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Capitolo Settimo: Chi sono veramente?


di Francesco74
09.09.2026    |    549    |    0 8.0
"In quella vita precedente, il sesso era sempre stato un dovere di routine o un calcolo: un susseguirsi di atti meccanici mirati unicamente ad appagare il marito, oppure fugaci tentativi di..."
Elena si trovava legata e bendata, pronta a qualsiasi cosa Marco le volesse fare. Lo sentiva vicino mentre preparava con cura ogni dettaglio. Ad un certo punto sentì le sue mani muoversi con precisione sul suo corpo; Marco stese una crema lubrificante prima nell' ano, poi nella vagina, applicò due lacci collegati direttamente al collare e li mise in tensione; le ordinò di iniziare a muoversi e ballare come un serpente, oscillando con la testa in avanti e indietro per stimolare ano e vagina e percepire la duplice pressione di quegli elementi.
Mentre Elena ondeggiava, Marco passò alla stimolazione dei capezzoli, già profondamente turgidi: le abbassò il reggiseno e applicò due pinze anch'esse collegate al collare, mantenendole in tensione. Per Elena, continuare a muoversi significava sollecitare simultaneamente tutti i punti più sensibili del proprio corpo.
In sottofondo, una musica dal ritmo ipnotico scandiva il tempo, impedendole di pensare e spingendola solo a lasciarsi andare completamente. In questa fase, Marco scelse di fare da spettatore: si versò un bicchiere di whisky, accese una sigaretta e si sedette di fronte a lei in silenzio.
Osservava la pelle di Elena farsi lucida di sudore e il corpo reagire alla stimolazione costante degli strumenti applicati. A un certo punto, con voce ferma e calma, Marco le ordinò di avvisarlo non appena avesse sentito arrivare l'orgasmo.
Dopo diversi minuti di movimento continuo, il respiro di Elena divenne affannoso. I mugolii tradivano l'imminenza del culmine, mentre la tensione accumulata minacciava di farle perdere del tutto il controllo del ritmo e del comando ricevuto.
«Fermati. Adesso,» ordinò Marco con voce ferma e priva di inflessioni, rompendo il silenzio della stanza.
L'inerzia della stimolazione e l'intensità del momento resero per Elena quasi impossibile arrestare subito il movimento. Il suo corpo continuò ad ondeggiare per qualche istante, incapace di rispondere con la dovuta prontezza.
Marco si alzò con calma dalla sedia, poggiando il bicchiere sul tavolo. Si avvicinò alla croce e, senza alzare la voce, richiamò la sua totale attenzione dandole un ceffone sui glutei,bloccando ogni sussulto e ripristinando l'immobilità con assoluto rigore.
«Quando ti do un ordine, il tuo corpo deve obbedire all'istante, senza riserve,» le disse all'orecchio, lasciando che la vibrazione profonda della sua voce sostituisse qualsiasi altro stimolo.
Elena trattenne il fiato, sentendo la disciplina riprendere il sopravvento sul desiderio spontaneo. Il blocco improvviso e l'autorità di Marco la riportarono a uno stato di totale sottomissione psicologica, sospesa nell'attesa delle sue prossime disposizioni.
«Ti sei ripresa, Elena?» chiese Marco con tono calmo e controllato, accarezzandole il viso
«Sì,» rispose lei con un filo di voce ancora spezzata dall'affanno, cercando di ritrovare la stabilità interiore nell'oscurità della benda.
«Bene,» ordinò lui, ritraendo lentamente la mano per lasciarla di nuovo sospesa nell'attesa. «Ricomincia a ballare. Ho ancora il bicchiere pieno.»
Elena non se lo fece ripetere due volte. Nonostante la pelle tesa e la mente ancora annebbiata dalla stimolazione interrotta, riprese a muovere il bacino e la testa a tempo con la musica ipnotica che riempiva la stanza. Ogni oscillazione metteva nuovamente in tensione i lacci collegati al collare, riattivando istantaneamente il contatto con i ganci e sollecitando i punti più sensibili.
Marco tornò a sedersi di fronte a lei. Riprese in mano il bicchiere di whisky, osservando in silenzio e con distaccata attenzione ogni singolo movimento di Elena, padrone assoluto del suo tempo e del suo piacere.
Dopo un’attesa che ad Elena parve infinita, scandita unicamente dal ritmo della musica e dal proprio respiro, il rumore del bicchiere poggiato sul tavolo segnalò che Marco si era alzato.
Si avvicinò a lei con la consueta calma misurata, decidendo che fosse giunto il momento di concederle un premio. Nel suo disegno, il piacere non doveva essere un atto improvvisato o disordinato, ma una concessione ponderata, un traguardo il cui ritmo e la cui intensità spettavano esclusivamente a lui, il suo padrone.
Marco liberò Elena da uno dei ganci con gesti fermi e precisi. Con un tocco leggero si accertò della risposta del suo corpo, verificando che fosse nella condizione ideale per accogliere la fase successiva. Si massaggiò una mano con altro lubrificante e, proseguendo con deliberata lentezza, iniziò un contatto progressivo e profondo. Sfruttando la naturale reazione di lei, avanzò gradualmente: prima un dito, poi due, tre...una pressione, poi un'altra, estendendo il contatto passo dopo passo per permettere ai muscoli di abituarsi alla dilatazione.
Elena iniziò a dimenarsi sulla struttura, non per sottrarsi o protestare, ma nell'istintivo tentativo di assecondare quei movimenti, inarcando il bacino per facilitare l'accesso e accogliere quella presenza crescente.
«Che brava che sei,» mormorò Marco al suo orecchio, la voce calda e priva di fretta.
Mentre la mano di Marco avanzava con cadenza misurata, penetrando lo spazio più intimo del suo corpo fino a riempirlo con lentezza quasi sacrale, una vertigine profonda travolse la mente di Elena. Avvolta dall'oscurità della benda e dall'estasi della carne, un pensiero improvviso scalfì l'ipnosi del momento: Chi sono veramente?
Non c'era un briciolo di paura o di esitazione in quella domanda, solo uno sconcerto quasi estatico di fronte a quanto tutto quel controllo le stesse piacendo. Inevitabilmente, la sua memoria scivolò all'indietro, verso le sue esperienze passate e gli anni del matrimonio. In quella vita precedente, il sesso era sempre stato un dovere di routine o un calcolo: un susseguirsi di atti meccanici mirati unicamente ad appagare il marito, oppure fugaci tentativi di raggiungere un piacere distaccato, quando lui si dimostrava capace o interessato a concederglielo. Lì, la sua intimità era una moneta di scambio, un dovere coniugale privo di anima e di vera presenza.
Con Marco, invece, non c'era alcuna performance da garantire, nessun dovere morale a cui conformarsi. L'assoluta rinuncia al proprio libero arbitrio l'aveva, paradossalmente, liberata. Inarcando il bacino per accogliere ogni millimetro di quella mano che la esplorava fino in fondo, Elena comprese la verità che aveva cercato di soffocare per tutta la vita: ciò che il suo "io" più profondo desiderava non era la banale parità di un rapporto ordinario, ma essere posseduta, guidata e plasmata da un uomo capace di esercitare un'autorità assoluta. La sottomissione non la privava della sua identità, ma gliela restituiva nella sua forma più autentica e primordiale. Per la prima volta, legata a quel legno, Elena non stava recitando un ruolo per compiacere qualcuno: era spogliata di ogni sovrastruttura, viva, e totalmente padrona della propria resa.
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