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Lui & Lei

La casa delle ombre di vetro


di Membro VIP di Annunci69.it Gufetto007
26.10.2025    |    337    |    0 8.7
"Sul tavolo, una sola frase scritta su un foglio: “Ciò che è condiviso non si divide..."
Era da tempo che non ricevevo una lettera scritta a mano.
La busta era color avorio, senza mittente, e conteneva solo poche parole:
“Sabato. Ore 21. Villa delle Colline. Porta con te la curiosità, e lascia a casa le certezze.” All’inizio pensai a uno scherzo. Poi ricordai quel nome — Livia — e il modo in cui lo aveva pronunciato, settimane prima, in una conversazione che sembrava casuale ma non lo era affatto. Lei aveva un modo tutto suo di entrare nella mente degli altri: una voce lenta, uno sguardo che non chiedeva mai, ma pretendeva. E così, sabato sera, guidai verso la villa. La strada era immersa nella nebbia e l’aria odorava di legna umida. Quando il cancello si aprì, silenzioso, ebbi la sensazione di varcare un confine invisibile.
La casa era antica, illuminata solo da alcune lampade basse. Dalla grande finestra filtrava una musica lontana, qualcosa di jazz, avvolgente.
Livia mi aspettava all’ingresso. Indossava un abito scuro, leggero, che sembrava cambiare colore al movimento. Accanto a lei c’era un uomo che non conoscevo.
Alto, capelli chiari, sorriso appena accennato. Mi tese la mano.
— Matteo — disse. — Ti aspettavamo.
"Ti aspettavamo.”
La frase mi colpì più del necessario.
Livia sorrise, ma non spiegò. Mi guidò attraverso un corridoio lungo, costellato di specchi antichi. Ogni riflesso sembrava mostrare una versione leggermente diversa di noi: più distanti, più vicini, più veri forse. La sala principale era un mosaico di luci e ombre. Sul tavolo, tre bicchieri di cristallo.
Livia versò del vino, poi parlò piano, come se le parole fossero un incantesimo:
— Stasera niente passato, niente futuro. Solo il momento.
Matteo rise piano, con un tono che sembrava complice e insieme indecifrabile.
Io restai in silenzio, cercando di capire. Ma la casa, la musica, la presenza di entrambi mi stavano già trascinando altrove.
Sedemmo.
Le conversazioni si intrecciavano a metà, come fili di seta: domande senza risposta, accenni, intuizioni.
A tratti, il modo in cui Livia lo guardava — e poi guardava me — faceva vibrare l’aria.
Niente accadeva davvero, eppure tutto stava già accadendo.
Un braccio che sfiorava l’altro, una risata troppo vicina, un silenzio che si allungava fino a farsi respiro. Ogni tanto, Livia si alzava e camminava lentamente attorno al tavolo, come se stesse tracciando un cerchio invisibile che ci legava entrambi.
Matteo seguiva i suoi movimenti con lo sguardo di chi conosce le regole di un gioco antico. Mi chiesi quando avessero deciso di coinvolgermi, o se fosse successo per caso.
Ma più cercavo un senso, più mi sfuggiva. A un certo punto, Livia si fermò dietro di me.
Sentii il suo profumo, un misto di ambra e fumo.
Sfiorò la mia spalla con un gesto che non chiedeva permesso.
— Vedi? — sussurrò — Ci sono momenti che non hanno bisogno di nome.
Matteo era di fronte a me. Mi fissava, ma non con gelosia o sfida. C’era solo una curiosità calma, quasi dolce.
Un invito silenzioso a lasciar cadere la distanza. Il resto della notte fu un susseguirsi di frammenti: luce che si rifletteva sui vetri, dita che si sfioravano, parole che non erano più necessarie.
Non ci fu nulla di dichiarato, eppure la tensione, la connessione, il ritmo — tutto parlava un linguaggio che nessuno di noi aveva bisogno di tradurre.
Quando all’alba aprii gli occhi, la musica era finita. La finestra lasciava entrare una luce pallida, e nella stanza c’erano ancora due bicchieri, ma il terzo era vuoto.
Livia e Matteo non c’erano più.
Sul tavolo, una sola frase scritta su un foglio:
“Ciò che è condiviso non si divide. Si moltiplica.”
Uscii dalla villa mentre la nebbia si alzava.
Non sapevo se li avrei rivisti.
Ma per giorni — per settimane — il ricordo di quella notte rimase come una scia invisibile sulla pelle: un enigma che non voleva essere risolto.
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