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trio

Il Negroni


di OcchiFirenze
03.09.2026    |    3.560    |    10 9.8
"Lui si sdraiò al suo fianco, chiuse gli occhi e restò sveglio a lungo, ascoltando il proprio respiro e pensando a quanto il mondo, da quella notte, fosse diventato più grande..."
Lapo aveva quarantadue anni e una vita che, da fuori, sembrava riuscita.
Moglie, due figli di undici e nove anni, una casa a Settignano con il giardino e l’ulivo vecchio, un lavoro che gli permetteva di non guardare i conti ogni mese. Marta era una brava donna. Bella ancora, in quel modo sobrio delle fiorentine di una certa età. Cucinava bene, teneva la casa, amava i bambini. Solo che da quasi tre anni non lo toccava più. Non per rabbia, non per disprezzo. Semplicemente non le veniva. Quando lui tentava, lei sorrideva stanca, diceva «stasera no, sono distrutta», e si girava dall’altra parte. All’inizio lui insisteva un po’, poi aveva smesso. Si era abituato a masturbarsi in bagno, in silenzio, pensando a cose che non avrebbe mai detto a voce alta.
Quella sera di fine agosto era uscito solo per non stare in casa. Aveva lasciato Marta a guardare la televisione e i bambini già a letto. Aveva parcheggiato vicino a Santa Trinita e aveva camminato senza meta. Il caldo era ancora forte, l’aria odorava di pietra calda e di fiume. Era entrato in quel bar in via de’ Tornabuoni quasi per caso. Non era un posto che frequentava di solito: troppo curato, troppo pieno di turisti. Ma quella sera c’era posto al bancone e lui aveva bisogno di qualcosa di freddo.
Dietro il bancone c’era una ragazza. Capelli neri raccolti in una coda bassa, pelle chiara, labbra carnose, un piccolo neo sotto l’occhio sinistro. Indossava una camicia bianca con le maniche arrotolate e un grembiule nero. Quando alzò lo sguardo e lo guardò, Lapo sentì qualcosa che non provava da tempo: un’attenzione vera, non professionale.
«Buonasera. Cosa le preparo?»
Aveva una voce bassa, un po’ roca.
«Un Negroni. Non troppo dolce.»
Lei annuì e si mise a lavorare. Lapo la guardò preparare il drink. Le mani erano precise, le unghie corte, senza smalto. Quando gli porse il bicchiere, le dita si sfiorarono. Non fu un incidente. Lei non ritirò subito la mano. Lo guardò un secondo di troppo.
«Prima volta qui?»
«Sì.»
«Allora spero che le piaccia.»
Il Negroni era perfetto. Aspro, amaro, freddo. Lapo rimase seduto più del necessario. Parlarono di cose banali: del caldo, dei turisti, di quanto Firenze d’agosto fosse quasi deserta di fiorentini. Lei si chiamava Erica. Aveva ventotto anni. Studiava qualcosa di incompleto all’università e lavorava lì da due anni. Quando chiuse, verso mezzanotte e mezza, Lapo era ancora lì. Lei spense le luci del bancone, si tolse il grembiule e gli disse:
«Sto andando a casa. Se vuole, posso accompagnarla un pezzo.»
Uscirono insieme. L’aria di fuori era più fresca. Camminarono verso il Ponte Santa Trinita in silenzio. A un certo punto Erica si fermò e lo guardò.
«Lei è sposato.»
Non era una domanda.
«Sì.»
«E sta ancora qui con me.»
Lapo non rispose. Lei sorrise appena, come se avesse ricevuto la risposta che voleva.
«Vivo qui vicino. Se le va…»
L’appartamento era al terzo piano di un palazzo del Seicento in via dei Serragli. Scale di pietra consumate, un odore di cera e di umidità antica. Dentro era piccolo: un open space con cucina a vista, un divano grigio, un letto grande dietro una tenda. Erica chiuse la porta, appoggiò le chiavi sul tavolo e si voltò verso di lui. Non disse niente. Si avvicinò e lo baciò.
Il bacio non fu timido. Lei aprì la bocca subito, gli prese il labbro inferiore tra i denti, gli mise una mano dietro la nuca. Lapo sentì il sapore del gin e del suo rossetto. Le mani le scesero sulla schiena, poi più in basso, e quando le strinse il culo lei emise un suono basso, soddisfatto. Si tolsero i vestiti senza fretta, ma senza perdere tempo. Erica aveva il seno piccolo e sodo, i capezzoli scuri che si indurirono appena lui li toccò con la lingua. Tra le gambe era già bagnata. Quando Lapo le fece scivolare due dita dentro, lei aprì le cosce e sospirò contro la sua bocca.
«Lì… così.»
Lui si inginocchiò. Le aprì le labbra con i pollici e le leccò lentamente, dall’ingresso al clitoride, con movimenti larghi e poi più precisi. Erica gli tenne la testa, non gli lasciò scappare. Quando venne, lo fece in silenzio, stringendo le cosce intorno al suo viso, con un tremito lungo che partiva dalle ginocchia.
Poi lo spinse sul letto. Si infilò sopra di lui senza esitare. Il cazzo di Lapo era duro da un pezzo. Lei lo prese in mano, lo guidò e si calò sopra, centimetro dopo centimetro, fino a sentirlo tutto dentro. Era stretta, calda, e si muoveva con una naturalezza che non aveva niente di performativo. Si piegò in avanti, gli appoggiò le mani sul petto e cominciò a scoparlo con movimenti ampi e lenti, poi più veloci. Lapo le teneva i fianchi, la guardava. Il seno le ballava leggermente, la bocca era semiaperta, gli occhi socchiusi. Quando accelerò, lui sentì che stava per venire e cercò di avvertirla.
«Dentro…»
«Sì», rispose lei semplicemente.
Vennero quasi insieme. Lei si strinse intorno a lui con delle piccole contrazioni ritmiche, lui le riempì mentre la stringeva contro di sé. Restarono fermi così per un po’, respirando. Poi Erica scese piano, si sdraiò di fianco e gli accarezzò il petto sudato.
«Era da tanto che non lo facevi così?»
Lapo non rispose subito. Guardò il soffitto.
«Sì.»
Lei non commentò. Gli passò un dito sulle labbra e sorrise.
«La prossima volta, se ti va, posso far venire qualcuno.»
Lapo si voltò verso di lei.
«Chi?»
«Un’amica. Si chiama Veronica. È… particolare. Nera, alta, formosa. È una trans. Ha un bel corpo e un bel cazzo. È attiva quando vuole, ma le piace anche farsi prendere. È molto brava a capire cosa serve a una persona.»
Lapo sentì il cuore accelerare. Non per paura. Per qualcosa di più confuso e più forte.
«E tu… ci stai?»
Erica annuì.
«Ci sto. Anzi, mi piace. Se per te è troppo, dimmelo e non se ne parla più.»
Lapo restò in silenzio qualche secondo. Poi disse:
«Va bene.»

Si rivedero tre sere dopo.
Erica aveva chiuso prima. Quando Lapo suonò al citofono, la voce di lei gli disse solo «sali».
Aprì la porta già in vestaglia. Dietro di lei c’era Veronica.
Era alta quasi un metro e ottanta. Pelle scura e liscia, spalle larghe, seno pieno e naturale che spingeva contro il tessuto sottile della canottiera. Capelli corti e ricci, labbra carnose, occhi chiari in contrasto con la pelle. Indossava solo la canottiera e un perizoma nero. Quando sorrise, mostrò denti bianchissimi.
«Ciao, Lapo. Erica mi ha parlato molto di te.»
La voce era bassa, calda, con un leggero accento che non riuscì a collocare.
Si baciarono tutti e tre, prima piano, poi con più fame. Lapo sentì il seno di Veronica premere contro il suo petto, pesante e morbido. Le mani le scesero sulla schiena, poi più in basso. Attraverso il tessuto sottile sentì il rigonfiamento. Veronica non si tirò indietro. Anzi, gli prese la mano e la guidò sotto il perizoma.
Il cazzo era già mezzo duro. Grosso, caldo, la pelle liscia e scura, le vene in rilievo. Lapo lo strinse e Veronica emise un suono basso di piacere.
Erica nel frattempo si era tolto la vestaglia. Era nuda. Si avvicinò alle spalle di Lapo e cominciò a baciarlo sul collo mentre lui continuava a toccare Veronica.
Si spostarono sul letto senza fretta. Si spogliarono a vicenda. Veronica aveva il seno pesante, i capezzoli scuri e larghi. Quando Lapo se li prese in bocca, lei gli tenne la testa e sospirò. Più in basso, il cazzo era ormai completamente eretto: almeno venti centimetri, spesso, con la testa larga e scura. Erica si inginocchiò e lo prese in bocca insieme a quello di Lapo, alternando le lingue, succhiando prima uno e poi l’altro. Lapo guardò le due teste chinate sul suo bacino e sentì qualcosa di nuovo: non solo eccitazione, ma una specie di meraviglia.
Poi Erica si mise a cavalcioni sulla faccia di Lapo. Gli sedette sulla bocca con decisione e lui cominciò a leccarla, aprendola con le dita, cercando il ritmo che sapeva le piaceva. Veronica nel frattempo gli prese il cazzo in bocca e glielo succhiò a fondo, fino a sentirlo toccare la gola. Il contrasto era pazzesco: il sapore di Erica sulla lingua, il calore umido e stretto della bocca di Veronica intorno al cazzo.
Dopo un po’ Erica scese e si infilò sopra di lui. Si calò lentamente, prendendolo tutto, e cominciò a muoversi con quel ritmo ampio e sicuro che aveva già usato la volta precedente. Veronica si mise dietro di lei. Le aprì le natiche e le leccò il buco del culo con la lingua larga e lenta, poi spinse due dita nella fica di Erica insieme al cazzo di Lapo. Erica gemette più forte, gettò la testa all’indietro.
«Cazzo… sì…»
Veronica le baciò la schiena e disse a Lapo:
«Adesso tocca a te. Se vuoi.»
Lapo annuì. Non sapeva esattamente cosa stesse accettando, ma il corpo aveva già deciso.
Si mise a quattro zampe. Veronica gli si posizionò dietro. Prima gli leccò le palle, poi salì più su e gli passò la lingua sul buco del culo, lentamente, con pazienza. Lapo sentì un brivido lungo la schiena. Nessuno lo aveva mai toccato lì. Veronica gli aprì le natiche con le mani e gli infilò la lingua più a fondo, poi un dito, poi due, lubrificandolo con la saliva e con un gel che aveva portato. I movimenti erano lenti, attenti. Quando sentì che era abbastanza aperto, gli appoggiò la testa del cazzo contro l’ano.
«Respira», gli disse con voce calma. «Se fa male troppo, mi fermo.»
Lapo annuì.
Veronica spinse. Il glande entrò. Lapo chiuse gli occhi e espirò. C’era un bruciore, una pressione intensa, poi qualcosa di più profondo che gli faceva girare la testa. Veronica entrò centimetro dopo centimetro, fermandosi ogni volta che lui stringeva. Quando fu tutta dentro, restò ferma qualche secondo, lasciandolo abituare.
«Tutto bene?»
«Sì…»
Allora cominciò a muoversi. Lenta all’inizio, con spinte lunghe e profonde. Ogni volta che entrava fino in fondo, Lapo sentiva una scossa che partiva dal bacino e saliva lungo la schiena. Il cazzo gli si era indurito di nuovo, e Erica se lo prese in mano e glielo strinse, baciandolo sulla bocca mentre Veronica lo scopava.
Il ritmo aumentò. Veronica gli teneva i fianchi con forza, ansimava contro la sua schiena, gli diceva cose basse e sporche all’orecchio. Lapo non aveva mai provato niente di simile. Si sentiva pieno, aperto, usato, e allo stesso tempo incredibilmente presente nel proprio corpo. Quando Veronica accelerò e gli venne dentro con un gemito lungo e basso, Lapo venne anche lui, sulla mano di Erica, con un urlo soffocato contro il cuscino.
Restarono fermi così per un po’. Il respiro di tutti e tre era pesante. Veronica uscì piano e si sdraiò di fianco. Lapo sentì il calore del suo sperma scivolare lungo la coscia. Erica gli accarezzò i capelli.
«Come ti senti?»
Lapo ci mise un momento a rispondere.
«Strano. E… vivo.»
Veronica sorrise e gli baciò la spalla.
«Benvenuto.»
Non finirono lì.
Dopo aver bevuto un po’ d’acqua e aver ripreso fiato, ricominciarono. Lapo scopò Erica di lato, con movimenti lenti e profondi, mentre Veronica gli leccava le palle e il punto in cui i due corpi si univano. Poi Veronica si mise a terra e Lapo le entrò nel culo, sentendo quanto era caldo e stretto, mentre Erica gli sedeva sulla faccia e si faceva leccare fino a venire di nuovo. Alla fine i tre corpi erano sudati, appiccicosi, pieni dell’odore dell’altro.
Quando Lapo si rivestì, fuori stava già schiarendo. Veronica era distesa sul letto, nuda, con un braccio dietro la testa. Erica lo accompagnò alla porta. Lo baciò una volta, piano.
«Torna quando vuoi.»
Lapo scese le scale.
Fuori l’aria di Firenze all’alba era fresca e umida. Camminò verso il fiume senza una meta precisa. Sentiva ancora il corpo di Veronica dentro di sé, il sapore di Erica sulla lingua, il battito accelerato che non riusciva a calmarsi. Per la prima volta da anni non si sentiva incompleto. Aveva scoperto di poter desiderare una fica con la stessa intensità con cui poteva desiderare di essere preso. Che poteva essere l’amante e la preda nello stesso respiro, e che entrambe le cose gli appartenevano.
Tornò a casa quando i primi rumori della città cominciavano a sentirsi. Marta dormiva ancora. Lui si sdraiò al suo fianco, chiuse gli occhi e restò sveglio a lungo, ascoltando il proprio respiro e pensando a quanto il mondo, da quella notte, fosse diventato più grande.
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