Il rumore del mare dopo mezzanotte
UomoPerDonne
Terracina dopo mezzanotte ha un rumore diverso.
Durante il giorno senti le macchine, le voci dei turisti, i bambini, i motorini e il caos delle spiagge. Di notte rimane soprattutto il mare. Un rumore continuo, regolare, quasi ipnotico, che sembra cancellare tutto il resto.
Quella sera camminavo sul lungomare senza avere una destinazione precisa.
Era agosto. Faceva ancora caldo, anche se era passata da poco mezzanotte. Avevo lasciato aperti i primi bottoni della camicia e camminavo lentamente, godendomi finalmente un po' di aria.
Fu allora che la vidi.
Era appoggiata alla ringhiera, leggermente distante dagli altri. Un vestito estivo semplice, i capelli mossi dalla brezza e lo sguardo rivolto verso il mare.
Avrei potuto continuare a camminare.
Invece rallentai.
Lei si accorse che la stavo guardando.
Per un istante pensai di distogliere lo sguardo, ma non lo feci.
Nemmeno lei.
Fu un momento brevissimo, eppure sufficiente per farmi capire che c'era curiosità da entrambe le parti.
Continuai ad avvicinarmi.
Quando le fui quasi accanto, indicai il mare.
«Non sembra nemmeno la stessa città a quest'ora.»
Lei sorrise appena.
«È proprio per questo che sono ancora qui.»
Aveva una voce tranquilla.
«Non riesci a dormire?»
«Non ne ho voglia.»
«È diverso.»
Si voltò verso di me.
«Molto.»
Sorrisi.
Non sapevo ancora il suo nome.
Lei non sapeva il mio.
Eppure la conversazione partì con una naturalezza sorprendente.
Parlammo di Terracina, dell'estate, delle persone che arrivano convinte di trovare qualcosa e di quelle che, invece, trovano qualcosa proprio quando non lo stanno cercando.
Dopo qualche minuto mi disse il suo nome.
Io le dissi il mio.
Non aveva importanza quanto tempo fosse passato. Dieci minuti, forse venti.
Ricordo soltanto che a un certo punto mi resi conto che avevamo smesso entrambi di guardare il mare.
Guardavamo soltanto noi.
Lei aveva un modo particolare di sostenere lo sguardo. Non abbassava immediatamente gli occhi quando la fissavo.
Era quasi una sfida.
«Perché sorridi?» mi domandò.
«Perché credo che tu sappia esattamente cosa stai facendo.»
«Cioè?»
«Mi guardi e poi fai finta di non sapere che mi stai provocando.»
Rise.
«Magari sei tu che ti senti provocato troppo facilmente.»
«Possibile.»
Fece un piccolo passo verso di me.
«Allora vediamo.»
Quelle due parole cambiarono completamente l'atmosfera.
Fino a quel momento avevamo scherzato.
Adesso c'era qualcosa di diverso.
La distanza tra noi era diventata minima, ma non la toccai.
Preferii aspettare.
Mi guardò per qualche secondo.
«Non fai niente?»
«Non ancora.»
«Perché?»
«Perché voglio capire se sei tu ad avvicinarti.»
Rimase in silenzio.
Poi sorrise.
E si avvicinò.
Il primo bacio durò poco.
Quasi un assaggio.
Quando ci allontanammo, nessuno dei due disse niente.
Lei mi guardò ancora.
Questa volta fui io a baciarla.
Più lentamente.
Sentii una sua mano posarsi sulla mia camicia.
La mia raggiunse delicatamente il suo fianco.
Non c'era fretta.
Ed era proprio l'assenza di fretta a rendere tutto più intenso.
Ci separammo per riprendere fiato.
«Sei sempre così tranquillo?» domandò.
«Non confondere la calma con la mancanza di intenzioni.»
Rise.
«Questa te l'eri preparata.»
«No. Però ammetto che è uscita bene.»
Mi diede una piccola spinta sulla spalla.
Camminammo ancora.
Adesso eravamo molto più vicini.
Di tanto in tanto le nostre mani si sfioravano. Alla terza volta le presi la mano.
Lei intrecciò spontaneamente le dita con le mie.
Fu quel gesto, stranamente, a colpirmi più del bacio.
Perché non era necessario.
Lo aveva scelto.
La serata continuò così: senza programma e senza bisogno di inventarne uno.
Ogni tanto parlavamo.
Ogni tanto ci fermavamo.
Ogni tanto bastava guardarci.
Mi raccontò qualcosa di sé.
Le raccontai qualcosa di me.
Poi la conversazione tornò inevitabilmente sull'attrazione.
«Posso chiederti una cosa personale?» disse.
«Puoi chiedermela.»
«Che cosa ti piace veramente di una donna?»
Avrei potuto risponderle parlando di occhi, gambe, capelli o di qualche dettaglio fisico.
Invece ci pensai.
«Il momento in cui smette di trattenersi.»
Mi osservò incuriosita.
«Spiegati.»
«Quando una donna capisce che non deve interpretare un ruolo. Può dire quello che vuole, quello che non vuole, quello che le piace. E può semplicemente lasciarsi andare.»
Rimase per qualche secondo in silenzio.
«Bella risposta.»
«È quella vera.»
Riprendemmo a camminare.
Non avevo bisogno di raccontarle quanto mi piacesse il corpo femminile.
Lo capiva dal modo in cui la guardavo.
Non avevo bisogno nemmeno di presentarmi come qualcuno che conoscesse tutti i segreti del piacere.
Preferivo scoprire la persona che avevo davanti.
Ogni donna è diversa.
Ogni incontro è diverso.
Ed è precisamente questo a renderli interessanti.
Ci fermammo nuovamente vicino alla spiaggia.
Il vento era aumentato leggermente.
Lei si sistemò i capelli dietro l'orecchio.
«Hai freddo?»
«No.»
«Sicura?»
«Se avessi freddo te lo direi.»
«Perfetto.»
Mi guardò divertita.
«Perché perfetto?»
«Perché mi piacciono le persone che dicono quello che vogliono.»
«E quelle che non lo fanno?»
«Bisogna ascoltarle meglio.»
La sua espressione cambiò leggermente.
Non era più soltanto divertita.
C'era qualcosa di più intenso nei suoi occhi.
«Tu ascolti?»
«Molto.»
Questa volta fu lei a baciarmi.
E capii che la conversazione era finita.
Almeno per qualche minuto.
Il rumore delle onde sembrava più forte.
Le persone intorno a noi erano diventate irrilevanti.
Esisteva soltanto quella strana intimità che può nascere tra due sconosciuti quando entrambi smettono di chiedersi che cosa dovrebbero fare e iniziano semplicemente a seguire ciò che sentono.
Mi piaceva baciarla lentamente.
Mi piaceva sentire come cambiava il suo respiro quando mi avvicinavo.
Ma soprattutto mi piaceva non sapere esattamente quale sarebbe stata la sua reazione successiva.
Per me il desiderio è anche questo.
Curiosità.
Attenzione.
Scoperta.
Non una sequenza da ripetere automaticamente.
A un certo punto si allontanò appena.
«Sai qual è il problema?»
«Quale?»
«Che domani probabilmente me ne pentirò.»
La guardai.
«Allora fermiamoci.»
Sembrò sorpresa.
«Così facilmente?»
«Certo.»
«E se stessi scherzando?»
«Non importa. Se hai un dubbio, preferisco scoprirlo adesso.»
Rimase immobile.
Poi sorrise lentamente.
«Adesso ho capito.»
«Cosa?»
«Perché mi sento così tranquilla con te.»
Non risposi.
Non serviva.
Mi prese nuovamente la mano.
«Non voglio fermarmi.»
Questa volta non c'era esitazione nella sua voce.
La notte continuò lontano dal rumore del lungomare.
Non fu la ricerca di una prestazione perfetta.
Non fu una gara.
Non fu nemmeno necessario trasformare ogni secondo in qualcosa di spettacolare.
Fu semplicemente l'incontro tra due persone che si desideravano e che avevano deciso di fidarsi l'una dell'altra.
Scoprii ciò che la faceva sorridere.
Ciò che la faceva chiudere gli occhi.
Quando preferiva che rallentassi.
Quando, invece, non voleva che lo facessi.
E scoprii ancora una volta qualcosa che avevo sempre pensato: il piacere più interessante non è quello che imponi seguendo un copione.
È quello che costruisci ascoltando la persona davanti a te.
Il tempo passò senza che ce ne accorgessimo.
Molto più tardi tornammo vicino al mare.
Il lungomare si era quasi svuotato.
Lei camminava accanto a me in silenzio.
Poi disse:
«Devo farti una confessione.»
«Sentiamo.»
«Quando ti ho visto prima, pensavo fossi uno di quelli che avrebbe iniziato immediatamente a vantarsi.»
«Di cosa?»
«Di tutto.»
Scoppiai a ridere.
«Ti ho deluso?»
«Parecchio.»
La guardai.
Anche lei rideva.
«Posso recuperare.»
«Ormai è troppo tardi.»
Continuammo a camminare.
Dopo qualche metro aggiunse:
«Però c'è una cosa che hai fatto molto bene.»
«Quale?»
Mi aspettavo una risposta maliziosa.
Invece disse:
«Mi hai fatto sentire desiderata senza farmi sentire un oggetto.»
Quella frase mi rimase impressa.
Perché probabilmente racchiudeva tutto ciò che avevo cercato di fare senza nemmeno pensarci.
Desiderare una donna non significa dimenticare la persona che c'è dentro quel corpo.
Anzi.
Per me le due cose non possono essere separate.
La sensualità diventa molto più intensa quando c'è attenzione.
Quando puoi chiedere.
Quando puoi rispondere.
Quando puoi ridere nel mezzo di un momento che, sulla carta, dovrebbe essere terribilmente serio.
Quando nessuno deve dimostrare niente.
Arrivammo al punto in cui avremmo dovuto separarci.
Lei guardò l'ora sul telefono.
«È tardissimo.»
«Tecnicamente è prestissimo.»
«Non provarci.»
«Era un'osservazione scientifica.»
Scosse la testa sorridendo.
Rimanemmo ancora qualche secondo uno davanti all'altra.
Poi mi baciò.
Questa volta fu un bacio più breve degli altri.
Quasi un saluto.
Fece qualche passo.
Si fermò.
Si girò.
«Anton?»
«Sì?»
«Quanto rimani a Terracina?»
Le risposi.
Lei annuì lentamente.
«Allora forse questa storia non finisce stanotte.»
«Forse?»
Tornò quel sorriso provocatorio con cui era iniziato tutto.
«Non montarti la testa.»
Poi se ne andò.
Rimasi fermo qualche secondo a guardarla allontanarsi.
Il mare continuava a fare esattamente lo stesso rumore di qualche ora prima.
Eppure sembrava tutto diverso.
Ripresi a camminare.
Pensai a quanto fosse strano che una notte potesse cominciare senza alcun programma e trasformarsi in qualcosa che avrei ricordato.
Non sapevo se l'avrei rivista.
Non sapevo nemmeno se quella promessa implicita di una seconda volta sarebbe diventata realtà.
Ma non era quello il punto.
Quella notte mi aveva ricordato perché amo così tanto l'intimità con una donna.
Non per poterla raccontare come una conquista.
Non per aggiungere un numero.
E nemmeno semplicemente per il sesso.
Mi affascina quel momento in cui una donna che fino a poco prima era una sconosciuta decide di fidarsi di te abbastanza da mostrarti ciò che desidera.
Mi affascina scoprirla.
Ascoltarla.
Sentire cambiare la distanza tra due persone fino a quando quella distanza praticamente scompare.
E soprattutto mi piace sapere che, quando tutto è finito, lei non porta con sé soltanto il ricordo di ciò che abbiamo fatto.
Porta con sé il ricordo di come si è sentita.
Desiderata.
Ascoltata.
Libera.
Continuai a camminare mentre il cielo cominciava lentamente a schiarirsi.
Poi il telefono vibrò.
Un messaggio.
Era lei.
Soltanto quattro parole:
«Domani. Stesso posto. Mezzanotte.»
Sorrisi.
Forse, dopotutto, certe storie non hanno bisogno di una fine.
Hanno bisogno di un secondo capitolo.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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