UN MASSAGGIO UNICO
Tantra_Massage
Non era un semplice massaggio.
Era una dichiarazione d’intenti.
Il pollice premeva, scivolava, approfondiva.
Un dolore acuto e dolce mi percorse la gamba, diretto al bacino, e un gemito mi sfuggì… Lui non si fermò.
Salì lungo i polpacci, le sue dita che spremevano la mia carne con una pressione che mi faceva stringere i denti, poi rilassare in un sospiro profondo. Sentivo i liquidi muoversi, la pelle distendersi sotto quel linfodrenaggio insistente.
Ogni strisciata delle sue mani era un’esplorazione, una mappa che tracciava sul mio corpo.
Quando raggiunse i glutei, il suo respiro cambiò.
Si fece più vicino, più intimo.
Le mani lavorarono la muscolatura tesa, sciogliendo nodi di cui ignoravo l’esistenza, ma fu quando un dito sfiorò l’apertura dell’ano che il mio corpo si inarcò tutto.
“Rilassa le tensioni nervose,” sussurrò, e la sua punta, lubrificata dall’olio, premette appena, accennando una penetrazione che non avvenne.
Era solo una facilitazione della dilatazione, diceva la tecnica, ma il mio cuore batteva a martello.
Il sangue affluiva là sotto, caldo e pesante.
“Girati”
Lo feci, nuda e vulnerabile sul lettino.
La sua ombra mi coprì.
Le sue dita partirono dal collo, sciogliendo le corde tese dello stress, poi scesero lungo lo sterno.
Quando le palme cinsero i miei seni, un brivido violento mi scosse.
Le manipolazioni erano precise: pizzicotti leggeri alle estremità, pressioni circolari che stimolavano un afflusso di sangue che li faceva gonfiare, diventare pesanti e sensibili sotto il suo tocco.
Ogni sfioramento del capezzolo era una scossa diretta alla fica, che sentivo già umida e pulsante.
Scese ancora, sull’addome. Le sue mani lavorarono i visceri attraverso la parete muscolare, una pressione profonda che mi faceva contorcere. Stomaco, intestino, fegato – tutto era connesso, tutto rispondeva con un brivido di piacere viscerale.
Poi le sue mani si fermarono, ai lati del mio pube. “Il massaggio yoni,” annunciò, e non ci fu più alcuna finzione terapeutica nello sguardo che incrociò il mio.
Era brama pura.
Un dito scivolò lungo le pieghe, già bagnate. “Per il flusso sanguigno,” disse, ma era una presa in giro, e io ansimai in risposta.
Trovò il clitoride e cominciò a massaggiarlo con movimenti circolari, precisi, inesorabili.
Non era carezza, era studio applicato.
Il mio bacino si sollevò incontro a quella pressione.
Un secondo dito entrò dentro di me, lentamente, ruotando, allargando.
La sensazione di essere riempita, esplorata così profondamente, mi fece gemere forte.
“Sei così bagnata,” disse lui, la voce roca. Il dito dentro di me si ritrasse e rientrò, più veloce, mentre il pollice continuava a tormentare il clitoride. “E così stretta. I tuoi muscoli stanno già pompando.”
Non riuscivo a parlare. Il piacere era una spirale che si stringeva alla base della mia pancia, un nodo di fuoco che lui stava tirando con mano esperta.
Il mio respiro diventò un ansito sincopato, le mie mani si aggrapparono ai bordi del lettino di cuoio.
Poi si fermò.
Tirò via le mani. L’aria fredda dello studio colpì la mia pelle bagnata di sudore e di olio, e io gemetti di frustrazione, aprendo gli occhi. Lui era in piedi accanto al lettino, si stava sfilando i pantaloni della divisa .
La sua erezione era già piena, il suo cazzo duro e curvato verso l’alto pulsava sotto la luce fioca.
Lo guardai, la bocca asciutta, il desiderio che mi bruciava le viscere.
“Non è più un massaggio, vero?” riuscii a dire, la voce strozzata.
“No,” ammise semplicemente. Si chinò su di me, un ginocchio sul lettino, e le sue mani mi afferrarono i fianchi, sollevandomi.
Mi sistemò un cuscino sotto il bacino, alzandomi, offrendomi a lui. “Ora è solo questo.”
La punta del suo cazzo trovò la mia fica, bagnatissima, e vi si appoggiò. Premette. Per un secondo interminabile sentii solo quella pressione calda e smussata, l’attesa straziante. Poi spingendo con un’anca, entrò.
Un gemito profondo, strappato dai polmoni di entrambi, riempì la stanza. Lui riempiva ogni spazio, allargando, occupando.
Era una penetrazione lenta, totale, che non lasciava scampo.
Si fermò quando fu completamente dentro, le sue palle che premevano contro di me.
Mi guardò, gli occhi verdi e fissi, mentre io mi adattavo alla sua dimensione, al bruciore dolce dell’essere così piena.
“Dio,” sibilai.
Cominciò a muoversi.
Non uno sbattere veloce e disperato, ma una ritirata lenta, quasi completa, seguita da una risposta altrettanto lenta e profonda.
Ogni colpo mi faceva sentire ogni centimetro di lui, lo sfregamento interno che accendeva nervi che non sapevo di avere.
Le sue mani stringevano i miei fianchi, le dita che affondavano nella mia carne, guidando il ritmo.
Il suono era umido, schioccante, osceno. I miei gemiti si mischiavano al suo respiro affannoso.
Lasciai che la testa ricadesse all’indietro, abbandonandomi a quella sensazione brutale e magnifica.
Lui cambiò angolo, e la prossima spinta fece urlare me.
Aveva trovato qualcosa dentro, un punto che trasformò il calore in elettricità pura.
“Lì,” ansimai. “Proprio lì.”
Un sorriso feroce gli increspò le labbra.
Si concentrò su quel punto, colpendo con precisione chirurgica, il ritmo che diventava più deciso, più meccanico.
Le sue mani lasciarono i miei fianchi, una risalì a stringermi un seno, a pizzicarmi il capezzolo già durissimo, mentre l’altra scivolò giù tra i nostri corpi uniti.
Trovò il mio clitoride di nuovo, gonfio e iper-sensibile. Il tocco delle sue dita, ruvido e diretto, fu la goccia che fece traboccare il vaso.
La pressione dentro di me esplose. Un orgasmo mi percorse come una scossa violenta, facendomi irrigidire, poi contorcere sotto di lui.
Strinsi forte intorno al suo cazzo, le contrazioni involontarie che lo spremevano, e lui gemette una bestemmia soffocata.
Ma non si fermò. Continuò a sbattere dentro di me, più veloce ora, sfruttando le mie convulsioni per il suo piacere. Il mio orgasmo si prolungava in onde tremule, ogni nuova spinta che ne innescava una più piccola.
La sua respirazione diventò un ringhio.
Le sue mani mi bloccarono i fianchi con forza brutale, inchiodandomi al lettino.
“Stai per venire?” gli chiesi, con voce rotta.
Lui annuì, incapace di parlare.
Vidi la tensione sul suo volto, il modo in cui gli occhi si strizzarono.
Sentii il suo cazzo pulsare dentro di me, poi il calore improvviso del suo venire che mi riempiva, getto dopo getto.
Il suo corpo si irrigidì sopra il mio, un ultimo colpo profondo che lo fece tremare dalle fondamenta.
Poi crollò su di me, il peso pieno che mi schiacciò sul lettino sudato.
Rimase lì, dentro di me ancora molle, mentre il suo respiro affannoso risuonava nel mio orecchio.
Il suo sudore gocciolava sulla mia schiena.
Nessuno parlò per lunghi minuti. Il solo suono era quello del nostro respiro che gradualmente tornava normale.
L’odore di sesso, di olio essenziale di aloe e di pelle salata saturava l’aria.
Fu lui a muoversi per primo.
Si ritirò da me con un leggero gemito, il suono umido finale dell’abbandono.
Si sedette sul bordo del lettino, le spalle curve, a guardare il pavimento.
Io rimasi come lui mi aveva lasciato, a pancia in giù, sentendo il suo sperma colarmi fuori da me lungo la coscia interna.
Una sensazione viscida, possessiva. Chiudevo gli occhi, ascoltando il battito del mio cuore che rallentava.
“Allora,” disse lui alla fine, la voce ancora ruvida. “Il flusso sanguigno adesso è decisamente migliorato.”
Un riso breve, rauco mi sfuggì dalla gola. Riuscii a girarmi sul fianco per guardarlo. Vidi il suo profilo stanco, soddisfatto.
“E i meridiani energetici?” chiesi.
Li riallineò tutti,” disse lui voltandosi verso di me.
I suoi occhi chiari erano calmi ora, privi della brama acuta di prima, ma ancora carichi di una specie di sazietà animalesca. “Ma servirà un’altra sessione per consolidare i risultati.”
Sorrise.
Non un sorriso tenero o amoroso. Era un sorriso da cacciatore che sa dove tornare a caccia.
Io annuii, stendendo una mano per prendere la mia maglietta dal pavimento. La pelle era sensibile, i muscoli molli. Ogni movimento ricordava esattamente cosa era successo.
“Quando?” chiesi semplicemente.
“Mercoledì,” rispose lui alzandosi.
Andò verso il lavandino, iniziando a lavarsi le mani con metodo. “Alle sette.”
“Va bene.”
Mi vestii in silenzio mentre lui puliva il lettino con uno spray dall’odore disinfettante.
Non ci furono abbracci d’addio, né baci sulle guance.
Quando aprii la porta dello studio, l’aria più fresca del corridoio mi investì.
Mi voltai un’ultima volta.
Lui era già dietro al suo lettino
“A mercoledì,” dissi.
Alzò lo sguardo e annuì. “A mercoledì.”
Chiusi la porta alle mie spalle.
I miei passi sull’acciottolato della via risuonavano vuoti della sera.
Sentivo ancora il suo odore sulla pelle, il ricordo della sua pressione dentro di me. E l’attesa per mercoledì era già un peso dolce e pesante nel ventre.
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