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Lui & Lei

Quella volta in treno


di Complicediscreto
14.02.2026    |    72    |    0 8.7
"Una venuta incredibile, ero troppo giovane e troppo eccitato per resistere: un'ondata calda e bollente che allagò i miei boxer e la sua mano..."
Sono felice che il primo racconto delle mie esperienze vi sia piaciuto: continuerò a svelarvi tutto ciò che ha forgiato la mente trasgressiva che sono; solo storie vere, a volte banali in apparenza, ma fondamentali nel mio percorso. Stavolta, però, facciamo un salto indietro, alla mia adolescenza, alla prima volta che ho esplorato il corpo femminile (e non ho più smesso).
Avevo 14 anni e, a quel tempo, frequentavo il classico gruppo ecclesiastico. Il mio organismo, come quello di ogni adolescente, era una polveriera di ormoni. Eravamo in treno, diretti in Sicilia per un campo scuola, su un classico Intercity notte dove si dormiva sugli scompartimenti: le cuccette erano un lusso che non potevamo permetterci. Le responsabili c'erano, ma erano solo due ed essendo tanti ci dividemmo in gruppi da sei. Nel mio c'ero io, quella che era sempre stata la mia migliore amica, altre due ragazze e altri due ragazzi.
Mentre il treno sferragliava, nel corridoio la conversazione con la mia amica deragliò verso il proibito. Non ricordo nemmeno come finimmo a parlare della curiosità di non aver mai toccato un corpo dell'altro sesso. Certo, di immagini ne avevamo già viste tante, ma la pelle è un'altra storia. Fu quasi una sfida, un gioco tra due ragazzini quando lei mi chiese, con un filo di voce: "Allora, ne hai voglia?".
La guardai diversamente. Non era un modello di perfezione, anzi: era abbondante, con due seni enormi che sollecitavano la maglietta e fianchi più che generosi. Un viso aggraziato e bei capelli... era tenera. Eppure, in quel contesto quasi sacro, la sua rotondità mi stava eccitando in modo incontrollabile. Le risposi con un sorriso sfidante che non solo ne avevo voglia, ma lo avrei fatto anche, lì, su quel treno in corsa. Andare in bagno era troppo rischioso, le catechiste ci avrebbero beccati. Rimase solo una promessa, un patto sussurrato nel rombo del treno.
Più tardi, all'ora di dormire, con lo scompartimento chiuso e le luci spente, ci mettemmo vicini. Aspettammo che il respiro degli altri diventasse regolare, che il treno ci cullasse in un falso senso di sicurezza. Era estate, avevamo addosso solo gli zaini a coprirci in piccolissima parte. La mia mano, tremante, si infilò sotto il suo top. Fu una rivelazione. Quelle tette erano enormi, calde, morbide come cuscini, e sotto il palmo della mia mano sentii il capezzolo indurirsi, una perla turgida che chiedeva di essere schiacciata tra le dita. Il mio cazzo era già di marmo, batteva contro i jeans. Lei lo capì e la sua mano mi cercò, sfiorandomi sopra il tessuto.
Ma la timidezza durò poco. Entrambi, con un movimento concitato e silenzioso, aprimmo i jeans. La mia mano scivolò sotto il suo elastico, addentrandomi in un mondo nuovo. Sentii i peli, una selva vellutata, e poi il calore umido della sua fica. Era un lago in piena, una carne calda e pronta che accoglieva le mie dita esploratrici. Intanto la sua mano si faceva strada nei miei boxer e, quando le sue dita chiusero attorno al mio amico, sveglio come non mai era stato, un brivido mi percorse la schiena. Era la prima volta, la prima mano non mia a possederlo così.
Mi fermai un attimo per godermi quell'attimo di puro trionfo, ma lei non si fermò. Il suo polso iniziò a muoversi, lento e poi più deciso, e dopo pochi colpi sentii lo sperma montare, irrefrenabile. Una venuta incredibile, ero troppo giovane e troppo eccitato per resistere: un'ondata calda e bollente che allagò i miei boxer e la sua mano. Riuscii a chiudere tutto sotto boxer e jeans, ma l'odore del mio piacere rimase nell'aria per tutto il viaggio.
All'arrivo, la mattina dopo, l'altra nostra amica del gruppo mi fissò con uno strano sguardo, un misto di sospetto e curiosità. Temei che avesse sentito tutto, ma non disse mai nulla. Quella settimana al campo le catechiste erano, come di consueto, guardiani che spuntavano dagli angoli, rendendo ogni tentativo di intimità una missione impossibile. Ma un pomeriggio, dopo pranzo, riuscii a portare la mia amica in un angolo più isolato. Lì, di nuovo, le chiesi di rifarlo meglio: la sua mano mi prese, questa volta con più sicurezza. Ubbidì, docile. Mentre mi segava, l'altra mano mi accarezzava le palle che ancora non aveva toccato, schiacciandole leggermente. Provai a spingerla giù, a farle capire che volevo la sua bocca, ma lei esitò. Non voleva, non quella volta almeno. Avevo scoperto quanto mi piaceva venire per mani altrui e mi sarei fatto segare per tutto il campo scuola, se solo avessi potuto. A lei piaceva seguirmi, si vedeva.
Il viaggio di ritorno fu senza colpi di scena, ma una volta successiva, mesi dopo, lei divenne la mia prima volta; in un letto e non più su un treno. Ma questa, come dicevo, è un'altra storia. Quella del treno, però, rimase la scintilla. Il momento in cui capii che non amavo i limiti e mi piaceva superarli, che il piacere si nasconde dove meno te lo aspetti, anche negli ambiti più "casti". E che la trasgressione, in fondo, non è mai peccato.
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