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L’appartamento accanto 5


di FeBOMo79
19.07.2026    |    692    |    1 9.7
"Le mani di Marco sui fianchi di Elena erano calde, impresse sulla pelle nuda con una forza che non ammetteva esitazioni..."
Il tempo, dopo quella conversazione, diventò denso, quasi asfissiante. Marco ed Elena non aggiunsero altre parole. C’era un accordo tacito, un copione invisibile che entrambi stavano seguendo con una precisione chirurgica.
Verso le otto e mezza, Marco si diresse in cucina. Elena, rimasta in salotto, sentì il rumore secco degli anelli della tenda che scorrevano sul bastone di metallo. Uno, due, tre colpi. Poi lo stesso rumore per la seconda finestra. Le tende erano completamente spalancate, lasciando i grandi vetri della cucina nudi, come un palcoscenico illuminato aperto sull'oscurità del giardino sul retro.
Elena salì le scale per andare in camera da letto. Le gambe le sembravano incredibilmente pesanti. Davanti all'armadio, le sue dita sfiorarono i vari vestiti appesi, finché non trovò quello che cercava: una camicia di lino bianco di Marco, dimenticata da tempo nel suo guardaroba. Era ampia, maschile.
Si spogliò lentamente, lasciando cadere i vestiti sul letto. Quando rimase completamente nuda di fronte allo specchio a figura intera, avvertì una fiammata di calore salirle alle guance. La sensazione dell'aria fresca della stanza sulla pelle nuda accentuava la sua vulnerabilità. Infilò la camicia bianca. Il tessuto era ruvido, rigido, e le accarezzava i fianchi scoperti a ogni minimo movimento. Lasciò i bottoni completamente aperti sul davanti, così che a ogni respiro i lembi della stoffa si aprissero, rivelando il petto e il ventre.
Quando guardò l'orologio sul comodino, i numeri digitali segnavano le 20:54.
Scese le scale a piedi nudi, sentendo il freddo del pavimento di marmo sotto le piante dei piedi. Ogni passo aumentava quel senso di inevitabilità che la stava dominando dal pomeriggio. Quando entrò in cucina, Marco era in piedi nell'angolo più d'ombra, vicino al corridoio. Indossava ancora i vestiti del lavoro, ma la camicia era sbottonata sul collo e le maniche erano arrotolate fino ai gomiti. Il suo sguardo la catturò immediatamente: i suoi occhi seguirono la linea della camicia bianca, soffermandosi sulle gambe nude di Elena, per poi risalire fino al suo viso. Non disse nulla, ma il suo respiro si fece visibilmente più corto.
Elena si avvicinò al grande tavolo di legno scuro posto al centro della stanza, esattamente di fronte alla vetrata principale. Oltre il vetro, l'oscurità del giardino era totale, interrotta solo, qualche metro più in là, dalla sagoma scura della casa di Stefano. Non c'erano luci accese nelle finestre del vicino, ma questo rendeva il gioco ancora più spietato: dalla cucina illuminata a giorno loro erano perfettamente visibili, mentre il giardino era un muro nero in cui chiunque avrebbe potuto nascondersi per guardare.
Con un movimento esitante, Elena salì sul tavolo. Si sedette sul bordo, lasciando le gambe nude a penzoloni nel vuoto, rivolta verso la finestra. La camicia bianca si aprì leggermente sui fianchi, esponendola del tutto alla notte esterna.
L'orologio a muro della cucina fece scattare la lancetta dei minuti. Erano le nove precise.
"È lì", sussurrò Marco dall'ombra, la voce ridotta a un soffio rauco che ruppe il silenzio della stanza. "Immagina che sia nel buio del portico, Elena. È uscito un minuto fa, attirato dalla luce improvvisa della nostra cucina. Ha visto le tende spalancate. E ora ti sta guardando."
Elena tese i muscoli del grembo, sentendo una scarica elettrica attraversarle il corpo. Strinse le mani sul bordo del tavolo di legno. Nella sua mente, la finzione divenne totale: poteva quasi percepire la pressione di quegli occhi invisibili su di sé, lo sguardo del vicino che scivolava sulla camicia bianca aperta, sulle sue cosce nude, misurando la sua sottomissione a quell'ordine scritto sul foglietto.
"Ti sta guardando, sei una sua proprietà", continuò Marco, muovendosi lentamente dall'ombra. Fece pochi passi felpati, posizionandosi alle spalle di Elena, sul tavolo, senza ancora toccarla. "Vede che hai obbedito a ogni singola parola. Vede che sei qui, nuda sotto la mia camicia, solo perché lui lo ha voluto. E sa che io sono qui dietro di te, a guardare la tua sottomissione."
Marco allungò le mani, appoggiandole lentamente sui fianchi nudi di Elena. Le sue dita erano calde, tese. "Pensa a cosa vuole adesso, Elena. Il biglietto era chiaro. Lui vuole vedere fino a che punto arriva la tua obbedienza. Vuole vederti scopata da tuo marito, ma vuole che i tuoi occhi rimangano fissi sul buio del suo giardino, sapendo che ogni tuo gemito, ogni tuo movimento, è dedicato a lui."
Elena chiuse gli occhi per un secondo, sopraffatta da un'ondata di piacere e vergogna così intensa da toglierle il fiato, prima di riaprirli e fissare di nuovo l'oscurità oltre il vetro.
Le mani di Marco sui fianchi di Elena erano calde, impresse sulla pelle nuda con una forza che non ammetteva esitazioni. La luce bianca illuminava ogni brivido che attraversava il corpo della donna e rendendo i lembi della camicia bianca quasi trasparenti.
Oltre il vetro, il buio del giardino sembrava premere contro la stanza, un immenso specchio scuro in cui Elena vedeva riflessa sé stessa sul tavolo, ma che nella sua mente nascondeva la presenza silenziosa e dominante di Stefano.
"Guardalo", sussurrò Marco, stringendo la presa sui suoi fianchi per costringerla a non distogliere gli occhi dalla vetrata. Il suo respiro era corto, spezzato, vicinissimo al collo di lei. "Pensa a lui che osserva la camicia che si apre del tutto. Sa che ogni cosa che sta per succedere su questo tavolo accade solo perché lui lo ha ordinato. Nella tua testa, in questo momento, tu non sei mia moglie. Sei la sua schiava."
Elena emise un respiro tremante, afferrando il bordo del tavolo di legno per trovare un appiglio. Il contrasto tra la durezza della superficie sotto di lei e il calore improvviso di Marco che si spingeva contro la sua schiena le provocò una vertigine. Quando lui la prese, il movimento fu deciso, privo della timidezza e della routine che avevano spento il loro matrimonio per anni. C'era un'audacia grezza in ogni gesto, un'energia che nasceva interamente da quel triangolo psicologico che avevano costruito dal nulla.
A ogni spinta, i lembi della camicia di lino oscillavano, scoprendo il petto e il ventre di Elena, offrendola interamente alla notte esterna. Il ritmo divenne presto serrato, dettato da quell'ansia febbrile di consumare la fantasia prima che l'incantesimo potesse spezzarsi. Elena teneva la testa alta, gli occhi spalancati e lucidi fissi sul vuoto oscuro del portico del vicino. Sentiva il sudore bagnarle la schiena, il rumore ritmico dei loro corpi che risuonava nell'ambiente spoglio della cucina, e ogni gemito che le sfuggiva dalle labbra sembrava proiettarsi oltre il vetro, un'offerta vocale destinata all'ombra là fuori.
"Dimmi a chi appartieni ora," la incalzò Marco, la voce ridotta a un grugnito rauco mentre le afferrava i capelli alla base del collo, tirandole indietro la testa per guardarla in viso nel riflesso del vetro. "Dillo ad alta voce, verso la finestra. Faglielo sentire."
"A lui...", mormorò Elena, cedendo completamente, le dita che si conficcavano nel legno del tavolo mentre il piacere, acuito da quella totale umiliazione psicologica, la travolgeva come un'onda di piena. "Sono... sono di Stefano. Guarda cosa mi sta facendo fare..."
Le parole agirono come una sferzata definitiva. L'intensità del momento raggiunse il culmine sotto la luce cruda della plafoniera, in un impeto di movimenti convulsi e respiri spezzati che lasciò entrambi esausti, aggrappati l'uno all'altra sul tavolo da cucina.
Quando il silenzio tornò a riempire la stanza, interrotto solo dal ticchettio dell'orologio e dal loro affanno, Elena rimase immobile, la fronte appoggiata alla spalla bagnata di Marco. Le tende erano ancora spalancate, il giardino era ancora buio. Ma tra di loro, l'aria non sarebbe più stata la stessa. Il gioco aveva funzionato, e la prima regola era stata scritta.
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