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Lui & Lei

Io e Giorgia: quindici anni di attesa.


di jose8885
19.08.2026    |    717    |    3 9.7
"Ogni spinta faceva sbattere il suo culo contro di me, il suono umido che riempiva l’abitacolo..."
Mi ritrovai nella sua città per puro caso. Un impegno di lavoro, un pomeriggio libero, e quella voglia di camminare senza meta. Stavo uscendo da un negozio quando la vidi. Giorgia.
Capelli più corti, un po’ di linee intorno agli occhi, il corpo ancora più femminile, ma lo stesso modo di inclinare la testa quando osservava qualcosa. Erano passati quindici anni. Quindici merda di anni in cui l’avevo immaginata mille volte e mai più vista.
Il cuore mi fece una cosa strana, come se avesse saltato un battito e poi avesse iniziato a correre. La chiamai. Si voltò. Per un attimo restò immobile, e in quello sguardo ci fu tutto: sorpresa, riconoscimento, e qualcosa di più antico, qualcosa che non eravamo mai riusciti a seppellire del tutto.
«Cazzo… sei tu davvero.»
La voce mi uscì più bassa di quanto volessi.

Un caffè. Solo un caffè, mi dissi. Ci sedemmo a un tavolino all’aperto. Lei parlò del marito, del lavoro, della vita che si era costruita. Io ascoltavo, ma dentro di me si apriva una crepa. Ogni sua frase mi riportava indietro: le chat notturne quando avevo vent’anni e lei 30, le cose che ci scrivevamo quando eravamo ancora troppo stupidi o troppo codardi per incontrarci davvero, i giochi erotici fatti di parole, le promesse sussurrate che non avevamo mai avuto il coraggio di mantenere.

La guardavo troppo. Le labbra, il collo, il modo in cui la maglietta le si tendeva sul seno. E lei se ne accorse. Perché quando le dissi, con una calma finta, «Ti ricordi quanto eravamo cattivi in chat?», le guance le si colorarono e non distolse lo sguardo.
«Mi ricordo tutto», rispose piano. «A volte… ancora riapro quelle conversazioni. Di nascosto. Come se fossero di un’altra vita.»

Il silenzio che seguì fu pesante. Non era solo desiderio. Era nostalgia, rimpianto, e una rabbia dolce contro tutto il tempo che ci eravamo rubati. Io ero sposato. Lei era sposata e lo ero anch'io. La fede al dito me lo ricordava pesantemente. Eppure in quel momento le nostre vite sembravano solo un’interruzione di qualcosa di più vero.
«Ho pensato a te più di quanto dovrei ammettere», le dissi. La voce mi tremò appena. «Specialmente nei momenti in cui… non avrei dovuto.»
Lei abbassò gli occhi un istante, poi li rialzò. C’era paura in quello sguardo. E fame.
«Anch’io.»

La tensione non era più solo fisica. Era emotiva, densa, quasi dolorosa. Non riuscivo più a stare seduto. Le proposi di proseguire a parlare in macchina. Camminammo vicini, le spalle che si sfioravano, e ogni contatto era carico di tutto quello che non avevamo mai detto.
Quando chiudemmo le portiere, l’aria dentro l’abitacolo era pesante. Non ci fu preambolo lungo. Mi girai verso di lei e la presi per la nuca. La baciai come se avessi aspettato quindici anni esatti per farlo. Lei gemette nella mia bocca, ma non era solo piacere: era anche sollievo, e un po’ di disperazione.
Le mani le scesero sotto la maglietta. I suoi seni erano pieni, caldi, reali. Li strinsi, li baciai, e mentre lo facevo sentivo il peso di tutte le notti in cui l’avevo solo immaginata. Lei mi sbottonò i jeans con mani che tremavano leggermente. Quando mi tirò il cazzo fuori, lo strinse come se avesse paura che sparissi.
«È strano», sussurrò contro la mia bocca. «Ti ho desiderato per così tanto tempo… e adesso sembra che stia andando tutto troppo in fretta o che stia per finire troppo presto...»

La feci sdraiare sul sedile del passeggero. Le alzai la gonna fino alla vita, le sfilai le mutandine bagnate e le portai al viso per un attimo, inspirando il suo odore prima di buttarle via. Era già completamente aperta, le labbra gonfie e lucide. Le scostai le cosce e le passai due dita in mezzo, sentendo quanto fosse scivolosa. Entrai lentamente, le dita che sprofondavano nel calore stretto e caldo, e lei emise un suono basso, rotto, mentre si inarcava contro la mia mano.
La guardai negli occhi mentre la scopavo con le dita. I suoi seni si muovevano a ogni respiro, i capezzoli contratti. Quando abbassai la testa e le presi il clitoride in bocca, succhiandolo forte mentre le dita continuavano a spingere dentro di lei, lei gettò indietro la testa e strinse i denti per non gemere troppo forte. La lingua le girava in cerchi lenti, poi più veloci, assaporando il sapore aspro e dolce di lei. La sentivo contrarsi intorno a me, le cosce che iniziavano a tremare.
«Guarda… guardami mentre ti lecco, voglio guardarti negli occhi», le ordinai, con dolcezza, a bassa voce.

Lo fece. Occhi semichiusi, labbra aperte, un filo di saliva all’angolo della bocca. Venne con un gemito strangolato, stringendo le cosce intorno alla mia testa, il bacino che si muoveva contro la mia bocca in scatti incontrollati. Continuai a leccarla finché non iniziò a spingermi via, troppo sensibile, il respiro a pezzi.
Non le diedi tregua. Mi alzai, la girai di lato, le alzai una gamba sul cruscotto e mi posizionaí dietro di lei. Il cazzo, già duro e gocciolante, premeva contro il suo ingresso bagnato. Entrai con una spinta lunga e lenta, fino in fondo, sentendo ogni centimetro di lei che mi avvolgeva, calda, stretta, scivolosa. Lei gettò la testa all’indietro e un suono mezzo pianto mezzo gemito le sfuggì.

La scopai con forza. Le mani sui suoi fianchi, le dita che le lasciavano segni rossi sulla pelle. Ogni spinta faceva sbattere il suo culo contro di me, il suono umido che riempiva l’abitacolo. La guardavo mentre entravo e uscivo da lei: le labbra della figa che si aprivano intorno al mio cazzo, il luccichio dei suoi liquidi che mi imbrattavano l’inguine, i seni che si muovevano a ogni colpo. Le parlai all’orecchio, la voce roca:
«Quanto cazzo mi sei mancata… quanto avrei voluto farti questo anni fa… sei così stretta… così bagnata per me…»
Lei rispondeva con gemiti e parolacce, stringendo i denti, chiedendomi di non fermarmi, di scoparla più forte, di usarla. La sentivo contrarsi ogni volta che le davo fondo, il suo respiro che si faceva sempre più corto.

La feci sedere a cavalcioni. Lei si infilò il cazzo da sola, lentamente, guardandomi negli occhi mentre scendeva fino in fondo. Poi iniziò a muoversi, prima con movimenti ampi e lenti, poi sempre più veloci, i seni che le ballavano di fronte alla mia faccia. Li presi in bocca, uno dopo l’altro, succhiando i capezzoli duri mentre lei si muoveva su di me. Le mani le strinsi il culo, le dita che le sfioravano il buco del culo, premendo appena senza entrare. Lei strinse ancora di più intorno al mio cazzo e accelerò, il suono umido delle nostre carni che si scontravano sempre più forte.

Sentivo il piacere salirmi lungo la schiena, concentrarsi, diventare quasi doloroso. La presi per i fianchi e la sollevai, facendola scivolare fuori da me. Lei capì subito. Senza che glielo chiedessi, scese dal sedile, si inginocchiò tra le mie gambe nel poco spazio dell’abitacolo e mi prese il cazzo in bocca.
Le sue labbra si chiusero calde e umide intorno alla testa del mio cazzo. La lingua le girò intorno, poi scese lungo il dorso mentre mi succhiava più a fondo. Una mano mi stringeva la base, l’altra mi accarezzava le palle, già tese. La guardai mentre mi pompava con la bocca: gli occhi alzati verso di me, le labbra allungate intorno alla mia lunghezza, la saliva che le colava lungo il mento. Ogni tanto si staccava, tirava fuori la lingua e leccava la punta, raccogliendo il liquido pre-spermatico, poi mi riassumeva tutto, fino a farmi toccare il fondo della sua gola.
«Così… proprio così…», gemetti, una mano nei suoi capelli.

Lei accelerò, succhiando più forte, più profondo, la testa che si muoveva su e giù con ritmo costante. Il suono umido della sua bocca riempiva l’abitacolo. Sentivo le sue labbra stringersi, la lingua che premeva sotto, le guance che si scavavano. Il piacere salì di colpo, irrefrenabile. La avvertii stringendole i capelli.
«Giorgia… sto per…»

Non si staccò. Anzi, mi prese ancora più a fondo e rimase lì, la gola che si chiudeva intorno a me mentre venivo. Scaricai a ondate calde dentro la sua bocca, il seme che le riempiva la gola. Lei deglutì, una, due, tre volte, continuando a succhiarmi piano mentre le ultime gocce le uscivano. Solo quando fui completamente svuotato si staccò, le labbra lucide, un filo di saliva e sperma che le colava dall’angolo della bocca. Lo raccolse con il pollice e se lo portò alle labbra, leccandolo via senza staccarmi gli occhi di dosso.

Restammo così, respirando a fatica, il cuore che batteva ancora troppo forte. Lei restò inginocchiata tra le mie gambe per qualche secondo, la testa appoggiata contro la mia coscia. Io le accarezzai i capelli, le dita che le scivolavano tra le ciocche.

Fuori dalla macchina la città continuava a vivere come se niente fosse. Dentro, invece, c’era un silenzio pieno di cose non dette.
«E adesso?» chiese a voce bassissima, alzando gli occhi verso di me.Non risposi subito. Perché la verità era che non lo sapevo. Sapevo solo che, per la prima volta in quindici anni, qualcosa di noi non era più solo un ricordo.
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