La costiera amalfitana
Di fronte, a una trentina di metri, c’era un altro palazzo. Un normale condominio. Al balcone di una stanza c’era un tipo che fumava. Senza maglietta, solo pantaloncini corti. Giovane, forse ventotto-trenta anni, fisico da chi lavora con il corpo: spalle larghe e rotonde, petto pieno e peloso al punto giusto, braccia grosse con tatuaggi scuri che gli scendevano dai deltoidi fino ai polsi. Uno di quelli tosti, un po’ grezzi, ma bello in un modo deciso. Il fumo della sigaretta saliva lento mentre respirava l'aria del pomeriggio in completo relax. Mi ha guardato un attimo mentre la tenda si apriva, ma non ha fatto nessuna espressione particolare. Probabilmente non aveva capito bene cosa stessi facendo. Ha continuato a tirare boccate. Io invece sentivo già il cazzo che si gonfiava dentro il mio perizoma, caldo e stretto contro il tessuto. Continuavo a stendere la crema sulle cosce, sulle braccia, sul petto, ma le mani scendevano sempre più spesso più in basso. Lui ha finito la sigaretta, l’ha gettata via ed è rientrato. Poco dopo l’ho rivisto nella sua stanza, con la porta del balcone e le persiane completamente aperte, senza tende. Una stanza spoglia. Forse un nuovo inquilino di quel palazzo o forse era semplicemente una stanza libera di quella casa spaziosa?
Ha tirato fuori dei manubri pesanti e ha iniziato ad allenarsi. Io mi sono sistemato meglio sul letto, attenzionandolo minuziosamente. Il materasso scricchiolava piano ogni volta che mi muovevo. La crema mi restava ancora sulle mani, untuosa anche se dopo poco tendeva ad asciugarsi lasciando sulla pelle una meravigliosa sensazione di morbidezza e idratazione. Il mio sguardo è scivolato prima sulle sue spalle. Erano larghe, rotonde, e ogni volta che alzava i manubri i deltoidi si gonfiavano e i tatuaggi si stiravano sulla pelle già lucida di sudore. Si sentiva il rumore sordo dei manubri di sfuggita quando li posava. Poi sono sceso sul petto: i pettorali erano pieni, si contraevano a ogni spinta, e tra di loro c’era una riga di peluria scura che scendeva verso la pancia. La pelle brillava. La pancia non era da rivista, era piatta ma solida, con gli addominali appena accennati. Sicuramente si trattava di un tipo godereccio che amava anche mangiare e i piaceri della tavola ma assolutamente non sfatto.
Quando ha iniziato a fare le alzate per i bicipiti, le braccia si sono gonfiate. I bicipiti erano enormi, spessi, le vene si vedevano un po’ sotto la pelle. Non ho resistito. Io mi sono tirato da parte il perizoma. L’aria calda della stanza mi ha toccato il cazzo nudo. L’ho preso in mano: era già caldo, teso. Fremevo dalla voglia di quella occasione così ghiotta. Nella testa stavo già diventando la sua troia anche se non sapevo chi fosse in realtà. Immaginavo quelle braccia che mi tenevano fermo, quelle mani grosse che mi aprivano le chiappe. Chissà come si chiamava. Poi ha cominciato gli squat. I pantaloncini gli si tendevano sui glutei e sulle cosce. Le cosce erano potenti, larghe, e a ogni discesa i muscoli si contraevano. Il pacco prominente gli si spostava sotto il tessuto, grosso e pesante. Il mio sguardo è rimasto lì. Ho iniziato a segarmi mentre sentivo il vento scivolare tra le mia gambe e passare tra le chiappe e il mio buco del culo. Pensavo a come sarebbe stato sentirmelo premere tutto contro il culo, ancora caldo di sudore. Quelle mani maschili e quelle dita grandi mentre mi sditalinava il culo mi avrebbero già fatto impazzire. Sentire quel gonfiore caldo tra le mie chiappe mentre ero stretto a lui. Mi immaginavo a pecorina o alla missionaria, con quelle mani che mi stringevano i fianchi o che mi blocavano i polsi e il suo fiato pesante sulla schiena. Mi stavo toccando sempre più forte inserendo prima due e poi tre dita in culo.
Ad un certo punto ho preso la crema che avevo usato prima e me ne sono messa un po’ sulla mano.
L’ho portata dietro, mi sono massaggiato il buco e l’ho usata come lubrificante. Il dito è entrato più facilmente, scivoloso, e ho sentito il calore umido mescolarsi al fresco della crema. Il cazzo mi pulsava in mano. Nella testa i pensieri diventavano sempre più sporchi: lo immaginavo che mi sputava sul buco, che mi dava schiaffi sul culo, che mi chiamava puttana mentre mi sfondava. A un certo punto hanno bussato alla porta. “Servizio in camera”, hanno urlato. Era la cena che avevo ordinato prima e di cui mi ero completamente dimenticato. Hanno bussato una seconda volta, questa volta più forte di prima.
Io in quel momento stavo godendo e non avevo voglia di smettere (e inoltre non potevo certo presentarmi alla porta in quello stato), le dita andavano avanti e indietro nel mio buco e sentivo già le gambe tremare mentre con l'altra mano mi menavo il cazzo. Ho cercato di trattenermi, di non fare rumore anche se era molto difficile. Ho morso il labbro e ho rallentato i movimenti, respirando a bocca chiusa per non farmi sentire. Massaggi più lenti e circolari attorno al mio buco del culo. Dopo un po’ non si è sentito più niente. Probabilmente il cameriere era andato via. Io ho preso il dildo (spesso quando viaggio lo faccio portandomi diversi giochi). Era di silicone, un po’ pesante in mano, tiepido.
Ci ho messo ancora un po’ di quella crema e me lo sono infilato piano. Ho sentito l’apertura lenta e un po' di fastidio, ma poi mi sono lasciato sopraffare dalla pressione mentre spingevo il dildo sempre più affondo nel mio culo e dalla sensazione di riempimento. Dopo poco ho iniziato a muoverlo con più vigore. Questa volta il culo era già bello aperto e bagnato. Non c'era più alcun limite. Il dildo usciva ed entrava sempre più agevolmente nel mio culo. Sempre più forte, deciso, senza alcuna pietà. Questa volta non mi interessava la velocità dei movimenti ma la loro intensità. Si sentivano quei piccoli suoni umidi, tipo sbuffi d’aria molli e ritmici ogni volta che lo tiravo fuori e lo rimettevo dentro dato che ormai ero totalmente entrato nel mood e avevo voglia di rompermi il culo, già molto aperto. Ho immaginato che lavoro avrebbe potuto fare... muratore o pizzaiolo? Fruttivendolo o pompiere? Volevo essere scopato come una zoccola da quel muratore porco. Volevo essere usata dal pizzaiolo eterocurioso. Volevo il cazzo del pompiere tutto nel mio culo sfondato. L’odore della crema, del silicone e della mia pelle calda si mescolavano nell’aria ferma della camera.
Il sole stava calando. La luce arancione entrava di lato, e nella mia camera la lampada accesa creava un contrasto netto. Tutto doveva vedersi meglio da fuori. Lui ha finito l’allenamento, si è seduto un attimo, ha preso una bottiglia d’acqua e si è asciugato il sudore col braccio.
La pelle gli luccicava. Poi ha alzato lo sguardo verso la mia finestra non essendo più concentrato sui suoi esercizi.
Questa volta si è fermato.
È rimasto immobile qualche secondo. Si è asciugato ancora il petto, poi si è sistemato il pacco dentro i pantaloncini con una mano, lentamente. Non ha fatto altri gesti. Ha solo guardato. Poi si è alzato, si è avvicinato alla porta del balcone, l’ha chiusa e ha abbassato la serranda fino in fondo. Si è sentito il rumore metallico della serranda che scendeva.Non so se mi abbia davvero visto bene. Non so se abbia capito cosa stessi facendo con quel dildo nel culo. Forse sì, forse no.
L’idea che potesse avermi visto mi ha fatto venire un brivido caldo lungo la schiena e mi faceva spingere il dildo con più forza e con pochi colpi decisi. Emettevo versi di godimento, sempre più acuti e da vero frocio, non potevo più tornare indietro. La crema si stava asciugando e mi sono aiutato con la mia stessa saliva. E l’idea che forse non avesse visto niente, e che tutto fosse solo nella mia testa, mi ha eccitato lo stesso, forse anche di più. Ho continuato a muovere il dildo, più forte. Sentivo il calore, la pressione, i suoni umidi, il sudore che mi colava tra le scapole e sul petto. Lo immaginavo ancora lì, con quelle braccia e quel petto sudato, che mi teneva i fianchi e mi diceva di prendere tutto. A un certo punto non ce l’ho fatta più.
Sono venuto forte, a scatti, sentendo la sborra calda spargersi sulla pancia e sul lenzuolo. Il culo mi pulsava ancora intorno al dildo, a ondate. Sono rimasto sdraiato un po’ così, respirando a bocca aperta. L’aria della stanza sapeva di crema, di sudore e di sborra. Le lenzuola erano umide e appiccicose sotto di me. Dopo un po’ mi sono alzato con le gambe un po’ molli. Dovevo rifare la doccia.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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