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Lui & Lei

La prima luce rossa - 1


di Membro VIP di Annunci69.it Alucirosse
09.08.2026    |    441    |    3 9.8
"Forse stavo semplicemente trasformando delle coincidenze in una storia che non esisteva..."

La mia fermata era la successiva.
Quando il treno iniziò a rallentare, mi accorsi che non avevo ancora pensato a come salutarlo. Per due mesi avevamo condiviso lo stesso vagone senza scambiarci una parola e, adesso, improvvisamente, sembrava assurdo scendere e tornare a essere due perfetti sconosciuti.
Le porte si aprirono.

Mi alzai.

«È stato un piacere conoscerti.»

Lui mi guardò e sorrise.

«Anche per me.»

Feci qualche passo verso l’uscita, poi mi voltai.
Era ancora seduto.
Mi stava guardando.
Non aveva l’aria triste di chi vede andare via qualcuno che gli interessa. Aveva un’espressione diversa. Quasi soddisfatta.
Le porte si chiusero tra noi.
Il treno ripartì.
Rimasi qualche secondo sulla banchina a guardare le luci rosse allontanarsi nel tunnel.
Non sapevo ancora che quella sarebbe stata la prima volta in cui avrei visto quelle luci senza sapere che qualcuno, dall’altra parte del vetro, mi stava ancora osservando.
Il lunedì successivo presi la metropolitana più tardi. Non perché avessi deciso di evitarlo. Almeno, così mi raccontai.Avevo semplicemente fatto tardi in ufficio.Quando arrivai sulla banchina, il display indicava quattro minuti.

Mi guardai intorno.

Era strano.

Per la prima volta da settimane cercavo qualcuno.

Lui non c’era.

Quando arrivò il treno, salii.

Mi sedetti vicino alla porta e tirai fuori il telefono.

Un messaggio.

Numero sconosciuto.

“Spero che oggi tu abbia avuto una giornata migliore.”

Rimasi immobile.

Rilessi.

Poi ancora.

Non c’era nessun nome.

Nessuna foto.

Solo quella frase.

Pensai a lui.

Mi venne quasi da sorridere.

Forse aveva trovato il mio numero. Forse me lo avrebbe chiesto la sera stessa. Forse era semplicemente una coincidenza.

Poi mi fermai.

Io non gli avevo dato il mio numero.

Non avevo mai parlato con lui fuori dalla metropolitana.

Digitai:

“Chi sei?”

La risposta arrivò dopo pochi secondi.

“Sai chi sono.”

Sentii un brivido corrermi lungo la schiena.

Alzai gli occhi.

Il vagone era quasi vuoto.

Una donna leggeva un libro. Un ragazzo ascoltava musica. Un uomo anziano dormiva con la testa appoggiata al finestrino.

Nessuno mi guardava.

Eppure ebbi la netta sensazione di essere osservata.

Mi voltai verso il vetro.

Nel riflesso vidi me stessa.

E, per un istante, dietro di me, una sagoma.

Un uomo in giacca scura.

Mi girai di scatto.

Niente.

Solo il corridoio del vagone.

Il cuore cominciò a battermi più forte.

Guardai di nuovo il telefono.

Un’altra notifica.

“Non dovresti avere paura di me.”

Quella volta non risposi.
Il giorno dopo cambiai strada.
Non presi la metropolitana.
Uscii dall’ufficio e camminai fino alla fermata dell’autobus. Mi sentivo sciocca.Continuavo a ripetermi che probabilmente avevo dato troppa importanza a un messaggio. Che magari qualcuno aveva sbagliato numero. Che quella sagoma nel vetro era soltanto un’illusione. E soprattutto continuavo a chiedermi una cosa.

Come aveva fatto a sapere che ero appena uscita dall’ufficio?

Arrivata alla fermata, mi sedetti.

Dall’altra parte della strada c’era un uomo.

Giacca scura.

Cravatta.

Mani nelle tasche.

Non riuscivo a vedere il suo volto.

Abbassai lo sguardo.

Quando rialzai gli occhi, non c’era più.

L’autobus arrivò.

Salii.

Mi sedetti in fondo.

Dopo tre fermate sentii il telefono vibrare.

“Questa strada non ti piace.”

Mi mancò il respiro.

Alzai lentamente lo sguardo verso il finestrino.

Fu allora che lo vidi.

Era dall’altra parte della strada.

Camminava parallelamente all’autobus.

Per qualche secondo rimase perfettamente visibile.

Poi il traffico lo nascose.

Mi alzai.

«Fermata!»

Premetti il pulsante.

Scesi prima del previsto.

Cominciai a camminare velocemente.

Non mi voltai.

Non volevo dargli la soddisfazione di sapere che avevo paura.

Dopo qualche minuto entrai in un bar.

«Un caffè, per favore.»

Mi sedetti in fondo al locale.

Aspettai.

Cinque minuti.

Dieci.

Nessuno entrò.

Tirai fuori il telefono.

Nessun messaggio.

Per la prima volta pensai che forse mi ero sbagliata.

Forse non c’era nessuno.

Forse stavo semplicemente trasformando delle coincidenze in una storia che non esisteva.

Pagai e uscii.

Feci appena tre passi.

Poi mi bloccai.

Sul marciapiede, proprio davanti all’ingresso del palazzo in cui abitavo, c’era una busta bianca.

Nessun nome.

Nessun indirizzo.

Solo una piccola macchia rossa nell’angolo.

La raccolsi.

Dentro c’era una fotografia.

La guardai.

Era una mia foto.

Io, quella mattina, mentre uscivo dall’ufficio.

Non ricordavo nessuno vicino a me.

Sul retro c’era una sola frase.

“Adesso sai dove guardare.”

Rimasi immobile.

Poi sentii un rumore alle mie spalle.

Un passo.

Mi voltai.

La strada era vuota.

Tranne una figura, in fondo al marciapiede.

Giacca scura.

Camicia bianca.

Cravatta.

Lui.

Questa volta ne ero certa.

Mi guardava.

Non fece nulla.

Non si avvicinò.

Sorrise soltanto.

Poi attraversò la strada e scomparve dietro l’angolo.

In quel momento capii una cosa terribile.

Non era lui ad aver iniziato a comparire nella mia vita.

Era già dentro.

Io semplicemente non me ne ero ancora accorta.
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