LA PORTA SOCCHIUSA Capitolo 3 – Restare
La musica del locale divenne un battito lontano.
La stanza era raccolta, illuminata da lampade che diffondevano una luce ambrata sulle pareti scure. Al centro c’era un divano di velluto. Poco più in là, due poltrone e un tavolino.
Nessuno poteva vederci.
Eppure mi sentii più esposto di prima.
Viola lasciò la mia mano.
Fino a poco prima si era aggrappata a me come se il mio corpo fosse l’unico punto fermo in un luogo sconosciuto. Adesso guardava Maya.
Non più soltanto con curiosità.
Mia moglie aveva ancora le labbra arrossate dai loro baci. Una ciocca le attraversava il viso e il décolleté si sollevava troppo in fretta perché potesse fingere tranquillità. Una spallina dell’abito nero le era scivolata più in basso dell’altra.
Non la sistemò.
Maya si sedette sul divano.
— Vieni?
Viola mi lanciò un’occhiata, poi la raggiunse.
Io scelsi la poltrona di fronte. Ero abbastanza vicino da poterla toccare allungando un braccio, ma la distanza mi sembrò improvvisamente enorme.
— Sei ancora sicura? — domandò Maya.
— No.
Mi irrigidii.
Viola sorrise, nervosa.
— Ma non voglio andarmene.
Maya le sfiorò la mano. Viola intrecciò le dita alle sue e fu lei a ridurre lo spazio tra loro.
Quando si baciarono, non ci fu l’incertezza di prima. Viola conosceva già la morbidezza delle sue labbra. Lo capii dal modo in cui inclinò il viso e dalla mano che raggiunse la vita di Maya senza fermarsi a metà strada.
Vederla prendere l’iniziativa mi provocò una stretta allo stomaco.
La desideravo.
Allo stesso tempo, una parte di me avrebbe voluto riportarla accanto, ricomporle l’abito e uscire prima di scoprire quanto potesse piacerle ciò che stava accadendo.
Maya le accarezzò la schiena.
Viola ebbe un fremito. Lo stesso che le attraversava le spalle quando le mie dita trovavano un punto sensibile sotto la nuca.
Credevo che certe reazioni appartenessero a noi.
Scoprire che appartenevano prima di tutto a lei fece male.
E mi attirò più di quanto fossi disposto ad ammettere.
Maya le sfiorò il collo con le labbra. Viola chiuse gli occhi e strinse tra le dita l’abito borgogna dell’altra donna. Un sospiro le sfuggì senza che riuscisse a nasconderlo.
Mi mossi sulla poltrona.
Lei se ne accorse.
— Diego?
Maya si fermò, ma Viola continuò a guardare me.
— Sono qui.
— Sei geloso?
Non aveva senso mentire.
— Sì.
Il suo corpo si tese.
— Vuoi andare via?
Guardai la mano di Maya ancora posata sulla sua vita. Poi guardai mia moglie: il viso acceso, il respiro corto e gli occhi divisi tra il timore di ferirmi e il desiderio di continuare.
— No.
— Perché?
— Perché non riesco a smettere di guardarti.
— Ti dà fastidio?
— Sì.
— E ti piace?
Quella domanda mi raggiunse in un punto scoperto.
— Sì.
La tensione sul suo viso si sciolse.
Viola venne da me, mi prese il volto e mi baciò. Sulle sue labbra sentii il sapore del drink e qualcosa che non apparteneva a noi.
Le strinsi i fianchi.
Mia moglie non stava tornando per cancellare Maya. Mi stava permettendo di sentire ciò che aveva appena scoperto.
— Rimani — mormorò.
— Non vado da nessuna parte.
— Anche se continuo?
— Anche allora.
Tornò da Maya e la baciò con una sicurezza che pochi minuti prima non aveva. Le mani le salirono sulle spalle e tra i capelli, mentre Maya lasciava che fosse lei a stabilire il ritmo.
La vidi cambiare senza smettere di riconoscerla.
Era ancora la donna che si sistemava i capelli quando era nervosa e abbassava lo sguardo quando voleva essere baciata. Ma non aspettava più che qualcuno interpretasse i suoi gesti.
Adesso sceglieva.
Maya raggiunse la cerniera dell’abito.
Si fermò.
Viola abbassò gli occhi, poi cercò i miei. Non annuii: non volevo decidere al posto suo.
Dopo qualche secondo tornò a guardare Maya.
— Continua.
La cerniera scese con un suono sottile.
Il tessuto si allentò sulle spalle di Viola. Lei lo trattenne contro il petto, mentre il rossore le raggiungeva il collo.
Maya aspettò.
Fu mia moglie ad abbassare le mani.
L’abito scivolò lungo le braccia e si fermò alla vita, rivelando la pelle chiara e la biancheria nera. Viola tentò istintivamente di coprirsi, ma il gesto si interruppe a metà.
Maya la guardò.
Era esattamente ciò che Viola aveva confessato di desiderare sul nostro divano: sentire lo sguardo di qualcuno posarsi su di lei mentre io le restavo accanto.
Soltanto allora compresi che la sua fantasia non riguardava semplicemente un’altra donna.
Riguardava il coraggio di mostrarsi.
— Sei bellissima — dissi.
Viola si voltò verso di me. Nel suo sorriso riconobbi ancora l’imbarazzo, ma anche qualcosa di nuovo. Dal modo in cui raddrizzò le spalle e smise di nascondersi, ebbi l’impressione che essere guardata le piacesse persino più di quanto avesse immaginato.
Prese la mano di Maya e la portò sul proprio fianco.
Il contatto la fece sussultare.
Maya seguì la curva della vita e risalì lungo la schiena scoperta. Viola si avvicinò per baciarla e le loro figure si confusero nella luce bassa.
Le dita di Maya rallentavano a ogni esitazione. Viola rispondeva avvicinandosi oppure trattenendole la mano. Non servivano continue domande: erano i loro corpi a stabilire fin dove procedere.
I baci raggiunsero il collo e le spalle di mia moglie. Il suo respiro divenne più profondo. La vidi inarcare appena la schiena, poi affondare le dita tra i capelli scuri di Maya.
Provai una fitta di gelosia.
Non distolsi gli occhi.
Viola lasciò cadere il vestito sul pavimento.
Conoscevo ogni curva del suo corpo. Eppure, sotto lo sguardo di Maya, mi sembrò di scoprirla insieme a lei.
Era mia moglie, non perché mi appartenesse, ma perché continuava a scegliere di tenermi accanto anche in quel momento.
Maya le tese una mano.
Quando Viola la raggiunse, la prudenza non scomparve, ma smise di frenarla. Le carezze divennero più intime, i respiri più difficili da controllare. Maya le lasciava il tempo di riconoscere ogni sensazione; Viola, un gesto dopo l’altro, le indicava di proseguire.
Non avevo mai visto il desiderio trasformarle il viso in quel modo.
Avrei potuto raggiungerle.
Non lo feci.
Quello era il confine di Viola.
Eppure lei non mi lasciò fuori.
Allungò una mano verso di me.
La raggiunsi e intrecciai le dita alle sue.
— Guardami — le dissi.
Viola aprì gli occhi.
Vidi le sensazioni attraversarle il corpo, il respiro spezzarsi e la schiena tendersi. Le sue dita si chiusero intorno alle mie finché ogni altra cosa nella stanza sembrò perdere consistenza.
Poi la tensione cedette.
Viola nascose un gemito contro la spalla di Maya e rimase immobile, scossa da piccoli fremiti. Continuai a tenerle la mano mentre il respiro tornava regolare.
Non ero preparato all’intimità di quel momento. Non alla gelosia, né al desiderio che mi aveva attraversato mentre guardavo mia moglie abbandonarsi tra le braccia di un’altra donna.
Viola venne da me.
La accolsi contro il petto. La sua pelle era calda e conservava il profumo di Maya. Rimase con il viso nascosto contro il mio collo, come se avesse bisogno di ritrovare qualcosa di familiare.
Quando provò a recuperare l’abito, le mani le tremavano ancora. La cerniera le sfuggì due volte.
Mi avvicinai, poi mi fermai.
Viola incrociò il mio sguardo.
— Vieni.
Le raggiunsi la schiena e sollevai la cerniera. Quando ebbi finito, si voltò e appoggiò la fronte al mio petto.
— Sei arrabbiato? — chiese.
— No.
— Ancora geloso?
— Molto.
Un sorriso incerto le sfiorò le labbra.
— Eppure sei rimasto.
Le sistemai una ciocca dietro l’orecchio.
— Te l’avevo promesso.
Mi baciò.
Fu un bacio lento, senza fretta e senza richieste. Non cancellava ciò che era successo.
Me lo affidava.
Maya scostò la tenda, ma Viola rimase ferma.
— Hai trovato ciò che cercavi? — le domandò.
Mia moglie abbassò gli occhi.
— Non lo so ancora.
— Allora hai trovato più di quanto pensassi.
Viola strinse la mia mano e attraversò la tenda.
Stavo per seguirla quando Maya mi trattenne.
— E tu, Diego?
Mi voltai.
— Io cosa?
— Che cosa hai desiderato mentre guardavi?
Non risposi.
Fino a quel momento mi ero raccontato che quella stanza riguardasse soltanto Viola: la sua fantasia, il suo corpo, la sua scoperta.
Maya aveva visto qualcosa che io continuavo a evitare.
Forse non ero rimasto soltanto per amore.
Attraversai la tenda e tornai nella sala principale. Le luci, la musica e le persone erano le stesse.
Eppure nulla mi sembrò più uguale.
Guardai mia moglie.
L’abito era tornato al proprio posto e i capelli quasi in ordine, ma il suo modo di camminare era cambiato. O forse ero io a osservarla diversamente.
La porta che avevamo socchiuso apparteneva a entrambi.
Viola aveva scoperto che cosa poteva esserci dall’altra parte.
Io avevo scoperto di voler continuare a guardare.
Ma non sapevo ancora che cosa sarebbe successo quando qualcuno avesse iniziato a guardare me.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per LA PORTA SOCCHIUSA Capitolo 3 – Restare:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
