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Prime Esperienze

In viaggio per Vienna


di intrigopd
13.02.2026    |    2.543    |    1 7.5
"Un sorriso che non prometteva niente di concreto, ma apriva tutte le possibilità..."
Il treno notturno per Vienna scivolava sui binari con quel ritmo ipnotico che sembrava fatto apposta per confondere i pensieri. Le luci soffuse dei corridoi creavano riflessi dorati sulle superfici metalliche, e ogni porta chiusa sembrava custodire un segreto.
Marco salì all’ultimo minuto, con l’aria di chi non ama essere osservato ma inevitabilmente lo è. Il vagone era quasi vuoto, tranne per una figura seduta vicino al finestrino: una donna elegante, avvolta in un cappotto scuro, le gambe accavallate con una naturalezza che non aveva bisogno di presentazioni.
Non lo guardò subito.
E proprio per questo, lui la notò ancora di più.
Quando finalmente sollevò lo sguardo, fu come se il treno avesse rallentato. Occhi chiari, un sorriso appena accennato, di quelli che non dicono “ciao”, ma “so già più di quanto immagini”.
Marco prese posto di fronte a lei. Non c’era nessun altro nel compartimento. Solo il rumore del treno e quella tensione sottile che nasce quando due sconosciuti si studiano senza farlo davvero.
— Viaggio lungo? — chiese lei, con una voce morbida, quasi un invito.
— Dipende da chi ho davanti — rispose lui, lasciando che il tono restasse neutro, ma non troppo.
Lei sorrise, inclinando appena la testa.
Un gesto semplice, ma carico di una sicurezza disarmante.
Il treno entrò in una galleria.
Le luci tremolarono.
Per un istante, i loro volti rimasero illuminati solo dai bagliori intermittenti, come in una scena che non dovrebbe essere vista tutta intera.
— Sai qual è la cosa affascinante dei treni notturni? — disse lei, avvicinandosi appena. — Che nessuno ti conosce, nessuno ti giudica… e tutto sembra possibile.
Marco percepì il profumo del suo cappotto, una nota calda e speziata che sembrava fatta apposta per confondere la distanza.
— E tu cosa rendi possibile? — chiese lui, senza spostarsi.
Lei non rispose subito.
Si limitò a sfiorare con un dito il bordo del tavolino tra loro, come se stesse tracciando una linea invisibile che lui avrebbe potuto oltrepassare… o no.
— Dipende — mormorò. — Da quanto sei bravo a non dare nulla per scontato.
Il treno uscì dalla galleria.
La luce tornò, morbida, discreta.
Ma ormai l’atmosfera era cambiata.
Non c’era bisogno di altro.
Il resto era tutto nelle intenzioni, negli sguardi, nel ritmo lento del viaggio che prometteva un crescendo…
…di quelli che non si raccontano, si immaginano.
Il treno aveva preso velocità, come se volesse allontanarsi da tutto ciò che era prevedibile. Le luci del corridoio scorrevano rapide, riflettendosi sul vetro e creando ombre che sembravano muoversi da sole.
Lei si alzò lentamente, senza fretta, come se ogni gesto fosse studiato per essere notato. Il cappotto scivolò appena sulle spalle, rivelando un accenno di seta scura sotto. Non troppo. Solo quanto bastava per far capire che nulla, in quella donna, era lasciato al caso.
— Vieni — disse, senza guardarlo, aprendo la porta del corridoio.
Non era un ordine.
Non era una richiesta.
Era… un invito che non prevedeva rifiuti.
Marco la seguì.
Il corridoio era stretto, e il treno oscillava quel tanto che bastava a farli sfiorare. Ogni volta che il vagone sobbalzava, il suo profumo lo raggiungeva, caldo, avvolgente, quasi complice.
Lei si fermò davanti al piccolo spazio tra due vagoni, dove il rumore dei binari era più forte e le luci più basse.
— Sai qual è la cosa più interessante dei viaggi notturni? — disse, voltandosi verso di lui. — Che nessuno ti vede davvero. Tutti dormono, o fingono di farlo.
Si avvicinò di un passo.
Poi di un altro.
Fino a quando la distanza tra loro non fu più una distanza, ma una promessa.
Marco percepì il calore della sua voce prima ancora delle parole.
— E tu… — mormorò lei, sollevando lo sguardo — …sei uno che osserva o uno che si lascia osservare?
Non aspettò la risposta.
Gli sfiorò il polso con un gesto leggero, quasi impercettibile, ma sufficiente a far capire che il gioco stava cambiando.
Il treno entrò in un’altra galleria.
Buio.
Silenzio.
Solo il rumore dei binari e il respiro trattenuto di due persone che stavano per oltrepassare una linea invisibile.
Quando la luce tornò, lei era ancora lì, vicinissima, con quel sorriso che non prometteva nulla… e prometteva tutto.
— Vieni — ripeté, questa volta più piano. — Il viaggio è lungo. E io non sono brava a… stare tranquilla.
Si voltò e iniziò a camminare verso il vagone successivo, senza guardare se lui la stesse seguendo.
Ma sapeva che lo avrebbe fatto.
Il vagone successivo era più silenzioso, quasi ovattato. Le luci erano più basse, come se qualcuno avesse deciso che lì, a quell’ora, fosse meglio non vedere troppo.
Lei camminava davanti, con passo sicuro, senza voltarsi.
Marco la seguiva, ma con quella sensazione sottile — quasi impercettibile — che qualcosa non tornasse.
Non era lei.
Era… l’aria.
Come se ci fosse un terzo elemento nella scena.
Non una persona.
Una presenza.
Quando lei si fermò, lo fece davanti a una porta chiusa.
Non una cabina.
Una sala riservata del treno, una di quelle che di solito restano vuote, usate solo dal personale.
— Qui — disse lei, appoggiando la mano sulla maniglia.
Marco stava per rispondere, quando un dettaglio lo bloccò:
la porta era già socchiusa.
Lei lo notò.
E sorrise.
— Non ti preoccupare — mormorò. — Non è quello che pensi.
La spinse piano.
La porta si aprì.
La stanza era semibuia, illuminata solo da una lampada laterale.
E lì, seduto con una calma quasi teatrale, c’era un uomo.
Elegante.
Composto.
Come se fosse lì da sempre.
Non sorpreso.
Non incuriosito.
Semplicemente… in attesa.
Marco lo guardò, cercando di capire.
L’uomo sollevò lo sguardo, con un’espressione che non era né ostile né amichevole.
Era qualcosa di più sottile: valutativa.
Lei entrò per prima, senza esitazioni.
— Lui è con me — disse, indicando Marco. — E tu sai cosa significa.
L’uomo annuì lentamente, come se quella frase fosse parte di un rituale già noto.
Poi parlò, con una voce bassa, controllata.
— Sei sicura che sia… adatto?
Lei si voltò verso Marco.
Lo guardò negli occhi.
E in quello sguardo c’era tutto: provocazione, sfida, curiosità… e un accenno di qualcosa di più profondo, quasi pericoloso.
— Lo vedremo — rispose lei. — È questo il bello dei viaggi notturni.
Nessuno è mai davvero quello che sembra.
Marco sentì un brivido, non di paura, ma di consapevolezza.
La dinamica era cambiata.
Non era più un gioco tra due sconosciuti.
Era qualcosa di più complesso, più psicologico, più… orchestrato.
E lui era entrato nel mezzo senza nemmeno accorgersene.
L’uomo si alzò lentamente, avvicinandosi quel tanto che bastava a farsi notare, ma non a invadere lo spazio.
— Allora — disse, con un mezzo sorriso enigmatico — iniziamo a conoscerci.
Lei si avvicinò a Marco, sfiorandogli il braccio con un gesto che sembrava casuale, ma non lo era affatto.
— Non preoccuparti — sussurrò. — Qui nessuno ti farà domande dirette.
Le risposte… le diamo noi.
Il treno sobbalzò leggermente, come se avesse reagito anche lui alla tensione crescente.
E per la prima volta, Marco capì che non era lui a seguire lei.
Era entrato in una storia che loro due stavano già scrivendo da tempo.
E ora… lo stavano includendo.
La porta si richiuse alle loro spalle con un clic morbido, quasi rispettoso.
La stanza sembrava più grande di quanto fosse davvero, forse per via della luce calda che sfumava gli angoli, forse per la presenza dei tre, che riempiva l’aria come un profumo denso.
Lei si mosse per prima.
Non verso Marco, non verso l’uomo.
Verso la lampada.
Ruotò la manopola.
La luce si abbassò ancora, diventando un bagliore ambrato che rendeva impossibile distinguere del tutto i contorni.
Era come se il mondo esterno fosse sparito, lasciando solo quel piccolo spazio sospeso tra un vagone e l’altro, tra un prima e un dopo.
— Qui — disse lei, con una calma che non era calma — non si tratta di vedere.
Si tratta di percepire.
L’uomo annuì, come se quelle parole fossero parte di un copione antico.
Marco sentì un cambiamento nell’aria.
Non un pericolo.
Qualcosa di più sottile: la sensazione di essere entrato in un luogo dove le regole non erano scritte, ma condivise.
Lei gli si avvicinò, ma non lo toccò.
Si fermò a un respiro di distanza, abbastanza vicina da fargli sentire il calore della sua presenza, abbastanza lontana da lasciargli il dubbio che potesse ancora tirarsi indietro.
— Ogni viaggio notturno — mormorò — ha un momento in cui smetti di essere passeggero… e diventi parte del percorso.
L’uomo si avvicinò a sua volta, con movimenti lenti, misurati.
Non c’era aggressività, né invadenza.
Solo una consapevolezza silenziosa, come se stessero tutti entrando in una stessa frequenza.
— Non devi fare nulla — disse l’uomo. — Devi solo… esserci.
Lei sorrise.
Un sorriso che non prometteva niente di concreto, ma apriva tutte le possibilità.
Il treno entrò in un’altra galleria.
Buio totale.
Un buio che non spaventava, ma avvolgeva.
Nel silenzio, Marco percepì:
un respiro vicino,
un movimento lento,
un’intenzione condivisa.
Non c’erano ruoli definiti.
Non c’erano domande.
Solo un equilibrio nuovo, fragile e potente, che si stava formando tra loro tre.
Quando la luce tornò, tenue e dorata, i loro sguardi si incrociarono.
E in quell’istante, senza bisogno di parole, fu chiaro che il viaggio stava cambiando forma.
Non era più un incontro casuale.
Non era più un gioco di sguardi.
Era un rituale.
Un momento sospeso.
Un’apertura verso qualcosa che nessuno dei tre avrebbe potuto spiegare… ma che tutti stavano scegliendo.
La porta rimase chiusa.
Il treno continuò la sua corsa.
E ciò che accadde dopo…
rimase custodito nel ritmo dei binari, come un segreto che solo la notte conosce.

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