Las Palmas 2022 - giorno #4
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Lei si voltò lentamente verso di me, ma questa volta non c’era solo il suo solito sorriso crudele. Nei suoi occhi lessi un’ombra di fastidio, di irritazione trattenuta.
La sua mano scivolò sul metallo della gabbia e sospirò, scuotendo appena la testa.
«Sai cosa mi ha deluso ieri sera?» disse piano. «Quel bull. Credevo che avrebbe saputo dominare la scena, che avrebbe mostrato la sua forza… e invece non è stato all’altezza. Una perdita di tempo.»
Sentii un brivido gelido attraversarmi. Non era solo il ricordo dell’incontro a renderla irritata: era la sua aspettativa tradita, il suo desiderio insoddisfatto. E io ero lì, nudo e impotente, senza poter fare nulla per compensarla.
«Ed è proprio per questo,» continuò con voce più dura, «che oggi sarai tu a pagare. Non sei colpevole… ma sei l’unico che può subire la mia delusione. Ogni mia frustrazione cadrà su di te. Capito?»
Abbassai lo sguardo, mormorando un «Sì, padrona» quasi impercettibile.
Scendemmo insieme nella corte con piscina. Lei si sedette a colazione, io in ginocchio al suo fianco, come sempre. Ma ogni suo gesto — il modo in cui beveva il caffè, il modo in cui lasciava cadere briciole apposta sul tavolo per costringermi a raccoglierle con la lingua — aveva un’intensità nuova. Non era solo gioco, era rabbia che cercava sfogo.
Il suo sguardo mi trapassava: crudele, insoddisfatto, deciso a trasformare quella delusione in un giorno di prove ancora più dure.
La mattina proseguì con lo stesso rituale crudele. Mia moglie si sedette a tavola, elegante e sicura, mentre io rimanevo nudo e in ginocchio accanto a lei, la gabbia che stringeva dolorosamente il mio sesso.
«Avvicinati» ordinò appena prese la prima tazza di caffè. Allungò il piede nudo verso di me, posandolo sulle mie labbra. «Lecchiali bene, uno a uno.»
Obbedii subito. Passai la lingua sulle dita sottili, sulla pianta, sul tallone, raccogliendo il sapore salato della pelle. Lei continuava a mangiare come se nulla fosse, come se io non fossi che un tappeto umano ai suoi piedi.
«Più in basso» aggiunse con calma, spostando leggermente la sedia. Con un gesto sicuro sollevò la veste leggera, scoprendo la sua intimità. «Adesso lecca qui, mentre finisco la colazione.»
Il suo profumo mi travolse, crudele e ipnotico. Obbedii in silenzio, mentre lei portava frutta alla bocca e sorseggiava lentamente il caffè. Ogni movimento della mia lingua era un atto di devozione e di umiliazione.
Fu in quel momento che il telefono vibrò sul tavolo. Lei non mi fermò, anzi mi spinse più a fondo con un gesto della mano. Con l’altra rispose con voce calma:
«Pronto, Sara…»
Io continuavo a leccare, sentendo solo frammenti della conversazione. Mia moglie raccontava la delusione della sera precedente, la sua irritazione per quel bull che non era stato all’altezza delle aspettative. Ogni parola era un colpo al mio cuore: la sua frustrazione si sommava al mio senso di impotenza.
Dall’altra parte Sara rise piano e disse con sicurezza:
«Non preoccuparti, cara. Dopo pranzo ti manderò un amico, un vero Bull. Non resterai delusa questa volta.»
Il corpo di mia moglie ebbe un piccolo sussulto di piacere, come se la sola promessa l’avesse già saziata un poco. «Perfetto» rispose con tono soddisfatto. «Lo aspetto.»
Quando chiuse la chiamata, mi afferrò per i capelli e mi costrinse a sollevare il viso, bagnato e umiliato.
«Hai sentito, schiavo? Sara mi manderà un uomo vero. Oggi vedrai la differenza. Tu invece resterai in ginocchio, a guardare e servire.»
Il mio stomaco si contrasse. La giornata era appena iniziata, e già sapevo che la mia sottomissione avrebbe toccato nuovi abissi.
Dopo la chiamata con Sara, mia moglie si alzò dal tavolo della colazione e con un cenno del capo mi ordinò di seguirla. Uscimmo nella corte assolata, dove l’acqua della piscina scintillava sotto il sole.
Lei si sedette su una poltroncina elegante, accavallando le gambe. Io restai in piedi, nudo e ingabbiato, in attesa.
«A quattro zampe» disse piano.
Obbedii subito. Con il piede spinse una ciotola verso di me: conteneva pezzi di frutta che aveva fatto preparare per colazione.
«Mangia da lì, senza mani.»
Mi chinai, raccogliendo la frutta con la bocca, mentre il succo colava sul mento e sul petto. Lei rise piano, sorseggiando acqua fresca. Poi mi fece girare e ordinò:
«Fai il tavolino. Voglio appoggiare il bicchiere sulla tua schiena.»
Rimasi immobile, piegato in avanti a quattro zampe. Sentii il bicchiere posarsi in equilibrio tra le scapole: ogni mio respiro diventava un rischio. Lei sorseggiava lentamente, godendo del mio tremore.
Dopo un po’ mi fece cenno di avvicinarmi e allungò i piedi nudi.
«Lucidali con la lingua. Voglio che brillino.»
Leccai ogni dito, ogni unghia, passando la lingua lungo la pianta e la caviglia. Lei sospirava, rilassata. Quando ebbe finito, mi fissò negli occhi e con voce più dura disse:
«Non basta. Andiamo alla spiaggia.»
La spiaggia privata iniziava proprio oltre il cancello della corte. Qualche passo e la sabbia calda ci avvolse. Alcuni lettini da sole erano disposti in fila, rivolti verso il mare. Lei scelse il più centrale, si sdraiò elegante, e io rimasi in piedi accanto a lei, esposto e vulnerabile.
«Inginocchiati.»
Mi abbassai subito. Prese un grappolo d’uva dal vassoio, ne morse un acino e lasciò cadere il resto sulla sabbia, vicino alle mie ginocchia.
«Raccoglilo con la lingua.»
Lo feci, mordendo i chicchi sporchi di sabbia. Lei rise. Poi lasciò cadere altri pezzi di frutta, alcuni persino accanto alla gabbia. «Tutto con la lingua. Dimostra che sei un cane obbediente.»
Dopo poco scostò il pareo e allungò i piedi sporchi di sabbia verso la mia bocca.
«Ripuliscili bene. Grano dopo grano.»
Leccai lentamente, raccogliendo ogni granello, finché la pelle tornò liscia. Lei guardava l’orizzonte, divertita dall’idea che qualcuno, da lontano, avrebbe potuto intravedere la scena.
Poi, con un sorriso crudele, sussurrò:
«Adesso resta fermo. Ti userò come toilette.»
Si sollevò appena e lasciò che il flusso caldo mi bagnasse il petto e il ventre, colando sulla sabbia. Io tremavo di vergogna, ma lei rideva, compiaciuta della mia impotenza.
«Ecco,» disse infine sdraiandosi di nuovo sul lettino. «Ora sì che mi sento meglio. Riposati un po’, schiavo… perché dopo pranzo arriverà il Bull che mi ha promesso Sara. E allora la tua umiliazione ricomincerà da capo.»
Dopo la mattina lunga tra corte e spiaggia, mia moglie mi ordinò con voce ferma:
«Preparati. Voglio che tu sia pronto in ogni senso… anche analmente. Il Bull arriverà presto.»
Il cuore mi batteva all’impazzata. La mia mente cercava di anticipare ciò che sarebbe successo, ma ogni pensiero era interrotto dall’odore del suo corpo e dalla gabbia che continuava a stringere il mio sesso impotente.
Pranzammo solo noi due, nella sala da pranzo della corte. Non c’erano altri presenti, ma il pasto non era un momento di relax: ogni gesto, ogni morso, era un ordine mascherato da cibo.
«Avvicinati» ordinò, poggiando le gambe sotto il tavolo.
Obbedii, inginocchiandomi. Mi fece raccogliere briciole di pane con la lingua, pulire gocce di vino cadute vicino ai suoi piedi, servire l’acqua e il caffè con mani tremanti. Ogni mia azione era attentamente osservata, giudicata, e corretta con piccoli colpi o schiaffi leggeri sul petto e sui glutei.
Quando leccavo i piedi, o raccoglievo la frutta caduta, il suo sguardo era compiaciuto ma severo.
«Non dimenticare chi sei» mi ricordò, «e qual è il tuo ruolo oggi. Ogni mia frustrazione e desiderio cadranno su di te.»
Appena terminato il pranzo, mentre cercavo di raccogliere l’ultimo bicchiere di vino, il telefono vibrò sul tavolo. Era il Bull:
«Arrivo tra 10 minuti.»
Mia moglie sorrise lentamente, i suoi occhi brillavano di anticipazione.
«Hai sentito, schiavo? Presto vedrai cosa significa un uomo vero. E tu resterai al tuo posto… nudo, ingabbiato e pronto. Tutto ciò che farai sarà solo per servire e obbedire.»
Rimasi immobile, tremante, consapevole che i minuti successivi sarebbero stati un conto alla rovescia di vergogna, desiderio e totale sottomissione.
Il suono di un motore ci fece voltare. La porta della corte si aprì e il Bull arrivò: alto, imponente, con un’aria sicura di sé. Mia moglie era già pronta: vestita in modo molto sexy, con un abbigliamento che lasciava intuire ogni curva, i capelli raccolti e il sorriso sicuro di chi sa di avere il controllo. Io, come sempre, rimasi in ginocchio accanto al tavolo, nudo e ingabbiato, pronto a servire.
Dopo le presentazioni formali, il Bull estrasse il telefono e chiamò Sara. Lei rispose immediatamente, con la sua voce calma ma autoritaria, e cominciò a spiegargli in dettaglio le regole del gioco:
cosa poteva fare con me come cuckold, come sfruttare la mia totale sottomissione,
quali umiliazioni poteva impartire senza violare i limiti stabiliti,
cosa poteva fare mia moglie come hotwife, mostrando il suo potere e piacere senza restrizioni.
Io rimanevo inginocchiato accanto al tavolo, il cuore che batteva all’impazzata. Servivo loro il vino: riempivo i bicchieri con mani tremanti, con la testa bassa, seguendo ogni loro movimento. Ogni sorso che prendevano era un promemoria del mio ruolo: completamente impotente, oggetto dei loro desideri e della loro pianificazione.
Mia moglie ascoltava attentamente, annuendo, godendo della prospettiva che si stava delineando. Ogni tanto incrociava il mio sguardo dall’alto, ricordandomi con un sorriso crudele quanto fossi solo un servitore, spettatore e strumento della sua soddisfazione.
Il Bull, dal canto suo, sembrava già a suo agio, seguendo con attenzione le istruzioni di Sara. Ogni movimento, ogni gesto, era parte di un rituale che mi faceva sentire più piccolo e vulnerabile. Io rimanevo lì, inginocchiato, con il bicchiere di vino in mano, completamente sotto il loro controllo.
Il sole della corte illuminava la scena, ma l’atmosfera era piena di tensione: sapevo che da lì a pochi minuti le regole impartite da Sara si sarebbero tradotte in prove concrete di sottomissione, e io non avrei potuto fare altro che obbedire
Mia moglie si sistemò con eleganza sul lettino accanto alla piscina. Le gambe accavallate, lo sguardo freddo e deciso. Con un semplice cenno del capo mi ordinò di avvicinarmi al Bull.
«Preparalo» disse, la voce ferma come una lama.
Il cuore mi balzava nel petto. Avanzai carponi verso di lui, la gabbia che stringeva dolorosamente il mio sesso mi ricordava ogni secondo la mia condizione di schiavo. Il Bull mi guardava dall’alto, sicuro di sé, con un mezzo sorriso di compiacimento.
«Con la bocca» aggiunse mia moglie, senza neanche degnarmi di uno sguardo.
Non osai protestare: obbedii, inchinandomi, mentre loro due si lasciavano andare ai primi gesti di intimità. Lei gli sfiorava il volto con le dita, si baciavano lentamente, e le loro mani si muovevano con crescente desiderio.
Io, inginocchiato ai piedi del Bull, sentivo la mia umiliazione crescere a ogni secondo. La padrona ogni tanto allungava la mano e con un gesto secco mi spingeva la testa più a fondo, costringendomi a superare i miei limiti. Era un atto di potere puro: non cercava solo la mia obbedienza, ma voleva anche mostrarmi quanto fossi inferiore.
Dal lettino si udivano i loro sospiri, le loro risate complici, mentre io lottavo con il respiro e con la vergogna. Lei non smetteva di baciarlo, di accarezzarlo, ma ogni tanto si voltava verso di me, osservando la scena con occhi crudeli e compiaciuti.
«Guarda bene, schiavo» mi disse, stringendo la mano di lui e guidandola sul suo corpo. «Questa è la differenza tra un uomo e te. Tu servi. Lui mi prende.»
Quelle parole mi colpirono come una frustata. Ero ridotto a strumento, un oggetto utile solo a mostrare la distanza abissale tra il loro piacere e la mia impotenza.
La scena proseguì lenta, carica di tensione. Il sole bruciava la pelle, il cuore mi martellava in gola. Eppure non c’era scampo: ogni gesto, ogni ordine, ogni sguardo di mia moglie mi teneva incatenato a quel ruolo di umiliazione totale.
Il tempo sembrava fermarsi mentre loro due si abbandonavano sul lettino, presi dal desiderio e dalla complicità. I loro baci diventavano più profondi, le carezze più audaci, i sospiri più intensi. Io rimanevo in ginocchio, ai piedi del loro piacere, invisibile come un’ombra.
Ogni tanto, con un gesto distratto, mia moglie mi richiamava. «Vieni qui, schiavo.»
E io accorrevo subito, costretto a servire con la bocca o con la lingua, solo per qualche istante, prima che mi respingessero di nuovo al mio posto. Ero un giocattolo da usare nelle pause, un oggetto che serviva a riempire i loro silenzi, mai protagonista, sempre marginale.
Il Bull rideva di me, trovando naturale la mia obbedienza. Mia moglie invece godeva nel vedermi umiliato: ogni volta che mi avvicinavo, il suo sguardo crudele mi trapassava, ricordandomi che io non ero altro che un servo.
Infine, quando il loro piacere raggiunse il culmine, venni chiamato un’ultima volta. La scena si trasformò in un rituale di dominio: il Bull mi usò come simbolo della mia inferiorità, mentre mia moglie, con suprema eleganza e crudeltà, suggellò la mia condizione con un gesto definitivo.
Rimasi inginocchiato, il volto bagnato, marchiato dal loro potere. Lei rise piano, soddisfatta, e accarezzò il volto del Bull con dolcezza, mentre a me non rivolse neppure uno sguardo.
«Ecco» disse infine, con voce calma ma implacabile. «Adesso sì che sono appagata. Tu, schiavo, ricorda bene questa giornata: questo è il tuo posto. Questo è il tuo destino.»
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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