Adesso si è sposata. Con lui...
Quella sera eravamo in un locale di danze caraibiche. Luci basse, odore di sudore dolce e l'immancabile alcol. Un gruppo di amici, tavoli messi insieme, bottiglie che circolavano. Lei, che quella sera non era con lui, indossava un vestitino rosso, corto, aderente sulle curve, con una scollatura che ogni tanto, quando si piegava in avanti per parlare, lasciava intravedere il bordo del reggiseno nero. Lo notai. Come lo notò chiunque altro. Ma era il tipo di cosa che si nota e si mette da parte. Lei era fidanzata e lo era anche quella sera, nonostante lui non ci fosse.
Ballammo. Bachata, salsa, qualche merengue. I corpi si avvicinano, tanto (a volte troppo), le mani scivolano sulla schiena, sui fianchi. Ma questo fa parte del gioco. Il ritmo ti costringe a stare vicini, a sentire il respiro dell’altro sul collo, a percepire il calore della pelle attraverso il tessuto.
Le sue dita a un certo punto mi presero il polso per guidarmi meglio nel passo (diciamolo: non sono un grande ballerino e lo ero ancora meno in quel periodo). Il suo petto sfiorò il mio. Il suo profumo - qualcosa di vanigliato e caldo - mi entrò nel naso. Ma era danza. Nient’altro.
Era successo già un paio di volte quella sera che ballassimo assieme, ma quando la canzone finiva tornavamo al tavolo, ridevamo, lei mi dava una pacca sul braccio come si fa con un amico. Nessun segnale. O almeno, nessuno che io sapessi leggere.
Verso le due ero stanco. Il locale era ancora pieno, la musica più bassa ma ancora presente. Dissi che me ne andavo. Lei si alzò quasi subito e mi chiese se potevo darle un passaggio, tanto passavo di là. Non c’era motivo di dire di no. Eravamo in macchina pochi minuti dopo. Lei si sistemò sul sedile del passeggero, tirò giù un po’ il vestito che le era salito sulla coscia, poi si voltò verso di me e sorrise. Iniziò a parlare. Di tutto. Della serata, di un amico che ballava malissimo, di una canzone che le era piaciuta. Ridevamo. Scherzavamo. Era facile. Come se fossimo amici da anni, non due persone che si frequentavano solo in gruppo.
La città scorreva fuori dal finestrino, semafori rossi, strade quasi vuote. A un certo punto mi chiese se avessi fame, se volessi fermarmi da qualche parte. Dissi di no, che era tardi. Lei annuì e restò in silenzio per un tratto, guardando fuori.
Arrivammo sotto casa sua. Un palazzo residenziale, silenzioso a quell’ora. Spensi il motore. Lei non scese subito. Si voltò verso di me, mi guardò un secondo più del necessario, poi si sporse.
Il bacio arrivò senza preavviso.
Le sue labbra sulle mie, calde, aperte, decidendo. Non un bacio timido. Un bacio che sapeva già dove voleva andare. La lingua che cercò la mia, le sue mani che mi presero il viso. Per un attimo restai fermo, il cervello che cercava di capire cosa stesse succedendo. Poi risposi. Le afferrai la nuca, la tenni ferma, approfondii il bacio. Lei emise un suono basso, quasi un gemito, e si sporse ancora di più, il busto che si piegava verso di me sopra il cambio.
Quando ci staccammo, entrambi respiravamo forte. Le dissi che non potevamo restare lì. Lei annuì senza aggiungere altro. Riaccesi il motore e feci cento metri, una traversina laterale, buia, con poche auto parcheggiate e nessun passaggio. Spensi di nuovo. Il silenzio della macchina era diverso, adesso. Carico.
Lei si slacciò la cintura e si voltò verso di me. Il vestito rosso le era salito ancora. Le cosce nude, lisce. La baciai di nuovo, questa volta senza esitazione. La mia mano scese sul suo ginocchio e salì, lenta, sotto il tessuto. Lei allargò leggermente le gambe. Trovai il bordo della sua mutandina, già umida. Passai un dito sopra il tessuto, poi lo scostai. Era calda, gonfia, viscida. Lei inspirò forte quando le sfiorai il buco.
La feci alzare un poco. Lei capì. Si mise a cavalcioni sul sedile del passeggero, poi si spostò verso di me. Non c’era spazio, ma non importava. Le sollevai il vestito fino alla vita. Le mutandine erano un filo di pizzo nero, già spostate di lato. Le abbassai. Lei sollevò i fianchi per aiutarmi. Le slacciai la cerniera dei pantaloni, tirai giù boxer e jeans quanto bastava. Il mio cazzo era già duro, pesante, venato. Lei lo guardò un attimo, poi me lo prese in mano. La sua presa era sicura, le dita che si chiusero intorno alla base e salirono fino alla testa, già umida.
Si chinò.
La sua bocca mi avvolse senza preamboli. Calda, umida, la lingua che premeva sotto, le labbra che scendevano fino a dove poteva. Sentii la gola stringersi intorno alla punta. Una mano le teneva i capelli, non per costringerla, ma perché dovevo toccarla. Lei mi succhiava il cazzo con un ritmo lento e profondo, saliva che le colava sugli angoli della bocca, piccoli suoni umidi ogni volta che saliva. Ogni tanto alzava gli occhi verso di me. Quello sguardo, con le labbra strette intorno al mio cazzo, mi fece pulsare forte in gola.
La fermai prima di venire. Le sollevai la testa, la baciai assaggiando me stesso sulla sua lingua, poi le feci voltare. Si mise a quattro zampe sul sedile, il culo verso di me, il vestito arrotolato sulla schiena. Le aprii le natiche con le mani. La figa era aperta, lucida, le labbra gonfie. Ci passai due dita dentro, lente, sentendola stringere. Poi le tolsi e mi misi in posizione.
Entrai in lei con una spinta sola.
Era stretta. Calda. Bagnata in un modo che fece scivolare tutto il mio cazzo fino in fondo al primo colpo. Lei gemette, la fronte premuta contro lo schienale. Cominciai a scoparla. Prima piano, sentendo ogni centimetro, poi più forte. Il suono era osceno: pelle contro pelle, il succhio umido della sua figa che mi prendeva, i suoi gemiti bassi che riempivano l’abitacolo. Le tenevo i fianchi, le dita affondate nella carne morbida. Ogni spinta le faceva ondeggiare il culo. Le diedi uno schiaffo leggero su una natica. Lei spinse indietro, chiedendone un altro con il corpo prima ancora che con la voce, e quando parlò fu solo per dirmi di farlo più forte.
Le diedi quello che chiedeva. La scopai più a fondo, più dura, il cazzo che batteva contro il suo culo a ogni colpo. Una mano le scivolò davanti, le dita che le trovarono il clitoride e lo strofinarono in cerchio mentre la riempivo. Lei iniziò a tremare. Il suo respiro si fece corto, irregolare. Sentii le pareti interne contrarsi intorno al mio cazzo, a scatti, sempre più forti.
Venne con un gemito lungo, il corpo che si irrigidì e poi si sciolse. Continuai a muovermi dentro di lei mentre veniva, sentendo i suoi spasmi succhiarmi. Non mi fermai. La tenni in quella posizione ancora un po', poi la feci voltare di nuovo. Si mise a cavalcioni, questa volta sul mio sedile, le ginocchia ai lati dei miei fianchi. Si abbassò da sola sul mio cazzo, fino in fondo, e iniziò a dondolare.
La guardavo da sotto. Il vestito rosso ancora addosso, scollato, un seno quasi fuori. Le slacciai la zip dietro, glielo tirai giù dalle spalle. I seni erano pieni, i capezzoli scuri e duri. Li presi in bocca, uno e poi l’altro, succhiando mentre lei si muoveva su di me. Le sue anche ruotavano, il clitoride che si strofinava contro la mia base a ogni discesa. Le mani le tenevano il culo, la guidavo, la sollevavo e la facevo riabbassare con più forza.
Sentivo che stavo per venire. Glielo dissi, la voce già spezzata. Lei capì. Si sollevò dal mio cazzo, scivolò in ginocchio tra i sedili quanto lo spazio glielo permetteva, e mi prese di nuovo in bocca. Questa volta non c’era lentezza. Succhiò a fondo, la lingua premuta sotto, una mano che mi strofinava la base mentre le labbra scendevano e saliva. La tenni per i capelli, i fianchi che si sollevavano incontro alla sua bocca.
Venni così.
Dritto in gola, a scatti forti, mentre lei non si tirava indietro. Sentii la sua bocca riempirsi, la gola che lavorava per prendere tutto. Qualche filo le colò all’angolo delle labbra, lei lo raccolse con la lingua e continuò a succhiare piano, svuotandomi fino all’ultima pulsazione. Restò lì qualche secondo in più, le labbra ancora intorno a me, gli occhi alzati.
Poi si staccò. Si passò il dorso della mano sulla bocca, si sistemò il vestito alla meglio, si rimise le mutandine. Io mi riallacciai i pantaloni. Il silenzio adesso era diverso. Non imbarazzato, ma denso.
Non ci limitammo a salutarci sulla soglia. Parlammo. Non subito, non lì sotto il portone, ma nei giorni dopo. Prima un messaggio, poi una chiamata, poi un altro incontro. Quello che era successo in macchina non restò una parentesi isolata. Continuò. Due mesi. Due mesi fatti di ore rubate, di scuse, di corpi che si cercavano appena ce n’era lo spazio. Due mesi in cui lei tornava da lui e io fingevo che quella cosa non mi riguardasse più di tanto.
Poi finì. Come iniziano certe cose: di colpo, senza un vero addio.
Ora, da quello che so, è sposata. Con lui.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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