Lui & Lei
L'amica speciale -11-
19.08.2025 |
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"Tra una lappata e l'altra le chiesi da quanto non scopava e lei si fece pensierosa..."
Per anni l'avevo invitata a venire al mare con me e la mia famiglia ma aveva sempre declinato l'invito, quell'anno accettò.Avrei voluto credere lo avesse fatto per quella cosa che c'era tra noi, speravo potesse nascere qualcosa di più, avendo più possibilità di stare sole, vicine... Ma sapevo che aveva accettato per tutta la situazione: quel gioco tra noi, il sesso con mio padre e, non da meno la presenza di mia madre. Le piaceva il rischio, ormai lo avevo capito. La eccitava in modo spasmodico il pericolo di essere scoperti.
Era sempre mia madre che mi incitava ad invitare le amiche, quando le dissi che quell'anno aveva accettato ne fu felice.
La preoccupazione di mia madre era il ragazzo calabrese con cui stavo, andando in Calabria, al mare, lo avrei avuto a "portata" per tutto il mese. Sapeva che eravamo sessualmente attivi ma era spaventata dalla quantità di tempo a disposizione che, in vacanza, avevamo per fare sesso.
Quando mio padre seppe della presenza della mia amica fece un largo sorriso che, subito, scusò dicendo quanto fosse felice per me. Quella sera, poi, lo sentii dire a mia madre "così avrà meno tempo da passare sola con il suo ragazzo!"
I primi giorni passarono sereni, senza colpi di scena, senza sotterfugi evidenti.
La mia amica e mia madre avevano sempre avuto un buon rapporto, al mare si intensificò. Entrambe erano amanti del sole e della tintarella: restavano in spiaggia assieme nelle ore più calde, stese sugli asciugamani come due lucertole. Io e mio padre (e il mio ragazzo) prima di mezzogiorno abbandonavamo "la griglia" dalla sabbia rovente. Le due pazze tornavano verso le due, ora di pranzo al mare, chiacchierando come due amiche, lamentandosi di questo e lodando quell'altro. Dopo pranzo c'era "il silenzio" fino alle cinque del pomeriggio, e durante quelle ore tutto il villaggio era silenzioso e le poche persone per strada parlavano bisbigliando.
Verso le quattro io e lei uscivano, per raggiungere i miei amici del mare, in pineta. Era un gruppo eterogeneo e la mia amica fu puntata da un paio di loro. Ne fui gelosa e infastidita ma non potevo vantare, tra quelle persone c'era anche il mio ragazzo, una relazione di quasi due anni. Lei, con il suo fare civettuolo, attirava sguardi e attenzioni, anche quelle delle altre ragazze che la trattavano con superficialità, ovviamente.
Faceva la gatta morta un po' con tutti i ragazzi, mi aveva confidando che nessuno di loro le piaceva particolarmente. Anche quella confidenza l'avevo vissuta male: mi trattava come al solito, da amica, nonostante avessimo avuto momenti molto intimi. Era come se quei momenti fossero una cosa a parte, esterni a noi.
La sera mi allontanavo per stare con il mio ragazzo, andavamo sulla spiaggia a fare sesso e lei stava con gli altri. Una sera tornata dal gruppo non la vidi e chiesi dove fosse.
«Non stava bene, è tornata a casa»
Egoisticamente pensai subito alla ramanzina che mi avrebbe fatto mia madre, per non averla accompagnata, dissi al mio ragazzo di stare con gli altri "se vieni con me, accusano entrambi, vado da sola" gli dissi e presi la strada di casa, poi incontrai una vicina che, dopo i convenevoli, mi disse che stava raggiungendo mia madre all'anfiteatro.
"Mia madre" non "i miei genitori".
...chi mancava all'appello? Mio padre e la mia amica. Un caso? No, di certo non lo era.
Arrivata davanti casa sentii la musica soffusa dello stereo, che accendevamo quando uscivamo, per dare la parvenza che ci fosse qualcuno in casa. Mi sporsi oltre il cancelletto e vidi che era stato "inserito l'allarme" che altro non era che un cavo con delle campanelle che suonavano quando il cancello veniva aperto. Oltre il cancelletto un piccolo giardino e la veranda dove c'era la cucina. Sulla facciata due porte finestre. Una era chiusa con la gelosia, era la camera dei miei e l'altra invece era chiusa solo con il vetro ed era la camera che ci dividevamo io e la mia amica. Anche quello era un indizio che ci fosse qualcuno in casa.
Volevo entrare ma se fossi passata da lì avrei messo chiunque fosse in casa in allarme con le campanelle. Lo sguardo saettò sul giardino della vicina: tra il nostro e il suo c'era un muretto di poco più di un metro che ero solita scavalcare quando ero bambina. Feci il giro, la vicina e il marito li avevo visti per strada e il loro cancelletto non era "allarmato", aveva un doppio chiavistello e li aprii entrambi, raggiunsi il muretto tra le due proprietà e lo scavalcai senza troppi problemi. Mi avvicinai piano alla porta finestra e attraverso la tenda notai una luce tremolante sul fondo, un punto luminoso sul pavimento del corridoio che portava al bagno. La musica nella veranda era bassa, ma sentii comunque le voci e provenivano dalla gelosia chiusa. Stavano scopando i due maiali. Nel letto matrimoniale. Mio padre con una scusa era rimasto a casa e si doveva essere accordato con lei perché tornasse e ora erano lì che godevano indisturbati.
La musica bassa copriva i loro gemiti a chiunque passava in strada e le campanelle li avrebbe avvisati se qualcuno tornava, e la lucetta del corridoio avrebbe agevolato il ritorno di lei nella nostra cameretta.
Mi avvicinai piano alla gelosia di legno e mi concentrai sui rumori all'interno: sentii il ronzio del ventilatore e il cigolio della rete del letto, i gemiti controllati di lei, quasi un guaito e il respiro pesante di lui. Ringraziai la tirchieria di mio padre: per la casa al mare era "inutile" e dispendiosa l'aria condizionata.
«Mi sei mancato. Averti vicino e non... Aaah»
«Prenditi il cazzo e stai zitta, troia! Ti metti quei costumini da puttana e vai in giro mezza nuda! Mi fai il cazzo di marmo e devo sopportare quei fichetti che ti guardano e tu, da troia che sei, ridi e fai la gatta morta!»
La rimproverò lui, anche se il vero rimprovero glielo stava dando a suon di stafilettate di cazzo. Sentivo il letto lamentarsi dei colpi di lui, i loro corpi schioccare ad ogni incontro duro e i lamenti interrotti di lei. Acuti ma smorzati. La mia fica si bagnò subito. Avevo scopato e goduto meno di mezz'ora prima, ma era quello il piacere vero. Sentivo il clitoride richiedere attenzioni e le mutandine zuppe.
Indossavo un abito fino sotto al ginocchio, raggiungere la mia intimità fu un attimo.
«La festa è finita, da domani quando ti chiamo tu corri. Inventi una scusa e vieni a svuotarmi i coglioni. Non sei mica in vacanza gratis! Te la devi pagare!»
«Non sono una puttana» si lamentò lei.
«Sei la mia puttana!» esclamò lui a voce alta, poi la sentii lamentarsi e lui che le diceva di stare giù, bestemmiando.
«Fai piano, ti prego, fai pian.. AAAHHHH»
Lui fece un verso prolungato, di godimento, mentre lei continuava a lamentarsi.
Non avevo bisogno di immaginare, sapevo cos'era successo. Le mie dita, premevano forte sul clitoride.
«Amo il tuo buco del culo, mi strizza il cazzo ogni volta. Sembri sempre vergine, ogni volta...» disse lui con voce più gentile, come le avesse fatto un complimento o detto una carineria romantica.
I lamenti di lei si trasformarono. Da acuti e flebili, quasi da incitamento.
«Sei la mia puttanella, vero?» domandò dolcemente.
Lei rispose di sì in un gemito.
«Ti piace il mio cazzo?»
«Sì, papà»
Lui fece un grugnito e io sentii la rete del letto cigolare forte e lei lamentarsi.
«La mia bambina vuole il cazzo del suo papà? E come lo vuoi? Dolce e o vuoi essere montata?»
Dopo un lungo momento, in cui la rete del letto cigolò lentamente lei rispose «montami papà, punisci questa figlia ingrata che non ti ha accontentato i giorni scorsi»
Sentii mio padre grugnire, come una bestia, poi la rete mi avvisò che la scopata era tornata impetuosa come prima e dopo qualche attimo sentii i loro corpi sbattere freneticamente. Lei uggiolava, un misto tra piacere e lamento doloroso e io raggiunsi l'orgasmo. Il mio piacere mi svegliò da quel momento di piacere condiviso e piombai nella gelosia e nel fastidio di saperli assieme. Silenziosa tornai verso il cancello lo aprii e feci suonare le campanelle. Finsi di imprecare e di stoppare il tintinnio, poi varcai la veranda. Aprii con la chiave la porta a vetri ed entrai in casa, in quel momento la mia amica uscì dal bagno, era sudata e accaldata, indossava la camicia da notte di cotone e teneva una mano sulla pancia.
«Mi hanno detto che non stai bene, potevi avvisarmi.»
«Mal di stomaco... Ho il cagotto» sapevo lo aveva detto per scusare l'arrossamento al buco del culo.
«Abbassa la voce, tuo papà anche non sta bene, è a letto.» Finsi di essere stupita e andai da lui. Era nel letto, indossava i pantaloncini del pigiama e fingeva di dormire. Era sudato e pensai bene di "svegliarlo", finsi di essere preoccupata, per entrambi e dissi che era meglio avvisare la mamma e magari chiamare la guardia medica. Sollevai l'ipotesi di una intossicazione alimentare, anche se io stavo bene e, avendo mangiato le stesse cose, era strano.
Entrambi furono contrari e io lasciai perdere. Mi esortarono ad uscire di nuovo "a tornare dagli amici, dal mio ragazzo, che loro stavano bene. Serviva solo un po' di sonno."
Rimasi un poco, poi uscii. Ritornai nel cortile dei vicini e dopo poco mio padre uscì per sistemare le campanelle. Li avevo interrotti, forse nessuno dei due aveva goduto. Lui di certo no. Lei forse un paio di orgasmi li aveva avuti prima che lui le sfondasse il buco del culo.
Aspettai qualche minuto poi mi avvicinai al muretto. La porta a vetri era socchiusa e li sentii litigare, poi lui entrò nella mia visuale, era nudo con il cazzo in mano, si stava lentamente segando.
«Dai, porco d*o, fallo! Mi fanno male i coglioni! Il culo no, la fica no, dammi la bocca! Quella non ti fa male!»
Entrò anche lei nella mia visuale, gli si avvicinò e lui le sfilò la camicia da notte.
Lui la sovrastava di una ventina di cm ed era uno scricciolo rispetto a lui. Magra, con curve appena accennate. Solo il viso la rendeva più grande, fisicamente pareva una ragazzina all'inizio dello sviluppo. Le toccò i piccoli seni, giocò con i capezzoli, poi si sedette sul mio letto e glieli prese in bocca. Mi fece senso il pensiero del culo nudo di mio padre sul lenzuolo dove dormivo, ma sentire i loro gemiti mi offuscò la mente. Non pensai minimamente nemmeno al fatto che se i vicini fossero tornati e mi avessero trovato lì, non avrei avuto spiegazioni valide. Ero imbambolata a guardarli, male illuminati dal lampione in strada.
Poi lei finì in ginocchio e prese in bocca il cazzo di mio padre, lui le mise una mano sulla testa e lei cominciò a fare su e giù.
"Brava bambina, succhia il cazzo al tuo papà... Ti piace vero? Puttanella del papà.... Brava amore, oh sì, quanto cazzo sei brava a fare pompini?! Mmmmm dio come muovi bene quella lingua da troia.... Succhia, porco d*o succhia, ah sì tienilo in gola... Ingoia ah, no! Vacca, stai ferma! Soffoca d*o cane soffoca! Esiste una morte più bella?»
La teneva per i capelli. Dalla mano appoggiata dolcemente sulla testa era passato alla mano arpionata ai capelli, stretta a pugno. Lei cercava di sollevare il capo e lui la teneva contro il suo grembo.
Allentò la presa, lei tossì, lui impugnò il cazzo e glielo sbatté sul viso.
«Prendi un bel respiro perché ora papà ti scopa la bocca»
Lei si lamentò, implorando di non farlo e lui le diede l'opzione "o la bocca o il culo". La scopata in bocca doveva essere così fastidiosa che lei scelse il culo. Nonostante lo avesse già preso e gli avesse detto che gli faceva male. Una parte di me voleva restare a guardare, per saziare quella voglia di vederla punita. Scopava con mio padre, mi mentiva da mesi e fingeva non fosse nulla di che quello che succedeva tra di noi. Ma se lui le lacerava il buco del culo... Non avrei potuto toccarlo nei giorni a venire. Feci rumore, per avvisare che i vicini erano tornati, feci il giro e mi precipitai al cancelletto, feci scattare le campanelle e feci finta di salutare qualcuno, dandogli la buonanotte. Entrata in casa trovai la mia amica a letto, mi sorrise debolmente e le chiesi come stesse. Poi andai da mio padre e lo trovai "addormentato".
Tornai nella nostra camera e chiusi le porte, poi le chiesi se le serviva "una spalmata di crema". Con un mezzo sorriso lei annuì.
Avevo le dita dentro di lei quando sentimmo tornare mia madre. Ci sdraiammo insieme, a cucchiaio, le mie dita cercarono ancora il suo buco e ne infilai uno, il medio e lei sobbalzò ma non potè dire nulla perché mia mamma bussò alla porta. Vedendoci nello stesso letto le dissi che ci stavamo confidando e che era pregata di uscire. Lei sorrise e chiuse la porta. E solo allora la mia amica lasciò uscire un gemito.
Sentii mia madre andare in bagno e le spinsi le dita dentro davanti, le piegai ad uncino e comincia a fare dentro e fuori, velocemente e a fondo. Lei godeva sommessamente e la nostra attenzione era sui rumori oltre la porta.
Lei venne, morse il cuscino e sentii i suoi umori viscidi sulle dita. Quando le tolsi, erano bagnate e filamentose e leccai un dito, continuando a muovere dentro e fuori il medio nel culo.
Mi guardò succhiarmi le dita e sorrise maliziosa
«Voglio venire ancora, sono un lago tra le gambe.»
Scossi la testa, incredula del suo appetito.
Tolse il lenzuolo ed espose la fica, liscia e umida, con le dita si aprì le labbra mettendo in risalto il clitoride gonfio.
«Ti va?»
Ero titubante, con mamma in giro per casa, fosse entrata, come lo avrei spiegato? Ma la voglia era tanta e poi... Era già entrata no?
Mi piegai e le diedi una leccata, poi un'altra, con la punta della lingua iniziai a colpire dolcemente il clitoride e lei ansimò.
«Sei una troia» mi uscì così, senza pensarci e lei mi diede ragione.
Tra una lappata e l'altra le chiesi da quanto non scopava e lei si fece pensierosa. Imboccai il clitoride e lo succhiai forte e lei soffocò un gemito acuto.
«Ho conosciuto un uomo. È sposato, in vacanza con la figlia. Sono tre giorni che mi sta attorno. Devo averlo scritto in fronte che mi piacciono gli uomini maturi porci e senza freni.»
«Ti sei fatta scopare?» chiesi senza indagare su altro. Forse questo avrebbe dovuto metterla in allarme o, forse, aveva inteso che ero talmente abituata alle sue stranezze che non ci davo più importanza.
«Stasera» ammise. Le infilai dentro due dita, poi ne aggiunsi un altro strappandole un gemito. Mia madre ci diede la buonanotte oltre la porta e sentimmo chiudere quella della sua stanza.
Mossi le dita lentamente, chinai il capo e imboccai il clitoride, lo succhiai piano ma lei godeva di tutte quelle stimolazioni.
«Non hai il cagotto. Te lo ha messo nel culo» dissi e lei ammise godendo.
«Ha un bel cazzo?»
«Grosso. La cappella larga» disse godendo. E sono certa che godeva di più a parlarmi del cazzo di mio padre piuttosto che di quello che le stavo facendo.
«Ti ha fatto male? È violento? Ma a te piace vero?» dissi come fossero domande ma erano constatazioni. Mossi la mano più velocemente e lei mosse il bacino per accompagnare la scopata, annuendo a tutto.
«La figlia ha la nostra età?»
«Sì, lui dice di no, ma nel suo profondo vorrebbe scoparla. Gli viene il cazzo durissimo quando lo chiamo papà.»
«Lo conosci già così bene?»
«Gliel'ho fatto diventare duro tre volte stasera. E tutte e tre le volte è bastato chiamarlo papà per averlo pronto in fretta.»
«E a te piace fare la figlia...» dentro la sentii più bagnata, le dita facevano un rumore incredibile.
«Adoro essere la figlia porca di un papà maiale, specialmente se ha il cazzo grosso»
«Ti piace sentirti aperta, sfondata dal cazzo grosso di un papà porco» aggiungi il mignolo e la penetrai con la mano a taglio spingendola dentro di colpo, fino al fermo del pollice. Lei sobbalzò sul letto, si inarcò e trattenne un urlo, poi le mie dita vennero investite dai suoi umori bollenti. Tenni la mano dentro, mossi le dita sulla carne viscida e incandescente del suo interno. Sollevò la testa per guardarmi e aveva gli occhi lucidi.
«Scopami così» implorò e io rimasi di sale. Pensavo ne avesse abbastanza e invece.
La feci sdraiare sul pavimento, senza togliere la mano e non appena fu sdraiata la stantuffai con la mano. La sentivo stretta, la mano strizzata, ma era viscida e scivolosa. Godeva la troia.
«Sto venendo. Porco d*o sto venendo.» Sentii degli spasmi sulle dita, il suo respiro liberarsi e guaì sommessamente e a lungo. Mi fermò la mano con la sua e lentamente la sfilò facendo smorfie sofferenti.
«Pensavo fosse piacevole».
«Molto ma mi hai aperta»
«Più del cazzo? Non credo.»
«Il cazzo è un cilindro... Non un piatto largo!»
Si lamentò. Mi guardai la mano e dovetti constatare che aveva ragione. Le guardai la fica e le aprii le labbra, la sentii lamentarsi e mi disse che le bruciava dentro, che era meglio se andava a farsi un bidet freddo. Le chiesi di aspettare un momento, che potevo fare qualcosa. Restò lì sul pavimento freddo, nuda, mentre uscivo in veranda dove c'era la cucina. Tornai con un bicchiere con acqua e ghiaccio. Mi sistemai di nuovo tra le sue gambe, bevvi un sorso e incollai la bocca alla fica. Ansimò e divaricò le gambe ancora di più, in un tacito invito.
Alternai un sorso d'acqua a leccate profonde dandole un nuovo piacere. Poi il liquido nel bicchiere finì lasciando solo i cubetti di ghiaccio. Ne presi in bocca uno, poi lo sputai e tornai a leccarla. Gemeva ancora. Ripresi il cubetto in bocca e glielo passai sulle labbra e più su, sul clitoride, si inarcò ma non fece nulla per sottrarsi. Il ghiaccio si stavo sciogliendo e io pensai a cosa potesse provare lei a sentirlo sciogliere tra quelle sue labbra. Le aprii con le dita e con lingua glielo spinsi dentro, lei cercò di lamentarsi dandomi della pazza ma poi si zittì quando glielo spinsi in fondo. Dalla fica cominciò a sgorgare acqua e io la raccolsi con la lingua.
«Cr**to è bellissimo, continua."
Il liquido sapeva di lei ed era tiepido ma finì in fretta. Misi anche gli altri due e lei iniziò a sgrillettarsi: voleva godere ancora?
«Leccami la fica, dai! Sto per venire di nuovo!»
Uggiolò il suo piacere e uno dei due cubetti scivolò fuori, ridotto ad una scaglia rispetto a quello che le avevo infilato. Leccai e succhiai fino a che lei non si mise sul gomiti.
«Devo fare pipì, devo andare in bagno, a meno che tu non voglia bere anche quella» le diedi una sberla su una coscia e la mandai a quel paese. Andò in bagno nuda e io restai a guardarla incantata.
Quando tornò indossò le mutandine e una canotta e si mise a letto. Ciò decretò la fine dei giochi. Come al solito io ero rimasta eccitata e insoddisfatta e lei non si era minimamente preoccupata dei miei bisogni.
La sentii addormentarsi e la rabbia montò dentro di me: perché non ero capace a dire nulla? Perché non la riprendevo? Perché non le chiedevo di ricambiare?
Poi, però, i miei pensieri scivolarono in altri più lascivi: quella sera si era fatta scopare da padre e figlia, la eccitava quella consapevolezza? Poi mi assalirono i dubbi: con me, aveva goduto così tanto per quel pensiero o era tutto merito mio?
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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