Attraverso Gli Altri
MargheritaTristano
È una pressione sottile, quasi fisica, che mi raggiunge attraverso lo spazio della stanza. Stanotte la avverto più densa del solito, come se contenesse già tutto ciò che sta per accadere. Mi preparo davanti allo specchio con gesti lenti. Body di pizzo nero trasparente, calze autoreggenti, niente sotto. I capelli raccolti alti scoprono la linea del collo e delle clavicole. Mi osservo e, attraverso i miei occhi, cerco di vedere quello che vedrà lui: una donna che si offre deliberatamente, non per vanità, ma per una necessità più profonda e più oscura.
Tristano è seduto sul bordo del letto, in camicia bianca ancora abbottonata. Non parla. Mi studia mentre sistemo l’ultimo dettaglio. Ogni mio movimento è un messaggio rivolto solo a lui. Voglio che registri tutto: la curva del seno sotto il pizzo, la tensione delle cosce, il modo in cui il respiro mi solleva il petto. Voglio diventare, stanotte, la materia viva delle sue fantasie più private.
Questa è la verità che porto dentro da tempo.
Non mi basta essere amata in privato. Non mi basta la tenerezza né la forza con cui mi prende quando siamo soli. Ho bisogno di sentirmi al centro esatto del suo desiderio più complesso. Ho bisogno che altri uomini mi tocchino, mi aprano, mi usino, perché solo così il suo sguardo si fa più intenso, più possessivo, più mio. Solo così capisco fino in fondo che gli appartengo: quando mi vede appartenere, per un tempo limitato e controllato, anche ad altri.
Usciamo dalla camera. Lui mi segue a distanza ravvicinata. Sento il calore del suo corpo alle mie spalle, il leggero fruscio della camicia.
In salone li aspettiamo.
La coppia è già arrivata. Lui è alto, spalle larghe, mani grandi, sguardo diretto ma non volgare. Lei ha i capelli scuri raccolti in una crocchia bassa, le spalle strette e un seno piccolo che l’abito semplice lascia appena intuire. Gli occhi sono attenti, quasi studiosi. Sappiamo tutti perché siamo qui. Non ci sono fraintendimenti.
Mi siedo sul divano. Le gambe leggermente divaricate. L’aria della sera mi sfiora la pelle nuda tra le cosce. Il pizzo del body aderisce già un poco per l’umidità che comincia a formarsi. Tristano si sistema di fronte a me, a una distanza che gli permette di vedere ogni dettaglio. Non interviene. Aspetta. Lascia che la tensione salga come un filo che si tende.
L’uomo della coppia si alza e viene verso di me. Si siede al mio fianco. La sua mano si posa sulla mia coscia, alta, calda, sicura. Non resisto. Alzo il viso verso Tristano mentre quelle dita scivolano sotto il bordo del body e trovano la carne già aperta. I suoi occhi sono scuri, fissi, intensissimi. In quel momento qualcosa dentro di me si allarga. Sto diventando ciò che volevo essere: non una donna qualsiasi che si concede, ma la sua donna che si espone sotto il suo controllo, che si lascia esplorare perché lui possa goderne.
Le dita dell’altro entrano in me con una lentezza quasi cerimoniale. Due, poi tre. Sento ogni centimetro, la pressione sulle pareti interne, il leggero bruciore iniziale che si scioglie subito in caldo. Il mio bacino risponde da solo. Un gemito basso mi esce dalle labbra, ma lo sguardo resta inchiodato a quello di Tristano. Voglio che veda come il mio corpo reagisce. Voglio che registri ogni contrazione, ogni tremante richiesta di più.
Quando l’uomo mi fa chinare in avanti e mi prende da dietro, la penetrazione è profonda, piena. Sento l’entrata lenta, il calore umido della sua pelle contro i miei glutei, l’odore di sudore leggero e di desiderio che gli si alza dal collo. Ogni spinta mi scuote il bacino e mi fa avanzare le ginocchia sul divano. Le mani si aggrappano al bracciolo. La testa resta alzata. Cerco gli occhi di Tristano attraverso lo spazio che ci separa. Lui si è avvicinato. Ora è in piedi, a pochi passi. Il respiro gli si è fatto più pesante.
In quel momento l’introspezione si fa più nitida, quasi dolorosa.
Non sto semplicemente godendo. Sto offrendo. Sto costruendo, spinta dopo spinta, un’immagine di me stessa dentro la mente di Tristano. Un’immagine in cui sono desiderata, aperta, usata, eppure irrevocabilmente sua. Ogni gemito che lascio uscire è un filo che lo lega più strettamente a me.
Accanto a noi, la donna della coppia si è avvicinata a Tristano. La vedo toccargli il petto con le dita sottili, poi scendere in ginocchio. Ha le spalle delicate e la schiena dritta mentre gli apre i pantaloni e lo prende in bocca. Tristano abbassa lo sguardo su di lei solo per un istante — noto la linea sottile del suo collo chino, il modo ordinato con cui muove la testa — poi lo rialza e lo trova di nuovo sul mio. In quello scambio di sguardi qualcosa di molto più potente del sesso fisico si stabilisce tra noi. Lui sta ricevendo piacere da un’altra bocca, ma il suo desiderio vero resta ancorato a me. Io sto venendo penetrata da un altro uomo, ma ogni spinta mi riporta a lui.
La scena si prolunga.
L’uomo dietro di me accelera. Le spinte diventano più profonde, più ritmate. Sento il calore del suo ventre, il suono umido e regolare dei corpi che si incontrano, l’odore più forte della pelle eccitata. A un certo punto il piacere sale troppo in fretta. I pensieri si sfilacciano. Non riesco più a costruire frasi dentro la testa. Solo sensazioni: la pressione, il riempimento, il bisogno di spingere indietro contro di lui. Vengo con un grido rotto, le cosce che tremano senza controllo, il viso ancora rivolto verso Tristano anche se per un attimo la vista si fa confusa.
Lui non interrompe ciò che sta ricevendo dalla donna ai suoi piedi, ma i suoi occhi non mi abbandonano. È come se mi dicesse, senza parole: Continua. Voglio vedere tutto.
Dopo qualche minuto l’uomo mi fa girare e mi stende sul divano. Si mette tra le mie gambe e mi prende di nuovo, questa volta guardandomi in faccia. Io però non guardo lui. Guardo oltre la sua spalla, dove Tristano ha fatto alzare la donna e ora la sta scopando lentamente. Lei ha la schiena arroccata, i capelli scuri che si sono un poco sciolti dalla crocchia, i seni piccoli che si muovono a ogni spinta. I suoi gemiti sono bassi, controllati. Ma i suoi occhi e i miei si cercano continuamente. Attraverso lo spazio, attraverso i corpi degli altri, la complicità resta sovrana. Non stiamo tradendo nulla. Stiamo costruendo qualcosa di più complesso: un rituale in cui il desiderio si moltiplica proprio perché viene condiviso, e l’appartenenza si rafforza proprio perché viene messa alla prova.
Quando Tristano accelera le spinte nella donna, sento il mio stesso piacere salire di nuovo. Non è gelosia. È qualcosa di più sottile: la consapevolezza che lui sta godendo, e che una parte di quel godimento nasce dal fatto che mi sta guardando mentre vengo presa. I pensieri tornano a farsi confusi. Il corpo ha la meglio. Vengo una seconda volta mentre l’uomo mi tiene le gambe aperte e mi riempie con spinte profonde. Il grido mi esce più lungo, più abbandonato, e per qualche secondo non so più esattamente dove finisco io e dove inizia il piacere.
Tristano, quasi nello stesso momento, raggiunge il suo piacere nella donna, con un gemito basso e controllato. I nostri sguardi si incrociano ancora una volta, intensi, carichi, e in quello scambio c’è tutto: la perversione, la complicità, la certezza.
Poi, con la stessa naturalezza con cui tutto è iniziato, i ruoli si ricompongono.
L’altra coppia si ritira con discrezione. Tristano viene verso di me. Mi solleva quasi dal divano, mi fa sedere su di lui, entra dentro di me con una spinta che mi toglie il respiro. Stavolta non c’è distanza. Non c’è nessuno in mezzo. Solo il suo corpo che riconquista il mio, le sue mani che mi stringono i fianchi con una forza che parla di possesso, il suo sguardo che non ammette più interruzioni.
«Adesso solo me», mormora contro la mia bocca.
Io lo tengo stretto. Mi muovo su di lui con una fame che viene da tutto ciò che abbiamo appena attraversato. Ogni spinta è una riappropriazione. Ogni bacio è una conferma. Vengo ancora, questa volta contro il suo petto, il volto nascosto nel collo, mentre lui arriva con un gemito basso e profondo, le braccia che mi chiudono come se volesse imprimere il suo nome nella mia pelle.
Dopo restiamo immobili a lungo.
Il respiro si calma a ondate. La stanza è silenziosa. Fuori si sente appena il rumore lontano della città.
Tristano mi accarezza i capelli umidi con una lentezza quasi solenne. Mi bacia la fronte, poi le labbra, con una dolcezza che contrasta con tutto ciò che è appena successo.
Non dice molte parole. Non ne servono.
Io appoggio la testa contro il suo petto e ascolto il battito del suo cuore che torna regolare. Dentro di me qualcosa si è sistemato. Non è pace. È qualcosa di più denso e più vero: la certezza che questo rituale perverso — lo scambio, l’esibizione, il piacere preso e dato sotto gli occhi l’uno dell’altra — non ci allontana. Ci lega. È il modo in cui abbiamo scelto di dirci, ancora e ancora, che ci apparteniamo. Non nonostante gli altri. Attraverso gli altri. Attraverso il rischio, attraverso il desiderio condiviso, attraverso lo sguardo che non si spezza mai davvero.
Stanotte gli ho offerto la mia sessualità perché diventasse materia delle sue fantasie.
Lui ha accettato l’offerta e me l’ha restituita trasformata in possesso.
E in questo scambio silenzioso, crudo e lucidissimo, abbiamo trovato il modo più radicale di restare l’uno dell’altra.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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