tradimenti
L’iniziazione (parte I)
Complice_elegante
29.01.2026 |
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"Quando comincio a baciarla lei spinge gli umori nella sua bocca verso di me, vuole farmi assaporare tutto di lei..."
Non alzo mai la voce. È una regola che mi porto dietro da anni: chi ricopre un ruolo di gioco come il mio, a mio modo di vedere, non ha bisogno di farsi sentire.
La coppia con cui parlavo ormai da due mesi, persone insospettabili (fatto che detto tra le righe mi fa eccitare moltissimo, è come il piccante su una pietanza già gustosa), era vogliosa di sperimentare i ruoli cuckold ed erano diretti verso la prima esperienza di gioco. In buona sostanza pregustavo il piacere succulento di saggiare per primo questa lady che nel tempo manifestava sempre più in modo espresso la voglia di assaporare una versione che ormai aveva pienamente riconosciuto di se stessa, la voglia di lasciarla libera, quella di godere innanzi a suo marito e nel contempo la parallela voglia, del tutto mal celata, di osservare lo sguardo del suo uomo in quella situazione (situazione agognata sommessamente da suo marito, ovviamente). La frase di quel martedì sera al telefono in cui lei sbotta con un “parliamo parliamo ma per colpa del cornuto non arriviamo mai al dunque” mi fece capire che erano pronti. Era il momento di organizzare, con mio sommo piacere. Ci aggiornammo al giovedì successivo per stabilire i dettagli.
Quando lei mi chiama, passati due giorni (in cui gli scatti del suo corpo rivolti esibizionisticamente al mio piacere furono continui e sempre più espliciti), parlo poco. Lascio che sia lei a riempire i vuoti. Ride spesso, una risata leggera, quasi allegra, come se stesse organizzando un gioco innocente. Ogni tanto si interrompe per chiedermi se “va bene così”. Io rispondo con frasi brevi, misurate. Le piacciono.
Quando passa il telefono a lui, il contrasto è evidente. Lui è educato, preciso, un po’ rigido. Usa il mio nome con voce bassa. Cerca di sembrare all’altezza di una situazione che lo supera già e nel contempo lo eccita. Io ascolto, prendo mentalmente appunti, come farebbe un professionista. In fondo, è proprio questo che sono.
Il luogo lo scelgono loro, lo studio professionale di lui, sicuramente un altro modo di Lei di “dissacrare” con goduria le sue certezze per lei ormai stantie. Io approvo senza commenti. L’eleganza mi è sempre sembrata un ottimo contenitore per il gioco, per i ruoli.
Quando entro, loro sono già in posizione. Non nel senso fisico — quello sarebbe banale — ma nel modo in cui occupano lo spazio. Lei è seduta sul bordo della scrivania, le gambe accavallate con studiata noncuranza. Sembra divertirsi lasciando intravedere elegantemente le autoreggenti, vuole eccitarmi, e ci sta riuscendo. Ma perché rendere questa mia sensazione palese. Lui è leggermente arretrato, come se avesse scelto da solo un posto secondario. Freme, non sa per cosa, non ha mai assaporato questi momenti, ma freme.
Mi tolgo il cappotto con calma. Posso sentire il silenzio che si tende.
Lei è la prima a parlare, con un sorriso che non chiede permesso:
“Finalmente. Lui è agitato da tutto il giorno.”
Non lo dice con cattiveria. Lo dice con gusto.
Lui prova a intervenire, a spiegare qualcosa — non importa cosa — ma lei lo interrompe subito:
“Amore, lascia parlare i grandi.”
La frase cade nella stanza come un oggetto fragile che si rompe. Io non reagisco. La guardo soltanto. Lei coglie il mio sguardo e si illumina ancora di più. Sta capendo che qui può spingersi oltre. La cosa la diverte, il loro accordo è palese, lui riconosce pienamente il suo ruolo come lei fa con il suo, e la cosa li eccita. Ecco il gioco nel gioco, sublime assistervi.
Io mi siedo, incrocio le gambe, sistemo i polsini. Eleganza prima di tutto.
Lui mi guarda, poi abbassa gli occhi. È un riflesso ormai condizionato.
Lei gioca. È evidente che si diverte. Gli parla come si parla a qualcuno che ha accettato di non contare.
“Guarda com’è composto,” dice, indicando me. “Non è carino quando uno sa stare al suo posto?”
Poi si gira verso di lui, con finta dolcezza:
“Tu invece sei sempre così… teso. Forse perché sai già come va a finire.” Lui sussurra “si amore” ma non riesce a frenare la mano che si passa quasi volgarmente sul cazzo teso. Fatto che spinge lei oltre i suoi limiti con un risonante “si cornuto, era ora che te ne rendessi conto”. Non so chi dei due fosse più eccitato, ma l’idea che lei fosse ormai grondante era in me ferma, e risolutamente mi alzai, in silenzio, per verificare le mie presupposizioni. Quando arrivai accanto a lei il suo sguardo rivolto a me perse quella giocosa sicurezza, era quasi sorpresa, ma vogliosa. Le allargai le gambe e osservandola portai la mia mano sino in fondo. Il perizoma era zuppo. Mi scappo’ un ghigno che lei apprezzò perché si spostò l’intimo sorridendo, sussurrandomi…”controlla”. Non indugia e le mie dita le accarezzarono la fica, fino a che un suo sospiro eccitato e le sue braccia intorno al mio collo mi dettero il consenso ed affondai nel suo fiore di carne. Era tremula, era bagnata, era caldissima. Ero dentro sino alle nocchè ma non mi bastava. Dovevo risponderle a modo a quel “controlla”. Sfilai le dita, che grondavano un nettare dolce e profumato…e le dissi “controlla anche tu”. Non fece in tempo a rispondermi perché le mie dita finirono tra le sue labbra. Si gustò avidamente. I confini erano caduti….ora era la troia che volevo, e di ciò lei si compiaceva.
Lui arrossisce. Si muove sulla sedia.
Io registro tutto con apparente distacco. Non c’è eccitazione nel senso comune del termine: c’è controllo. E il controllo è infinitamente più raffinato.
Quando lui prova a dire qualcosa — una mezza frase, una giustificazione — lei ride di nuovo.
“Oh, no. Non fare quello serio adesso. Sei qui proprio per questo.”
Io intervengo solo una volta, con tono pacato:
“Se non è a suo agio, possiamo fermarci.”
Lei mi guarda sorpresa, poi scoppia a ridere.
“Ma figurati. È così a suo agio quando si sente messo da parte.”
Non c’è crudeltà nelle sue parole. C’è complicità. Lei non lo distrugge: lo usa.
Dentro di me il giudizio è lucido. Lui è esattamente dove deve essere. Lei sta sbocciando in una versione di sé che aspettava solo il contesto giusto. Io sono il catalizzatore, non il protagonista. Ed è questo che mi rende indispensabile.
Quando comincio a baciarla lei spinge gli umori nella sua bocca verso di me, vuole farmi assaporare tutto di lei..e distoglie le labbra solo per dice una cosa a lui, con leggerezza assoluta:
“Ringrazia.”
Lui obbedisce. A bassa voce. Senza guardarmi, ma toccandosi come un ragazzino davanti al suo primo film hard.
Io annuisco appena. Non serve altro.
So che il prosieguo sarà ancora più intenso.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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