Io, Francesca
Sono una ragazza.
Non devo pensarci, non devo convincermene e non c'è niente di strano da spiegare. È semplicemente ciò che sono.
Sono giovane, esile, leggera. Ho un corpo sottile, femminile, armonioso. Gambe snelle, vita stretta, un piccolo seno, un sedere compatto che sento muoversi sotto i vestiti quando cammino. Mi sento bella. Anzi, mi sento una fica spaziale, e ne sono perfettamente consapevole.
Sono una ragazza in tutto.
In tutto tranne che per un poderoso cazzo.
È lì, tra le mie gambe, grande, pesante, familiare, assolutamente naturale. Non lo vivo come qualcosa che stona con il resto del mio corpo. Non mi rende meno ragazza. Non mi sorprende nemmeno.
Sono semplicemente Francesca.
Una ragazza bellissima con un cazzo enorme.
Indosso un vestito di cotone pesante, semplice, quasi severo rispetto a come mi sento dentro. Il tessuto è spesso e consistente, mi accompagna addosso senza svolazzare e lascia scoperte le gambe.
Mi piace come mi stanno. Sono sottili, femminili, nude dal bordo del vestito in giù.
Ai piedi porto delle scarpe con un po' di tacco. Niente di esagerato, appena abbastanza da farmi camminare in modo diverso, più composto, e da produrre quel piccolo rumore secco sul pavimento ogni volta che faccio un passo.
I capelli li tengo legati.
Il collo rimane scoperto e qualche ciocca riesce comunque a sfuggire, costringendomi ogni tanto a sistemarla dietro l'orecchio.
A guardarmi potrei sembrare quasi una brava ragazza venuta in biblioteca soltanto per studiare.
Ordinata.
Sobria.
Perfettamente innocente.
La cosa mi fa sorridere.
Perché io so cosa c'è sotto quel vestito.
So come mi sento.
E so soprattutto quanto poco ci sia di innocente nei pensieri che continuano ad attraversarmi.
E oggi dovrei studiare.
È quasi sera e sono seduta in biblioteca davanti a un libro aperto, circondata dal silenzio degli scaffali e dal fruscio occasionale delle pagine, ma non riesco a concentrarmi. La biblioteca oggi fa orario serale, chiude alle 22 e i frequentatori sono eterogenei. Io devo studiare un noiosissimo saggio sulle costruzioni in legno del medioevo.
Leggo una riga.
Poi un'altra.
E subito perdo il filo.
Il problema è il mio corpo.
Sono calda.
Terribilmente calda.
Sento una tensione continua attraversarmi dal ventre fino al basso della schiena. Il culetto pulsa quasi impercettibilmente contro la sedia. Freme. Reclama attenzione.
È una sensazione assurda, perché sembra quasi che quella parte di me possieda una volontà propria.
Ha fame.
Io provo a ignorarla.
Abbasso gli occhi sul libro e tento di costringermi a leggere, ma dentro di me cresce una sensazione languida, sporca e meravigliosa.
Mi sento lasciva. Non provo vergogna.
Non provo nemmeno il bisogno di controllarmi.
Mi sento soltanto tremendamente viva, consapevole del mio corpo e di ciò che potrebbe provare.
Poi alzo gli occhi.
Tra gli scaffali di una corsia laterale compare un uomo.
È maturo, distinto, brizzolato. Ha un po' di pancetta e un'aria tranquilla, sicura, quasi paterna.
Lo guardo.
E qualcosa dentro di me cambia immediatamente.
Il mio corpo lo ha notato prima ancora che io abbia il tempo di formulare un pensiero.
Il calore aumenta.
Il mio culetto pulsa più forte.
E io capisco che quell'uomo mi piace.
Molto.
Continuo a osservarlo sopra il bordo del libro.
Non so nemmeno cosa stia cercando. Lo vedo scorrere con un dito i dorsi dei volumi, fermarsi, leggere un titolo, riprendere lentamente a camminare.
È terribilmente composto.
Ed è proprio questo che mi fa venire voglia di sconvolgerlo.
Mi alzo.
Il gesto è quasi automatico.
Attraverso la sala fingendo di guardare gli scaffali e mi fermo poco distante da lui. Individuo un libro abbastanza in alto da rendere credibile la mia messinscena.
«Mi scusi…»
Si volta.
Da vicino è ancora meglio.
Ha piccole rughe intorno agli occhi e uno sguardo gentile, ma quando mi vede indugia su di me una frazione di secondo più del necessario.
Io me ne accorgo.
Naturalmente.
«Potrebbe aiutarmi a prendere quello?»
Indico il libro.
Lui sorride.
Ed è sufficiente.
Sento sciogliersi qualcosa dentro di me.
Si avvicina allo scaffale e allunga il braccio. Io mi porto accanto a lui molto più del necessario. Quando mi consegna il volume, le nostre dita si sfiorano.
Non ritraggo immediatamente la mano.
Nemmeno lui.
Lo guardo negli occhi.
«Lei è molto virile.»
Per un istante rimane completamente spiazzato.
Poi ride piano, quasi imbarazzato.
«Beh… grazie.»
Abbasso lo sguardo sulla sua mano.
C'è una fede.
Dovrebbe essere un segnale di arresto.
Invece diventa benzina sul fuoco.
Torno a guardarlo.
Adesso sono io a sorridere.
Gli prendo la mano come se volessi semplicemente osservarla.
Lo faccio con una naturalezza quasi innocente, e proprio per questo vedo immediatamente la domanda comparire sul suo viso.
Non gli lascio il tempo di formularla.
Le mie dita scivolano lentamente lungo le sue fino a fermarsi sull'indice.
Lo stringo appena.
Niente di forte.
È quasi una carezza.
Poi sollevo la sua mano fra noi.
Lui mi guarda.
Io guardo lui.
Per qualche secondo non succede altro.
Voglio che capisca che quello che sto per fare non è un gesto distratto, né uno scherzo venuto male.
È una scelta.
Controllo con la coda dell'occhio il fondo della corsia. Non passa nessuno. Dietro di noi sento soltanto il ronzio sommesso dell'illuminazione e, molto lontano, qualcuno che gira una pagina.
Riporto tutta la mia attenzione su di lui.
Avvicino lentamente il suo dito alle mie labbra.
Mi fermo a un soffio.
Lui irrigidisce appena la mano.
Potrebbe ritirarla.
Non lo fa.
Allora sorrido.
Un sorriso piccolissimo.
Quasi complice.
Gli sfioro la punta del dito con le labbra, lentamente, lasciando che il gesto rimanga sospeso abbastanza a lungo da diventare inequivocabile.
I suoi occhi si allargano appena.
Ed è quella reazione che cercavo.
Continuo a fissarlo.
Non voglio concedergli la possibilità di fingere che sia successo per caso.
Porto il suo indice fra le labbra e comincio a succhiarlo lentamente, in maniera apertamente provocante, senza smettere un solo istante di fissarlo negli occhi.
Non distolgo mai lo sguardo.
È questo che sembra sconvolgerlo più di tutto.
La sicurezza.
La tranquillità con cui lo faccio.
Come se fossimo completamente soli invece che a pochi metri da una sala piena di gente che studia.
Lui sembra aver dimenticato cosa stesse facendo prima che arrivassi.
Poi lascio andare lentamente il suo indice.
Non subito.
Gli concedo un ultimo, deliberato contatto delle labbra prima di liberarlo.
Gli abbasso la mano con delicatezza.
Il suo dito rimane sospeso tra noi per un istante, come se lui stesso non sapesse più dove metterlo.
Io invece so perfettamente dove guardare.
Nei suoi occhi.
È arrossito appena.
Quell'uomo maturo, distinto, sicuro, che pochi minuti prima camminava fra gli scaffali come se nulla potesse turbarlo, adesso mi guarda completamente destabilizzato.
La cosa mi provoca una scarica di soddisfazione.
Mi avvicino di mezzo passo.
Abbastanza da costringerlo ad abbassare un poco lo sguardo verso di me.
Parlo piano.
«Potrei essere molto meno educata in un posto dove non passa nessuno.»
Lui apre la bocca.
La richiude.
Balbetta qualcosa che non capisco.
E improvvisamente quell'uomo così distinto non sa più che cosa fare.
Io invece lo so perfettamente.
Gli prendo la mano.
«Venga.»
Lo trascino con me.
Saliamo una scala, poi un'altra.
Arriviamo all'ultimo piano, nella sezione latina, dove il silenzio sembra diverso dal resto della biblioteca
Conosco una sala laterale quasi sempre vuota.
Entro.
Un grande tavolo di legno scuro occupa il centro della stanza. Gli scaffali creano piccoli corridoi e nascondono gran parte dello spazio alla vista dell'ingresso.
Mi volto verso di lui.
Adesso siamo soli.
Lui mi guarda come se non avesse ancora deciso se tutto questo stia succedendo davvero.
Io invece mi sento perfettamente presente.
Perfettamente Francesca.
Mi avvicino.
Gli sistemo con due dita il bavero della giacca, come farebbe una ragazza premurosa prima di un appuntamento.
Poi gli sorrido.
«Adesso non deve fare niente.»
Lui deglutisce.
«E cosa dovrei fare?»
Inclino appena la testa.
«Lasciarsi sorprendere.»
Per la prima volta da quando l'ho visto, nei suoi occhi compare qualcosa di completamente diverso dall'imbarazzo.
Curiosità.
Desiderio.
E forse anche un po' di paura.
Mi piace.
Mi piace terribilmente.
Perché pochi minuti fa ero una ragazza incapace di concentrarsi su un libro.
Adesso sono io a decidere dove siamo, quanto restiamo e fino a che punto voglio spingermi.
Mi avvicino ancora.
Sento il suo respiro cambiare.
Il resto del mondo sembra essere rimasto molti piani più sotto.
E io capisco finalmente una cosa.
Non avevo bisogno di trovare qualcuno che prendesse il controllo di me.
Avevo bisogno di trovare qualcuno davanti al quale scoprire quanto mi piace prenderlo io.
Lui continua a guardarmi come se aspettasse un'istruzione.
Questa cosa mi diverte.
Pochi minuti fa, quando l'ho visto fra gli scaffali, mi era sembrato così sicuro. Distinto. Virile. Uno di quegli uomini che sembrano sapere sempre dove mettere le mani, dove guardare, cosa dire.
Adesso invece è appoggiato al grande tavolo di legno scuro e quasi non riesce a parlare.
Sono io quella tranquilla.
Gli passo lentamente una mano sul petto e sento il suo corpo irrigidirsi.
«Non so neanche come ti chiami... »
«E non lo saprai mai..»
Sorrido.
Continuo ad avvicinarmi finché fra noi rimane pochissimo spazio.
Non ho fretta.
Forse è proprio questo che lo rende ancora più nervoso.
Voglio godermi ogni secondo della sua esitazione.
Lui è ancora appoggiato al tavolo e mi guarda come se non sapesse se parlare, muoversi o semplicemente aspettare.
Io invece non ho alcun dubbio.
Mi prendo il mio tempo.
Infilo una mano dentro i suoi pantaloni e, proprio nel momento in cui l'intimità fra noi supera definitivamente il confine del gioco, scopro qualcosa che non mi aspettavo.
Tutta quella presenza, quell'aria virile, quella sicurezza che mi hanno attirata fin dal primo momento sembravano promettere tutt'altro.
Invece è molto meno dotato di quanto avessi immaginato.
Rimango sorpresa per un istante.
Poi mi scappa una risatina.
Non riesco proprio a trattenerla.
Lui abbassa immediatamente gli occhi. Lo vedo arrossire e, in quell'istante, mi appare improvvisamente diverso: non è più l'uomo sicuro e composto che, pochi minuti fa, mi ha fatto perdere completamente la concentrazione tra gli scaffali.
Adesso è vulnerabile.
E soprattutto è perfettamente consapevole di esserlo.
«Scusa.»
La parola mi fa quasi tenerezza.
Lo guardo.
«Per cosa?»
Non risponde. Continua a tenere gli occhi bassi, evidentemente mortificato.
Capisco immediatamente.
Mi viene nuovamente da sorridere.
«Perché sei poco dotato?»
Lui solleva appena lo sguardo verso di me.
Io inclino la testa, divertita.
«Sei molto meno dotato di me.»
Questa volta la sua espressione cambia completamente.
Mi guarda senza dire nulla.
Per qualche secondo sembra quasi che non abbia capito la frase.
Aggrotta appena la fronte.
Poi il suo sguardo scende istintivamente sul mio corpo e torna subito ai miei occhi.
«Di te?»
La domanda gli esce quasi sottovoce.
Sorrido ancora di più.
Adesso capisco.
Fino a questo momento mi ha vista soltanto per ciò che gli appariva davanti: una ragazza esile, le gambe nude sotto il vestito pesante, le scarpe con un po' di tacco, i capelli legati, il corpo sottile.
Non gli è nemmeno passato per la testa che io possa essere fatta diversamente da come si aspetta.
«Sì. Di me.»
Lo dico con una naturalezza assoluta.
Come se gli stessi comunicando il colore dei miei occhi.
Lui continua a fissarmi.
Lo lascio nel dubbio ancora qualche secondo, godendomi la sua espressione e il modo in cui continua a cercare di decifrarmi.
Poi gli sollevo delicatamente il mento con una mano e lo costringo a tornare a guardarmi negli occhi.
«Non ho detto che sia necessariamente un problema.»
Questa volta non ride.
E nei suoi occhi vedo qualcosa cambiare.
L'imbarazzo è ancora lì, ma adesso si è mescolato a qualcos'altro.
Curiosità.
Da quel momento smetto completamente di pensare alla Francesca seduta al piano di sotto davanti ai libri.
Esistiamo soltanto noi due.
Il tavolo.
Gli scaffali.
Il silenzio della biblioteca.
E quella sensazione incredibile di poter fare qualcosa che nessuno, a pochi metri da noi, immagina minimamente.
Mi occupo di lui con una sicurezza che non sapevo di possedere.
Inizio scoprendo totalmente quel pisellino eretto, lungo quanto una matita dell’IKEA. È piccolo ma non difetta assolutamente in durezza, è teso allo spasmo.
Dalla punta fuoriesce una goccia di precum che non riesco a fare a meno di leccare via mugolando. Lui sobbalza come se lo avesse toccato una lingua di fuoco. Il suo sapore mi inebria. La sua sapidità accende in me ancora più passione, se possibile.
Lui invece è immobile e rigido e si gode quasi disperatamente questo pompino. La sua dotazione è piccola da tenere in bocca, è facile avvolgerlo tutto insieme alla palle. Mi sento un pitone.
All'inizio cerca ancora di trattenersi, forse per paura che qualcuno possa sentirci. Poi lentamente smette di controllarsi.
Lo vedo abbandonarsi.
Ed è questo, più di qualsiasi altra cosa, che mi eccita.
Essere stata io a ridurlo così.
Io.
Francesca.
La ragazza esile che pochi minuti prima gli chiedeva innocentemente di prenderle un libro.
La mia bocca non lascia tregua al mio amante, famelica succhio ogni sua resistenza. Il calore della mia bocca rende impossibile per lui resistere oltre e mugolando sommessamente mi riversa in bocca una generosa quantità di seme. Una quantità di seme fuori scala per la sua dotazione.
Quando finalmente tutta quella tensione si scioglie, anche dentro di me arriva una sensazione potentissima di appagamento.
Ogni sensazione mi sembra amplificata, incredibilmente reale. Calore, odori, sapori, il contatto della pelle.
Sono soddisfatta. Sono sazia.
Come se quella fame che mi tormentava da quando ero seduta al tavolo avesse finalmente ottenuto ciò che chiedeva.
Rimango ancora qualche secondo davanti a lui.
È spettinato, confuso, esausto.
Io invece mi sento meravigliosamente tranquilla.
Mi sistemo.
Mi passo lentamente le dita agli angoli della bocca e mi pulisco con una naturalezza quasi provocatoria, assaporando ancora l'ultima traccia di quella sensazione che mi sembra semplicemente paradisiaca.
Lui continua a fissarmi.
Probabilmente si aspetta una frase.
Una promessa.
Una richiesta.
Qualcosa.
Io mi avvicino.
Gli appoggio una mano sulla spalla.
E gli do un piccolo, castissimo bacio sulla guancia.
Quasi affettuoso.
«Grazie.»
La cosa sembra sconvolgerlo più di tutto quello che è successo prima.
Mi viene da ridere.
Mi volto e me ne vado.
Attraverso nuovamente la sezione latina, scendo le scale e torno al piano dove ho lasciato i miei libri.
Nessuno mi guarda.
Qualcuno sottolinea un paragrafo.
Una ragazza digita sul portatile.
Un uomo sfoglia un giornale.
La biblioteca continua a esistere come se non fosse successo assolutamente niente.
Raggiungo il mio tavolo.
Mi siedo.
Sistemo il vestito sotto le cosce e riapro il libro esattamente alla pagina che avevo lasciato.
Rileggo la prima riga.
Questa volta riesco a finirla.
Poi la seconda.
Sorrido.
Il mio corpo finalmente tace.
Sono ancora calda, ancora tremendamente consapevole di me stessa, ma quella fame feroce è sparita.
È rimasta soltanto una soddisfazione profonda, segreta.
Nessuno in questa sala può sapere dove sono stata.
Nessuno può sapere cosa ho appena fatto.
Guardo per un istante verso la scala.
Poi torno al libro.
Sono Francesca.
Sono una ragazza.
Una ragazza in tutto tranne che per un poderoso cazzo.
E adesso, finalmente, riesco a studiare.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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