Lui & Lei
La fata dell’orologio
blonde-passion
02.08.2025 |
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"Lui mi appoggiò appena la punta nella fessura tra le mie cosce, accennò appena l’entrata, si ritrasse, mi penetrò un poco ancora, giocando a conoscermi un millimetro alla volta ed intanto mi..."
E’ un racconto che ci è stato donato da una cara amica e fa capire quanto importante sia il tempo per persone che, come noi, sono costrette a centellinarlo per vivere fino in fondo ogni minuto del poco tempo che possiamo trascorrere insieme.——————————————————————-
Accadde per caso.
Mentre uscivo dal mio palazzo per andare al lavoro, sentii due vicine, tra le più pettegole, parlare della Signora Benatti, l'inquilina del primo piano.
“L'hanno ricoverata alla casa di riposo, poveretta, del resto suo figlio ormai abita in Canada e non credo che tornerà più qui a Brescia”
“Già, capita sempre più spesso, le famiglie non sono più quelle di una volta. Nella sfortuna però la Benatti ha questo nipote che si è occupato di tutto”.
Mi dispiacque sentire delle tristi vicende della Signora Emma, per me era stata una buona vicina, sempre sorridente quando la incontravo, in passato mi aveva aiutato anche guardandomi i bambini mentre andavo a prendere qualcosa che avevo dimenticato di comprare.
Era vero, ripensandoci, che da un po’ di tempo non l’avevo più vista ritornare pian piano dai giardinetti del quartiere o dal supermercato trascinando il suo carrellino, ma la mia vita ormai è talmente frenetica da impedirmi di accorgermi di tante cose.
La mia vita è regolata dall’orologio, si può dire che ne sono schiava, da quando mi alzo al mattino al momento in cui mi addormento sento nella mia testa come un Tic Tac incessante.
Tic Tac, alzati, vestiti, esci
Tic Tac, entra in ufficio, accendi il PC, controlla la posta, telefona, sorridi al capo reparto
Tic Tac, è già l’una, oggi mi vedo con lui
Tic Tac, un motel, una stanza, un abbraccio
Tic Tac, fare l’Amore
“Come vorrei che il tempo si fermasse, adesso, mentre sei dentro di me e ti muovi piano. Come vorrei che dopo aver goduto potessimo addormentarci allacciati, il tuo petto contro la mia schiena, le nostre gambe leggermente piegate, le tue braccia che mi avvolgono.
Ed invece niente sonno ristoratore, nessuna possibilità di dormire e svegliarsi e rifare l’Amore”
Tic tac, già pronti per uscire
Tic Tac, solo il tempo per un ultimo bacio in ascensore
Mentre avviavo l’automobile, decisi che il giorno dopo avrei sfidato l’orologio e sarei andata a trovare la Signora Emma: avevo il numero di telefono di suo nipote, mi era stato dato anni fa per eventuali emergenze.
“La zia Emma? È ospite di Casa Serena, al terzo piano. Certo, se vuole andarla a trovare, faccia pure. Lei aspetta solo qualche visita ogni tanto.”
Tic Tac, ho finito il lavoro e mantengo l’impegno con me stessa, mi dirigo verso Casa Serena, sono perfettamente in tempo per vedere la mia amica prima che la mettano a letto per il riposino pomeridiano .
“Tesoro, che piacere vederti, non ti aspettavo.
Come stai ti vedo un po’ sciupata.
Hai qualche problema?”.
“Come, dopo quello che le è successo, nella sua situazione, lei si preoccupa di me?” penso mentre mi scende, silenziosa, una lacrima.
Non so perché ma per la prima volta confido ad un’estranea le mie pene: parlo di noi, di lui, dell’Amore che provo, del tempo che corre inesorabile quando ci vediamo. Tic Tac, sono un fiume in piena.
Lei ascolta, annuisce, vedo che anche i suoi occhi sono lucidi.
“Capisco” mi dice, mi fa una carezza con la sua mano stanca.
“Ti ci vorrebbe la pietra del tempo, sarebbe un modo per risolvere qualche tuo problema”.
La guardo stupita, Emma è sempre stata una donna poco incline alle smancerie, rimasta vedova giovane e con un bimbo ancora piccolo ha dovuto crescerlo da sola.
Forse ora la sua mente si è arresa perché vuole raccontarmi una fiaba come se fossi la sua pronipotina di cinque anni che esiste ma che non ha mai vista.
Il racconto di Emma.
“Non guardarmi così, non sto delirando: la maga che ha il potere di donare la pietra esiste, davvero, vive nascosta, lontana da chi non patisce le vere pene d’Amore, in un posto segreto e chi l’ha conosciuta può confidare di averla vista ad un’altra donna ed ad una sola durante la propria vita.
Vedi, sono passati settant’anni dal momento in cui l’ho incontrata e pensavo di andarmene col suo segreto in fondo al mio cuore ed invece…eccoti”.
Guardo Emma, ascolto la sua voce che è solo un sussurro ma mi accorgo che il suo viso risplende di una luce mai vista ed improvvisamente ho davanti non più una novantenne ma una donna sicuramente più giovane, senza più rughe, con gli occhi decisi di chi ha tutta la vita davanti.
Ho amato il papà di mio figlio Carlo, sicuramente non subito, certo gli volevo bene e lo ammiravo, all’inizio, poi divenne vero Amore.
Una volta ci si sposava per convenienza, per non morire di fame e di noia tra le nostre montagne. Lui era ricco, stava in città, veniva con suo padre al paese solo per ricordare a tutti noi che case, campi, prati, castagni, animali, ci erano dati solo in custodia.
Mi vide, gli piacqui, mi volle, non ebbi scelta, ma fui fortunata: ci sposammo una mattina di maggio al paese, era appena nato il sole ma non ci fu tempo per festeggiare, le mucche dovevano essere munte, le uova raccolte, il prete era uno zio professore al liceo e i suoi allievi lo aspettavano in classe per le dieci.
Mio marito partì già il giorno dopo, anche lui non aveva tempo per il viaggio di nozze, suo padre lo aveva “venduto” al partito, Giorgio era già deputato a poco più di trent’anni.
Mi lasciò sola, ancora com’ero scesa dalla montagna: durante la notte non aveva dormito con me, era stato in biblioteca insieme a certi suoi elettori importanti.
Tic Tac, era il battito che sentivo in casa, la voce della grande pendola che troneggiava in fondo alle scale che portavano al primo piano.
Tic Tac, da quando mi svegliavo sempre sola al mattino sapendo che non avevo nulla di cui occuparmi, solo me stessa ed una gattina siamese, vergine e sola com’ero io.
Tic Tac, aspettare le otto e mezza precise alla sera e la sua telefonata: “Ciao, Emma, tesoro, che hai fatto oggi? Fa caldo lì a Brescia? Qui a Roma si muore.”
Tic Tac, la voce della grande pendola, e della mia solitudine.
Venne agosto, finalmente lui poté tornare.
E facemmo finalmente l’Amore, ma non so dove e con chi lo avesse fatto prima perché fu solo quasi un attimo.
Mi venne sopra mentre ancora dormivo un mattino, lo sentii duro, affamato tra le mie gambe, il tempo di un solo lungo, famelico bacio ed era già tutto finito.
“Scusa piccola, andrà certo meglio la prossima volta, era da tempo che non avevo una donna nel letto, hai un profumo così buono, sai di pulito, di femmina giovane ed onesta”.
E fu così la prima volta, e poi di nuovo il giorno dopo, e l’altro ancora.
Però in sua compagnia le giornate erano piene di tenerezza: mi coccolava, rideva alle mie uscite da ragazza ignorante, mi portava a fare compere nei negozi più eleganti e fuori a cena verso i laghi.
Dormiva abbracciato a me anche se continuava a fare quell’amore veloce e quasi animalesco.
Tic Tac, la pendola rideva di me: lui si è già alzato, agosto è quasi finito, lo aspettano stamattina a Milano, in autunno si voterà ancora, ci sono decisioni importanti da prendere, non ha tempo per te.
Presi coraggio, una sera a cena: “La mamma mi ha scritto e non aveva buone notizie perché la nonna se ne sta andando. Posso salire un paio di giorni al paese? Ti spiace?”.
“No, Emma, vai pure, ci mancherebbe. Io allora mi fermerò in albergo a Milano, mi risparmio di morire di caldo sul treno per andare e tornare. Meglio così“.
Scoprii che la nonna dormiva quasi sempre ormai, sdraiata nel letto dov’era nata ed aveva avuto i suoi otto figli.
L’assisteva Erminia, una lontana parente, silenziosa, buia in viso, infagottata in abiti scuri, tutti gli altri erano troppo presi dal loro lavoro e spesso eravamo sole.
“Ah, tu sei la Signora, la moglie del Padrone giovane, certo, mi hanno detto di te.”
Lei mi scrutava con quei suoi occhi profondi come se fossi un libro aperto, capii, non so come, che lei sapeva, sapeva tutto.
“Mmm, i Signori sono particolari, non è vero? Hanno studiato in quelle grandi scuole, frequentano gente perbene, per loro le mogli sono dei bei soprammobili, un capriccio soltanto.
Cosa daresti perché al mattino stesse con te, per avere un’ora tutta per voi, per guardare i suoi occhi mentre ti prende?”
Abbassai la testa, davanti a lei, non sapevo che dirle, sapevo solo che avrei dato la luce dei miei occhi per scoprirlo davvero innamorato di me.
“Ah, gli occhi dunque. Lo vuoi così tanto?” mormorò ed io sentii un brivido lungo la schiena, perché seppi che mi aveva davvero letto dentro l’anima.
“Dimmi solo un sì, se sei convinta e stringi questo mentre lo dici” continuò e mi accorsi che mi metteva qualcosa simile ad un sasso in mano e mi faceva stringere il pugno. Ero come in sogno, ipnotizzata dal suo sguardo e dalle sue parole ma mormorai un “sì” chiudendo forte le dita.
Un’ora dopo la nonna morì.
Piansi, recitai con le altre donne le orazioni funebri, l’accompagnai nel suo ultimo viaggio e me ne tornai in città senza più incontrare Erminia ma con in tasca una pietruzza colorata.
“Mmm, un bell’esemplare di fluorite, davvero, Signora, possiamo ricavarne un bel ciondolo da aggiungere ad un braccialetto d’oro rosa, una bella catena lavorata come questa, che ne dice?” fu il consiglio del gioielliere di fiducia al quale ero stata indirizzata da mia suocera per rendere indossabile quel piccolo amuleto che ufficialmente era di mia nonna.
Lo indossai appena mi fu consegnato ed è l’ornamento del mio polso da allora.
La mattina dopo mi svegliai perché il materasso si abbassò verso il suo lato quando lui si infilò a letto.
“Ciao, Giorgio, torni ora? Ma è mattina…”
“Perdonami, sono il solito orso, ti ho svegliata, scusa ma in sede del partito abbiamo fatto tardi e poi ho approfittato di un passaggio per tornare a casa.
Vieni qui, allora, che ti do un bacio”.
Mi avvicinai a lui ma strinsi nel pugno della mano destra il ciondolo.
Tic … il battito della pendola si interruppe.
Lui mi baciò lentamente, la sua bocca aveva il gusto delle sue sigarette, non mi dispiaceva.
Gusto piano le mie labbra, mugolando appena : “Mmm, sai di buono stamattina, più di sempre. Mi viene voglia di mangiarti, piccola, anzi quasi, quasi…”
Mi prese le braccia, me le fece portare sopra la testa e mi sfilò la camicia da notte.
Per la prima volta ero nuda davanti a lui perché dormivo senza mutandine da quando ero sposata.
La sua bocca scese lentamente dal collo ai seni , le sue mani erano ferme sui miei polsi in alto sopra la testa, mi sovrastava col suo corpo ma senza pesarmi troppo.
Non avrei mai pensato che i capezzoli potessero essere succhiati anche da un uomo e non solo dai bambini ed i brividi che provai erano quasi insopportabili, mi fecero sussultare, torcere il corpo, gridare: “Fermati!”
Lui si bloccò, rialzò il viso e mi fissò negli occhi, ridendo: “Se vuoi mi fermo e mi metto a dormire, come preferisci…”
“No, no, continua pure, ti supplico…”
I miei capezzoli finirono tra le sue labbra, sentii appena accennato il tocco dei suoi denti, provai appena un senso di dolore ma il gemito che mi uscì dalla bocca non era diverso dagli altri.
Non credevo che agli uomini piacesse leccare le donne tra le gambe.
Mi vergognai un po’ perché lui lo fece quella mattina ed io non ero ancora andata a lavarmi.
Non gli dispiacque, anzi: “Mmm, perfino la tua figa (che parola, da dire ad una moglie, pensai!) sa di montagna, profuma come i nostri prati, altro che sapone francese!”
In casa il silenzio era totale, la pendola taceva, ancora, io tenevo in pugno il ciondolo.
Non pensavo che avrei così tanto desiderato di sentirlo dentro di me e che non procurasse alcun dolore ma un piacere così grande.
Lui mi appoggiò appena la punta nella fessura tra le mie cosce, accennò appena l’entrata, si ritrasse, mi penetrò un poco ancora, giocando a conoscermi un millimetro alla volta ed intanto mi fissava negli occhi.
Aveva lasciato i miei polsi e si sosteneva con le mani per non pesarmi troppo, ancora non era tutto dentro di me, credevo che sarei impazzita finché sentii che dal basso risaliva una sensazione mai provata come un vento caldo che percorse il mio corpo raggiungendo il cervello e pensai: “Muio, sto morendo”.
Urlai, spaventata e stupita e lui non ebbe pietà, non mi soccorse, anzi, sentii che mi prendeva fino al centro del mio essere ed urlò anche lui.
La pietra scivolò fuori dal mio pugno, la pendola rintoccò. Tac.
Mi svegliai, che era mezzogiorno, sentii i dodici rintocchi del campanile del Duomo.
Aprii gli occhi e mi accorsi che la stanza mi sembrava diversa come fosse avvolta, in parte, nell’oscurità.
Mi spaventai e lo chiamai: “Giorgio, puoi venire? Non mi sento bene…”
“Mmm, uno strano caso di cecità improvvisa ed unilaterale, mi dispiace, onorevole, la diagnosi è confermata. Potremo, anzi dovremo, sottoporre sua moglie ad ulteriori accertamenti, un caso di studio per la nostra Fondazione, purtroppo.
Dai nostri colleghi americani abbiamo avuto indicazioni per una terapia, ma le anticipo che sarà difficile un completo recupero della vista!”
Strinsi il ciondolo e lo sentii quasi scottare.
“La luce dei miei occhi in cambio del suo Amore” avevo detto ad Erminia: la pietra aveva avuto il suo pegno.
Ora.
“Poi, lo sai già, Giorgio se ne andato troppo presto, il nostro bambino era nato da poco.
Non ho mai avuto problemi economici ma sono sempre stata sola da quel giorno in poi.
Ogni tanto la mia mamma o le mie sorelle scendevano dal paese per farmi compagnia, d’estate invece salivo io, avevo fatto costruire una villetta vicino al bosco, ma sono sempre solo sopravvissuta.”
Osservo meglio il suo polso sottile come non avevo mai fatto prima: dal pizzo del golfino spunta un braccialetto con un ciondolo azzurro, la pietra del tempo.
Mi chiedo se sarei pronta a sacrificare qualcosa per avere qualche ora in più per noi, se credo davvero nella favola raccontatami da Emma.
Ho un’unica certezza, però.
Vorrei che quando sono con lui il Tic non fosse mai seguito dal Tac che accorcia il numero dei minuti in cui possiamo annegare nel nostro Amore.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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