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La stanza 214


di squirtaconme
14.02.2026    |    189    |    0 8.0
"Lui la guardava, confuso, eccitato per quello spettacolo che aveva regalato un orgasmo anche a lui..."
La pioggia cadeva da ore, una di quelle piogge sottili che non fanno rumore ma si infilano ovunque, come certi pensieri che non riesci a scacciare. La Stazione Centrale brillava di luci giallastre, riflesse sulle pozzanghere che punteggiavano Piazza Duca d’Aosta. A quell’ora, tra i portici, si muovevano solo figure che vivevano di espedienti: venditori improvvisati, giocatori di biliardo in cerca di un passaggio, donne che parlavano poco e osservavano molto.
L’albergo milanese, un tre stelle che ne valeva due, stava incastrato tra un bar tabacchi e una sala da biliardo che non chiudeva mai. L’insegna al neon lampeggiava come un occhio stanco. Dentro, l’odore era un misto di moquette bagnata e fumo freddo.
Lui arrivò per primo. Cappotto scuro, colletto alzato, il passo di chi non vuole farsi notare. Si fermò davanti al bancone, lasciò un documento senza dire una parola. Il portiere notturno, un uomo con la faccia scavata e i baffi da attore mancato, annuì come se sapesse già tutto.
«Stanza 214. Come sempre.».
Lui prese la chiave e salì senza guardarsi intorno. Ogni gradino scricchiolava come se volesse denunciarlo.
Lei arrivò dieci minuti dopo. Tacchi bassi, un impermeabile color crema che sembrava troppo elegante per quel posto. Aveva gli occhi di chi ha deciso qualcosa di importante e non può più tornare indietro. Il portiere la riconobbe subito e le disse: È già su.
Lei non rispose. Salì le scale con un respiro profondo, come se ogni piano fosse un pezzo di vita lasciato alle spalle.
Quando aprì la porta della 214, lui era seduto sul bordo del letto, le mani intrecciate, lo sguardo fisso sul pavimento. Non si erano visti da settimane, ma tra loro non servivano saluti. Pensavo non venissi, disse lui, senza alzare gli occhi. Pensavo anch’io, rispose lei, chiudendo la porta alle sue spalle.
Per un attimo restarono immobili, sospesi in quell’aria densa che sapeva di segreti. Poi lei si avvicinò, gli sfiorò il viso con una mano. Lui chiuse gli occhi, come se quel gesto fosse l’unica cosa vera rimasta.
«Non possiamo continuare così» mormorò lei.
«Lo so.».
«Ma siamo tornati qui.».
«Lo so anche questo.».
Fuori, dalla finestra, arrivavano i rumori della sala da biliardo: colpi secchi, risate sguaiate, il tintinnio dei bicchieri. La vita degli altri scorreva senza chiedere permesso.
Quello fu l'ultimo istante di dolcezza e lei lo sapeva bene. Lui si alzò dal letto di scatto, l'afferrò per i capelli e la baciò con l'impeto di sempre infilandole una mano sotto l'impermeabile come a cercare qualcosa che no tardò a trovare.
Lei aveva indossato, per l'occasione, come da ordini ricevuti un sottile slip di colore nero, reggicalze e calze velate grigie che lui apprezzò mentre faceva scorrere le dita grosse sul tessuto. Ad ogni passaggio di quelle dita lei poteva solo dimenarsi e mordersi le labbra. Al primo segno di protesta lui l'avrebbe lasciata lì e lei sarebbe rimasta solo con la sua voglia che minuto dopo minuto aumentava.
Lei non riuscì a capire quanto tempo durò quel gioco ma ritornò in se solo quando lui aumentò la presa sui suoi capelli, segno che doveva mettersi in piedi.
Nella penombra della camera lui l'ammirò con soddisfazione, pensò quanto lei fosse cambiata dalla prima volta, ammirò anche i capezzoli duri che spingevano contro la stoffa dell'impermeabile sfiorandoli con le labbra.
Lei era come sospesa e avvertiva che sarebbe successo qualcosa di strano quella sera e questo non faceva altro che farle aumentare l'eccitazione ma non voleva che il suo padrone se ne accorgesse.
Come da copione, lei sussurrò «sono qui per fare tutto quello che mi ordinerai», poi le sue parole le si strozzarono in gola e non riuscì ad aggiungere che sarebbe voluta rimanere sempre lì con lui. Lui non avrebbe approvato!
Lui annuì lentamente e finalmente la guardò. Nei suoi occhi c’era tutto: la paura, la rabbia, il desiderio, la resa. «Quindi sei consapevole di ciò che ti aspetta?».
Lei sorrise appena, un sorriso triste, di quelli che non arrivano mai agli occhi. «Per ricordarmi perché sarà così difficile andarmene.».
Restarono così, vicini ma già lontani, mentre la pioggia continuava a battere sui vetri e la notte di Milano scivolava lenta, indifferente, come sempre.
Lui fece un passo verso di lei, come per stringerla, ma in quel momento successe qualcosa.
Un rumore.
Un clic secco.
La maniglia che si abbassa.
La porta si aprì lentamente, come se qualcuno dall’altra parte volesse godersi ogni secondo di quell’ingresso.
Un uomo entrò nella stanza.
Alto, cappotto scuro, cappello calato sugli occhi.
Non disse nulla.
Chiuse la porta dietro di sé con un gesto lento, preciso.
Lei impallidì.
Lui fece un passo indietro.
L’uomo la guardò, poi guardò lui.
Un sorriso sottile, pericoloso, gli tagliò il volto.
Lui fece un mezzo passo avanti, istintivo. «Fai ciò che ti ho chiesto»
L’uomo non rispose.
Infilò una mano nel cappotto.
Lei trattenne il fiato.
Lui si irrigidì.
Ma l’uomo non tirò fuori un’arma.
Di fronte a loro lui prese posto su una poltrona per godersi lo spettacolo che non tardò ad arrivare.
Estrasse un oggetto luccicante simile ad un pomello, un plug dalle notevoli dimensioni.
«Questo è per te» disse rivolto a lei. «E per lui… beh, per lui sarà una lunga notte.»
L'uomo con un gesto veloce la fece voltare di spalle, spostò il sottile slip e le infilò con un colpo secco quell'oggetto nell'ano. Lei involontariamente scattò in avanti ma l'uomo l'afferrò per i capelli bloccando sul nascere quel tentativo.
Ormai il plug, contro la sua volontà, era stato risucchiato dall'ano senza troppo sforzo e adesso con calma Lei cercava di gestire quella nuova presenza.
Quel modo di fare senza complimenti e presentazioni la eccitò ancora di più e lui se ne accorse mentre le passava le dita sul clitoride si accorse che Lei era sfacciatamente bagnata.
L'uomo la spinse sul letto a carponi infilò un preservativo e non esitò a penetrarla con vigore.
Fu in quel momento che Lei si senti completamente piena il membro dell'uomo era grosso e nonostante la presenza del plug nell'ano iniziò a montarla.
Le bastarono poche spinte dell'uomo perchè lei godesse. Iniziò a tremare come non le era mai successo sotto le spinte vigorose e incessanti.
Tremava e godeva fino a quando avvertì un fuoco nello stomaco ed una sensazione di voler fare pipì poi un urlo strozzato uscì dalla sua bocca. Si spinse in avanti e lasciò scivolare fuori il cazzo duro dell'uomo. Quella penetrazione violenta le aveva provocato un orgasmo intenso, mai provato prima e la prova la ebbe quando spostandosi entrò in contatto con le lenzuola bagnate. Stessa sorte toccò allo slip e alle calze.
L'eccitazione e l'orgasmo le avevano fatto dimenticare la presenza del plug ancora ben piantato nell'ano che adesso ritornava ad avvertire mentre contraeva involontariamente i muscoli del sedere.
Il tempo passato con quell'uomo che la penetrava le sembrò infinito, aveva raggiunto l'orgasmo più intenso della sua vita ma sarebbe stato un segreto che le mura di quella stanza avrebbero custodito per sempre.
L'aria della stanza era bollente, quasi irrespirabile per il caldo ma piena di odori di sesso.
L'uomo si sfilò il preservativo, si ricompose e senza dire niente uscì dalla camera.
Senza fretta.
Senza voltarsi.
La porta si richiuse con un tonfo che sembrò far tremare tutto il corridoio.
Lei rimase immobile, lo sguardo fisso su di lui seduto ancora sulla poltrona.
Lui la guardava, confuso, eccitato per quello spettacolo che aveva regalato un orgasmo anche a lui.
«Chi era?» chiese.
Lui non rispose subito. Si alzò e con voce ferma le chiese di andarsi a ricomporre.
Quando uscì dal bagno lo trovò lì seduto sul letto gli avrebbe voluto dire tante cose che non poteva fare a meno di lui ma questo avrebbe rovinato il loro rapporto così si voltò ed uscì dalla stanza.
Quando lei se ne andò il portiere la salutò con un cenno. Lei non si voltò. Attraversò la piazza, evitando le pozzanghere, e sparì tra le luci della stazione.
Lui rimase nella stanza 214 ancora a lungo, ascoltando i rumori del biliardo e il neon che tremolava. Poi si alzò, chiuse la finestra e spense la luce.
Fuori, dalla sala da biliardo, arrivò un colpo secco, come una stecca che rompe il silenzio.
La notte milanese continuava a respirare, indifferente, mentre nella stanza 214 qualcosa si era incrinato per sempre.
La notte, fuori, continuava a vivere di espedienti.
E anche loro, in fondo, non erano stati altro che questo.
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