Si spegne
ATTO I — La campanella
La prima cosa che sente non è un tocco. È l’aria. Tiepida, ferma, pesante di presenze. Tre respiri intorno a lei, diversi: uno più basso, uno più corto, uno che le arriva sul collo prima ancora delle labbra. Poi le mani. Troppe, e tutte sue.
Marco le prende il viso. I palmi sono caldi, un po’ ruvidi sui pomelli. Quando la bacia, lei sente il sapore della sua bocca prima ancora della lingua — qualcosa di pulito e di uomo, e poi la lingua che entra e le riempie, lenta, e lei si accorge di aver già aperto le labbra senza deciderlo. Un brivido le parte dalla nuca e le scende lungo la schiena, fino al coccige. Le ginocchia si allentano da sole.
Luca le ha preso un piede. Non se n’era accorta subito. Il pollice preme l’arco plantare e una scossa le sale dritta all’inguine, assurda, come se quel punto del piede fosse collegato a qualcosa di più profondo con un filo teso. Quando la lingua di Luca le passa tra le dita, lei emette un suono piccolo, quasi una protesta, ma non lo è. È il corpo che non sa dove mettere quella sensazione. Il piede è una cosa che di solito non conta. Adesso conta troppo. Ogni leccata le arriva in basso, le fa pulsar la figa a vuoto, le fa stringere le dita dei piedi intorno alla bocca di lui.
Davide le prende un seno. La mano è grande, le copre quasi tutto, e il capezzolo gli finisce tra indice e medio. Lo gira. Lei sente il tessuto del capezzolo tirarsi, farsi duro, e un filo di piacere le scende dritto alla pancia, come una goccia calda. Quando lui lo prende in bocca — caldo, umido, un succhio lento — lei inarca la schiena. Non per esibirsi. Perché il seno le tira, le chiede di andare incontro a quella bocca. L’altro seno è scoperto, esposto all’aria, e il contrasto la fa impazzire: uno succhiato, uno abbandonato, e vuole entrambi, e non può dirlo perché Marco le ha ancora la lingua in bocca.
Le dita di Marco le scendono sul ventre. Lei le sente arrivare. Sa dove vanno. Quando le labbra della figa si aprono sotto quelle dita, ha un attimo di vergogna calda — è già così bagnata, già così aperta, e loro lo sanno. Il dito di Marco le scivola in mezzo, trova il clitoride, e lei sobbalza come se l’avesse toccata con un filo elettrico. Non è un tocco forte. È preciso. Un cerchio lento. Lei sente il sangue concentrarsi lì, un calore che pulsa, che chiede, che si gonfia.
«Così», mormora Marco contro la sua bocca. «Già così.»
Quando lui le apre le cosce e le mette la lingua sulla fessura, lei chiude gli occhi. Non è un bacio. È una carezza umida, calda, larga, che parte dal basso — dal perineo, quasi dal culo — e sale, lenta, fino al clitoride, e lì si ferma, e preme, e gira. Lei ha un sapore in bocca che è il bacio di prima e un suono in gola che non riconosce. Le mani non sanno dove stare. Una finisce nei capelli di Marco, li stringe. L’altra cerca il braccio di Davide, l’avambraccio, qualcosa di solido. I piedi di Luca non li ha più: li ha in bocca lui, e ogni tanto una leccata sull’alluce le arriva in figa come un’eco, e lei non sa più quale stimolo è quale. È un tessuto unico. Pelle, lingua, respiro.
Marco si alza. Lei sente l’aria fredda dove c’era la bocca. Poi sente lui. La punta, calda, liscia, che le sfiora le labbra di sotto. Non entra. Si strofina. Su e giù, raccogliendo l’umido, e lei alza il bacino senza volerlo, lo cerca. Luca in quel momento le succhia l’alluce. Davide le morde il capezzolo, non forte, giusto quel filo di denti che le fa chiudere gli occhi. Marco entra.
Il primo centimetro è una pressione. Un aprirsi. Lei lo sente sulle pareti, quel punto all’ingresso che è sempre un po’ troppo, sempre un po’ stretto, e poi si arrende, e lui scivola. Un altro centimetro. Si ferma. Lei respira. Lo sente lì, incompleto, e l’incompleto è peggio del pieno: le fa battere il cuore in gola, le fa stringere intorno a quello che c’è, chiedendone altro. Marco spinge ancora. Ancora. Finché è tutto dentro, e il pube gli batte sul suo, e lei è piena.
Piena è una parola piccola. Quello che sente è un peso caldo che le arriva in fondo, che le preme qualcosa di profondo, un punto che non è clitoride e non è parete, è più dentro, più in alto, e le fa venire l’acqua agli occhi. Resta fermo. Solo il peso. Lei lo sente pulsare. O pulsa lei. Non sa. Le dita di Luca le trovano il clitoride mentre Marco è fermo dentro, e il contrasto la spezza: il pieno immobile e il tocco piccolo, circolare, e lei geme nella bocca di Davide che nel frattempo le ha preso le labbra.
Quando Marco inizia a muoversi, è una marea. Esce quasi tutto — lei sente il vuoto, l’abbandono di un secondo, le pareti che si cercano — e rientra, lento, fino in fondo, e ogni volta quel punto profondo le manda una scossa al basso ventre. Non è un orgasmo. È un accumulo. Ogni spinta ne aggiunge una. Davide le lecca il collo, sotto l’orecchio, e quella piega è un interruttore: le viene la pelle d’oca su tutta la metà destra del corpo, il capezzolo destro si tira ancora di più, e un filo di saliva le scappa dall’angolo della bocca.
Luca le lecca dove i due corpi si uniscono. Lei lo sente: la lingua calda accanto al cazzo che entra e esce, sul clitoride, sul punto teso. È osceno e tenero insieme. Lei ha un sobbalzo che parte dalle viscere. Pensa, confusa, non posso sentire così tante cose insieme, e invece le sente tutte, e nessuna copre l’altra. I piedi. I seni. Il collo. La bocca. Il pieno. Il tocco. È un coro, e lei è lo strumento.
Quando Marco esce, il vuoto le fa quasi male. Un attimo di panico piccolo, stupido: non andartene. Poi le dita di Davide, due, poi tre, curve, le trovano quel punto sulla parete anteriore e lo premono, e lei vede bianco. Non è come il cazzo. È più preciso, più cattivo. Le gambe le tremano. Marco le è in bocca, e lei lo assaggia — sé stessa, sale, pelle — e succhiare la calma, le dà qualcosa da fare con la gola mentre il basso le esplode in silenzio.
Luca entra. Diverso. Un angolo che le prende un altro punto, più verso la schiena, e lei lo sente arrivarle quasi al culo dall’interno, una pressione nuova. Marco le passa il cazzo sulle labbra senza spingere, solo per farle sentire che è lì, e lei lo insegue con la lingua, avida. Davide le succhia i seni come se avesse fame, e ogni succhio le tira un filo invisibile fino alla figa, dove Luca va e viene, lento, inesorabile.
Restano così. A turno. Sempre qualcuno dentro. Lei smette di distinguere chi è chi con il corpo. Distingue solo sensazioni: questo è più curvo, questo è più caldo, questa bocca è più umida, questa mano è più pesante. Il ritmo non accelera e questo la uccide. Se andassero forte, lei potrebbe venire e chiudere. Così invece il piacere si stratifica. Onda su onda. Il basso ventre le si fa pesante, pieno di un liquido caldo che non c’è. Le cosce le tremano di continuo, un tremolio fine, da febbre. Sente il clitoride gonfio, troppo sensibile, ogni passaggio di dito o di lingua è quasi troppo e lei lo vuole di più.
Inizia a tremare sul serio. Non è più un brivido. È il corpo che si riempie di qualcosa che non sa più contenere. I suoni che fa non sono parole. Sono ah spezzati, respiri che non arrivano in fondo. Sente l’orgasmo arrivare da lontano, come un treno. Sa che se arriva adesso la spezza.
Marco lo capisce.
«Adesso», dice. «Dalle tutto. Ma non staccatevi.»
Davide è dentro, lento come prima, ma più fondo, e ogni spinta le batte su quel punto che le fa venire le lacrime. Luca le ha due dita sul clitoride, circoli umidi, precisi, e lei sente il piacere concentrarsi lì in un punto piccolo e accecante. Marco le ha un seno in bocca e una mano sulla gola, non per stringere, per tenere, e quel tenersi la fa sentire al sicuro e perduta insieme.
Parte dal basso. Un crampo dolce, profondo, che le chiude la figa intorno a Davide in una morsa che lei non comanda. Poi sale. Le prende il ventre, il diaframma, la gola. Viene a ondate. La prima le chiude gli occhi e le apre la bocca in un verso che non è un gemito, è quasi un pianto. La seconda le fa inarcare la schiena fino a farle male alle spalle. La terza è più corta, più cattiva, e le parte dal clitoride come una scarica, e lei scalcia, e Luca non molla le dita, e Davide resta fermo dentro per farle sentire ogni contrazione, ogni stringere, ogni pulso. Lei lo sente. Si sente. Si sente venire intorno a un uomo, e intorno a delle dita, e con una bocca sul seno, e non c’è un centimetro di lei che non stia pulsando.
Quando il tremito si placa, ha gli occhi umidi e la bocca semiaperta. Il corpo le fa male di piacere, un affaticamento dolce, come dopo una corsa. Ma sotto, più in basso, più dentro, c’è ancora qualcosa di acceso. Non spento. Aperto. Come una porta che l’orgasmo non ha chiuso, ha spalancato.
Marco le accarezza i capelli, bagnati alle tempie.
«Atto due.»
Lei lo sente dirlo e qualcosa nel petto le si allarga. Non è finita. È appena cominciata. E lei, che un momento fa era solo carne che riceveva, sente una fame nuova, bassa, animale, che le parte dalla figa ancora piena e le sale alla gola.
ATTO II — Lei
Si gira da sola. Le braccia le tremano. Si mette a quattro zampe e tira Davide sotto di sé. Lo sente duro contro la pancia, caldo, e quando lo prende in mano lo sente pulsare nel palmo. Se lo allinea. La punta le sfiora l’ingresso, ancora gonfio, ancora sensibile, e scendere su di lui è quasi troppo: è larga e stretta insieme, bagnata da sé stessa e da loro, e lui scivola fino in fondo in un colpo solo.
Il gemito le esce dalla gola, basso. Cavalcarlo è un altro linguaggio. Non è più lui che decide la profondità: è lei. Ogni discesa se la prende tutta, il pube che batte sul suo, il clitoride che si strofina sul suo ventre, e lei insegue quel strofinio, lo cerca, ci sbatte contro. I seni le oscillano, pesanti, e ogni oscillazione le tira i capelli della pelle. Sente i muscoli delle cosce bruciare. Non le importa.
Luca le sta dietro. Le mani sui fianchi, le natiche aperte. Quando la lingua gli arriva sul buco, lei ha un sussulto che le parte dal culo e le arriva in bocca. È una zona che di solito tiene per sé. Adesso è esposta, leccata, e la lingua di Luca è calda e precisa, gira, preme, e lei sente il buco aprirsi, umido, e una vergogna eccitata le colora il viso. Marco le sta davanti. Lei gli prende il cazzo in bocca senza che glielo chieda. Lo vuole lì. Lo vuole in gola. Il sapore la ancora, le dà un ritmo. Succhiare mentre cavalca è un doppio lavoro e lei lo fa con fame, saliva che cola sul mento, occhi alzati, e ogni tanto un suono strozzato quando Davide le batte in fondo.
«Anche lì. Voglio anche lì.»
La voce non le sembra sua. È rauca, rotta. Ma è vera. Vuole essere aperta da tutte le parti. Vuole non avere un buco vuoto.
Il dito di Luca nel culo è una pressione strana, non piacere ancora, occupazione. Il secondo dito la fa inspirare di colpo. C’è un bruciore sottile, poi un cedere, poi una pienezza che le arriva in un posto che non sapeva potesse essere pieno così. Quando Luca avvicina la punta, lei si ferma di cavalcare. Respiro trattenuto. Sente l’ingresso, più largo, più esigente. Poi spinge lei, indietro, verso di lui. Vuole esserne responsabile. Vuole prenderselo.
Entra. Piano. Lei sente ogni millimetro. Il culo che si apre intorno a lui, il bruciore che diventa peso, il peso che diventa pieno. E sotto, Davide ancora in figa, e i due si toccano quasi, separati da una parete sottile, e lei li sente entrambi, li sente strofinarsi attraverso di lei, e per un attimo pensa che possa spezzarsi, e invece si apre, e li tiene.
Poi Marco le riempie la bocca.
Per un momento il mondo è solo quello. Tre uomini dentro. Lei non è più una donna su un letto. È un corpo attraversato. Sente il cazzo in gola che le batte sul palato, la saliva che non riesce a inghiottire, gli occhi che lacrimano non di dolore, di troppo. Sente la figa piena, il culo pieno, e ogni movimento di uno sposta l’altro, e lei è il punto in cui si incontrano. Le mani di Davide sui seni la riportano alla pelle. Le mani di Luca sui fianchi la tengono insieme. Le mani di Marco nei capelli la guidano. Non è elegante. È umido, è pelle che sbatte, è gemiti che si accavallano. Lei spinge, succhia, si fa spingere. A volte perde il ritmo e loro lo tengono per lei, e in quei momenti si sente portata, usata, e la parola usata le arriva in basso come un’altra spinta. A volte è lei che detta, più veloce, più fondo, e allora si sente potente, una cosa rara, una donna che prende tre uomini e non li molla.
Quando Luca esce dal culo, il vuoto è una ferita dolce. Lei geme per quello. Marco le entra in figa da dietro, forte, e la differenza la stordisce: dopo la doppia, un cazzo solo è un sollievo e una mancanza. La faccia tra le gambe di Luca, lui in gola, e Davide che le strofina il cazzo tra i seni, sui capezzoli bagnati. Il glande le passa sul capezzolo e lei lo sente come una lingua, calda, liscia, e i seni le fanno male di quanto sono tesi.
Si scambiano. Sempre qualcuno dentro. Sempre qualcuno in bocca. Lei ora è animale e precisa insieme. Sa cosa vuole. Lo prende. Lo chiede.
«Più forte.»
«Aspetta — così — sì.»
«In bocca. Adesso in bocca.»
La doppia di nuovo: entrambi verso la figa. Marco dentro, Luca che preme accanto, la punta che cerca spazio. Lei sente l’impossibile. L’apertura che non ce la fa, poi ce la fa un po’, e il bruciore è grande, e sotto il bruciore c’è un piacere così largo che non ha più un centro. Non entra tutto il secondo. Entra abbastanza. Lei urla. Non è un gemito. È un urlo vero, e il secondo orgasmo le arriva sopra, più corto, più violento, dal profondo, un crampo che le chiude tutto, figa e culo e gola, e per un secondo non vede, non sente i suoni, sente solo il corpo che si contrae come un pugno e poi si apre, e trema, e lei è da qualche parte sopra di sé a guardarsi venire.
Quando torna, li guarda uno per uno. Labbra gonfie. Cosce che luccicano. Il cuore le batte in gola, in figa, ovunque. È svuotata e affamata insieme. Vuole la fine. Vuole la loro fine su di lei.
«Venitemi. Tutti. Adesso.»
Davide le viene in bocca. Lei lo sente arrivare: il cazzo che pulsa, si gonfia, e poi il getto caldo, salato, che le riempie la lingua, il palato, e lei lo tiene, lo succhia mentre esplode, e una parte le cola dal labbro sul mento, sul seno, calda, viscosa, e lei la sente scendere lenta, e non la pulisce. La vuole lì. È sua.
Marco le viene dentro. Lo sente prima nelle spinte, corte, profonde, disperate, e poi il caldo, a ondate, che le arriva in fondo, che la riempie di qualcosa di più denso di lei, e lei stringe, lo prende, lo tiene, e ogni getto le dà un piccolo orgasmo a eco, un fremito, come se il corpo dicesse ancora, ancora, ancora.
Luca le viene sul ventre e sui seni. Lei guarda. I getti bianchi che le arrivano sulla pelle già lucida, caldi, e uno le coglie un capezzolo, e lei lo sente, vischioso, e ci passa una mano, se lo spalma, se lo porta alle labbra, e il sapore è di tutti loro, mescolato, e li guarda con gli occhi semichiusi, sorridendo da ubriaca, piena, coperta, e per la prima volta da quando è cominciata sente una pace bassa, animale, come un animale che ha mangiato.
Il secondo atto finisce così. Lei non è più una persona composta. È un corpo usato e adorato, che cola, che pulsa, che ancora stringe intorno a quello che c’è rimasto dentro. Il respiro di quattro persone che cerca di tornare. Lei sente il cuore di qualcuno contro una scapola. Sente ancora le contrazioni, piccole, involontarie, come un ricordo che il corpo non vuole lasciare.
ATTO III — Quello che resta
Nessuno si alza. Questo, lei lo nota. Questo le fa qualcosa in petto, più in alto del sesso. Non se ne vanno. Non la lasciano lì, sporca e sola, a diventare di colpo una stanza vuota.
Si accasciano. Marco le resta tra le gambe, ancora semi-dentro, morbido, caldo, e non esce. Lei lo sente lì, una presenza senza pretesa, e le pareti lo tengono senza sforzo, un abbraccio piccolo. Quando lui le bacia l’interno coscia, piano, lei ha un brivido diverso da tutti quelli di prima. Non è eccitazione. È riconoscenza. È la pelle che dice ancora qui. La coscia è sensibile, un po’ scottata, e ogni bacio è un timbro caldo.
Luca le si stende di fianco. Una gamba sopra la sua, pesante, buona. Le dita nei capelli le fanno chiudere gli occhi. Le tempie le pulsan ancora. Quando lui le accarezza il bordo dell’orecchio, lei sente il piacere tornare, ma spento, come una brace sotto la cenere. Non chiede fuoco. Chiede calore.
Davide le è dall’altro lato. Labbra sul collo, sul punto in cui il polso pulsa, e lei sente il proprio sangue sotto quella bocca, viva, ancora viva. Poi lui scende. Lecca il seno. Lecca via quello che c’è. Lei lo sente: la lingua larga, calda, che raccoglie, che pulisce, e ogni passata è un po’ eccitante e un po’ tenera, e lei non sa quale delle due cose la faccia venire le lacrime agli occhi. Una pulizia che è ancora un atto d’amore e ancora un po’ sporca. Lei non vuole essere pulita del tutto. Vuole che resti qualcosa. Ma vuole anche quella lingua, quella cura, quel ti tengo.
Ha gli occhi chiusi. Sorride. A volte un brivido le riparte, piccolo, un’eco, la figa che si stringe intorno a Marco per un secondo, e lui lo sente, e le accarezza l’anca, e lei mormora qualcosa che non è una parola.
Marco si muove appena. Non è più un coito. È una presenza che va e viene di pochi centimetri, con quello che gli resta, morbido e poi un po’ meno, e lei lo accoglie come si accoglie un respiro. Ogni piccola spinta le arriva smorzata, dolce, sul tessuto ancora gonfio, ancora sensibile, e il piacere è un filo, non un’onda. Le basta. Le basta più di prima, in un certo senso. Prima voleva essere riempita fino a spezzarsi. Adesso vuole essere abitata.
Quando lui esce, sente il caldo che cola, lento, sull’interno coscia, e per un attimo è vuota, e il vuoto adesso non fa panico: fa spazio. Luca prende il suo posto, altrettanto dolce, e lei lo accoglie come si accoglie un respiro. Davide le bacia la bocca. Assaggia quello che c’è ancora. Lei gli tiene la nuca, le dita nei capelli umidi, e il bacio è lento, sporco, pieno di sapori che non dovrebbero stare in un bacio e invece ci stanno, e lei li vuole tutti.
Si scambiano di nuovo, ma è un altro linguaggio. Lingua sul basso ventre: lei sente l’addome contrarsi, un solletico profondo, quasi un ridere. Baci sulle ginocchia: un punto che non sapeva potesse essere baciato così, e le viene un affetto grande, stupido, per queste bocche che non hanno finito di darle. Un dito che entra e non pretende niente: lei lo stringe piano, solo per dire ci sono. Qualcuno le lecca i piedi di nuovo, e lei ride, stanca, e la risata le vibra in gola e in petto, e diventa un gemito quando la lingua sale, perché il corpo ricorda, e il ricordo è ancora acceso, basso, buono.
«Siete ancora tutti qui», dice, quasi stupita. La voce è roca. La gola le fa un po’ male. È un bel male.
«Non ce ne andiamo», risponde Marco, e le posa un bacio sullo sterno, poi più in basso, e le pulisce le cosce con la lingua, delicato, come si pulisce una ferita che non è una ferita. Lei sente la lingua sulla pelle scottata, sul caldo che cola, e chiude gli occhi più forte. Non è eccitazione. È essere vista. È essere tenuta. È qualcuno che non ha paura di quello che le è uscito dal corpo, che lo prende, che lo fa diventare un altro bacio.
Alla fine stanno tutti e quattro in un groviglio. Lei sotto, o in mezzo — non si capisce più, e non le importa. Una testa sul suo ventre: sente il respiro caldo sull’ombelico, e l’addome le si alza e si abbassa sotto quel peso. Un braccio sul suo petto: il seno schiacciato, il capezzolo che ancora a tratti si tira, un ricordo. Qualcuno ancora tra le sue gambe, fermo, caldo. Lei lo tiene. Le pareti, stanche, lo tengono. Il respiro si allinea. Lei ascolta i quattro cuori, o crede di ascoltarli, e il proprio le batte lento, grosso, soddisfatto.
La stanza odora di pelle e di sesso e di qualcosa di più quieto. Lei lo respira. Lo vuole nei polmoni. Sente i muscoli delle cosce che pulsan, il culo che brucia appena, la bocca secca, la figa che ancora a tratti si stringe su niente o su qualcuno, e ogni stringere è un grazie che il corpo dice da solo.
Marco le accarezza la guancia con il dorso delle dita.
«Fine del terzo», mormora.
Lei scuote la testa, appena. Sente le lacrime all’angolo degli occhi, non di tristezza. Di troppo. Di pieno. Di essere ancora toccata.
«No. Questo non finisce. Si spegne.»
Fuori, da qualche parte, una macchina passa. Dentro, quattro corpi che non si sono mai staccati, e non lo fanno nemmeno adesso. Lei, al centro, sente l’ultimo brivido spegnersi sotto la pelle, lento, come una luce che si abbassa, e resta sveglia ancora un poco solo per sentire le loro mani, tutte, da qualche parte su di lei, e per sapere, con il corpo intero, che non è sola.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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