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tradimenti

Il colloquio


di BoboloeBobola
20.10.2026    |    2.416    |    1 9.7
"Infine, Andrea la fece sdraiare sulla scrivania, togliendole ogni residuo vestito..."
La pioggia batteva monotona sul tetto della macchina di Claudio. Lui teneva le mani strette sul volante, lo sguardo fisso sull’ingresso principale del grattacielo di vetro e acciaio della “Ares Consulting”. Accanto a lui, Simona sistemava l’ultimo ricciolo ribelle. Indossava un completo da segretaria impeccabile: una giacca nera aderente, una camicetta bianca di seta semi-trasparente che lasciava intravedere il reggiseno color panna, e una gonna a matita grigio antracite che le scendeva fino al ginocchio, esaltando ogni curva. Le calze autoreggenti disegnavano un’ombra seducente sulle cosce.

"Pronta?" chiese Claudio, la voce un po' strozzata.

"Più che mai," sussurrò lei, con un sorriso che non raggiunse gli occhi. Scese dall’auto, il tacco dodici che scandiva un ritmo deciso sul marciapiede bagnato. Claudio la seguì, sentendosi fuori posto nel suo completo grigio economico.

L’atrio era un vuoto abbagliante di marmo lucido e luci fredde. La receptionist li indirizzò agli ascensori. Il viaggio fino al ventottesimo piano fu silenzioso, rotto solo dal leggero profumo di Simona, un misto di gelsomino e desiderio.

La porta dell’ufficio di Andrea, Direttore delle Risorse Strategiche, era di legno massello. Claudio bussò, debolmente.

"Avanti!" risonò una voce dall’interno, profonda, autoritaria.

Entrarono. L’ufficio era vasto, con una parete interamente di vetro che dominava la città. Dietro una scrivania monumentale in ebano, Andrea si alzò.

Era un monumento lui stesso. Alto almeno un metro e novanta, con spalle così larghe da sembrare scolpite nella roccia. Indossava un completo su misura di un blu notte profondo, la camicia bianca tesa sul petto possente, la cravatta di seta allentata di un soffio. I suoi avambracci, nudi dove erano rimboccate le maniche, erano corde di muscoli definiti, percorsi da vene prominenti. I suoi lineamenti erano duri, mascolini, lo sguardo grigio-acciaio che li scrutò, per poi fissarsi, come un laser, su Simona.

"Signora Simona," disse, avanzando. La sua mano, grande e con nocche pronunciate, inghiottì quella di Claudio in una stretta che fu più un atto di dominanza che un saluto. Poi si rivolse a lei. "Il piacere è mio." Prese la mano di Simona, ma invece di stringerla, la portò delicatamente alle labbra, sfiorandone le nocche. Claudio vide un brivido impercettibile percorrere la schiena di sua moglie.

"Grazie per l’opportunità, signore," disse Simona, la voce leggermente tremula.

"Chiamami Andrea. Prego, siediti." Indicò le due sedie di pelle di fronte alla scrivania. Claudio si sedette, rigido. Andrea tornò dietro la sua postazione, ma invece di sedersi, si appoggiò allo schienale della sua poltrona, studiandoli. Lo sguardo era intenso, valutativo.

"Simona, il tuo curriculum è interessante," iniziò, la voce un ronzio basso che riempiva la stanza. "Ma in un ruolo di segretaria esecutiva, le competenze tecniche sono solo la metà della storia. Serve… dedizione assoluta. Discrezione. E la capacità di soddisfare esigenze… particolari. Molto particolari."

Claudio deglutì. C’era qualcosa di sinistro, di deliberatamente ambiguo, in quelle parole.

"Credo di possedere quelle qualità," rispose Simona, tenendo lo sguardo basso, le mani intrecciate in grembo.

"Dimostramelo," disse Andrea, semplice, diretto.

Poi, con un movimento fluido, si allontanò dalla scrivania e andò verso un elegante mobiletto bar. Non estrasse bottiglie, però. Apri un cassetto e ne tirò fuori degli oggetti che fecero gelare il sangue a Claudio.

Posò sulla scrivania, con un tonfo sordo, due dildi di silicone nero, di dimensioni impressionanti, uno più grosso dell’altro, entrambi con vene realistiche scolpite. Accanto a questi, un vibratore a forma di lingualina, sottile e preciso, e uno spesso anello di metallo lucido con una piccola protuberanza a forma di perla.

"Questi," disse Andrea, indicando i giocattoli, "sono i miei strumenti di valutazione pratica. Voglio vedere come gestisci… situazioni di pressione. Come ti adatti a richieste inaspettate."

Claudio balzò in piedi. "Ma… questo è… questo è oltraggioso! Simona, andiamocene!"

Simona non si mosse. Alzò lo sguardo verso Andrea, poi verso Claudio. I suoi occhi, prima incerti, ora brillavano di una luce strana, di eccitazione e sottomissione. "Claudio," disse dolcemente, "aspetta fuori. Per favore."

"No! Non puoi…"

"Fuori!" La voce di Andrea non era un urlo, era un comando tagliente come una lama, che tagliò l’aria e ogni residua resistenza in Claudio. "O la porta è là, o tu resti e taci. Scegli."

Claudio, pallido, tremante, sentì le gambe cedere. L’autorità di quell’uomo era fisica, opprimente. Barcollò verso la porta, lanciando un ultimo sguardo a Simona. Lei non lo stava neanche guardando. I suoi occhi erano fissi sui giocattoli sulla scrivania, e sulle mani potenti di Andrea che li accarezzavano.

"Ti… ti chiamo appena finito," mormorò Simona, senza voltarsi.

Claudio uscì, la porta si chiuse alle sue spalle con un click definitivo. Si appoggiò al muro del corridoio deserto, il cuore che gli martellava in gola. Dall’interno non provenivano urla, ma suoni soffocati, sussurri, il leggero cigolio della pelle della poltrona.

Dentro l’ufficio, il mondo si era trasformato.

Andrea aveva fissato Simona con uno sguardo da predatore. "In ginocchio. Ora."

Simona, con un tremito che non era di paura, scivolò dalla sedia e si inginocchiò sul tappeto persiano spesso. Andrea si avvicinò, la sua mole che le gettava un’ombra. Con movimenti lenti, deliberati, sbottonò la sua giacca e la camicia. Il torso che si rivelò era una mappa di muscoli definiti, un addome scolpito in sei pacchetti duri come roccia, un petto ampio e potente. I suoi pantaloni, già tesi, mostravano chiaramente un’erezione imponente, una massa che prometteva possesso totale.

"La lezione inizia," sussurrò.

Prima, usò il vibratore a lingualina. Acceso alla massima potenza, lo fece scivolare lungo il collo di Simona, tra i seni che spuntavano dalla camicetta semiaperta. Lei gemeva, la testa rovesciata all’indietro. Poi, le sollevò la gonna. Le calze autoreggenti, la giarrettiera, l’elastico della sua biancheria nera e in pizzo. Andrea fece scivolare la lingualina sotto il pizzo, direttamente sul suo clitoride già gonfio. Le vibrazioni intense, precise, la fecero urlare, un suono soffocato nel palmo della mano enorme che Andrea le premette sulla bocca.

"Zitta. Sei a un colloquio, non in un bordello," ringhiò lui, mentre con l’altra mano manovrava il vibratore, aumentando la pressione. Simona si contorceva, le lacrime di piacere le rigavano il trucco, il suo corpo che si arrendeva a quell’assalto metodico.

Poi, arrivò il primo dildo, il più piccolo dei due, ma comunque enorme. Andrea lo intrise di lubrificante preso dal cassetto. "Mostrami la tua… flessibilità."

Con mani esperte, la fece piegare sulla scrivania, il viso schiacciato contro il legno freddo dell’ebano, il sedere alto in aria. La gonna arrotolata in vita. Lui le strappò via il perizoma di pizzo con un gesto secco. Poi, senza preavviso, le conficcò il dildo dentro di lei. Simona urlò, ma la sua voce era pura estasi. Andrea lo muoveva con forza, a fondo, ogni spinta un’affermazione di dominio. "Dimmelo. Dimmi che lo vuoi. Dimmi che è meglio di qualsiasi cosa quel verme fuori ti abbia mai dato."

"È… è vero! Oh Dio, è vero!" singhiozzò lei, afferrando i bordi della scrivania mentre il giocattolo la sfondava, riempiendola in modo che Claudio non aveva mai nemmeno lontanamente immaginato.

Ma Andrea non era soddisfatto. Sostituì il primo dildo con il secondo, quello più grosso, mostruoso. La preparò con le dita, allargandola, prima di iniziare a inserire la punta. Simona gridò, un misto di dolore e piacere così intenso da essere quasi religioso. Lui la penetrò con quel mostro, lentamente, inesorabilmente, fino a che non fu completamente incastrata su di esso, il suo corpo che si adattava a una dimensione proibita.

"Ora," ansimò Andrea, il suo respiro caldo sul suo orecchio. "Ora voglio la tua bocca."

Si tirò fuori i pantaloni il suo membro. Era come il resto di lui: magnifico, potente, spaventosamente grande. Lungo, spesso, con un’erezione così dura da sembrare di marmo, la punta lucida di desiderio. Simona, ancora trafitta dal dildo enorme, si girò a fatica, gli occhi pieni di adorazione. Lo prese in bocca, cercando di accoglierne tutta la lunghezza. Andrea le afferrò i capelli, guidando il ritmo, spingendo fino in fondo alla sua gola, soffocandola dolcemente, brutalmente. Lei si lasciava usare, leccando, succhiando, adorando quella potenza con una devozione totale.

La complicità era palpabile. Andrea sussurrava oscenità, elogiando la sua bocca, la sua sottomissione. Lei rispondeva con gemiti soffocati, con lo sguardo perso nella sua mascolinità trionfante. Era un rituale, una danza primordiale dove lui era il dio e lei l’offerta sacrificale, e entrambi ne erano estaticamente consapevoli.

Infine, Andrea la fece sdraiare sulla scrivania, togliendole ogni residuo vestito. Le applicò l’anello vibrante clitorideo, accendendolo. La piccola perla di silicone si mise a martellare sul suo clitoride mentre lui, finalmente, sostituì i giocattoli con la sua vera carne.

La penetrazione fu un evento. Simona urlò, le unghie che graffiavano il legno pregiato. Andrea la scopò con una forza animalesca, ogni colpo un’affermazione di possesso, il suo corpo muscoloso che si contorceva sopra di lei, sudato, potente. Le teneva le braccia sopra la testa con una mano sola, così forte da lasciare lividi. Con l’altra, manovrava il vibratore, accelerando il suo piacere. La fece venire più volte, violentemente, mentre lui continuava a pompare, finché con un ruggito soffocato non le scaricò dentro tutto il suo seme, caldo e abbondante, riempiendola, marchiandola.

Rimasero così per un momento, il suo peso su di lei, il loro respiro affannoso che era l’unico suono. Poi, Andrea si ritirò. Senza una parola, le porse un fazzoletto di seta per pulirsi. Lei lo fece, con movimenti tremanti, mentre lui si rivestiva con la stessa calma con cui si era spogliato.

"L’assunzione è confermata," disse, tornando dietro la scrivania come se nulla fosse. "Inizi lunedì. Avrai dei compiti… supplementari."

Simona, a pezzi e rinata, annuì, raccogliendo i suoi vestiti con mani malferme. Si rivestì alla meglio, la gonna macchiata, la camicetta strappata in un punto, ma con un’espressione sul volto che Claudio non le aveva mai visto: una pace profonda, una soddisfazione totale.

Quando Simona uscì dall’ufficio, quasi un’ora dopo, Claudio era ancora lì, accasciato a terra. Lei si avvicinò, i suoi passi ancora instabili. Il suo profumo era cambiato, mescolato a quello di sudore maschile, di silicone, di sesso.

Claudio alzò lo sguardo, disperato. "Simona… cosa… cosa è successo?"

Lei gli sorrise, un sorriso radioso, vero. Si chinò e lo baciò sulle labbra, un bacio che sapeva di un altro uomo, di potere, di sottomissione. "Sono stata assunta, amore," sussurrò, gli occhi che brillavano di una gioia perversa. "E sarà… magnifico."

Claudio, in quel bacio, nel suo sguardo, capì tutto. E qualcosa dentro di lui, l’ultimo brandello della sua mascolinità, si spezzò per sempre, lasciando solo un vuoto freddo e un’eccitazione umiliante che non osava ammettere. La sua nuova vita, e la sua nuova prigione, erano appena cominciate.
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