In gabbietta al supermercato
Il sangue mi affluì alle tempie. Il mio stesso peso, familiare e costante, sembrò pulsare all’improvviso sotto i miei pantaloni chino. Anche io ne indossavo una. Era il mio segreto, il mio piacere privato, la mia piccola ribellione contro il ruolo di Marco, quarantadue anni, ingegnere capo, l’uomo in giacca e cravatta che tutti rispettavano.
Lui si raddrizzò. I nostri occhi si incrociarono. Non fu uno sguardo fugace, fu una collisione. I suoi erano scuri, intelligenti, e si abbassarono per una frazione di secondo verso il mio inguine, dove la stessa forma si delineava sotto il tessuto dei miei pantaloni eleganti. Un sorriso lento, non impertinente ma complicice, gli incurvò le labbra.
“Scusa,” disse, la voce più bassa di quanto mi aspettassi, calda. “Stavo… cercando i muesli senza zucchero. Una missione impossibile.”
“Prova sullo scaffale in fondo,” risposi, cercando di controllare il tremito nella mia voce. “A sinistra.”
Mi seguì, non per i cereali, ne ero certo. Il corridoio era deserto. L’aria condizionata ronzava sopra di noi. Quando mi fermai, lui era al mio fianco.
“Gaetano,” disse, offrendo una mano. La sua stretta era salda, la pelle leggermente ruvida.
“Marco.”
“Piacere, Marco.” I suoi occhi scendevano di nuovo, deliberatamente questa volta. “Mi sembra di non essere l’unico a fare… acquisti particolari stasera.”
Il coraggio mi montò dal profondo, spinto da mesi di desiderio represso. “La mia è nera,” dissi, con la voce un soffio. “In titanio.”
Un brivido percorse la sua schiena, visibile sotto la maglietta di cotone. “La mia è argento. Acciaio chirurgico.” Si avvicinò di un passo. Il suo odore era pulito, sapone e un fondo di sudore. “È… scomoda da portare in giro, a volte.”
“Soprattutto quando si vede qualcosa che piace,” sussurrai, e la mia franchezza mi elettrizzò.
Il suo respiro si fece più rapido. Gli dissi che abitavo lì vicino ed ero in macchina, non ci furono altre parole. Lo seguii, il cuore che mi martellava in gola.
L'ascensore era una capsula di tensione. Non appena le porte si chiusero, Gaetano si mosse con un'audacia che mi tolse il fiato. Le sue mani trovarono immediatamente la mia patta, premevano con curiosità famelica contro il rigido contorno della mia gabbia, sentendo il calore che emanava.
Io risposi al suo tocco, affondando la mano tra i suoi jeans consumati. La sua gabbia era un fuoco, dura, pulsante. Ci tastavamo come due esploratori che finalmente trovano terreno fertile, gemendo sottovo mentre l'ascensore scendeva.
Poi la sua mano scivolò dietro di me. Una carezza audace, le dita che affondavano tra le mie chiappe sode, tirandole leggermente a parte. Sentii il suo respiro affannarsi quando le sue dita trovarono il mio orifizio — morbido, accogliente, già semi-aperto come una bocca che aspetta di essere riempita.
"WOW," sussurrò, incredulo, la voce rotta. "Come fai a essere... così?"
Appoggiai la fronte contro la sua spalla, il corpo che tremava sotto il suo tocco. "Adoro farmi fistare," confessai, le parole che mi uscivano come un sospiro sporco, vergognoso e fiero allo stesso tempo. "Mi alleno spesso. Mi piace sentirmi pieno, aperto... usato."
Il suo corpo si irrigidì contro il mio, un brivido che lo percorreva dalla nuca ai piedi. Le sue dita premettero più forte contro di me, facendomi chiudere gli occhi in estasi. "Sei un sogno fatto carne."
L'ascensore si fermò. Ci separammo a fatica, i volti accesi, i pantaloni che mostravano chiaramente le sagome delle nostre prigioni metalliche. Il parcheggio era deserto, silenzioso, solo il ronzio lontano di un aspiratore.
La mia macchina ci aspettava tra le colonne di cemento. Salimmo senza parlare, l'aria dentro l'abitacolo era densa del nostro odore misto, di desiderio che stava per esplodere. Gaetano si sistemò sul sedile del passeggero, le gambe divaricate in modo provocatorio.
Guidai verso casa, il cuore che mi martellava nelle tempie. Lui mi guardava, la mano che ogni tanto scivolava sul mio ginocchio, salendo verso l'inguine, tormentandomi.
Quando entrammo nel mio appartamento, Gaetano mi spinse contro il muro ancora prima che potessi accendere le luci. Il suo corpo era caldo, duro, la sua gabbia che premeva contro la mia in un clangore silenzioso di metallo su metallo. Ci baciammo con una violenza che mi fece male alle labbra, le lingue che si cercavano...Poi mi girò. Con una forza sorprendente per la sua corporatura snella, mi fece chinare sulla spalliera del divano al centro del salotto. Ero esposto, vulnerabile, i pantaloni abbassati a metà cosce, la mia gabbia nera che spuntava in contrasto con la pelle chiara delle mie natiche.
Sentii il suo respiro affannoso dietro di me. Poi la sua lingua — calda, umida, insaziabile — che trovava il mio buco. Gemetti, affondando le dita nel tessuto del divano mentre lui leccava con fervore, lubrificandomi con la saliva, preparandomi con movimenti circolari della lingua che mi facevano vedere le stelle.
"Che buco meraviglioso," mormorò contro di me, e sentii le sue dita — prima due, poi tre — affondare con una facilità scandalosa.
Iniziò un movimento circolatorio, entrando e uscendo con un ritmo che svegliava la mia prostata dal suo sonno. Sentii il primo gocciolare di liquido preseminale che usciva dalla mia gabbia, un filo che cadeva sul pavimento. Le sue dita diventarono quattro, e la pressione aumentò, quel dolce dolore che precede l'estasi totale.
Conoscevo il mio corpo. Sentivo che stava faticando, che il mio sfintere resisteva ancora, non pronto per accogliere tutto ciò che desideravo.
"Il mobiletto dell'ingresso," ansimai, la voce rotta. "C'è il lube..."
Sentii i suoi passi affrettati, l'aprire di un cassetto. Poi un silenzio, un sussulto.
"Che spettacolo," esclamò Gaetano, e la sua voce era piena di meraviglia bambinesca e lussuria adulta. "Marco... sei un professionista. Un vero professionista."
Sapevo cosa stava vedendo: la mia collezione. Dildo di ogni dimensione, dal piccolo da allenamento al mostruoso da 30 centimetri. Plug in silicone, in vetro, in metallo. Lubrificanti industriali, sacche per il clistere, guanti in lattice. E altre gabbie, appese come trofei — rosse, trasparenti, rosa.
Prese il flacone di lube, ne versò una quantità indecente sulle sue mani e sul mio orifizio. La sensazione fredda mi fece sussultare, ma subito si scaldò al contatto con la mia pelle febbrile.
Tornò dietro di me. Questa volta, quando premette, sentii la sua mano intera che si insinuava, lottando per un attimo contro la resistenza del mio corpo, poi — con un plop silenzioso che echeggiò nella mia testa — entrò completamente.
Gridai. Non di dolore, ma di liberazione. Ero pieno, così pieno, la sua mano che mi massaggiava dall'interno, che trovava la prostata e la premeva con malizia. Lui iniziò a muoversi, un movimento circolatorio che mi faceva perdere il respiro, la sua mano che entrava e usciva con un suono umido, obscene.
"Sei bellissimo," ansimava lui, "il tuo buco è magnifico, aperto, ti sento stringermi..."
Continuò per dieci minuti che sembrarono un'eternità. Alternava la mano a qualcos'altro — poi capii. Mentre mi stava fistando, con l'altra mano aveva preso il mio dildo realistico da 23 centimetri, lo aveva scaldato tra le sue cosce, e ora lo premeva contro di me.
Sentii l'intrusione, la differenza tra la carne viva della sua mano e il silicone, finto ma realistico. Si sistemò dietro di me, appoggiando la base del dildo contro il suo pube — ancora imprigionato nella gabbia — e iniziò a scoparmi con ritmi profondi, regolari, devastanti.
La mia prostata non ne poteva più. Ogni spinta mi colpiva quel punto e sentivo la mia gabbia riempirsi di liquido che non poteva uscire liberamente, che gocciolava in un filo continuo mentre il piacere montava in modo inarrestabile.
Poi esplosi. Un orgasmo prostatico che mi fece gridare come un animale, le gambe che cedevano completamente, il corpo che si contraeva in spasmi incontrollabili. Lui continuò, spietato, a scoparmi con il dildo, godendo della mia distruzione.
Quando si fermò, mi sentii svuotato e pieno allo stesso tempo. Mi guardò il buco — ora allargato a dismisura, rosa e pulsante — e senza chiedere, riaffondò la mano. Entrò facilmente, senza resistenza, e riprese il movimento circolario.
"Ti sento così bene," gemeva, "così aperto, così mio..."
Era vero. Il segreto di indossare la gabbia è proprio questo. Non c'è distrazione dal pene, nessun bisogno di toccarlo, nessuna corsa verso l'eiaculazione tradizionale. Sei libero di godere dal culo ad oltranza, di volerne sempre di più, di essere semplicemente un recipiente di piacere.
Venne di nuovo, un secondo orgasmo che mi fece piangere, le lacrime che scendevano sulle guance mentre il mio corpo si contorceva sulla spalliera del divano. Le gambe cedettero completamente, e solo le sue mani — una dentro di me, una che mi reggeva i fianchi — mi tenevano in piedi.
Lui capì. Si ritirò dolcemente, la mano che usciva con un suono umido, e mi prese in braccio, adagiandomi sul divano. Mi coprì con una coperta che prendeva da un bracciolo, e si sdraiò accanto a me, accarezzandomi i capelli, i petti che si alzavano e si abbassavano all'unisono.
Dopo un'eternità, mi alzai. Ci baciammo — non più con la violenza animalesca di prima, ma con una tenerezza intensa, passionale. I nostri gusti si mescolavano, il mio odore — di sesso, di lube, di sudore — che si fondeva al suo.
"Vuoi lo stesso trattamento?" chiesi, la mano che scendeva verso il suo inguine, verso la gabbia ancora intatta.
Lui sorrise, stanco, soddisfatto. Mi prese la mano, la baciò sulle nocche e scosse la testa.
"No, Marco. Io sto bene così. Stasera ero qui per darti piacere, per esplorare qualcosa che sognavo da tempo. E poi..." sorrise, malizioso, "qualcuno deve guidare la macchina per tornare a casa mia.
Si alzò, mi offrì la mano per aiutarmi a rialzarmi, e insieme — due uomini con le gabbie ancora indossate, due prigionieri volontari del proprio desiderio — andammo a fare una doccia, ridendo come ragazzi che hanno appena scoperto un segredo meraviglioso e inconfessabile.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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