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Lui & Lei

Il professore che non insegnava niente


di Membro VIP di Annunci69.it Sexysadic
20.08.2026    |    394    |    0 8.8
"Eravamo una di quelle cose che se provi a spiegare a qualcuno diventano immediatamente più stupide..."
Avevo cinquantacinque anni quando conobbi Marta.

Lei ne aveva ventotto.

La cosa avrebbe dovuto mettermi in allarme.

Invece mi mise soltanto sete.

Eravamo a una festa in casa di qualcuno che conoscevo poco e che, dopo due bicchieri, conoscevo ancora meno.

C’erano bottiglie aperte ovunque, gente seduta per terra, una ragazza che raccontava di aver trovato se stessa in Nepal e un uomo con una sciarpa rossa che cercava disperatamente di spiegare agli altri perché il capitalismo sarebbe finito entro Natale.

Io ero vicino alla cucina.

È sempre un buon posto alle feste.

C’è il vino.

E se la situazione peggiora, puoi fingere di cercare del ghiaccio.

Marta arrivò con un bicchiere vuoto.

«Tu sei quello vecchio.»

La guardai.

«Dipende dalla stanza.»

«Qui sicuramente.»

«Grazie.»

Prese la bottiglia davanti a me e si versò del vino.

«Quanti anni hai?»

«Abbastanza.»

«Risposta da vecchio.»

«Cinquantacinque.»

Si fermò.

Mi guardò meglio.

«Mio padre ne ha cinquantacinque.»

«Perfetto.»

«Cosa?»

«Era l’unica informazione che mancava per rendere questa conversazione completamente inutile.»

Rise.

Aveva una bella risata.

Non elegante.

Rideva come se qualcuno avesse aperto una finestra.

«Sei permaloso?»

«Solo quando ho ragione.»

«E con le donne come te la cavi?»

«Male.»

«A cinquantacinque anni?»

«È il principale vantaggio dell’età.»

«Quale?»

«Aver finalmente capito che non so assolutamente come funzionano.»

Mi guardò qualche secondo.

«Interessante.»

«No. Costoso.»

Bevve.

«Alla tua età dovresti sapere tutto.»

«Alla mia età ho imparato a chiamare l’idraulico prima di smontare il lavandino. È già qualcosa.»

Rise ancora.

«Allora hai bisogno di lezioni.»

«Di idraulica?»

«Di vita.»

«Ah.»

«Te le do io. Niente sesso, però»

Avevo già incontrato molte persone, soprattutto donne, che volevano insegnarmi a vivere.

Di solito erano indebitate, depresse o vendevano corsi online.

Marta sembrava soltanto ubriaca.

Era un miglioramento.

«Quanto costano?»

«Dipende.»

«Da cosa?»

«Da quanto sei difficile.»

«Sono praticamente un mutuo.»

Mi prese il bicchiere dalle mani.

«Prima lezione.»

«Quale?»

«Andiamo via.»

«Dalla festa?»

«Sì.»

«Dove?»

«Non lo so.»

«Ottima organizzazione.»

«È proprio questo il problema di quelli della tua età.»

«Quale?»

«Volete sapere dove state andando.»

Guardai la bottiglia.

Era ancora mezza piena.

«Posso almeno portarla?»

«No.»

«Allora il corso comincia male.»

Uscimmo.

La prima cosa che mi insegnò fu rubare bicchieri dagli alberghi.

Non soldi.

Non asciugamani.

Bicchieri.

«Perché?» le chiesi.

Eravamo nel bar di un hotel dove non alloggiava nessuno dei due.

Avevamo ordinato due gin tonic.

«Perché sono belli.»

«Puoi comprarli.»

«Non è la stessa cosa.»

«È esattamente la stessa cosa.»

«No.»

«Perché?»

«Quello comprato è un bicchiere. Quello rubato è una storia.»

Aveva detto questa stronzata con tale convinzione che quasi le credetti.

Finimmo i gin tonic.

Lei infilò il bicchiere nella borsa.

«Tocca a te.»

«No.»

«Hai paura?»

«Di finire in prigione per sei euro di vetro.»

«Ecco. È questo che intendo.»

Guardai il mio bicchiere.

Poi il barista.

Poi Marta.

Il barista stava lucidando qualcosa.

Probabilmente un altro bicchiere destinato a una vita migliore.

Lo infilai nella tasca interna del cappotto.

Marta sorrise.

«Bravo.»

«Mi sento diverso.»

«In che senso?»

«Peggiore.»

«È un inizio.»

La seconda lezione fu entrare al cinema quando il film era già cominciato.

«Non ha senso.»

«Appunto.»

«Perdo l’inizio.»

«Ti inventi quello che è successo.»

«Poi magari capisco male tutto.»

«Succede anche quando arrivi all’inizio.»

Comprammo due biglietti per un film francese.

Entrammo trentotto minuti dopo.

Sul grande schermo un uomo piangeva dentro un’automobile.

Una donna fumava sotto la pioggia.

«Perché piange?» sussurrai.

«Lei l’ha lasciato.»

«Come fai a saperlo?»

«Non lo so.»

«Allora perché lo dici?»

«Perché mi piace.»

Dopo dieci minuti scoprii che l’uomo piangeva perché era morto suo fratello.

Mi piegai verso Marta.

«Avevi torto.»

«La mia versione era migliore.»

Era vero.

Uscimmo prima della fine.

«Adesso non sappiamo come finisce.»

«Esatto.»

«Ti piace non sapere niente.»

«Molto.»

«Deve essere riposante.»

Mi diede una gomitata.

La terza lezione fu prendere un treno senza sapere dove andare.

Quella mi sembrò una stronzata persino per lei.

«Non esistono treni senza destinazione.»

«Il treno ce l’ha. Noi no.»

«Peggio.»

Eravamo in stazione alle nove del mattino di una domenica.

Avevo dormito quattro ore.

Lei aveva una brioche in mano e gli occhiali da sole nonostante piovesse.

«Scegli.»

Guardai il tabellone.

Milano.

Bologna.

Trieste.

Verona.

«Trieste.»

«Perché?»

«È l’unico posto dove non conosco nessuno.»

«Finalmente impari.»

Salimmo.

Durante il viaggio dormì appoggiata al finestrino.

Aveva una piccola cicatrice vicino al sopracciglio sinistro che non avevo mai notato.

Quando dormono le persone smettono per un po’ di raccontarti chi vorrebbero essere.

È un momento interessante.

A Mestre aprì gli occhi.

«Mi stavi guardando?»

«No.»

«Bugiardo.»

«A cinquancinque anni mentire diventa una forma di cortesia.»

«Sei strano.»

«Tu mi hai fatto rubare un bicchiere.»

«Due.»

«Uno l’hai rubato tu.»

«Complicità.»

Arrivammo a Trieste.

Pioveva.

Naturalmente.

Camminammo fino al mare.

Il vento aveva deciso di ucciderci.

Marta aveva una gonna troppo leggera e insultava il meteo.

«Pensavo fossi libera.»

«Cosa c’entra?»

«Le persone libere non sentono freddo.»

«Vaffanculo.»

Entrammo in un bar.

Ordinammo vino bianco.

Lei cominciò a parlare di viaggi.

Voleva andare in India.

Poi in Argentina.

Poi vivere sei mesi in Portogallo.

Poi aprire un posto sul mare.

Poi non possedere niente.

«Hai molti progetti.»

«Sì.»

«Quale farai?»

«Non lo so.»

«Nessuno, probabilmente.»

Mi guardò male.

«Sei sempre così incoraggiante?»

«Solo con le persone a cui tengo.»

Ci fu un silenzio.

Avevo parlato troppo.

Capita.

Lei guardò fuori.

«Hai detto una cosa carina.»

«Scusa.»

«Non succederà più?»

«Farò attenzione.»

Continuammo a vederci.

Non sapevo bene perché.

Nemmeno lei.

Era una buona base.

A volte spariva per una settimana.

Poi mi scriveva:

Lezione stasera. Scarpe comode.

Una volta mi portò a una festa dove non conosceva nessuno.

«Come siamo entrati?»

«Ho detto che conoscevo Luca.»

«Chi è Luca?»

«Non lo so.»

«E se non c’è nessun Luca?»

«In una festa con più di cinquanta persone c’è sempre un Luca.»

C’era.

Un’altra volta mi fece ordinare al ristorante qualcosa che non avevo mai mangiato.

Arrivarono delle interiora.

«Questa non è libertà», dissi. «È vendetta.»

Lei rideva.

Mi piaceva guardarla ridere.

Era un problema.

Non perché avesse ventotto anni.

Quello era soltanto ridicolo.

Il problema era che cominciavo ad aspettare i suoi messaggi.

A cinquantacinque anni dovresti aver imparato a non aspettare messaggi.

Dovresti aver imparato che il telefono non contiene niente di buono.

Banche.

Medici.

Ex.

Persone che scrivono “dobbiamo parlare”.

Invece quando vibrava guardavo.

E quando non era lei lo rimettevo sul tavolo come se la colpa fosse del telefono.

Poi un giorno scoprii che tutta quella libertà era una truffa.

Eravamo in macchina.

Lei guidava.

Male.

«Rallenta.»

«Non fare il padre.»

«Non sono abbastanza giovane.»

«Sei terrorizzato.»

«Voglio morire in maniera più interessante.»

Dovevamo andare a una festa sul lago.

A metà strada cominciò a piovere forte.

Marta rallentò.

Poi ancora.

Poi accostò.

«Che c’è?»

«Niente.»

«Hai accostato.»

«Vedo.»

«È una caratteristica utile per chi guida.»

Non rise.

Aveva le mani strette sul volante.

«Marta?»

«Aspetta.»

La guardai.

Respirava male.

«Hai paura del temporale?»

«No.»

Un lampo illuminò la strada.

Lei chiuse gli occhi.

«Ah.»

«Non dire niente.»

Non dissi niente.

Restammo lì.

La pioggia batteva sul tetto.

Dopo qualche minuto le presi una mano.

Era fredda.

«Da quando?»

«Da piccola.»

«E tutti i treni senza destinazione?»

«Quelli sono facili.»

«Rubare bicchieri?»

«Facile.»

«Entrare alle feste senza conoscere nessuno?»

«Facilissimo.»

«E un temporale?»

Mi strinse la mano.

«Non rompere i coglioni.»

Quella sera non andammo alla festa.

Tornammo indietro.

Guidai io.

Poi cominciai a vedere altre cose.

Marta aveva paura degli ospedali.

Delle telefonate dopo mezzanotte.

Di dire a sua madre quando stava male.

Di chiedere soldi a suo padre.

Di innamorarsi.

Quello soprattutto.

Non lo disse.

Le cose importanti raramente vengono dette.

Una sera eravamo seduti sui gradini di una chiesa chiusa.

Avevamo comprato due birre in un minimarket.

Lei teneva le scarpe in mano.

«Sai una cosa?» disse.

«No.»

«Tu pensi che io sia coraggiosa.»

«Non particolarmente.»

«Stronzo.»

«Mi hai chiesto.»

«No, non te l’ho chiesto.»

«Allora siamo a posto.»

Bevve.

«Io ho paura praticamente di tutto.»

«Lo so.»

Mi guardò.

«Come fai?»

«Sono vecchio.»

«Non vale.»

«Allora diciamo che ho avuto tempo.»

«Di fare cosa?»

«Di riconoscere la paura quando si traveste bene.»

Restò in silenzio.

«E da cosa si traveste?»

«Da libertà, spesso.»

Non disse niente per parecchio.

Poi:

«Questa era una lezione?»

«No.»

«Peccato.»

Passò quasi un anno.

Non c'era mai stato nulla tra noi.

Non stavamo nemmeno separati.

Eravamo una di quelle cose che se provi a spiegare a qualcuno diventano immediatamente più stupide.

Lei aveva ancora ventotto anni.

Io ne avevo quasi cinquantasei.

Ogni tanto qualcuno ci guardava.

Io pensavo:

sì, lo so.

Lei invece non sembrava accorgersene.

O fingeva meglio.

Una sera tornammo nell’hotel del primo bicchiere.

Il barista era cambiato.

I bicchieri no.

«Ne abbiamo già due», dissi.

«Non siamo qui per rubare.»

«Finalmente.»

Ordinammo gin tonic.

Lei sembrava strana.

Più silenziosa.

«Che succede?»

«Niente.»

«È una risposta da vecchio.»

«Ho imparato dal migliore.»

Bevemmo.

Fuori era primavera.

Le porte del bar erano aperte e arrivava odore di terra bagnata.

«Sai», disse, «alla fine ti ho insegnato parecchie cose.»

«A commettere piccoli reati.»

«A perdere tempo.»

«Quello lo sapevo già.»

«A non programmare.»

«Male.»

«A salire sui treni.»

«Peggio.»

«A fare cose inutili.»

«Su quello sei stata eccellente.»

Sorrise.

Poi diventò seria.

«E adesso?»

«Adesso cosa?»

«Cosa insegni tu a me?»

Avevo passato una vita a prepararmi per domande così.

Avevo letto libri.

Avuto donne.

Perso donne.

Fatto lavori.

Lasciato lavori.

Visto persone morire.

Visto persone sopravvivere, che qualche volta è peggio.

Pensai che avrei dovuto dire qualcosa di buono.

Una frase memorabile.

Qualcosa sulla paura.

Sul tempo.

Sulla libertà.

Sull’amore.

Una di quelle frasi che nei film fanno partire la musica.

Non mi venne niente.

Assolutamente niente.

«Non lo so», dissi.

Lei mi guardò.

«Tutto qui?»

«Temo di sì.»

«Cinquantacinque anni e non sai niente.»

«Te l’avevo detto la prima sera.»

«Almeno sei coerente.»

Misi il bicchiere sul tavolo.

Lei aveva la mano appoggiata accanto alla mia.

La presi.

Non per fare una cosa importante.

Non per dare una risposta.

La presi perché era lì.

Marta guardò le nostre mani.

Poi guardò me.

Non la tolse.

Restammo così.

Il barista cominciò a sistemare le bottiglie.

Era tardi.

«Dovremmo andare», dissi.

«Dove?»

«Non lo so.»

Mi sorrise.

«Finalmente.»

Fuori passò un taxi vuoto.

Non lo fermammo.

La stazione era a quindici minuti a piedi.

Quando arrivammo, sul tabellone c’erano quattro treni.

L’ultimo partiva tra sette minuti.

«Dove va?» chiese Marta.

«Non ho guardato.»

Mi strinse più forte la mano.

«Bravo, professore.»

Salimmo.

Solo dopo che le porte si furono chiuse mi accorsi che lei non mi aveva più lasciato la mano.

All'improvviso, come se me lo aspettassi, sentii la sua lingua morbida che toccava la mia.

Attorno non c'era anima viva.

E stavolta nessuno dei due chiese dove stavamo andando.
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