IL TURNO
Sexysadic
Avevo amici sparsi in parecchi posti.
È una delle conseguenze del passare troppo tempo fuori casa.
Quando sei giovane pensi che avere amici in cinque Paesi sia cosmopolita.
Quando invecchi significa soprattutto che per bere una birra con qualcuno devi prendere un aereo.
Quella sera erano tutti occupati.
Mogli.
Figli.
Lavoro.
Le solite cose della maturità.
Così rimasi solo.
Ero in un appartamento affittato, in pieno centro.
Guardavo il telefono.
A una certa ora trovai un annuncio.
Non ricordo le parole esatte.
Ricordo una parola.
Gangbang.
Non ne avevo mai vista una.
Nemmeno da lontano.
Ci sono cose che per anni pensi appartengano soltanto ai film porno e alle conversazioni degli uomini che mentono.
L’indirizzo era fuori città.
Non troppo.
Guardai l’orologio.
Poi l’indirizzo.
Poi di nuovo l’orologio.
Chiamai un taxi.
La curiosità è probabilmente responsabile di più cattive decisioni dell’alcol.
La villa era bella.
Questa fu la prima sorpresa.
Mi aspettavo qualcosa di sordido.
Neon.
Pareti nere.
Un portiere con la faccia di uno che aveva seppellito qualcuno.
Invece sembrava la casa di un dentista ricco.
Giardino.
Cancello automatico.
Finestre enormi, tutte oscurate
Musica.
Dentro c’erano molte persone.
Molte più di quante avrei voluto vedere nude contemporaneamente.
Pagai.
Mi diedero un braccialetto.
Nessuno spiegò niente.
Era evidentemente una struttura fondata sull’iniziativa privata.
Cominciai dal piano interrato.
Piscina.
Luci azzurre.
Sauna.
Alcune stanze.
Corpi.
Coppie.
Gruppi.
Persone che facevano cose per cui normalmente devi almeno sapere il cognome dell’altro.
Salii.
Al piano terra c’erano letti.
Molti.
Troppi.
Sembrava una scena uscita da un vecchio film porno europeo in cui il direttore artistico aveva avuto a disposizione soprattutto materassi.
Sul primo piano succedevano cose più complicate.
Salii ancora.
All’ultimo c’era la zona BDSM.
Croci.
Cinghie.
Strumenti di cui preferii non conoscere l’utilizzo.
Era stranamente più vuota.
Forse persino i depravati hanno dei limiti.
Giravo.
Guardavo.
Non ero scandalizzato.
Non ero nemmeno particolarmente eccitato.
Ero soprattutto affascinato dal fatto che così tante persone potessero desiderare contemporaneamente la stessa cosa: essere altrove rispetto alla propria vita normale.
Poi vidi il bar.
Un bar vero.
Legno.
Bottiglie.
Barman professionale.
Quello fu il primo elemento della villa che compresi perfettamente.
Mi sedetti.
«Whisky.»
Il barman versò.
Accanto a me c’era una ragazza.
Ventisette.
Forse ventotto.
Capelli neri lunghi.
Pelle ambrata.
Occhi scuri.
Una faccia che mi ricordò Pocahontas.
Non la principessa vera, se mai fosse esistita.
Quella del cartone.
Aveva un vestito semplice.
Era sola.
Guardava il bicchiere.
«Prima volta?» chiesi.
Mi guardò.
«Si vede così tanto?»
Parlava inglese bene.
«Anch’io.»
«Davvero?»
«Sto fingendo molta esperienza.»
Rise.
Aveva una bella risata.
«Io invece sto fingendo di non essere terrorizzata.»
«Funziona quasi.»
Parlammo.
Università.
Viaggi.
Città.
Lavoro.
Lei stava finendo qualcosa.
Non ricordo cosa.
Una laurea.
Un master.
Una fase della vita.
A quell’età sono quasi sinonimi.
Mi disse che molte cose stavano per finire e non sapeva cosa sarebbe cominciato dopo.
«È normale.»
«Tu lo sai?»
«No.»
«Ma sei molto più grande.»
«Appunto. Ho avuto più tempo per imparare a non saperlo.»
Questo la fece ridere.
Ordinammo un altro drink.
Poi un altro.
Restammo lì per ore.
Intorno a noi continuava l’apocalisse sessuale.
Passavano uomini nudi.
Donne nude.
Coppie vestite a metà.
Una ragazza attraversò il bar portando al guinzaglio un uomo.
Il barman continuava a tagliare limoni.
Noi parlavamo dell’università.
Certe volte la civiltà è semplicemente scegliere dove guardare.
A un certo punto le chiesi:
«Hai visto il resto?»
«No.»
«Niente?»
«Sono arrivata, ho visto il bar e mi sono fermata.»
«Quindi sei venuta in un club del genere per bere gin tonic.»
«Finora sì.»
«Possiamo fare un tour.»
Mi guardò.
«Con te?»
«Sono una guida qualificata. Ho già percorso tre piani.»
«E cosa hai imparato?»
«Che alcuni mobili hanno più funzioni di quanto pensassi.»
Rise di nuovo.
Scese dallo sgabello.
«Andiamo.»
Le mostrai la piscina.
Le stanze.
I letti.
Lei guardava tutto con la curiosità di chi visita un museo dove nessuno ha pensato di mettere le tar-ghette.
Ogni tanto mi prendeva il braccio.
Non per seduzione.
Forse.
Arrivammo all’ultimo piano.
Zona BDSM.
Era quasi vuota.
«Questo posto è inquietante.»
«Stranamente è il più tranquillo.»
«Cos’è quello?»
«Non ne ho idea.»
«E quello?»
«Preferisco continuare a non averne idea.»
Camminammo.
C’era una stanza laterale.
Dentro, una specie di sedia ginecologica modificata.
Cinghie.
Poggiagambe.
Pelle nera.
Lei ci girò attorno.
«Terribile.»
«Molto.»
Mi distrassi.
Guardai qualcosa appeso alla parete.
Non so cosa.
Quando tornai a guardarla, il vestito era per terra.
Lei era nuda.
Seduta sulla sedia.
Le gambe aperte.
Mi guardava.
Non sorrise.
Io rimasi fermo.
«Ah.»
Fu tutto quello che riuscii a dire.
Lei inclinò leggermente la testa.
«Hai perso improvvisamente l’inglese?»
«Pare di sì.»
Mi avvicinai.
«Sei sicura?»
«Sì.»
Quella parola cambiò la serata.
La baciai.
Lei mi tirò verso di sé.
Non aveva più niente della ragazza che mezz’ora prima parlava del futuro davanti a un gin tonic.
O forse era precisamente la stessa.
Le persone contengono più stanze delle ville.
Ci lasciammo andare lì.
Su quella sedia assurda.
All’inizio eravamo soltanto noi.
Poi smettemmo di esserlo.
Un uomo comparve sulla porta.
Nudo.
Rimase fermo.
Guardò lei.
Guardò me.
Io lo guardai.
Era uno di quei dialoghi internazionali che non richiedono traduzione.
Stavo per dirgli qualcosa.
Lei invece tese una mano verso di lui.
Lo invitò.
L’uomo si avvicinò.
Lei prese l’iniziativa con una naturalezza che mi sorprese.
Poco dopo arrivò un altro.
Poi un altro.
Era come se quella stanza avesse improvvisamente trasmesso una frequenza invisibile.
Mi ritrovai nel centro esatto di quella cosa che ero venuto soltanto a osservare.
Le mani aumentavano.
I corpi aumentavano.
Lei continuava a scegliere, a prendere, a spostare.
Ogni tanto cercavo i suoi occhi.
«Okay?»
«Yes.»
Più tardi ancora:
«Still okay?»
«Yes.»
Era completamente assorbita.
Io pure.
Qualcuno mi sfiorò la schiena.
Qualcun altro si avvicinò a lei.
La stanza diventava più piena.
E più calda.
A un certo punto non avrei saputo dire quante persone ci fossero.
Cinque.
Sei.
Sette.
Forse meno.
Il desiderio non sa contare molto bene.
Poi mi fermai.
Non per qualcosa di particolare.
Forse avevo bisogno di respirare.
Forse quella situazione aveva raggiunto il punto in cui la curiosità aveva smesso di essere divertente.
Mi allontanai appena.
E accadde.
Non qualcosa.
L’assenza di qualcosa.
Lei cambiò.
Fu immediato.
Come quando la corrente salta in una casa.
Un secondo prima era dentro la scena.
Quello dopo la guardava dall’esterno.
Si mise seduta meglio.
Guardò gli uomini intorno.
Uno cercò ancora di avvicinarsi.
Lei disse qualcosa nella sua lingua.
Non capii.
Sentii soltanto una parola che conoscevo.
Una variazione di fottere.
Pensai, da idiota, che fosse ancora parte del gioco.
Provai a tornare verso di lei.
Mi mise una mano sull’inguine.
Ferma.
Non violenta.
Definitiva.
Mi guardò negli occhi.
Poi disse di nuovo la frase.
Questa volta lentamente.
Pierdolcie się wszyscy.
Gli altri capirono.
Io no.
Almeno non subito.
Ma il tono era internazionale.
Andate a fottervi tutti quanti.
Gli uomini si ritirarono.
Rapidamente.
La stanza si svuotò con la stessa velocità con cui si era riempita.
Rimanemmo noi due.
Lei sulla sedia.
Io in piedi.
Nudi.
Improvvisamente sembrava una pessima idea.
Tutta.
La villa.
Il taxi.
Il braccialetto.
La sedia.
La curiosità.
Anche i gin tonic.
Lei guardava da un’altra parte.
«Hey.»
Niente.
Mi avvicinai di mezzo passo.
Si ritrasse.
Mi fermai.
«Okay.»
Vidi il suo vestito per terra.
Lo raccolsi.
Glielo appoggiai vicino.
Non addosso.
Vicino.
«Your dress.»
Lei lo prese.
Non disse niente.
Mi vestii.
Lei fece lo stesso.
Aveva perso quell’energia brillante del bar.
Sembrava stanca.
Molto.
E non soltanto fisicamente.
Provai una sensazione che non mi piaceva.
Disagio.
Forse vergogna.
Non sapevo bene per cosa.
Avevo chiesto.
Lei aveva detto sì.
Più volte.
Poi aveva detto no.
E tutti ci eravamo fermati.
Tecnicamente era tutto semplice.
Emotivamente non lo era affatto.
Scendemmo.
La musica continuava.
Altri corpi.
Altri giochi.
La villa non si era accorta di niente.
Al bar il barman stava ancora lavorando.
Mi sembrò assurdo.
Due ore prima eravamo lì a parlare del futuro.
Adesso sembravamo due superstiti.
«Sai tornare a casa?» le chiesi.
Scosse la testa.
«No.»
«Taxi.»
Annuì.
Fuori faceva fresco.
Chiamai una macchina.
Aspettammo senza parlare.
Quando arrivò, le aprii la portiera.
Salimmo dietro.
Diede l’indirizzo al tassista.
La città passava fuori.
Semafori.
Palazzi.
Distributori.
Persone normali che probabilmente dormivano.
Per dieci minuti nessuno disse niente.
Poi lei si spostò.
Pensai volesse guardare fuori dal mio finestrino.
Invece si appoggiò a me.
Testa sul petto.
Le braccia strette attorno al mio corpo.
Come una bambina.
La parola mi venne in mente e la odiai immediatamente.
Era una donna adulta.
Una donna che mezz’ora prima aveva preso decisioni che io non avrei avuto il coraggio di prendere.
Eppure in quel momento sembrava soltanto voler essere tenuta.
Le misi un braccio intorno alle spalle.
Niente altro.
Dopo qualche minuto parlò.
«Sai una cosa?»
«Cosa?»
«Quello che è successo stasera mi è piaciuto molto.»
La guardai.
«Davvero?»
«Sì.»
Pausa.
«Grazie.»
Non sapevo cosa rispondere.
Non sembrava.
Era quello che pensavo.
Non lo dissi.
Forse entrambe le cose erano vere.
Forse le era piaciuto.
Forse a un certo punto aveva semplicemente smesso di piacerle.
Le persone raccontano il desiderio come se fosse un interruttore.
Acceso.
Spento.
In realtà è più simile a una radio vecchia.
Perdi la frequenza mentre stai ancora ascoltando la canzone.
«Sono contento», dissi.
Non ero sicuro fosse la frase giusta.
Ma almeno non era una domanda.
Arrivammo fuori città.
Ville.
Alberi.
Cancelli.
Il taxi si fermò davanti a una casa molto bella.
Lei tirò fuori un telecomando.
Il cancello si aprì.
Improvvisamente sembrava la figlia di qualcuno.
Ricca.
Educata.
Universitaria.
Una ragazza che il giorno dopo avrebbe potuto sedersi a colazione e chiedere di passarle il burro.
Scese.
Io rimasi nel taxi.
«Aspetta.»
Aspettai.
Attraversò il vialetto.
A metà strada si voltò.
Mi fece un piccolo cenno.
Alzai la mano.
Entrò.
Il cancello si richiuse.
Non mi chiese il numero.
Io non le chiesi il suo.
Non sapevo nemmeno il cognome.
Il tassista mi guardò nello specchietto.
«Where?»
Gli diedi l’indirizzo del mio appartamento.
Ripartimmo.
Guardai la villa sparire dietro gli alberi.
Avevo passato la serata in un posto costruito perché le persone facessero esattamente quello che desi-deravano.
E alla fine la cosa che ricordavo meglio era una donna che aveva detto: andate a fottervi tutti.
Forse era stata quella la cosa più libera successa in tutta la casa.
Non quello che aveva accettato.
Non quello che aveva fatto.
Ma il momento in cui aveva deciso che era abbastanza.
Mi appoggiai al sedile.
Il tassista accese la radio.
Una canzone orribile.
Non gli chiesi di spegnerla.
Quella notte avevo già imparato che, quando qualcuno decide che qualcosa deve finire,
conviene ascoltarlo subito.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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