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Prime Esperienze

LA PORTA SOCCHIUSA CAPITOLO 2 – IL CONFINE


di TheRedWolfs
16.08.2026    |    584    |    4 9.7
"Maya lasciò che le dita scendessero lungo il profilo del suo viso, fermandosi sotto il mento..."
Mancavano sei giorni.

Per la prima volta, l’attesa faceva già parte del gioco.

Era soltanto l’inizio.

Nei giorni successivi, quella data segnata sul calendario cominciò a occupare ogni spazio. Era presente nei silenzi tra me e Viola, negli sguardi che duravano più del necessario, nelle domande che nessuno dei due riusciva ancora a pronunciare fino in fondo.

Non ne parlavamo continuamente. Non ce n’era bisogno.

L’attesa si era insinuata nella nostra quotidianità, trasformando persino i gesti più semplici. Bastava che Viola mi passasse accanto, sfiorandomi appena, perché tornasse alla mente ciò che avevamo deciso. O che, almeno, credevamo di aver deciso.

Poi i sei giorni passarono.

E quella sera arrivò.

All’improvviso non fu più una fantasia.

Ero davanti allo specchio quando vidi Viola comparire alle mie spalle.

Indossava un abito nero che non le avevo mai visto. Le aderiva al corpo senza risultare eccessivo, ma seguiva con precisione la linea dei fianchi e la morbidezza delle sue curve. La scollatura lasciava scoperta una parte del décolleté, abbastanza da attirare lo sguardo senza svelare troppo.

I capelli le cadevano sulle spalle in onde morbide. Aveva truccato gli occhi più del solito, rendendo il suo sguardo ancora più profondo.

Rimasi a osservarla attraverso lo specchio.

— Che c’è? — domandò.

— Niente.

— Diego.

Mi voltai verso di lei.

— Sei bellissima.

Viola abbassò lo sguardo per un istante. Quando tornò a guardarmi, aveva sulle labbra un sorriso appena accennato.

— Anche tu non sei male.

Indossavo una camicia scura, aperta sul collo, e un paio di pantaloni neri. Ero alto, con le spalle larghe e un fisico asciutto, ma non eccessivamente scolpito. I capelli, di quel colore indefinito che sotto certe luci sembrava quasi rossiccio, non volevano saperne di restare al loro posto.

Viola si avvicinò e me ne sistemò una ciocca con le dita.

Quel gesto mi sembrò più intimo di quanto avrebbe dovuto.

— Sei nervosa? — le chiesi.

— Sì.

La sua sincerità mi spiazzò.

— Possiamo ancora cambiare idea.

— Lo so.

— Anche quando saremo lì.

— Lo so, Diego.

Lasciò scivolare la mano dal mio viso al petto.

— Ma non voglio cambiare idea. Voglio soltanto capire che cosa succederà quando non sarà più tutto nella mia testa.

Non trovai niente da aggiungere.

Le presi la mano e uscimmo.

Durante il viaggio, la città scorreva oltre i finestrini come se appartenesse a un’altra vita. Le luci dei negozi, le persone sui marciapiedi, le automobili ferme ai semafori: tutto sembrava normale.

Noi, invece, stavamo andando incontro a qualcosa che non conoscevamo.

Viola teneva lo sguardo rivolto verso la strada, ma continuava a giocherellare con l’anello che portava al dito.

— A cosa pensi? — le domandai.

— Che potrei bloccarmi.

— Allora ci fermeremo.

— E se invece non mi bloccassi?

La guardai per un momento, poi riportai gli occhi sulla strada.

— È questo che ti spaventa davvero?

Rimase in silenzio.

— Forse.

— Che possa non piacerti?

Viola scosse lentamente la testa.

— Che possa piacermi troppo.

La sua risposta rimase sospesa tra noi.

Allungai una mano e la appoggiai sulla sua gamba. Lei la coprì con la propria, stringendola appena.

— Qualunque cosa accada — dissi — la decidiamo insieme.

— E se una cosa la volessi soltanto io?

— Me lo dici.

— E tu?

— Ti dirò quello che provo.

— Anche se fossi geloso?

Quella domanda arrivò troppo presto.

— Anche allora.

Viola si voltò verso di me.

— Promesso?

— Promesso.

Il privé si trovava dietro una porta scura, priva di insegne appariscenti. Accanto all’ingresso c’era soltanto un piccolo simbolo dorato.

Per qualche secondo restammo fermi sul marciapiede.

Viola guardò la porta, poi me.

— Sembra tutto molto più reale, adesso.

— Perché lo è.

— Possiamo entrare soltanto per vedere.

— Possiamo anche andarcene dopo cinque minuti.

— Oppure restare.

— Anche.

Fu lei a fare il primo passo.

All’interno ci accolsero luci basse, viola e dorate. La musica si sentiva appena, abbastanza da riempire i silenzi senza coprirli. L’ambiente era elegante, lontano dall’immagine eccessiva che entrambi ci eravamo costruiti.

Nessuno sembrava avere fretta.

Le persone parlavano, bevevano e si osservavano. Alcune erano sedute vicine, altre si muovevano lentamente tra i divani e le tende che separavano le diverse zone del locale.

Una donna ci accolse con un sorriso discreto e ci spiegò le poche regole essenziali. Nessun gesto senza consenso. Nessuna insistenza. Ogni porta poteva essere attraversata, ma nessuno era obbligato a farlo.

Viola ascoltava con attenzione.

Io osservavo lei.

Quando rimanemmo soli, si avvicinò al mio orecchio.

— Le tende mi mettono più ansia delle porte.

— Perché?

— Una porta o è aperta o è chiusa. Una tenda non ti fa capire che cosa c’è dall’altra parte.

— Possiamo non attraversarne nessuna.

Viola guardò verso il fondo della sala.

— Non ho detto che non voglio farlo.

Ci sedemmo su un divano appartato. Ordinammo qualcosa da bere, più per avere le mani occupate che per vera sete.

Per alcuni minuti ci limitammo a osservare.

Poi arrivò lei.

Non saprei dire da quanto tempo ci stesse guardando.

Indossava un abito color borgogna, semplice ma elegante, e aveva lunghi capelli scuri che le incorniciavano il viso. Si muoveva con una sicurezza tranquilla, senza quell’ostentazione che avrebbe potuto metterci a disagio.

Si fermò davanti a noi.

— Posso?

Viola fu la prima ad annuire.

La donna si sedette sulla poltrona di fronte.

— È la vostra prima volta qui.

Non era una domanda.

— Si vede così tanto? — chiese Viola.

Lei sorrise.

— Soltanto perché state osservando ogni cosa come se doveste ricordarla per sempre.

Viola abbassò lo sguardo sul bicchiere.

— Forse è proprio così.

La donna tese una mano verso di lei, senza ancora toccarla.

— Io sono Maya.

— Viola.

Poi Maya guardò me.

— Diego.

I suoi occhi tornarono quasi subito su Viola.

Non c’era niente di aggressivo nel suo modo di osservarla. Eppure vidi mia moglie cambiare postura, come se quello sguardo avesse raggiunto un punto preciso dentro di lei.

— Posso farti una domanda? — disse Maya.

— Sì.

— Che cosa desideri?

Viola esitò.

— Non lo so.

Maya inclinò appena il capo.

— Non sapere è diverso da non desiderare.

Sentii Viola trattenere il respiro.

— Voglio capire — rispose infine.

— Che cosa?

Viola guardò me, poi tornò su Maya.

— Che effetto mi fa essere guardata da una donna.

Maya sorrise appena.

— E che effetto ti fa?

Viola non rispose subito.

— Mi piace.

Quella confessione mi colpì più di quanto avessi previsto.

Maya spostò lentamente l’attenzione su di me.

— E a te piace guardarla mentre succede?

— Non lo so ancora.

Viola si voltò verso di me.

— Sei geloso?

Era la stessa domanda che mi aveva rivolto in macchina, ma adesso aveva un significato diverso.

— Non lo so ancora — ripetei.

Lei sostenne il mio sguardo, come se stesse cercando di capire se quella risposta fosse sincera.

Lo era.

Maya non si mosse finché Viola non tornò a guardarla.

— Posso avvicinarmi?

Viola annuì.

Maya si alzò e si sedette accanto a lei, lasciando tra loro uno spazio minimo. Non la toccò subito.

Aspettò.

Viola teneva le mani intrecciate sulle ginocchia.

Maya sollevò lentamente una mano.

— Posso?

— Sì.

Le sfiorò una ciocca di capelli, portandola dietro il suo orecchio. Un gesto semplice, quasi innocente.

Eppure vidi la pelle di Viola reagire.

Maya lasciò che le dita scendessero lungo il profilo del suo viso, fermandosi sotto il mento.

— Guardami — le disse piano.

Viola lo fece.

Non era Maya a provocarla.

Era Viola.

Era il modo in cui non arretrava. Il modo in cui teneva le labbra appena dischiuse e respirava più lentamente, come se stesse assaporando ogni istante dell’attesa.

Maya si avvicinò, ma si fermò a pochi centimetri da lei.

Lasciò che fosse Viola a colmare la distanza.

Il loro primo bacio fu leggero.

Un contatto breve, incerto, quasi una domanda.

Quando si separarono, Viola rimase immobile. Aveva gli occhi aperti, fissi su Maya, come se stesse cercando di dare un nome a ciò che aveva appena provato.

Per un istante pensai che si sarebbe tirata indietro.

Invece fu lei ad avvicinarsi di nuovo.

La baciò una seconda volta.

Questa volta non ci fu esitazione.

Il bacio divenne più lento, più profondo, più consapevole. Le dita di Viola si posarono sul braccio di Maya, stringendolo appena, mentre Maya continuava ad accarezzarle il viso.

Io le osservavo, incapace di distinguere ciò che mi agitava da ciò che mi attirava.

Non avrei saputo dire se mi sentissi escluso o se, al contrario, non mi fossi mai sentito tanto coinvolto.

Quando il bacio terminò, Viola rimase vicina a Maya ancora per qualche secondo. Poi si voltò verso di me.

Nei suoi occhi non c’era vergogna.

C’era una domanda.

Mi avvicinai e le presi il viso tra le mani. La baciai sentendo ancora sulle sue labbra la traccia di ciò che era appena accaduto.

Viola mi afferrò la camicia e mi trattenne vicino.

Quel bacio non cancellava il precedente.

Lo rendeva parte di noi.

Quando ci separammo, Maya era ancora accanto a lei. Non aveva provato ad avvicinarsi a me e io non cercai alcun contatto con lei.

Quella sera, almeno fino a quel momento, non era il mio confine a dover essere attraversato.

Era quello di Viola.

Maya indicò una delle tende in fondo alla sala.

— Dall’altra parte c’è una stanza più tranquilla. Possiamo entrare soltanto per parlare. Oppure potete restare qui. O andare via.

Viola guardò la tenda.

Poi guardò me.

— Vuoi andare? — le chiesi.

— Tu?

— Voglio sapere che cosa vuoi tu.

Per qualche istante rimase ferma. Poi si alzò.

Mi tese una mano.

Con l’altra cercò quella di Maya.

Le prese entrambe.

Sentii il suo palmo caldo contro il mio e compresi che la paura non era scomparsa. Era ancora lì, insieme al desiderio, alla curiosità e a tutto ciò che non sapevamo ancora spiegare.

Viola avanzò verso la tenda.

Si fermò un’ultima volta davanti all’apertura e si voltò verso di me.

Non disse nulla.

Non ce n’era bisogno.

Poi scostò il tessuto.

E attraversò il confine.
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