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SONO MAGGIORENNE ESCI
Lui & Lei

La volpe


di Membro VIP di Annunci69.it IntesaRara
22.05.2026    |    91    |    0 6.0
"Una volta in appartamento iniziammo a chiacchierare mentre sistemavo ciò che le avevo portato..."
Non è iniziata con una frase perfetta.

Non c’è stato quel momento preciso in cui pensi: “Ok, qui succede qualcosa”.

È iniziata piano.
Quasi per caso.
Quasi normalmente.

Ho scritto, mi sono presentato per quello che sono: un uomo diretto, curioso, con il desiderio di trovare qualcosa che non fosse solo superficie.

Lei non ha fatto complimenti.
Non ha mostrato entusiasmo.

Ha risposto con una domanda.

Secca.
Essenziale.

Come per dire: prima di tutto, voglio capire chi ho davanti.

All’inizio ho provato ad entrare nel suo mondo.

Domande, curiosità, piccoli spunti.

Lei non si lasciava trascinare facilmente. Ogni volta che provavo ad avvicinarmi un po’ di più, riportava la conversazione alla realtà.

Diretta.
A volte spigolosa.

Non era facile starle dietro.

Ma proprio per questo non era banale.

Il primo attrito è arrivato quando ho provato ad andare un po’ oltre, ad entrare in qualcosa di più concreto.

Ed è lì che c’è stato il primo scontro.

Lei ha risposto in modo duro.
Tagliente.

Non perché volesse ferire, ma perché non voleva essere interpretata male.

In quel momento ho capito una cosa importante: non era una donna che accettava facilmente l'invadenza.

Aveva bisogno dei suoi spazi.

E li difendeva.
Il gioco delle distanze.

Da lì è iniziata una dinamica strana, ma terribilmente interessante.

Io cercavo di avvicinarmi.

Lei lasciava fare… ma senza mai concedere troppo.

Non spariva.
Non chiudeva.

Ma nemmeno si apriva completamente.

Era un equilibrio sottile:

una risposta sì,
una no,
una battuta,
un silenzio.

Ogni cosa sembrava misurata.

La cosa curiosa è che il momento in cui si è avvicinata di più è stato proprio quando ho smesso di forzare.

Quando la conversazione è diventata naturale:

libri,
musica,
pensieri leggeri.

Lì è cambiata.

Più presente.
Più vera.

Senza dirlo apertamente, ha fatto capire che la conversazione le interessava.

E questo, con lei, valeva più di tante parole.

Il suo modo di essere.

Non parla molto di sé.

Preferisce osservare.
Capire.

Nota le cose piccole.
Coglie le sfumature.

Spesso lascia intendere molto più di quello che dice.

Senza troppi giri.

Senza aspettative dichiarate.

Poi arriva una cena.

Un posto scelto insieme.

La prima volta con la volpe.

Non è iniziata con un brivido.

È iniziata con una scelta.

Una cena.
Crudo di pesce.

Un posto curato, luci basse, quel tipo di atmosfera che non impone niente… ma lascia spazio a tutto.

Arriva lei.

Tacchi.

Passo deciso, senza fretta.

Ci presentiamo con un sorriso appena accennato. Niente di costruito.

Poi si sfila il piumino.

Ed è lì che qualcosa cambia.

Non era scoperta.

Era molto più sottile.

Lasciava immaginare.

Una gonna che scendeva morbida sulle gambe, con uno spacco che, ogni tanto, lasciava intravedere la coscia senza mai concederla davvero.

Una camicetta semplice, ma portata nel modo giusto.

E quegli occhi.

Attenti.
Presenti.
Impossibili da leggere completamente.

Era lì.

Ma non si lasciava prendere.

Le lascio spazio.

Parla lei.

Io entro poco. Qualche battuta, il giusto per non rompere quell’equilibrio sottile che stava nascendo.

La cena scorre.

I discorsi diventano più interessanti, più personali.

Lei è sempre controllata, anche nei gesti più piccoli.

Attenta a quanto beve, a cosa dice, a come lo dice.

Io no.

Io ero tranquillo.

Libero.

E forse era proprio quella libertà a incuriosirla.

A un certo punto la serata cambia ritmo.

Mi propone di andare a ballare.

Accetto, ma prima passiamo dalla mia camera.

Una bottiglia di rosso da aprire, giusto per allungare il tempo.

È lì che il gioco diventa più personale.

Le voci si abbassano.

Le parole diminuiscono.

Le pause aumentano.

E gli sguardi iniziano a durare qualche secondo in più.

Poi la abbraccio.

Niente di forzato.

Un gesto semplice.

Ma lei lo accoglie completamente.

Non è un abbraccio educato.

È qualcosa di diverso.

Più intenso.

Più vero.

Per un istante smette di controllare tutto.

E io lo sento.

Sento il suo corpo rilassarsi.

Il suo respiro cambiare appena.

Ed in quel momento capisco.

Quella distanza che aveva mantenuto per tutta la sera non era mancanza.

Era difesa.

Quando ci stacchiamo, qualcosa in lei cambia improvvisamente.

Fa un passo indietro.

Lo sguardo torna lucido, preciso.

E, senza esitazione, dice:

“Tra noi solo amicizia.”

Prende le sue cose.

Si muove veloce.

Troppo veloce per essere davvero calma.

E se ne va.

Senza voltarsi.

La cosa più interessante è che non è finita lì.

Non è sparita.

Non ha preso distanza.

Ha continuato a esserci.

Ha detto chiaramente che le faceva piacere stare insieme, ma senza pressioni, senza aspettative.

E in questo c’era tutta la sua natura:

stare, ma senza sentirsi obbligata.

Esserci, ma solo se lo voleva davvero.

Senza altri giri di parole, decidiamo insieme un nuovo ristorante.

Il ristorante si trova nella parte vecchia della città, in un borgo raccolto, quasi sospeso nel tempo, tra mura antiche e silenzi pieni di storia.

Un piccolo castello che accoglie senza farsi notare.

Luci calde.

Pietra viva.

Un’atmosfera intima che non ha bisogno di essere spiegata.

Dal punto d’incontro si doveva poi proseguire a piedi.

Lei arriva.

Le vado incontro.

Ci salutiamo.

Sguardi fugaci…

ma già pieni di qualcosa.

Camminiamo vicini quasi a sfiorarci.

I suoi tacchi risuonano tra le vie strette, creando un ritmo preciso.

Elegante.

Sicuro.

Poche parole tra noi.

Non perché mancasse qualcosa.

Ma perché non serviva.

All’ingresso ci attendevano.

Entriamo.

Il locale è piccolo, raccolto.

Caldo.

Accogliente.

Quasi protetto dal resto del mondo.

Lei si toglie il cappotto.

E anche questa volta cambia qualcosa.

Aveva scelto pantaloni e un maglioncino, linee semplici, pulite.

Ma portate nel modo giusto.

Nulla di eccessivo.

Nulla di forzato.

Proprio per questo… difficile da ignorare.

Il maglioncino lasciava intravedere il seno, piccolo, proporzionato.

Più suggerito che mostrato.

Ma erano i dettagli a fare la differenza.

Gli orecchini.

Due rose nere.

Classiche, ma con un carattere preciso.

Come lei.

Eleganti…

ma non delicate.

Belle…

ma non facili.

La osservo mentre si sistema i capelli.

Un gesto lento.

Naturale.

Eppure capace di lasciare il segno.

I suoi occhi ogni tanto mi cercano.

Poi si spostano.

Poi tornano.

Non tengono lo sguardo troppo a lungo.

Ma abbastanza da farmi capire che c’è.

In quei silenzi… parlava molto più di quanto dicesse a voce.

La serata scorre piacevole.

Si entra sempre più nel confidenziale.

Giochi di sguardi.

Pause che non pesano.

Momenti in cui restiamo fermi, senza dire nulla, ma perfettamente presenti.

Lei era esigente.

Non nelle richieste, nel modo in cui ascoltava.

Attenta.

Selettiva.

Ogni tanto accennava un sorriso di quelli che non concede a tutti.

E io la seguivo.

Non guidavo.

Non forzavo.

La seguivo.

Cercando di leggere quello che non diceva.

Perché con lei quello che conta davvero non passa dalle parole.

Passa dagli occhi.

Dai tempi.

Dalle distanze.

Da quei piccoli segnali che, se non li cogli…ti perdi tutto.

Fuori faceva freddo.

Un vento leggero entrava tra le vie del borgo.

Dentro, invece, era tutto più caldo.

Non solo per l’ambiente.

Per quello che lentamente stava prendendo forma tra noi.

A dire il vero, una bottiglia di vino rosso è partita…

ma eravamo abbastanza lucidi.

Non era l’alcol a guidare la serata.

Era altro.

Avevo dei dolci in frigo che avevo preso per lei.

Un dettaglio semplice, ma pensato.

E quando fu ora di andare via, durante il tragitto a piedi verso le auto, il freddo della sera ci avvolgeva.

Ma tra noi era diverso.

Ci lasciammo prendere da qualche abbraccio.

Non lunghi.

Non dichiarati.

Ma veri.

Di quelli che arrivano senza essere chiesti.

Lei si avvicinava…

poi si fermava.

Sempre su quel filo sottile.

Poi, senza dirlo davvero, andammo al mio appartamento.

Le chiesi se volesse restare in auto o salire.

Ma lei era già lì che scendeva.

E in quel gesto c’era già una risposta, una scelta.

Una volta in appartamento iniziammo a chiacchierare mentre sistemavo ciò che le avevo portato.

L’ambiente era semplice.

Caldo.

Silenzioso.

Fuori il vento.

Dentro qualcosa che si muoveva piano.

E, spontaneamente, le chiesi:

“Vai via subito o ti trattieni ancora un po’?”

lei, decisa, disse:

“No. Mi fermo ancora un po’.”

Nessuna esitazione.

Nessun gioco.

Solo una risposta chiara.

La notte scorreva tranquilla.

Sguardi.

Sorrisi.

Pause.

Di quelle che con lei non sono vuoti… ma pieni.

Fino a quando arrivammo ad avvicinarci senza accorgercene davvero.

L’aria era calda.

E da un momento all’altro ci sarebbe stato un bacio.

Lei si avvicina.

Non di colpo.

Piano.

Sfiora le guance contro le mie labbra...come una gatta che fa le fusa.

Un gesto dolce.

Ma carico di qualcosa che non stava più controllando del tutto.

La guardo.

E questa volta non lascio che sia solo lei a guidare.

Le dico: “Voglio baciare le tue labbra.”

Diretto.

Senza nascondermi.

Lei mi guarda.

I suoi occhi diventano più grandi.

Come se, in quel momento, si rendesse conto di quello che sta succedendo davvero.

Ritira le labbra in bocca.

Un attimo di difesa.

Poi si ferma.

Mi guarda.

E per un istante quella donna che aveva sempre avuto tutto sotto controllo sembra non sapere più cosa fare.

Un abbraccio.

Poi un altro.

Lei si lascia andare.

E arriva il bacio.

Un bacio intenso, pieno di desiderio.

Non costruito.

Non trattenuto.

Il suo cuore batte forte.

Così forte che lo sento contro di me.

E per un momento non c’è più distanza.

Non c’è più misura.

Solo quella vicinanza che fino a poco prima sembrava impossibile.

Non ero io a stringere lei a me.

Era lei che si avvicinava.

Come se, per un attimo…

avesse deciso di restare.

Poi…

ci stacchiamo.

Qualche abbraccio.

Il respiro cambia.

E torna lei.

La parte che controlla.

Si divincola.

Fa un passo indietro.

Dice:

“No. Non sento quello che senti tu.”

Le parole escono.

Ma non combaciano con quello che c’era un attimo prima.

Prende le sue cose…

e scappa via.

Veloce.

Come sempre.

Senza lasciare spazio a qualcosa che potrebbe fermarla.

La verità?

La volpe non è quella che non prova niente.

È quella che…

quando inizia a sentire davvero qualcosa,

scappa per prima.
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