Lo scoglio
Sexysadic
Solo che nessuno dei due aveva avuto la cortesia di comunicarlo all’altro.
Eravamo ancora insieme.
Questo succede.
Le persone continuano a pagare assicurazioni su macchine che non usano, abbonamenti a palestre dove non vanno e stanno in relazioni che hanno smesso di funzionare.
Avevamo preso una settimana al mare.
Non ricordo nemmeno chi avesse avuto l’idea.
Probabilmente lei.
Io a quell’epoca avevo cominciato a capire che andare in vacanza per sistemare una relazione è come mettere un deodorante in una stanza dove è morto qualcosa.
L’odore cambia.
Il morto resta.
Il posto era bello.
Troppo bello.
Roccia bianca.
Acqua così trasparente che sembrava una provocazione.
Pini bassi piegati dal vento.
Cicale.
Un sentiero di terra che correva lungo la costa e ogni tanto spariva tra gli alberi.
Dall’altra parte dell’acqua c’erano isole nude, grigie, ferme.
Sembravano animali addormentati.
La spiaggia era naturista.
Naturista davvero.
Non uno di quei posti dove la parola naturismo serve a descrivere cinquanta uomini che aspettano che una donna si chini per raccogliere l’asciugamano.
Famiglie.
Coppie.
Vecchi che leggevano.
Donne che nuotavano.
Uomini con pance perfettamente compatibili con la democrazia.
Nessuno sembrava interessarsi a nessuno.
Era probabilmente questo che rendeva tutto così piacevole.
Io e Laura — chiamiamola Laura — stavamo insieme da quattro anni.
All’inizio avevamo scopato parecchio.
Poi meno.
Poi ogni tanto.
Alla fine il sesso era diventato qualcosa che facevamo per verificare che non fossimo ancora ufficialmente morti.
Una manutenzione.
Come accendere il motore di una macchina ferma in garage.
Quella mattina lei era sdraiata sotto un pino.
Leggeva.
O faceva finta.
Io nuotai.
Tornai.
Mi sdraiai.
Dopo dieci minuti mi alzai di nuovo.
«Dove vai?»
«Faccio due passi.»
«Mh.»
Era una delle nostre conversazioni migliori di quel periodo.
Presi il sentiero nella pineta.
Camminavo nudo con un paio di sandali.
Essere nudi con i sandali è una delle cose meno erotiche che un uomo possa fare.
Ti senti contemporaneamente primitivo e tedesco.
Il sentiero saliva leggermente.
Sotto si vedeva il mare attraverso i pini.
Poi sentii qualcosa.
Un respiro.
Una voce bassa.
Qualcosa di impastata
Pensai a qualcuno che litigava a bassa voce.
Feci altri cinque passi.
E li vidi.
Erano dietro un cespuglio basso.
Non abbastanza dietro, evidentemente.
Lei era inginocchiata.
Lui in piedi.
Non c’era bisogno di un interprete.
Avranno avuto trent’anni.
Forse qualcosa di più.
Lei aveva capelli chiari legati dietro la testa.
Lui era magro, molto abbronzato.
Mi videro.
Pensai:
adesso smettono.
Era quello che avrei fatto io.
Ricomporsi.
Nascondersi.
Recitare per qualche secondo la commedia della civiltà.
Invece no.
Lei mi guardò.
Lui mi guardò.
Poi continuarono.
Anzi, ebbi l’impressione che qualcosa fosse cambiato.
Non molto.
Soltanto abbastanza.
Come alzare leggermente il volume di una canzone perché qualcuno è entrato nella stanza.
Io abbassai gli occhi.
Passai.
Non volevo invadere.
O almeno fu quello che raccontai a me stesso.
Dopo una ventina di metri sentii una voce.
«Hey.»
Mi girai.
Da un altro cespuglio uscì un uomo sui quarantacinque.
Nudo.
Cappellino da baseball.
Pancia.
Una delle immagini più solide che abbia mai visto.
Indicò dietro di me.
«Hai visto?»
«Sì.»
Sorrise.
«Eh.»
Non sapevo cosa significasse quel “eh”.
Forse niente.
Forse tutto.
Poi si mise a camminare verso di loro.
Non so perché, ma lo faceva con le gambe un po’ larghe.
Come una papera molto determinata.
Lo seguii con gli occhi.
Arrivò vicino alla coppia.
Disse qualcosa.
Loro risposero in una lingua che non capivo.
Molte consonanti.
Qualche gesto.
Il tipo insistette.
L’uomo della coppia scosse la testa.
La donna rise.
Poi il tizio con il cappellino fece spallucce e tornò indietro.
Passandomi vicino disse qualcosa che poteva voler dire:
«Niente da fare.»
Oppure:
«Bella giornata.»
Non lo saprò mai.
Continuò per il sentiero.
Io rimasi fermo.
Quella sarebbe stata una buona occasione per tornare dalla mia donna.
Invece tornai indietro.
Quando arrivai di nuovo vicino al cespuglio, loro erano ancora lì.
La scena era cambiata.
Lei adesso era sdraiata sulla roccia piatta.
Lui sopra di lei.
Io mi fermai a qualche metro.
Non nascosto.
Non vicino.
Un posto senza nome tra essere spettatore e passante.
Lei mi vide immediatamente.
E da quel momento non smise quasi più di guardarmi.
Fu quello.
Non il suo corpo.
Non quello che stavano facendo.
Lo sguardo.
Mi guardava come se il resto fosse secondario.
Come se il suo uomo fosse lì, il mare fosse lì, i pini fossero lì, ma qualcosa della scena appartenesse soltanto a noi due.
Io non avevo mai partecipato a niente del genere.
Non ero nemmeno sicuro di volerlo.
Eppure rimasi.
Lui si fermò.
Prese qualcosa dalla borsa.
Un preservativo ancora nella confezione.
Lo guardò.
Poi lo lasciò cadere sulla pietra.
Vicino a me.
Pensai fosse caduto.
Feci quasi per raccoglierlo.
Poi guardai lui.
Non disse niente.
Guardai lei.
Lei continuava a guardarmi.
Fu allora che capii.
O pensai di capire.
Che in certi momenti è la stessa cosa.
Feci un passo.
Nessuna reazione.
Un altro.
Ancora niente.
Arrivai vicino alla roccia.
Lei tese una mano.
Non verso il suo uomo.
Verso di me.
La presi.
Era calda.
Quello fu l’unico consenso di cui ebbi bisogno.
Il resto successe lentamente e insieme molto in fretta.
Lui si spostò.
Io ero ancora incerto.
Lei no.
Fu lei ad avvicinarmi.
Fu lei a togliere ogni possibilità di fingere che stessi semplicemente assistendo.
Per tutto il tempo continuò a guardarmi negli occhi.
Non parlava.
Non sorrideva.
Mi guardava.
A un certo punto sentii la mano di lui sulla schiena.
Una carezza lenta.
Quasi affettuosa.
Mi irrigidii.
Lui lo sentì.
La mano rimase lì.
Poi scese.
Un contatto intimo, inatteso.
Niente di aggressivo.
Più simile a una domanda.
Mi voltai appena.
Lui mi guardò.
Non c’era sfida.
Non c’era ironia.
Soltanto una specie di calma.
La mano tornò sulla schiena.
E lasciai che restasse.
Lei, invece, non guardò mai lui.
Continuava a guardare me.
Fu la cosa più strana.
E probabilmente la più erotica.
Eravamo tre persone nude dietro un cespuglio, a pochi metri da famiglie che prendevano il sole e da vecchi che leggevano giornali.
Ma la parte realmente indecente era quello sguardo.
Perché sembrava sapere qualcosa che io ancora non sapevo.
Finì senza un finale.
Nessuno venne presentato.
Nessun:
«Come ti chiami?»
Nessun:
«Da dove venite?»
Niente telefoni.
Niente “magari ci vediamo stasera”.
Lui raccolse alcune cose.
Lei si sistemò i capelli.
Io infilai i sandali.
Per un attimo pensai che qualcuno avrebbe detto qualcosa.
Nessuno lo fece.
Lei mi guardò ancora.
Più normalmente, questa volta.
Quasi come se fossimo stati due passeggeri che avevano condiviso uno scompartimento.
Poi si voltò.
Se ne andarono lungo il sentiero.
Io rimasi lì qualche secondo.
Guardai il preservativo ancora sulla pietra.
A differenza delle mie abitudini, lo lasciai dov’era.
Tornai alla spiaggia.
Laura era nella stessa posizione.
Il libro era cambiato di pagina.
Di molte pagine, forse
«Bella passeggiata?»
Mi sdraiai.
«Sì.»
«Hai visto qualcosa?»
Guardai il mare.
«Qualcosa.»
«Mh.»
Riprese a leggere.
Io rimasi sulla schiena.
Sentivo ancora il sole sulla pelle.
E altre cose.
Non sapevo bene cosa fosse successo.
O meglio, sapevo perfettamente cosa fosse successo.
Non sapevo cosa significasse.
Che era diverso.
Passarono forse venti minuti.
Poi vidi due persone camminare sul bordo dell’acqua.
Erano loro.
Lui davanti.
Lei dietro.
Passarono vicino al nostro pino.
A tre metri.
L’uomo non mi guardò.
Lei sì.
Solo un secondo.
Forse due.
Abbastanza.
Poi guardò Laura.
Poi di nuovo me.
Non sorrise.
Continuò a camminare.
Laura sollevò gli occhi dal libro.
«Li conosci?»
Guardai la coppia allontanarsi tra gli scogli.
«No.»
Era vero.
Non sapevo neanche come si chiamassero.
Laura tornò al libro.
Io guardai ancora quella donna finché sparì dietro una curva della costa.
Poi chiusi gli occhi.
Quella sera Laura e io facemmo sesso.
Dopo settimane.
Non fu particolarmente bello.
Non fu particolarmente brutto.
Fu una cosa che facemmo.
A un certo punto lei mi chiese:
«Dove sei?»
Non capii subito cosa intendesse.
Poi sì.
Non risposi.
Fu probabilmente in quel momento che capii che la nostra storia era davvero finita.
Non dietro il cespuglio.
Non con quei due sconosciuti.
Ma lì.
Nel letto.
Accanto alla donna con cui avevo condiviso quattro anni.
Pensando allo sguardo di una donna di cui non conoscevo nemmeno il nome.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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