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Lui & Lei

L'ultimo treno


di Membro VIP di Annunci69.it Sexysadic
20.08.2026    |    317    |    4 9.3
"Eravamo stanchi, avevamo bevuto due pessimi whisky dal minibar e il materasso cigolava come un animale ferito..."
Persi l’ultimo treno alle 23:47.

Lei lo perse alle 23:48.

Questa differenza di un minuto avrebbe avuto una certa importanza, perché per tutto il resto della notte sostenne che la colpa fosse mia.

La vidi sul marciapiede con una valigia piccola, una giacca troppo leggera e quell’espressione che hanno le persone quando scoprono che le Ferrovie dello Stato hanno appena preso una decisione personale contro di loro.

«Partito?»

«No. Sta facendo un giro e torna.»

Mi guardò.

«Sei sempre così simpatico?»

«Solo quando dormo poco.»

Guardò il tabellone.

Cancellato.

Cancellato.

Cancellato.

Il prossimo alle 5:52.

«Fantastico.»

«Potrebbe andare peggio.»

«Come?»

«Potremmo essere sposati.»

Rise.

Fu così che conobbi Anna.

Aveva trent’anni.

Io cinquantacinque.

Non ne parlammo.

Avevamo problemi più urgenti.

Tipo trovare un letto.

C’era una fiera in città.

Tutti gli alberghi erano pieni.

Telefonammo a sei posti.

Al settimo rispose un uomo che sembrava stesse morendo.

«Una camera c’è.»

«Due letti?»

«Matrimoniale.»

Guardai Anna.

Anna guardò me.

«Quanto?»

Il prezzo era osceno.

Ma alle dodici e venti di notte la dignità diventa improvvisamente molto economica.

«La prendiamo», disse lei.

L’hotel aveva visto tempi migliori.

Probabilmente durante il fascismo.

La moquette del corridoio possedeva forme di vita autonome.

La camera aveva un letto matrimoniale, una sedia, una televisione grande come un tostapane e una stampa di Venezia appesa storta sopra la testiera.

Anna posò la valigia.

«Mettiamo subito delle regole.»

«Ottimo. Adoro i regolamenti.»

Prese quattro cuscini e li dispose in mezzo al letto.

Una muraglia.

«Questa è la frontiera.»

«Molto efficace.»

«Tu di là.»

«E se devo chiedere asilo politico?»

«Respinto.»

Ci cambiammo a turno in bagno.

Quando uscì aveva una maglietta larga e pantaloncini.

Io avevo una vecchia t-shirt e la certezza che il mio fascino fosse ormai irrimediabilmente compromesso.

Ci mettemmo a letto.

Uno da una parte.

Una dall’altra.

Quattro cuscini in mezzo.

La luce spenta.

Silenzio.

Durò trenta secondi.

«Dormi?» chiese.

«Profondamente.»

«Posso chiederti una cosa?»

«No.»

«Qual è la cosa più stupida che hai fatto per una donna?»

Guardai il soffitto.

«Quanto tempo abbiamo?»

«Cinque ore.»

«Non bastano.»

Rise nel buio.

Cominciammo così.

Prima cose innocenti.

Primi appuntamenti disastrosi.

Gelosie ridicole.

Bugie inutili.

Persone che avevamo amato e che, col senno di poi, non avremmo dovuto nemmeno invitare a cena.

Poi Anna disse:

«Facciamo un gioco.»

«Questo di solito finisce male.»

«La regola è semplice. Possiamo raccontarci qualsiasi cosa. Qualsiasi. Ma non ci scambieremo mai i numeri di telefono e domani nessuno potrà usarla contro l’altro.»

«Come in tribunale.»

«Esatto.»

«E se confesso un omicidio?»

«Dipende chi hai ucciso.»

Mi girai verso di lei.

Nel buio vedevo soltanto il contorno del suo viso.

«Comincia tu.»

«Codardo.»

«Galante.»

Lei raccontò una fantasia.

Non quella che uno si aspetterebbe.

Cominciava in un ascensore.

Con uno sconosciuto.

La parte che le interessava non era quello che sarebbe successo.

Era il fatto che per trenta secondi nessuno dei due sapesse se sarebbe successo.

«Quindi ti piace l’attesa.»

«Mi piace quando non sono sicura.»

«Di cosa?»

«Di avere ancora il controllo.»

Quella frase cambiò qualcosa nella stanza.

Niente di evidente.

Eppure i cuscini in mezzo al letto sembrarono improvvisamente più stupidi.

Toccò a me.

Raccontai qualcosa.

Lei rimase in silenzio.

«Tutto qui?»

«No.»

«Allora continua.»

Continuai.

Quando finii sentii che si era girata completamente verso di me.

«Questa la diresti davvero a una donna?»

«No.»

«Perché?»

«Perché ho ancora una reputazione.»

«Non mi sembra.»

Passò qualche secondo.

Poi:

«Qual è quella che non diresti mai?»

«Non esiste.»

«Bugiardo.»

«Dormiamo.»

«Adesso me la dici.»

«No.»

«Hai paura?»

Quella parola.

Gli esseri umani sono creature semplici.

Puoi sopravvivere a divorzi, funerali, debiti, ospedali.

Poi una donna nel buio ti dice hai paura e improvvisamente torni ad avere sedici anni.

Mi avvicinai alla muraglia di cuscini.

Lei fece lo stesso.

«Vieni qui.»

«La frontiera.»

«Per cinque secondi sospendiamo Schengen.»

Spostò un cuscino.

Mi avvicinai.

Le sussurrai qualcosa all’orecchio.

Non lo scriverò.

Alcune cose hanno senso soltanto quando non vengono ripetute.

Anna rimase immobile.

Così immobile che pensai di aver sbagliato tutto.

Poi spostò un secondo cuscino.

E un terzo.

Ne rimase uno.

«Interessante», disse.

«Non sembra.»

Tolse anche l’ultimo.

«Adesso?»

«Adesso un po’ di più.»

Restammo sdraiati uno davanti all’altra.

Vicini.

Troppo vicini per continuare a fingere che fosse soltanto una conversazione.

Anna mi guardava.

Non la mia faccia.

Più in basso.

Poi tornava agli occhi.

Controllava l’effetto che aveva su di me.

E sembrava divertirla.

«Quindi», disse piano, «funziona.»

«Cosa?»

«La fantasia.»

«Non montarti la testa.»

Sorrise.

Prese la mia mano.

Pensai volesse stringerla.

Invece la portò su di sé.

Precisamente dove voleva.

Il respiro le cambiò appena.

«Questo non era nel regolamento», dissi.

«Sto facendo un emendamento.»

La baciai.

Non ci fu niente di elegante.

Eravamo stanchi, avevamo bevuto due pessimi whisky dal minibar e il materasso cigolava come un animale ferito.

Ma il bacio cancellò rapidamente il resto.

Anna mi tirò verso di sé.

All’inizio sembrava ancora interessata a osservare.

Mi guardava mentre la toccavo.

Guardava il mio viso quando si muoveva contro di me.

Come se volesse controllare quanto potere avesse.

Poi smise.

Quella fu la parte migliore.

Il momento in cui smise di verificare.

Il momento in cui il gioco le sfuggì di mano.

Mi strinse più forte.

Il suo respiro perse ritmo.

La donna che cinque minuti prima stabiliva frontiere, regole ed emendamenti cominciò semplicemente a volere.

E quando una persona smette di pensare a come appare mentre desidera qualcosa, diventa improvvisamente molto più bella.

I vestiti finirono per terra senza cerimonie.

La lampada sul comodino cadde una volta.

La rimettemmo in piedi.

Cadde di nuovo.

La lasciammo lì.

Anna rise.

Poi non rise più.

Mi tirò verso di sé.

«Non fermarti.»

Era la prima frase veramente seria che avesse detto tutta la notte.

Non mi fermai.

Il resto fu caldo, disordinato, molto meno intelligente delle nostre conversazioni e decisamente più convincente.

A un certo punto lei mi guardò ancora.

Ma adesso non stava più cercando di capire l’effetto che aveva su di me.

Stava cercando di non perdere completamente il proprio controllo.

Non ci riuscì.

E sembrò non dispiacerle affatto.

Quando aprii gli occhi la stanza era grigia.

Anna dormiva girata verso di me.

Aveva un braccio sul mio petto.

Sul pavimento c’erano i quattro cuscini.

Tutti lontanissimi dal letto.

Il telefono vibrò sul comodino.

05:31.

SERVIZIO FERROVIARIO RIPRISTINATO.

Guardai Anna.

Aprì un occhio.

«Che ore sono?»

«Abbastanza.»

«Il treno?»

«Tra ventuno minuti.»

Chiuse l’occhio.

«Ce la facciamo?»

«Se corriamo.»

Non si mosse.

Nemmeno io.

Passarono cinque minuti.

Poi dieci.

Il telefono vibrò ancora.

Anna cercò la mia mano sotto le lenzuola.

«Credo che perderemo anche questo.»

«Sarebbe irresponsabile.»

«Molto.»

La stazione era a sette minuti.

Il treno partì puntuale.

Noi no.
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