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La Mia slave.


di zetor88
17.02.2026    |    2.513    |    2 9.1
"Prima di salire sul taxi, si chinò di nuovo leggermente, un gesto spontaneo, quasi un inchino..."
Ho conosciuto Adriana su A69.

Settantadue anni. Sposata. Consapevole.

Non cercava un’avventura clandestina. Nel suo profilo era chiaro: *“Mio marito è al corrente. Desidero esplorare una dinamica di guida e disciplina.”*

Quando iniziammo a scriverci, capii che non era una fantasia improvvisata. Era qualcosa che maturava da tempo.

Mi raccontò del marito con rispetto profondo. Un uomo presente, affettuoso, che conosceva i suoi desideri e li accettava. Non voleva sostituirsi a lui. Non voleva fuggire. Voleva sperimentare una dimensione che nel loro equilibrio non aveva spazio.

«Lui sa che ho bisogno di qualcuno che mi metta in riga», scrisse una sera.
«Mi ha detto: se trovi qualcuno capace di farlo con intelligenza, fallo.»

Quelle parole dicevano molto sulla loro relazione. Fiducia. Maturità. Complicità.

La prima volta che la vidi dal vivo, rimasi colpito dalla sua presenza.

Non era una donna che cercava di sembrare più giovane. Era una donna che accettava ogni anno vissuto come parte della propria forza. I capelli argentati incorniciavano un viso elegante, segnato dal tempo in modo armonioso. Il corpo, pur morbido, conservava una grazia naturale.

Indossava un abito nero lungo, semplice. Tacchi moderati. Nessun eccesso.

Mi avvicinai e la osservai senza parlare.

Abbassò lo sguardo per prima.

Non per insicurezza. Per scelta.

«Buonasera», disse.

«Sei pronta a obbedire?» le chiesi, senza preamboli.

Inspirò lentamente. «Sì.»

La guidai verso la sala più riservata dell’Antro. Mentre attraversavamo la folla, non cercava attenzioni. Camminava un passo dietro di me, come se quella posizione fosse già naturale.

Era un dettaglio sottile, ma significativo.

Entrammo nello spazio più raccolto, dove le luci erano basse e l’atmosfera più concentrata. La feci fermare davanti a me.

«Da questo momento», dissi con voce calma, «non decidi nulla senza il mio permesso. È chiaro?»

«È chiaro.»

«Se vuoi parlare, chiedi.»

«Sì.»

La sua voce non tremava. Era ferma. Questo rendeva tutto più potente.

La feci inginocchiare.

Il gesto, per una donna della sua età, richiedeva uno sforzo misurato. Si abbassò lentamente, mantenendo la schiena dritta. Le mani sulle cosce.

Non c’era umiliazione nel suo volto. C’era concentrazione.

«Perché sei in ginocchio?» domandai.

«Perché scelgo di esserlo.»

«E cosa sei quando sei qui?»

Fece una pausa. Poi rispose: «Sono la tua sottomessa.»

Non disse la parola “schiava” con leggerezza. La pronunciò solo quando glielo chiesi direttamente.

«Puoi chiamarti slave?» le chiesi.

Mi guardò dal basso verso l’alto. Nei suoi occhi non c’era confusione. Solo lucidità.

«Sì.»

«Allora dimmelo.»

«Sono la tua slave.»

Non era degradazione. Era un’identità temporanea che assumeva con volontà adulta.

La lasciai in ginocchio per diversi minuti senza toccarla. Il silenzio è uno strumento potente. Il corpo inizia a percepire il tempo in modo diverso.

«Chiedimi il permesso di alzarti.»

«Posso alzarmi?» domandò con voce controllata.

«No.»

Rimase immobile.

Quel momento era più intenso di qualsiasi gesto fisico. La vera sottomissione è restare dove ti viene detto di restare, senza sapere per quanto.

Quando finalmente le concessi di alzarsi, si mosse lentamente, con rispetto.

La condussi verso la pedana. Non per spettacolo, ma per rituale.

Le spiegai ancora una volta la parola di sicurezza. La pronunciò chiaramente.

«Bene. Finché non la usi, sei sotto la mia guida.»

La posizionai contro la struttura. Le sollevai le braccia con attenzione, fissando i polsi senza stringere eccessivamente. Controllai la postura.

«Raddrizza le spalle.»

Obbedì.

«Guarda davanti a te.»

Lo fece.

Attorno a noi c’erano sguardi, ma lei non cercava approvazione. Cercava ordine.

«Ripeti cosa sei.»

«Sono la tua slave.»

«E cosa significa?»

«Che mi affido. Che obbedisco. Che mi fido.»

Quelle tre parole erano il cuore della dinamica.

La guidai con comandi semplici: respirare, mantenere la posizione, restare immobile. Ogni istruzione la svuotava un poco del peso che portava nella vita quotidiana.

A un certo punto le chiesi: «Pensi a tuo marito adesso?»

Sorrise appena. «Sa dove sono.»

«E cosa direbbe vedendoti così?»

«Che sto facendo ciò che ho scelto.»

Non c’era colpa. Non c’era segreto. Questo rendeva la scena ancora più adulta.

La lasciai sospesa per qualche minuto, poi sciolsi le cinghie e la riportai in ginocchio davanti a me.

«Bacia la mia mano», ordinai.

Lo fece con lentezza, senza teatralità.

«Ringraziami.»

«Grazie per guidarmi.»

«Per cosa?»

«Per avermi dato un posto.»

Quelle parole mi colpirono più di quanto volessi ammettere.

La feci restare in ginocchio mentre mi sedevo. Non la toccai. Non ce n’era bisogno. La tensione era mentale, non fisica.

«Una slave non è inferiore», le dissi. «È disciplinata. È consapevole. È forte abbastanza da cedere.»

Annuì.

Rimase così per lunghi minuti. Il tempo si dilatava. Le ginocchia probabilmente iniziavano a dolerle, ma non si lamentò.

«Se senti disagio, me lo dici», aggiunsi.

«Sto bene», rispose.

Non per compiacermi. Perché era vero.

Quando infine la feci alzare, la sostenni con una mano. Il contatto fu quasi tenero.

La accompagnai in un angolo più appartato e le avvolsi una coperta sulle spalle. L’aftercare è parte della disciplina.

«Cosa hai provato?» le chiesi.

«Silenzio», disse. «Dentro.»

Non eccitazione. Non adrenalina. Silenzio.

Era quello che cercava.

Prima di uscire, le diedi un ultimo comando.

«Cammina un passo dietro di me fino alla porta.»

Lo fece.

Fuori, l’aria fresca della notte la fece respirare profondamente.

«Tuo marito ti aspetta?»

«Sì.»

«Gli racconterai tutto?»

«Sì.»

La guardai attentamente. «E tornerai?»

«Se me lo permetterai.»

Non era una supplica. Era coerenza con la dinamica.

Le sfiorai il mento, sollevandole lo sguardo.

«Tornerai. Ma solo se continuerai a scegliere consapevolmente di essere la mia slave.»

Annuì.

Prima di salire sul taxi, si chinò di nuovo leggermente, un gesto spontaneo, quasi un inchino.

Non lo avevo ordinato.

Ed era questo che rendeva tutto autentico.

La vidi allontanarsi, consapevole che la sua sottomissione non era un gioco superficiale.

Era una donna di settantadue anni, sposata, amata, che aveva trovato il coraggio di esplorare una parte di sé con disciplina e lucidità.

La vera forza non è dominare.

È sapere quando inginocchiarsi.

E Adriana lo sapeva perfettamente.
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