Quello Spazio
MargheritaTristano
L’attico era immerso in una luce calda e bassa, che scivolava sui muri di pietra e sulle superfici di legno scuro. Dalla grande vetrata Roma brillava, distante e quieta.
Avevo preparato tutto con cura: le candele, il profumo leggero di legno e bergamotto, i bicchieri già pronti. Tristano si trovava in cucina, camicia bianca aperta al collo, i polsini rimboccati. A cinquantacinque anni appariva ancora più bello di quando l’avevo conosciuto. Misurato, sicuro, mai eccessivo.
Quando mi ha guardata mentre aprivo la porta, ha sorriso appena.
«Se a un certo punto non ti va più», ha detto con voce bassa, «me lo fai capire.»
La coppia è arrivata con un leggero ritardo.
Chiara corrispondeva esattamente al profilo: bella, pelle chiara, bocca piena, occhi scuri e curiosi. Andrea no. Più basso, un po’ goffo nei movimenti, sguardo incerto. Non brutto. Semplicemente non al suo livello. Ho avvertito subito quel piccolo disequilibrio.
Mentre ci scambiavamo i primi sorsi di vino, la mia eccitazione iniziale si è intorbidita. Ero attratta da lei. Da lui, no. Tristano osservava con quella calma intelligente che lo rendeva sempre padrone della situazione. Mi ha sfiorato il dorso della mano sotto il tavolo, un contatto leggero, quasi una domanda.
Ho annuito.
Dopo il secondo bicchiere le parole si sono fatte più lente. Chiara mi guardava già in modo diverso. Ci siamo avvicinate sul divano mentre i due uomini conversavano vicino alla vetrata. Le sue labbra avevano un sapore dolce di vino rosso. L’ho baciata con dolcezza, poi con maggiore insistenza. Il suo respiro è mutato contro la mia bocca. Le mani mi sono scivolate sotto la camicetta di seta: seni piccoli e sodi, capezzoli che si indurivano sotto le dita. Lei ha emesso un gemito basso. L’ho baciata più a fondo mentre una mano scendeva tra le cosce. Era già bagnata. Ho accarezzato le pieghe umide attraverso il tessuto sottile, poi le ho fatte scivolare via le mutandine. Chiara ha aperto le gambe senza esitazione.
Mi sono chinata. L’ho leccata con lentezza, assaporando il suo gusto leggero, salato e dolce insieme. La lingua girava intorno al clitoride gonfio, poi scendeva, entrava appena, risaliva. Lei ansimava, le dita strette nei miei capelli. Mentre la leccavo pensavo a quanto fosse semplice, in fondo, e a quanto invece tutto il resto mi apparisse già storto. Alzai gli occhi. Tristano ci osservava da lontano, un bicchiere tra le dita. Non sorrideva. Mi fissava soltanto, con un’attenzione quieta che mi ha compresso lo stomaco.
In camera la luce era ancora più soffusa.
Mi sono spogliata senza fretta. Il vestito è scivolato a terra, poi il reggiseno, poi il resto. Tristano si è tolto la camicia con la solita grazia: il corpo ancora atletico, la pelle scura, le spalle larghe. Chiara mi osservava con un misto di fame e timidezza. L’ho presa per mano e l’ho fatta distendere sul letto. Mi sono messa tra le sue cosce e ho ripreso a leccarla, questa volta con maggiore profondità. Tristano si è inclinato dall’altro lato e le ha succhiato un seno, poi l’altro, le dita che le pizzicavano i capezzoli con precisione. Chiara è venuta con un grido soffocato, stringendomi la testa tra le cosce. Non mi sono fermata. Ho continuato mentre lui le baciava la bocca, e lei ha raggiunto un secondo orgasmo più lungo, più umido, che le ha fatto tremare le gambe.
Andrea si è avvicinato a me.
Ho esitato un istante. Poi mi sono messa a quattro zampe. Quando è entrato ho chiuso gli occhi. Era più grosso di quanto mi aspettassi, e sapeva muoversi: spinte profonde, regolari, il pube che batteva contro le mie natiche. Sentivo il suo sesso riempirmi, le mani che mi stringevano i fianchi. Dopo poco il corpo ha cominciato a rispondere nonostante tutto. Un piacere netto, quasi meccanico, che saliva lo stesso. Ho gemuto. Ma anche mentre venivo — una sola volta, breve e chiara — i miei occhi non abbandonavano Tristano.
Lo vedevo sopra Chiara.
All’inizio controllato, poi più deciso. Le mani grandi le tenevano i fianchi, la bocca le lavorava i seni. Lei è venuta di nuovo, con un suono rotto. Lui l’ha girata sulla pancia, l’ha sollevata sui ginocchi e l’ha penetrata da dietro con spinte lunghe e misurate. Una mano le scendeva davanti e le accarezzava il clitoride. Chiara ha urlato nel cuscino alla terza venuta. Tristano non si è fermato. Ha proseguito con quella dedizione paziente, quasi generosa, fino a farla godere ancora, più debolmente, mentre lei ansimava e diceva «basta… non ce la faccio più».
A un certo punto lui ha alzato gli occhi e mi ha cercata.
Mi ha tenuto lo sguardo mentre continuava a spingere dentro Chiara. Non c’era sfida in quello sguardo. C’era qualcosa di più quieto e, proprio per questo, più difficile da sopportare.
Quando tutto si è calmato, i corpi erano caldi e sudati.
Chiara era ancora affannata. Tristano le accarezzava i capelli con un gesto naturale, quasi distratto. Andrea mi ha baciato la spalla.Probabilmente, riconoscenza.
Io ho sorriso.
Più tardi, quando se ne sono andati, l’attico è tornato silenzioso.
Tristano mi ha preso tra le braccia vicino alla vetrata. Mi ha baciato la fronte.
«Tutto bene?»
Ho annuito.
Non era vero.
Avevo immaginato una serata diversa. Invece, mentre lo osservavo accarezzare i capelli di Chiara con quella stessa naturalezza con cui di solito toccava me, ho avvertito una fitta precisa. Non era rimprovero. Era soltanto la sorpresa secca di scoprirmi gelosa. Per la prima volta. Attraverso un gesto suo, semplice, ho compreso che qualcosa in me non aveva ancora lasciato del tutto aperto quello spazio che, da anni, credevamo di aver già concesso.
Tristano non ha aggiunto altro. Ha solo stretto le braccia intorno a me.
Io sono rimasta così, con quella consapevolezza nuova, senza cercare di scioglierla.
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