachicardia costantemente ogni volta che pensavo a quella sera.
Alla fine mi decisi. Mi dissi che, per fare colpo su di lui, sarebbe stato meglio farlo completamente.
Sì, lo so, era una cazzata.
Volevo piacergli.
Avevo calcolato perfettamente i tempi. Mi ero lavata e depilata nel pomeriggio. Il compagno, alle 18:30, passava a prendere mia madre e io avevo tutto il tempo di prepararmi.
Prima i vestiti.
Intimo elegante, non volgare. Non come quelle che comprano i perizomi brutti e gli escono fuori i gioielli, no. Avevo comprato da poco dell'intimo da un'azienda specializzata in capi per donne trans.
Era l'occasione perfetta per indossarlo.
Tubino nero, décolleté color nude con tacco 12 e poi, per concludere, make-up.
Una buona base di correttore aranciato per nascondere l'ombra della barba, fondotinta, concealer, illuminante, ombretto, eyeliner e ciglia finte.
Poi andai in bagno, misi il termoprotettore sui capelli e, con la piastra, mi feci i boccoli.
Non so perché, ma i boccoli mi fanno sentire sexy.
«Driiin!»
Il citofono mi fece spaventare.
Avevo il cuore che batteva ovunque e, piano piano, mi avvicinai al citofono.
Lui mi guardò e spalancò gli occhi.
Non disse una parola.
«Prego, entra», gli dissi.
Entrammo.
Gli offrii qualcosa da bere per rompere quell'imbarazzo.
«Scusa se non parlo, ma tu sei letteralmente un'altra persona!»
Forse restai un po' delusa. Mi aspettavo qualcosa di più audace... ma poi pensai che lui non era quel tipo di uomo. Era elegante e, per una serata in casa, in campagna, con me, che ero sua vicina da una vita, si era messo addirittura la camicia.
Parlammo del più e del meno per un'oretta.
Lui aveva un sacco di aneddoti interessanti, parlava un italiano da studio televisivo ed ero completamente rapita da lui.
Nel flusso del discorso venne tutto naturale. Ci furono prima timide carezze, poi tocchi fugaci. A un certo punto eravamo arrivati a tenerci per mano.
Si era creata quell'atmosfera lì, proprio da commedia romantica.
E, come se fosse un ralenti, le nostre labbra si avvicinarono e ci baciammo.
Appassionatamente.
Stavo baciando un uomo per la prima volta ed era il bacio più bello della mia vita.
Mano a mano la foga iniziò ad aumentare. Le sue mani andarono direttamente sul mio culo, mentre le mie si diressero dritte verso il suo pacco.
Era duro.
E sentirlo in mano, già solo attraverso i pantaloni, mi dava scariche di piacere immense.
«Ti va di farmi un pompino?» mi disse lui.
Mi staccai dalla sua lingua e dalle sue labbra.
«Ok», gli risposi.
«Sì, ma non correre, altrimenti mi fai venire subito», disse sorridendo.
Gli diedi un altro bacio e poi scesi a baciarlo sul collo. Più si eccitava e più mi palpava il culo con foga.
Gli sbottonai la camicia e iniziai a baciare quel petto villoso e possente che aveva.
Dio, come mi eccitava quell'uomo!
Scesi e gli sbottonai i pantaloni. La forma del cazzo era già ben visibile sotto le mutande.
Mi avvicinai e lo baciai attraverso il tessuto.
C'era già del liquido pre-eiaculatorio.
Gli abbassai le mutande e lì il suo cazzo rimbalzò fuori.
Non un cazzo gigantesco, ma nemmeno piccolo. La differenza la faceva il contorno.
Lui era bono, sexy, affascinante e quindi quello era il cazzo più bello del mondo.
Lo strinsi in mano. Lui ansimò.
Iniziai a muovere la mano su e giù, lentamente.
Baciai il suo interno coscia, poi le sue palle.
Lo scoprii completamente ed ero lì, a tu per tu con la cappella.
Le diedi un bacio.
Un bacio morbido.
Poi mi fermai ad osservare la sua reazione.
Vederlo godere e sentirlo ansimare mi eccitava da impazzire.
Avevo il perizoma tutto bagnato senza nemmeno toccare nulla.
Mi feci coraggio e iniziai a prenderlo in bocca.
Era caldo, pulsava.
Riuscivo a sentire il glande pulsare e la cosa mi mandava ai matti.
Nel mio perizoma, intanto, stavo iniziando a scoppiare.
Stavo facendo tutto in automatico, come se nel mio sistema operativo avessero installato il software "Femmina Perfetta Definitive Edition".
Iniziai piano a prenderlo, mentre con le mani gli massaggiavo i testicoli.
«Mamma mia, tesoro, e cosa sei?» mi disse.
Io mi limitai a sorridere con il suo cazzo in bocca.
Quanto mi piaceva.
Quanto avevo desiderato un uomo e non avevo mai avuto il coraggio di ammetterlo.
Facevo piano, poi veloce. Prima solo la cappella, poi provavo ad ingoiarlo tutto.
Quando mi stancavo alternavo un po' con la bocca e un po' con la mano.
All'improvviso mi tirò su.
Mi baciò.
Sentivo il suo cazzo strusciarmi addosso, tutto sul vestito.
«Noooo, che palle. Domani dovrò lavarlo», gli dissi sorridendo.
Lui mi baciò di nuovo.
Poi si avvicinò all'orecchio.
«Amo, io voglio scoparti.»
Non mi diede il tempo di reagire. Mi girò, mi alzò il vestitino e iniziò a strusciarsi tra le mie natiche, tutto mentre mi baciava sul collo.
Dovetti pensare ad altro. Stavo venendo lì, con lui che mi strusciava addosso e mi baciava il collo.
«Sì, ti prego, scopami. Ti voglio», gli dissi piagnucolando.
Non se lo fece dire.
Aprì un preservativo, se lo infilò, mi piegò in avanti e mi fece poggiare sul tavolo.
Lubrificò alla bene e meglio ed entrò.
Gemetti, sì, ma di dolore.
Lui fu bravo.
Si piegò su di me, mi girò il viso e mi baciò.
«Lo so... stiamo un po' così. Ti va bene?»
Io annuii e tornai a baciarlo.
Bruciava, ma lo avevo dentro.
Lui era su di me. Sentivo i suoi peli sulla schiena e il suo respiro sul collo.
L'erezione che avevo, per colpa del dolore, sparì.
Ma durò poco.
Mano a mano che lui rimaneva dentro, mi baciava e mi toccava, il dolore iniziò a trasformarsi.
Lui se ne accorse e iniziò a muoversi piano piano, quasi impercettibilmente.
Lo sentivo.
Sentivo il suo cazzo muoversi anche se erano pochi millimetri e mi faceva impazzire.
Il dolore sparì del tutto.
Lui iniziò a scoparmi.
Ero sotto il mio primo uomo ed era bellissimo.
Lui spingeva e, quando si stancava, io roteavo il culo.
«Credo che se mi dai altri due colpi così, amo, vengo senza toccarmi», gli dissi.
Fu benzina.
Accelerò.
Gemetti e il mio liquido cadde a terra.
«Ti prego, mi vieni in faccia? Voglio che tu marchi il tuo territorio.»
Non se lo fece dire due volte.
Si sfilò, si tolse il preservativo, mi voltai e iniziai a prenderlo in bocca e a segarlo con foga.
Sentii il suo cazzo pulsare e aspettai la mia ricompensa.
«Credo di essermi innamorato stasera», disse.
Io sorrisi.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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