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Lui & Lei

Volevo la figlia e invece…


di Membro VIP di Annunci69.it Niccolo96
14.09.2025    |    241    |    0 8.0
"La stesi sul divano, la lingua che scendeva su di lei, i gemiti che riempivano la stanza..."
Era il 4 luglio, il mio primo giorno in casa nuova.
Salivo in ascensore con le braccia cariche di scatoloni quando la incontrai: Antonia. Una ragazza del sud, appena trasferita in città per lavoro. Vestita sportiva, capelli spettinati, un asciugamano al collo. Mi aprì la porta dell’ascensore con un sorriso semplice e caldo.

Aveva addosso solo un reggiseno sportivo e un pantaloncino aderente. Due occhi scuri, profondi, capaci di scaldarti più del suo corpo atletico. Scoprii che abitava proprio accanto a me, porta di fianco. E da lì iniziarono i miei soliti film mentali.

Per settimane non la rividi quasi mai. Turni strani, orari sballati.
Poi, poco prima di Ferragosto, la sua casa si popolò. Conobbi i genitori: la madre, una splendida donna napoletana, capelli ricci, forme generose e un sorriso che sembrava eterno.

Una sera, tornando a casa, sentii l’ascensore fermarsi al piano. Corsi alla porta con la speranza di sorprendere Antonia vestita in abiti diversi dal solito, ma non fu lei a comparire. Un ragazzo giovane entrò invece da loro, accolto proprio dalla madre, che lo strinse e lo baciò con un calore che andava oltre il semplice affetto. Non era un fidanzato, capii subito, ma qualcosa di diverso.

Mi rimisi sul divano, ma poco dopo i rumori mi richiamarono. Gemiti. Non quelli di Antonia – lei era uscita poco prima – ma della madre. E insieme a lei, la voce di un uomo adulto che sussurrava frasi sporche: “Ti piace il cazzo giovane? Prendilo tutto.” Era il padre di Antonia.

Il sangue iniziò a scaldarsi nelle vene. Rimasi a lungo in ascolto, fino a che i gemiti si spensero.

Due giorni dopo, salii in ascensore con lei, la madre. Mi bastava guardarla per rivivere quella scena immaginata dietro il muro. Chiacchierammo. Le chiesi se fosse sola. Lei rispose con naturalezza che era lì con il marito, in visita alla figlia.

Quando arrivammo al piano, un coraggio improvviso mi spinse a dire:
“Vuole un caffè?”
Lei sorrise e accettò.

Entrò in casa mia con naturalezza, sedendosi sul divano e accavallando le gambe. Mentre preparavo il caffè, la osservavo, incapace di distogliere lo sguardo. Forse se ne accorse, perché con un gesto casuale lasciò scivolare una spallina del vestito. Il seno sfiorò l’aria. Rise.

“Poteva capitare qualcosa di peggio” dissi.
“Tipo che cascassero tutt’e due?” rispose maliziosa.

La tensione si tagliava col coltello.

Finito il caffè, mi voltai verso di lei: le spalline del vestito erano entrambe calate, le aureole in vista. Mi guardava dritto negli occhi.
“Vedi? Può sempre succedere il peggio…” sussurrò, questa volta senza aggiustarsi.

Non servivano più parole. Mi avvicinai. Le nostre bocche si incontrarono con una fame che parlava da sola. Lei fece cadere il vestito, prendendomi la mano e poggiandola sul seno morbido. Gemette piano, e mi lasciò scivolare le dita tra le sue cosce già bagnate.

La stesi sul divano, la lingua che scendeva su di lei, i gemiti che riempivano la stanza. Mi tirò per i capelli verso l’alto e ansimando ordinò:
“Scopami, sono tua.”

La presi senza esitare. Le gambe sul mio petto, il suo corpo che urlava piacere, tanto da doverle tappare la bocca.
“Inculami… è tanto che non lo fanno” mi sussurrò con un filo di voce spezzato dall’ansia e dall’eccitazione.

Non le negai nulla. Le entrai dentro, e il suo grido, trattenuto solo dalla mia mano, mi incendiò. Nel delirio, mi guardò negli occhi e sibilò parole napoletane che capii a metà: “Mia figlia… stronzo.”

Io, in un lampo di follia, risposi:
“Sì… ma con te insieme.”

Lei sorrise, e quella fu la scintilla finale. La presi per i capelli, esplodendo sul suo volto. Si leccò le labbra, soddisfatta, e ridendo mi disse:
“Se scopi mia figlia come hai scopato me… la prossima volta verremo insieme.”
Sto aspettando ancora quella “prossima volta”, ma sono fiducioso che ci sarà
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