Tra pudore e desiderio
Non lo volevo. Non ancora.
Ero rientrato da appena un mese, dopo due anni trascorsi all’estero, e avevo ancora addosso un altro ritmo, un’altra aria. Ma il lavoro non aspetta.
Mi servivano informazioni precise, dettagliate.
Iniziai a chiamare. Una voce, poi un’altra, finché trovai quella giusta: gentile, educata, disponibile.
Le spiegai ciò che cercavo. Lei ascoltò, poi disse:
«Non posso aiutarti direttamente… ma ti passo una collega.»
Un breve silenzio.
Poi un’altra voce.
Secca. Distaccata.
«Digli di mandarmi una mail.»
In quel momento me la immaginai già: una donna avanti con gli anni, stanca, forse disillusa. Qualcuno che risponde per dovere, non per interesse.
Scrissi comunque.
La risposta arrivò fredda e precisa. Nessuno spazio inutile, nessuna apertura.
Eppure… qualcosa c’era.
Continuammo.
Non era un vero botta e risposta, piuttosto un ritmo spezzato: messaggi che arrivavano quando meno me lo aspettavo.
Poi, senza accorgermene, qualcosa cambiò.
Le parole iniziarono a piegarsi, a sfiorarsi.
Una sera risposi da casa, stanco, fuori dal contesto abituale.
Cinque minuti dopo arrivò la sua risposta.
E da lì… non ci fermammo più.
Quella notte diventò un filo teso tra due punti lontani.
Non c’era nulla di esplicito, eppure ogni frase sembrava dire molto di più.
Era un gioco, ma non un gioco leggero.
Un equilibrio sottile tra controllo e cedimento.
Il giorno della partenza arrivò.
Le informazioni erano perfette. Il lavoro, impeccabile.
Ma prima di rientrare, per un imprevisto, dovetti passare proprio dalla sua sede.
Non dovevo incontrare lei. Solo un collega.
Eppure l’idea mi attraversò la mente: passare dal suo ufficio, vederla.
Esitai.
Perché fino a quel momento lei era rimasta… una costruzione mia.
Una voce.
Un ritmo.
Un’intelligenza.
E se la realtà avesse rotto tutto?
Decisi di non farlo.
Meglio lasciare il gioco intatto.
Ero nell’ufficio del collega. Parlavo con lui, annuivo, rispondevo, ma con la mente ero altrove.
Sapevo che lei era nella stanza accanto.
Non la sentivo da quella notte, come se quel filo si fosse interrotto proprio nel punto più interessante.
Poi bussarono alla porta.
«Avanti», disse il collega.
La porta si aprì.
E per un istante… tutto si fermò.
Non era come l’avevo immaginata.
Era molto di più.
Il suo sguardo arrivò prima di tutto: verde chiaro, vivo, diretto.
Poi il resto prese forma.
Lineamenti armoniosi, pelle luminosa che rifletteva la luce in modo quasi innaturale. Le ciglia lunghe incorniciavano quegli occhi che non chiedevano permesso: osservavano.
Il viso leggermente allungato, elegante. Il naso perfetto, la bocca piena, troppo piena per essere ignorata.
I capelli scuri, morbidi, cadevano con naturalezza, come se non avessero bisogno di essere sistemati.
Indossava un tailleur grigio impeccabile: giacca e pantaloni coordinati, linee pulite, eleganza controllata.
La giacca, a due bottoni, era chiusa con misura, lasciando intuire le forme senza mai concederle davvero.
Sotto, una camicia bianca dal colletto classico, leggermente aperta sul collo.
Quel piccolo dettaglio rompeva la rigidità dell’insieme e lasciava intravedere qualcosa di più personale.
Sulla mano destra portava un anello dorato.
Semplice. Essenziale.
Ma su di lei nulla sembrava casuale.
Dal suo modo di presentarsi capii subito che era lei.
Avanzò nella stanza con un’eleganza naturale, passo deciso e misurato.
Non c’era fretta nei suoi movimenti.
Non ce n’era bisogno.
Si muoveva come se quello spazio le appartenesse già, come se ogni presenza lì dentro dovesse, in qualche modo, adattarsi a lei.
Non guardava attorno.
Non cercava approvazione.
Semplicemente… entrava.
Per un attimo non capii se sapesse chi fossi. Se mi avesse già riconosciuto o se stessi ancora esistendo soltanto come uno tra tanti.
Ma nei suoi occhi non c’era sorpresa.
Solo controllo.
Il collega si voltò verso di lei.
«Ah, perfetto… vi presento.»
Disse il mio nome.
E lì qualcosa cambiò.
Non era visibile. Non per chiunque.
Ma io lo vidi.
Un dettaglio minimo nello sguardo.
Come se un’informazione avesse finalmente trovato il suo posto.
Lei si voltò completamente verso di me, con un accenno di sorriso appena percettibile.
«Piacere.»
La sua voce era diversa da come l’avevo immaginata.
Non fredda.
Contenuta.
Controllata al punto giusto.
Tese la mano.
Il contatto fu breve, preciso, ma abbastanza per lasciare una traccia.
Nessuna parola fuori posto.
Professionale. Impeccabile.
Eppure, sotto quella superficie, la stessa tensione di quella notte era ancora lì.
«Vi lascio continuare», disse poi.
Un ultimo sguardo.
Non lungo, non insistente.
Diretto.
Poi si voltò e uscì dalla stanza.
La porta si richiuse piano.
E solo in quel momento mi accorsi che qualcosa era rimasto dentro.
Non detto.
Non concluso.
Più reale di prima.
Perché ora aveva un volto.
E soprattutto… uno sguardo che aveva capito esattamente chi ero.
I giorni successivi scorrevano lenti. Troppo lenti.
Ogni tanto aprivo la mail quasi senza accorgermene, come se mi aspettassi qualcosa, anche senza sapere esattamente cosa.
Alla fine cedetti.
Le scrissi.
Un messaggio semplice, pulito: un ringraziamento per le informazioni che mi aveva dato.
La sua risposta arrivò neutra.
Controllata, ma non chiusa.
Lasciava spazio.
E io lo presi.
Riprendemmo a scriverci.
All’inizio con misura, poi sempre più spesso.
Le parole tornavano a cercarsi, a sfiorarsi come quella notte.
Fino a quando, quasi per gioco, scrissi:
«Ti vengo a trovare.»
Una frase lanciata lì, senza vere aspettative.
Nel pomeriggio arrivò la sua risposta:
«E allora? Vieni? Io sono con la mia coinquilina.»
Non era soltanto un invito.
Era una porta socchiusa.
La mia risposta fu immediata.
«Sì.»
Venezia distava poco più di centottanta chilometri. Abbastanza per pensarci.
Non abbastanza per tirarsi indietro.
Mi preparai in fretta.
Il caso volle che trovassi anche un amico che mi accompagnò e che sarebbe rimasto con la sua amica.
Il resto… venne da sé.
Quando la vidi, era diversa da come l’avevo immaginata.
Più semplice.
Più vera.
Indossava una gonna, un maglione morbido, un piumino e un berretto di lana che le incorniciava il viso.
Era febbraio. L’aria era fredda.
Eppure lei sembrava muoversi dentro quel freddo con naturalezza.
Fu la prima volta che andai a Venezia.
E fu lei a portarmici.
Camminavamo tra calli e ponti come se quel posto ci appartenesse, senza fretta, senza bisogno di riempire ogni silenzio.
Il nostro passo trovò un ritmo comune, come se ci conoscessimo da anni.
Le mani si sfioravano.
Poi si cercavano.
Si intrecciavano quasi senza chiedere il permesso.
Gli sguardi facevano il resto.
Diretti.
Taglienti.
Non servivano parole.
Per un attimo ci ritrovammo soli in un angolo più quieto, lontano dal passaggio.
Il tempo si fermò ancora una volta.
Mi avvicinai.
Lei non si mosse.
Il bacio arrivò così.
Fugace.
Istintivo.
Come qualcosa che era già lì e aspettava soltanto di succedere.
Poi si staccò.
Un passo indietro.
«No.»
Lo disse piano.
Ma senza esitazione.
«Questo no…»
Un respiro.
Poi, guardandomi negli occhi:
«Sono sposata.»
Le parole rimasero sospese tra noi.
Non come un muro, ma come un confine improvviso.
E per la prima volta il gioco non era più soltanto seduzione.
Era diventato qualcosa di più complesso.
Nelle settimane successive, qualcosa cambiò definitivamente.
Non erano più parole su uno schermo.
Non più attese tra una mail e l’altra.
Erano incontri.
Sempre più frequenti.
Ci cercavamo senza dirlo.
E ogni volta che ci trovavamo, accorciavamo un po’ di più quella distanza che all’inizio sembrava intoccabile.
Ci sfioravamo.
Ci trattenevamo.
Abbracci lunghi, carichi di qualcosa che non trovava ancora una forma completa.
Le mani imparavano a conoscersi, ma si fermavano sempre un attimo prima.
Come se entrambi sapessimo che, oltre quel punto, non si sarebbe più tornati indietro.
Il primo vero bacio arrivò più avanti.
Fu diverso.
Più lungo.
Più consapevole.
Il desiderio non era più soltanto immaginato: era diventato qualcosa di concreto, presente, difficile da ignorare.
Passavano i mesi.
E con loro cresceva tutto il resto.
Il desiderio.
La tensione.
L’urgenza.
Ogni spazio diventava un’occasione: un angolo della casa, un momento rubato, un silenzio troppo lungo.
Ma c’era sempre qualcosa che frenava.
Lei.
La paura.
La coinquilina, amica e collega, che conosceva bene suo marito.
Un filo sottile che teneva tutto sospeso, sempre sul punto di spezzarsi.
Io iniziavo a perdere il controllo.
Non perché mancassero occasioni altrove.
Quelle non erano mai state il problema.
Ma non era quello che volevo.
Volevo lei.
Solo lei.
E questa cosa, lentamente, diventava difficile da contenere.
Poi arrivò Pasqua.
La coinquilina partì per le vacanze.
Lei rientrò a Venezia la domenica.
Il lunedì aveva un impegno di lavoro.
Era una finestra.
Una di quelle che non si aprono spesso.
Così partimmo.
Lignano Sabbiadoro, nel pomeriggio di Pasquetta.
Per la prima volta… davvero soli.
L’aria era diversa.
Più densa.
Più carica.
Non servivano parole.
Solo la musica in sottofondo: i Pink Floyd, a riempire quello spazio già saturo di tensione.
Passeggiavamo come una coppia qualsiasi.
Ma non lo eravamo.
E lo sapevamo entrambi.
Al ritorno, qualcosa cambiò.
Uno sguardo.
Poi un altro.
Una parola detta piano.
E subito dopo il silenzio.
Poi più vicino.
Un bacio.
Un abbraccio che non voleva più fermarsi.
Le mani smettevano lentamente di trattenersi.
Il desiderio, rimasto per mesi sotto pelle, cercava finalmente una via d’uscita.
Sentivo il suo respiro cambiare.
Il suo corpo rispondere alla mia vicinanza.
Le sue dita si chiudevano sulla mia camicia, come per ancorarsi.
Dentro quel gesto c’erano insieme fiducia e desiderio trattenuto.
La tensione cresceva.
Ogni carezza sembrava cancellare un altro centimetro di distanza.
E per la prima volta sentii che anche lei stava perdendo il controllo.
Poi, improvvisamente, si fermò.
Come se una parte di lei fosse tornata a galla all’improvviso.
Si staccò.
Uscì dalla macchina.
«Basta…»
Non era rabbia.
Era paura.
Restai fermo per un attimo.
Il silenzio diventò pesante.
Mi ricomposi e la raggiunsi.
Questa volta l’abbraccio fu diverso.
Meno impulso.
Più realtà.
Tornammo in macchina.
E, senza volerlo, iniziammo a scontrarci.
Parole dette male.
Tempi sbagliati.
Tensione che non trovava più uno spazio dove stare.
E poi… il vuoto.
Per un po’ non ci sentimmo più.
Come se tutto quello che era cresciuto avesse bisogno di capire se poteva davvero esistere.
I giorni passavano in fretta.
E il suo profumo non sembrava svanire.
Mi restava addosso, nei pensieri, nei momenti più inattesi.
Come se qualcosa fosse rimasto sospeso tra noi, senza essersi mai davvero concluso.
E ancora una volta… tutto rimase sospeso.
Dopo qualche giorno, per caso, trovai una sua e-mail.
Una e-mail.
Non un messaggio.
Aveva il mio numero.
Perché scrivermi così?
Le parole erano ferme.
Fredde.
Ma non chiuse.
C’era uno spiraglio.
«Il mio mandato è finito. Tra venti giorni vado via.
La mia collega parte questo venerdì.»
Venti giorni.
Solo quello.
Pensai a mille cose.
Ma alla fine ne feci una sola.
Mi organizzai.
Avevo contatti a Venezia. Trovare una stanza fu semplice.
Un B&B, non distante dal suo appartamento.
Arrivò il venerdì.
La coinquilina doveva partire.
Io ero già sistemato.
Lei venne da sola a vedere la stanza.
Appena entrò… qualcosa cambiò.
Non disse nulla.
Nemmeno io.
Ma l’aria era diversa.
Più densa.
Più vera.
Gli sguardi bastavano.
Si avvicinò.
Io non mi mossi.
Poi fu tutto naturale.
Ci ritrovammo vicini.
Senza parole.
Ma ancora una volta trattenuti.
Come se una parte di lei non volesse cedere completamente.
Un equilibrio strano.
Fatto di avvicinamenti e piccoli ritiri.
Di contatto, ma mai totale.
Tra uno sguardo e l’altro, senza parlare, ci ritrovammo sul letto.
La distanza ormai era quasi scomparsa.
Ogni gesto aveva il peso di mesi di attesa.
Ogni respiro sembrava chiedere qualcosa.
Ci cercavamo senza più fingere che fosse soltanto un gioco.
Poi, per un istante, qualcosa cambiò.
La guardai.
I suoi occhi verde smeraldo brillavano.
Lei mi guardò.
E in quell’istante non c’era più gioco.
Solo tensione.
Troppa.
Le sue parole arrivarono improvvise.
Dirette.
«Adesso. È quello che vuoi?»
La sua voce tremava appena.
Poi aggiunse:
«Allora lasciati andare.»
Quasi a rompere tutto.
E in quel momento qualcosa si spezzò davvero.
Non tra noi.
Dentro.
Il gelo scese improvviso, come se fossimo arrivati troppo vicini a qualcosa che non era ancora pronto a esistere.
Ci ricomponemmo.
Senza parlarne davvero.
Poco dopo eravamo insieme ad accompagnare la sua amica in aeroporto.
Come se nulla fosse.
Ma nulla era come prima.
In autobus, tra uno sguardo e l’altro, tornava tutto.
Gli sfioramenti.
Le pause.
Le parole leggere che, in realtà, dicevano altro.
Ma era lì.
Chiaro.
Dovevamo riprendere da dove avevamo lasciato.
Al ritorno dall’aeroporto eravamo soli.
Per la prima volta… davvero soli.
Nessuno che potesse vederci.
Nessuno che potesse riconoscerci.
Nessun contesto da rispettare.
Nessuna maschera da indossare.
E lì… i freni smisero di esistere.
Uno sguardo che non si abbassava più.
Una distanza che si accorciava senza chiedere permesso.
Come se tutto quello che avevamo trattenuto fino a quel momento avesse finalmente trovato il suo spazio.
La tensione rimasta per mesi sotto pelle era libera.
E si sentiva.
In ogni respiro.
In ogni movimento.
Non c’era più bisogno di controllarsi.
Non c’era più bisogno di fermarsi un attimo prima.
Solo desiderio.
Un desiderio che entrambi riconoscevamo.
Era una passione che non aveva bisogno di essere spiegata.
Ci aveva accompagnati fin dall’inizio, tra parole trattenute e silenzi pieni.
E dentro tutto questo c’era una consapevolezza chiara.
Silenziosa.
Innegabile.
Diciotto giorni.
Solo quello.
E forse era proprio questo a renderla così intensa.
Perché non c’era più tempo per rimandare.
Non c’era più spazio per restare a metà.
Ogni istante prendeva valore.
Ogni sguardo diventava più profondo.
Ogni contatto più vero.
Non stavamo più giocando.
Stavamo vivendo qualcosa che sapevamo già avrebbe avuto una fine.
Come se ogni passo fatto fino a quel momento ci avesse portati esattamente lì.
La stanza era semplice.
Silenziosa.
Ma l’aria… no.
L’aria era carica.
Lei era diversa.
Non distante, non trattenuta come le altre volte.
Ma nemmeno completamente libera.
Un misto di pudore e desiderio.
Di controllo e bisogno di perderlo.
I suoi gesti erano più lenti.
Come se volesse arrivare fino al limite.
Sentirlo.
E poi decidere se attraversarlo.
Mi guardava.
E in quello sguardo c’era una richiesta silenziosa.
Non di fermarsi.
Di lasciarsi andare, ma senza perdere completamente il controllo.
Si affidò a quel momento in modo particolare.
Voleva sentirsi protetta, guidata, completamente immersa in ciò che stavamo vivendo.
Non era debolezza.
Era una scelta.
Un modo suo per restare dentro a ciò che stava accadendo senza esserne travolta.
Eppure, nonostante quel bisogno di protezione, si ritrovò lì.
Troppo vicino per tornare indietro.
Il contatto tra noi non aveva più nulla di incerto.
Era diretto.
Ma ancora carico di quella tensione che ci aveva accompagnati fin dall’inizio.
Le mie provocazioni diventavano sempre più audaci.
Ogni gesto aveva un significato.
Non era soltanto desiderio.
Era la somma di mesi.
Di sguardi trattenuti.
Di parole non dette.
Di confini sfiorati senza mai essere davvero superati.
E in quel momento non c’era più distanza.
Solo il calore dei nostri corpi.
Il respiro di lei.
Il mio.
I gemiti appena trattenuti.
Le mani che cercavano.
Le bocche che si incontravano.
Non parlammo.
Non ce n’era bisogno.
Tutto quello che avevamo rimandato per mesi trovava finalmente un linguaggio proprio.
Il desiderio cresceva insieme alla consapevolezza che il tempo stava finendo.
Diciotto giorni.
E ogni volta che ci guardavamo sembrava di sentirli scorrere.
Quella notte non fu soltanto passione.
Fu il punto d’arrivo di tutto ciò che avevamo costruito.
Una storia nata quasi per caso.
Da una telefonata.
Da una mail.
Da una voce che inizialmente avevo immaginato fredda.
Una storia fatta di attese, esitazioni, paure, incontri rubati e desiderio.
Una storia che, proprio quando sembrava finalmente libera, aveva già una scadenza.
E forse era questo il paradosso più crudele.
Avevamo impiegato mesi per arrivare fino a quel momento.
E avevamo soltanto diciotto giorni per viverlo.
Ci guardammo.
Lei sorrise.
Io le accarezzai il viso.
Per un istante nessuno dei due disse nulla.
Poi lei sussurrò:
«Sei uno stupido.»
La baciai.
E lei ricambiò.
Ancora una volta.
Come se, in quel bacio, ci fosse tutto quello che non avevamo mai avuto il coraggio di dire.
Il resto non aveva più bisogno di parole.
Solo di essere vissuto.
Diciotto giorni.
E una storia che, ancora oggi, non so se chiamare errore, follia o destino.
So soltanto che era iniziata con una voce.
E finì con il ricordo di quegli occhi verdi che, per un breve periodo della mia vita, avevano saputo guardarmi come nessun'altra.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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