Lui & Lei
L'anello vibrante
Alchimista980
14.07.2026 |
709 |
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"Mi sento un animale, l’unico obiettivo è il mio godimento e usare lei a tale fine..."
Iniziare una conversazione virtuale con una donna sconosciuta ha quell’alea che mi ha sempre intrigato: chi troverò dall’altra parte?! Dando per scontato che sia una persona “reale” e non un fake, che tipo sarà? Quali saranno le sue aspettative? Cosa la induce a conoscere estranei su un sito di incontri sessuali?Mi sono posto queste domande anche con Giovanna, una signora quasi cinquantenne, sposata, che vive in provincia. Immediatamente si instaura un bel feeling tra noi, comprendo che è una donna colta e che si esprime come piace a me. E le foto che mi invia mi dicono anche che è una bella donna.
Ma Giovanna non è come le altre, lei ha un segreto che mi ha svelato: lei è una schiava, ha bisogno di essere sottomessa. Non perché sia priva di carattere, ma perché ha un assoluto bisogno di comprendere chi sia veramente, di scavare negli anfratti più reconditi della propria personalità e della propria anima.
Mi racconta alcune sue esperienze, mi fa leggere alcuni suoi racconti. Tuttavia, fino ad ora, la sua schiavitù è rimasta solo virtuale. I vari padroni che nel tempo si sono avvicendati, compreso quello attuale, le hanno chiesto di compiere azioni o gesti che mai hanno contemplato altri protagonisti, né ha mai incontrato quegli uomini dominanti.
Lo ammetto: non sono mai stato particolarmente affascinato dai rapporti di dominazione e sottomissione ma, più parlo con lei, più qualcosa nella mia mente si accende.
“Sai, vorrei dominarti anche io” - le dico all’improvviso – “ma voglio che sia una dominazione mentale! Voglio entrarti nella testa, sentire che la tua mente e, di conseguenza, il tuo corpo, sono miei!”.
Mi aspetto una sua grassa risata da parte sua e, invece, no, Giovanna non ride. Accetta. Passivamente.
Non sono un dominatore come quelli che ha conosciuto lei, anzi, non lo sono affatto, e, quindi, sorride quando le chiedo se posso ordinarle di fare una cosa per me: “Non devi chiedere il permesso, ordina e basta!” mi rimprovera bonariamente.
In quel momento qualcosa dentro di me cambia: sento che posso dominarla anche io, seppur a modo mio.
Allora le dico, anzi le ordino, che dobbiamo incontrarci per un caffè. Poi penso che così non possa andar bene. Se devo dominare una donna abituata ad essere sottomessa, posso, anzi, devo osare.
******
Eccomi qui, mi guardo allo specchio ancora una volta prima di uscire di casa. Elegante quanto basta da non essere ordinaria, ma allo stesso tempo non troppo appariscente.
Oggi devo incontrarlo: abbiamo un appuntamento in un parcheggio che non conosco, poi ci penserà lui a portarmi in qualche bar a prenderci un caffè.
Prendo la borsa e mi specchio un’ultima volta. Poi esco. Gonna nera non troppo corta, autoreggenti, scarpe con il laccetto alla caviglia, una canottiera e un cardigan allacciato sul seno. Un filo di rossetto amaranto, sfumato verso il centro delle labbra ad invitare lo sguardo verso la bocca. Nessun altro tipo di trucco.
“Oggi devo accompagnare la mia amica dal notaio, non so se torno per pranzo!”, mento a mio marito senza attendere la sua risposta, e scappo via.
La gola è riarsa dall’emozione, chissà se riuscirò a parlare; mi ha già confessato che ho un timbro di voce inaspettato: non se la immaginava così la mia voce; i passi verso l’auto sono un po’ incerti, il sesso già bagnato degli umori di giorni di attesa. Non abbiamo concordato un incontro con un finale chiuso, sarà quel che sarà. È solo il primo e abbiamo il desiderio di parlare guardandoci negli occhi.
Guido in modo meccanico, ci pensa il navigatore a darmi indicazioni, e mentre guido penso a quello che ci siamo detto negli ultimi giorni.
Lui sa che ho un Padrone e che sessualmente sono una sottomessa. Vorrebbe dominarmi, dominare la mia mente, poi, però, mi chiede il permesso quando desidera che io faccia qualcosa per lui. Sorrido.
Dal canto mio non sono proprio capace a dire di no e, quindi, mi sono vestita come mi ha chiesto e gli ho promesso che farò ciò che mi chiederà durante il nostro incontro. Non abbiamo posto limiti, l’unica condizione è che ci incontreremo in un luogo pubblico.
Non c’è traffico, ma il tempo non passa mai, la strada sembra più lunga del solito. Comunque, nonostante tutto, riesco ad arrivare a destinazione per l’orario prefissato, parcheggio e mi sistemo al collo il foulard che abbiamo concordato come segno di riconoscimento, affinché lui potrà riconoscere me; io, finché non si mostrerà, non saprò se è già arrivato sul posto oppure no.
Esco dall’auto e mi guardo intorno; è vero che non ci conosciamo ma un paio di foto ce le siamo scambiate, e potrei anche essere così brava da riconoscerlo; dopo tutto, ha un bello sguardo aperto e gentile.
Sento una portiera aprirsi e chiudersi alle mie spalle. Poi qualcuno mi picchietta sulla spalla, sussulto e mi giro di scatto spaventata: mi trovo davanti un volto sorridente che riconosco.
“Giovanna!”, esclama lui porgendomi la mano per salutarmi.
“Andrea!”, lo apostrofo, sorridendo a mia volta e ricambiando la stretta di mano. Poi un filo di imbarazzo mi costringe ad abbassare lo sguardo a terra mentre tremo impercettibilmente e mi gira un po’ la testa.
“C’è stato un cambio di programma”, accenna subito dopo, “niente bar. Ho deciso che rimarremo qui, se per te va bene. Ho una cosa da darti. Ti va?”
Un parcheggio non è proprio il luogo dove avevo immaginato ci saremmo fermati a parlare per la prima volta, ma penso che avrà i suoi motivi per preferirlo ad un bar, magari affollato.
“Come vuoi”, rispondo guardandomi nuovamente intorno, “da me o da te?” scherzo mentre apro la portiera della mia auto.
Andrea sale nel posto del passeggero, io ruoto il busto verso di lui e raccolgo un ginocchio sul sedile. Sollevo leggermente la gonna, come a volermela sistemare per stare più comoda, lasciando così intravedere le gambe; noto che lui le osserva.
Infila la mano in tasca e repentinamente, prima ancora di aver iniziato qualunque tipo di discorso, mi chiede “Vuoi fare un gioco con me? Sai cos’è questo?” mostrandomi un oggetto bianco con un piccolo pulsante, un anello un po’ troppo grande per essere indossato sul dito di una mano. Scherzo per sdrammatizzare: “Se devo tirare a indovinare, diciamo che è qualcosa che vibra.”
“Esatto”, mi risponde di rimando, “è un anello vibrante. Si infila sul cazzo e, oltre a stringerlo, aumentando durata ed erezione, stimola il clitoride durante la penetrazione.”
“E cosa dovremmo farcene noi oggi?”, domando guardando il piazzale e le auto parcheggiate intorno a noi.
“Tu dovrai fare una cosa per me! Lo indosserai per tutto il tempo in cui staremo qui a parlare. Acceso. Lo infilerai nelle mutandine adesso e lo toglierai solo quando sarà il momento di salutarci; poi, me lo restituirai ed io lo porterò via come ricordo di questo incontro. Ci stai?”
Andrea non aspetta la mia risposta, tanto già sa che lo farò, lo accende e me lo porge. Allungo la mano per prenderlo, lo infilo sotto la gonna che sollevo leggermente e poi all’interno delle mutandine. La vibrazione è un po’ rumorosa, ma piacevole, e contribuisce a farmi riempire di umori più di quel che già ero partendo da casa.
Occhi negli occhi iniziamo la nostra conversazione, decine di argomenti senza un inizio e una fine, un discorso conoscitivo per capire chi siamo stati, chi siamo e chi vorremmo essere. Due risate, un po’ di imbarazzo, domande tra il serio e il faceto.
Ma il pensiero di entrambi è concentrato sull’anello vibrante nelle mie mutandine. Se per un po’ riesco quasi a fare finta che non ci sia, con il passare del tempo, sento la stimolazione salire in brividi lungo la schiena, le labbra si sono gonfiate e ormai colo come un rubinetto aperto.
Gli occhi, che cerco di tenere concentrati nei suoi, ogni tanto si chiudono senza controllo, mentre dalle labbra mi sfugge un leggero mugolio – meno male che non siamo in un bar, non sono capace a provare piacere in completo silenzio – e, poi, scendono a scrutare la patta dei suoi pantaloni. È inequivocabile come Andrea stia cedendo quanto me al piacere e che si stia accorgendo dell’effetto che mi fa quel maledetto anello vibrante.
Ad un certo punto lui si zittisce, allunga la mano e mi guarda fisso; questa volta non sta chiedendo il permesso, farà quello che vuole ed io glielo lascerò fare.
Poggia le dita sulla mia caviglia e le fa scorrere dal basso verso l’alto senza fretta, sorpassa il ginocchio e si sofferma a giocherellare con il pizzo della calza, poi ne infila due negli slip lateralmente e le passa sulla fessura, uscendone madide di umori mentre le sue labbra si allargano in un sorriso compiaciuto.
“Allora non menti, ti piace giocare! Guarda come sei eccitata!”, mi dice portando le dita verso il viso e rimirandole. Chissà cosa starà per fare, penso tra me, anche se lo posso immaginare: le annusa, sta odorando i miei umori e non smette di sorridere.
“Apri la bocca!”, ordina e io eseguo. Repentinamente mi ci infila le due dita: “leccale!”.
Chiudendo gli occhi le lecco e le succhio desiderando che possa esserci altro tra le mie labbra, così mi chino leggermente verso di lui e faccio il gesto di poggiare la mano sui suoi pantaloni, ma Andrea si ferma.
“Giovanna…”, esclama mentre si guarda intorno.
“Non mi sono scordata che siamo in un parcheggio, in un luogo pubblico, e che se qualcuno passasse vicino alla macchina potrebbe vedere quello che vorrei fare adesso, se me lo lasciassi fare…”
Andrea vacilla, la sua mano sul mio polso è calda e la stretta inizialmente forte si sta allentando. Mi lascerà fare ciò che desidero? Potrò scegliere o mi ordinerà di fare altrimenti?
Ha capito le mie intenzioni, la mia voglia.
In un attimo il suo sguardo da uomo educato e gentile muta e noto una luce diversa nei suoi occhi.
“Vuoi il mio cazzo in bocca, vero?” mi chiede. Non è una domanda, in realtà.
Deglutisco.
“Apri i pantaloni allora, e tiralo fuori!”. Stavolta è un ordine, di quelli che posso solo eseguire. L’anello continua a vibrare. Ormai ce l’ho immerso nella fica e nei suoi umori.
Mi chino verso il suo ventre, sbottono i pantaloni. Lui alza leggermente il sedere per agevolare il mio movimento. In un attimo il suo cazzo svetta, eretto, già umido.
I miei occhi sono sul suo membro. È un bel cazzo, ne ho fame. Deglutisco ancora.
Percepisco la sua mano che si posa sulla mia testa e la spinge con forza verso il basso.
Le mie labbra avvolgono il glande, ne percepiscono il sapore e il calore.
La spinta della mano si fa ancora più forte, non oppongo resistenza. La mia gola è piena del suo cazzo fino a farmi quasi soffocare.
******
Sono arrivato un po’ in anticipo. Ho scelto una piazzola ben isolata. Ho già deciso come andrà l’incontro.
Seduto nella mia auto vedo arrivare la sua. Parcheggia a breve distanza. Resta un minuto ferma e poi esce dall’abitacolo. Noto con soddisfazione che ha indossato una gonna.
Esco anche io e, senza che se ne accorga, mi avvicino. Pochi convenevoli. Salgo sulla sua auto. L’anello vibrante è stato inserito. Parliamo, ma sto pensando solo alla vibrazione che percepiscono le mie orecchie e i miei occhi cercano di cogliere ogni sua reazione.
Sono eccitato. Sapere che Giovanna sta provando piacere per merito mio, seppur senza nemmeno toccarla, solletica il mio ego.
Lo so, ora lei vorrebbe prendermi il cazzo in bocca. Anche io lo voglio. Ma lei è alla mia mercè e posso decidere io il come e il quando.
Le faccio sbottonare i miei pantaloni e il cazzo emerge. Le sue labbra si appoggiano sul glande, come se volessero studiare forma e consistenza. Glielo lascio fare per un po’.
Poi la mia mano sinistra le spinge con forza la testa verso il basso. Nessuna resistenza, il cazzo entra tutto in bocca fino in gola.
Mi rendo conto che le mie labbra hanno assunto una smorfia compiaciuta, quasi sadica.
Le tengo la testa ferma, mentre dalla sua bocca scendono rivoli di saliva e rantoli anelanti di aria. Spingo ancora di più, per poi allentare la presa. Lei riemerge con un rantolo, prende ossigeno. Mi sento un animale, l’unico obiettivo è il mio godimento e usare lei a tale fine.
Gestisco il pompino con la mano. Forti spinte verso il basso che quasi fanno rimbalzare la sua testa sul cazzo. Le stringo i capelli per gestire meglio il ritmo. La sua bocca è un involucro caldo e pieno di saliva. Il cazzo entra ed esce così violentemente che nemmeno riesco a percepire i movimenti della sua lingua.
Sto per esplodere. Le dita stringono ancora di più i capelli. Le infilo tutto il cazzo fino in gola e vengo copiosamente, infinite contrazioni che inondano la sua bocca.
“Ripulisci per bene!”, le ordino, soddisfatto.
Lei esegue, come ha sempre eseguito tutto lo spartito dell’incontro.
Dai suoi occhi scendono rivoli neri, rimmel misto a sudore e a lacrime.
Mollo la presa dai suoi capelli, rialza il capo.
“Togliti l’anello e dammelo!”.
Lei, quasi inebetita, obbedisce.
Lo estrae. È intriso dei suoi umori, bianchi e viscosi.
“Leccalo per bene e ridammelo!”.
Lei, esegue, con mani tremanti.
Lo prendo in mano e lo ripongo in tasca.
“Ora torna a casa”, le sussurro con tono deciso.
“Si, Padrone!”
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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