La prima luce rossa
Alucirosse
Ero lì, immobile, in quella stanza. Faticavo a credere che fosse davvero successo. Il suo respiro si faceva sempre più profondo e cadenzato, mentre la distanza tra noi sembrava ridursi a ogni istante. Per un attimo ebbi la sensazione di sentire le sue mani grandi sfiorare il mio corpo minuto, ancora attraversato da un misto di timore e curiosità. Chiusi gli occhi. Tutto era iniziato molto prima.
Era un semplice venerdì, uno di quelli che sembrano identici a tutti gli altri. Uscii dall'ufficio completamente esausta, con l'unico desiderio di tornare a casa, togliermi i tacchi e lasciarmi cadere sul divano. Mi diressi verso la metropolitana, linea 2, direzione Garibaldi. Il vento caldo che precedeva l'arrivo del treno iniziò a soffiare lungo la banchina. Era il segnale che tutti aspettavano. Accelerai il passo, ma i tacchi rallentavano la mia corsa, costringendomi a piccoli passi incerti.
Proprio quando le porte stavano per chiudersi, una mano le fermò.
Era lui.
L'uomo elegante che ormai vedevo quasi ogni sera. Giacca impeccabile, camicia sempre perfettamente stirata, cravatta sobria e quello sguardo tranquillo che sembrava osservare il mondo senza mai avere fretta. Come sempre mi lasciò salire per prima, accompagnando il gesto con un leggero sorriso.
«Grazie», sussurrai appena.
Lui si limitò ad accennare un cenno del capo.
Era diventata una piccola abitudine, un rituale silenzioso che si ripeteva da settimane. Nessuno dei due aveva mai cercato davvero una conversazione. Bastavano uno sguardo, un sorriso appena accennato e quella strana sensazione di riconoscersi ogni volta, come due sconosciuti che condividono un segreto senza esserselo mai confessato.
Quel giorno, però, qualcosa cambiò.
Il vagone era meno affollato del solito. In fondo, due posti erano rimasti liberi. Li notammo nello stesso istante e, quasi sincronizzati, ci dirigemmo verso di loro. Finimmo seduti uno accanto all'altra. Per la prima volta la distanza che ci aveva sempre separati scomparve. Potevo percepire il profumo discreto del suo dopobarba, mescolato all'odore del tessuto della giacca appena pulita. Le nostre spalle si sfioravano appena ogni volta che il treno affrontava una curva, e ogni contatto, per quanto involontario, sembrava amplificato dal silenzio che ci avvolgeva. Continuavo a fissare il finestrino, ma il riflesso mi tradiva. Lo vedevo osservare la mia immagine con la coda dell'occhio. Ogni tanto i nostri sguardi si incrociavano e, puntualmente, entrambi distoglievamo gli occhi con un sorriso quasi imbarazzato. Fu allora che iniziai a chiedermi chi fosse davvero quell'uomo. Come si chiamava. Dove lavorasse. Se anche lui aspettasse con la stessa curiosità quel breve viaggio di fine giornata.
Il treno sobbalzò leggermente.
Le luci del vagone tremolarono per un istante, poi tutto si fermò. Il rumore metallico delle rotaie lasciò spazio a un silenzio insolito, rotto soltanto dal brusio dei passeggeri. Qualcuno sbuffò. Un uomo poco distante alzò gli occhi al cielo, mentre una ragazza iniziò a controllare nervosamente l'orologio.
Dopo pochi secondi, la voce dell'altoparlante risuonò nel vagone.
«Ci scusiamo per il disagio. Il treno è momentaneamente fermo a causa di un guasto tecnico. Riprenderemo la marcia il prima possibile.»
Sospirai.
«Perfetto...» mormorai tra me e me. «L'unica cosa che desideravo era arrivare a casa.»
Accanto a me sentii una lieve risata.
«Giornata pesante?»
Mi voltai verso di lui. Era la prima volta che sentivo la sua voce. Era calma, profonda, con un tono rassicurante che sembrava appartenere a qualcuno abituato ad ascoltare più che a parlare.
Sorrisi.
«Si nota così tanto?»
«Un po'. Hai quell'espressione di chi ha combattuto con email, riunioni e telefonate per almeno dieci ore.»
Scoppiai a ridere.
«Quasi impressionante. Sei un indovino?»
«No. La stessa faccia che vedo allo specchio ogni venerdì sera.»
Per la prima volta non sembrava più lo sconosciuto elegante della metropolitana. Era semplicemente una persona con cui parlare.
«Allora anche tu torni da una settimana infinita.»
Lui annuì.
«Architetto. Questo periodo è... complicato.»
«Marketing.»
«Ah...» disse sorridendo. «Quindi sei una di quelle persone che riesce a convincere gli altri a comprare qualsiasi cosa.»
«Solo se mi offrono abbastanza caffè.»
Lui rise.
Una risata sincera, contagiosa.
Il tempo sembrò rallentare.
Il vagone, prima rumoroso, svanì quasi sullo sfondo. Continuammo a parlare come se ci conoscessimo da molto più tempo. Di lavoro, delle infinite corse per prendere la metropolitana, del traffico, delle vacanze che entrambi continuavano a rimandare.
Scoprii che aveva un'ironia sottile, mai invadente. Ascoltava con attenzione, senza interrompere, e ogni tanto raccontava un aneddoto capace di farmi sorridere.
«Sai una cosa?» disse dopo qualche minuto.
«Dimmi.»
«Sono almeno due mesi che prendiamo lo stesso treno.»
Lo guardai sorpresa.
«Li hai contati?»
«Più o meno.»
«Pensavo di essere l'unica ad averti notato.»
Lui abbassò lo sguardo per un istante, quasi imbarazzato.
«Sarebbe stato difficile non farlo.»
Quelle parole rimasero sospese tra noi. Non erano una dichiarazione. Nemmeno un complimento esplicito. Eppure bastarono a farmi sentire il viso scaldarsi. Proprio in quel momento il treno riprese lentamente a muoversi. I passeggeri applaudirono ironicamente, mentre il rumore delle rotaie tornava a riempire il vagone. Guardai il display sopra le porte. La mia fermata era la successiva. Per la prima volta, avrei voluto che quel tragitto durasse ancora qualche fermata in più.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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